La caratteristica della città invisibile di Trude è di non averne alcuna. È una città esattamente uguale alle altre, priva di qualsiasi tratto distintivo. Tanto che Calvino scrive: "Se toccando terra a Trude non avessi letto il nome della città scritto a grandi lettere, avrei creduto d'essere arrivato allo stesso aeroporto da cui ero partito."

E allora la domanda diventa inevitabile: "Perché venire a Trude?"

 

Una città senza differenze rischia di diventare un luogo senza identità. Il sociologo Marc Augé avrebbe parlato di un non-luogo: uno spazio attraversato dalle persone, ma incapace di generare appartenenza.

 

Ma come misuriamo un luogo? Vi sono fattori che siamo abituati a contare: infrastrutture, capitale umano, produttività, investimenti, innovazione.

Ve ne sono altri che intuiamo essere decisivi, ma che sfuggono ai nostri indicatori: la fiducia tra le persone, la capacità di collaborare, la qualità delle relazioni tra imprese, istituzioni e comunità. È ciò che definiamo capitale relazionale.

Potremmo conoscere di Trude il reddito, il numero delle imprese, la dotazione infrastrutturale e il livello di occupazione. Potremmo descriverla perfettamente e, tuttavia, non aver capito perché qualcuno dovrebbe andarci. O decidere di restarci.

 

Il problema è che ciò che non riusciamo a misurare rischia di non esistere nelle nostre analisi. Come se una città fosse soltanto la somma dei suoi edifici, ignorando le relazioni tra chi la abita.

La sfida della ricerca economica contemporanea sta proprio qui: riuscire a includere nell’analisi ciò che produce valore, anche quando non è immediatamente traducibile in un numero.

 

Per comprendere questo paradosso può essere utile richiamare una intuizione del filosofo Alfred Korzybski: “La mappa non è il territorio”. Una mappa non coincide mai con ciò che rappresenta. È una selezione della realtà, non la realtà stessa.

Ogni mappa sceglie cosa mostrare e cosa lasciare fuori. Ciò che riportiamo sulla mappa non è l’uniformità del territorio, ma le sue differenze. Sono le differenze a produrre informazione, a rendere un luogo leggibile.

 

Forse anche nello sviluppo economico vale la stessa regola. Ciò che rende un territorio competitivo non è soltanto ciò che possiede, ma ciò che lo distingue. Non necessariamente una risorsa materiale, ma una particolare combinazione di cultura, relazioni, fiducia, capacità collettiva di trasformare conoscenza in valore.

 

Il territorio, del resto, non è solo un luogo geografico. È il risultato delle relazioni che lo attraversano. Questa prospettiva rovescia il modo tradizionale di osservare lo sviluppo.

Non sono prima i confini a definire un territorio e poi i suoi valori a caratterizzarlo. Sono spesso i valori condivisi e le relazioni che si generano al suo interno a costruire l’identità del territorio e a tracciarne i veri confini.

Esistono territori diversi perché esistono differenti modi di stare insieme. Tutta un’altra storia.

 

Lo so, a questo punto emerge una domanda ineludibile: se il capitale relazionale è così importante, perché non riusciamo a misurarlo?

L’economista Robert Solow ha osservato che per poter parlare di “capitale” dobbiamo essere in grado di identificarne una qualche forma di misurazione. In caso contrario rischiamo di utilizzare parole suggestive ma prive di contenuto operativo.

È una critica fondata. Ma, forse, il problema è anche un altro: alcuni valori non sono difficili da misurare perché sono poco importanti; sono difficili da misurare perché appartengono a una dimensione diversa.

La fiducia, la collaborazione, il senso di appartenenza non sono immediatamente numeri. Diventano però osservabili attraverso i comportamenti che generano. Quando un’impresa investe nella formazione dei propri collaboratori, quando una comunità costruisce reti di collaborazione, quando un territorio riesce ad attrarre persone sta trasformando un valore invisibile in sviluppo concreto.

 

La sfida non sarà soltanto misurare meglio ciò che già conosciamo, ma costruire strumenti capaci di leggere ciò che finora abbiamo lasciato fuori.

 

Perché una mappa migliore non è quella che accumula più dettagli. È quella che riesce a rendere visibili i legami tra i punti.

Non serve a sostituire il territorio. Serve a tornarci dentro e ad abitarlo.


 

Guido Caselli