Fino alla fine dell’Ottocento nel salto in alto si saltava a forbice, più o meno come si scavalca un fosso. Un irlandese emigrato negli Stati Uniti, Michael Sweeney, perfezionò la tecnica con una torsione del corpo e arrivò a saltare un metro e novantasette centimetri.

Non male, considerando lo stile.

 

Una quindicina di anni dopo, un giovane californiano, George Horine, si allenava nel piccolo giardino di casa. Lo spazio per la rincorsa era poco e Horine cominciò a sperimentare un avvicinamento obliquo e un salto con il corpo coricato su un fianco.

Nacque così il salto ventrale, nel 1912 fu il primo a superare i due metri. Ben presto altri copiarono lo stile inventato da Horine, lo perfezionarono e saltarono ancora più in alto.

 

Arriviamo al 1968, Olimpiadi di Città del Messico. Sono presenti i migliori atleti del mondo, tutti campioni nello stile ventrale. Sulla pedana arriva un allampanato americano di ventun anni, Dick Fosbury.

Tra lo stupore e l’ironia prende la rincorsa in modo diverso e, al momento dello stacco, non avvolge più l’asticella con il ventre, ma le gira le spalle e la supera di schiena.

La storia è nota, Fosbury vinse la medaglia d’oro con il suo nuovo stile, il salto dorsale o alla Fosbury.

Ciò che è meno noto è la ragione che ha portato Fosbury a inventare quel nuovo modo di saltare. Fino ad allora non si atterrava su un materasso, la zona di ricaduta era costituita da un banco di sabbia o segatura, per cui l’atterraggio di schiena da un'altezza superiore ai due metri era assolutamente impossibile. Oppure, potevi tentarlo una volta, …poi basta.


Fosbury fu il primo a capire che quell’innovazione avrebbe cambiato per sempre la storia del salto in alto. Il materasso non migliorò il vecchio salto, cambiò il possibile.

 

Quando ripensiamo a quel salto citiamo Fosbury, ma forse dovremmo ricordare anche il coprotagonista nascosto, il materasso.

Ogni rivoluzione tecnologica ha due tempi. Il primo è quello in cui compare uno strumento nuovo. Il secondo è quello in cui qualcuno immagina gesti, attività e modelli che senza quello strumento non sarebbero stati possibili.

Il primo cambiamento è tecnico, il secondo è culturale. Il futuro si gioca nell’intervallo tra i due.

 

L'intelligenza artificiale oggi è il nuovo materasso. Non perché sia il protagonista della storia, ma perché cambierà le condizioni entro le quali tutti noi saremo chiamati a muoverci.

Per decenni gli atleti hanno cercato di migliorare il salto ventrale. Fosbury non trovò un modo migliore per eseguirlo, cambiò il gesto. Anche davanti all’intelligenza artificiale la prima domanda non dovrebbe essere come svolgere più velocemente ciò che facciamo già, ma che cosa possiamo fare oggi che ieri non era possibile nemmeno immaginare.

 

Il materasso era disponibile per tutti, tuttavia solo Fosbury immaginò che quell'innovazione avrebbe consentito di ribaltare completamente la tecnica. La tecnologia genera opportunità diffuse, l'innovazione nasce da chi le interpreta. L'intelligenza artificiale sarà accessibile a tutti, il vantaggio competitivo non sarà possederla. Sarà immaginare usi che altri non vedono.

 

Il materasso non ha reso gli atleti più forti, non ha abbassato l’asticella. Ha reso meno definitiva la caduta. L'intelligenza artificiale sta facendo qualcosa di analogo, riducendo drasticamente il costo dell'errore. Permette di tentare dieci strade invece di una, di collaudare intuizioni audaci, di abbandonare le idee deboli prima che diventino progetti fallimentari.

 

Il vero valore dell'intelligenza artificiale, probabilmente, sarà proprio questo: non aiutarci ad avere sempre ragione, ma permetterci di sbagliare più spesso, correggere prima e imparare con meno paura.

 

Perché il futuro non premierà chi sbaglia meno. Premierà chi impara prima.


 

Guido Caselli