Bukowski affermava “diffido delle statistiche perché un uomo con la testa nel forno e i piedi nel frigorifero statisticamente ha una temperatura media”.
Difficile dargli torto, una diffidenza che evidenzia uno dei limiti della statistica, l’uso distorto che, troppo spesso, se ne fa.
Un altro limite, paradossalmente, è l’eccessiva disponibilità di dati; secondo una legge di Murphy “se si raccolgono abbastanza dati qualsiasi cosa può essere dimostrata con metodi statistici”.
Si potrebbe proseguire a lungo, dietro i tanti aforismi sulla statistica si nasconde una verità di fondo: abbiamo sempre più dati a disposizione ma ci capiamo sempre meno. I filtri con i quali siamo soliti fotografare la società ci restituiscono una fotografia parziale e spesso distorta della realtà.
Servono nuovi filtri, non necessariamente nuovi numeri. Serve la capacità di guardare dati e informazioni da una prospettiva differente e farli interagire tra loro secondo modalità non ancora sperimentate.
Non è una considerazione di poco conto, significa mettere in discussione la nostra capacità di misurare e comprendere le dinamiche economiche e sociali.
Quanto i nostri indicatori tradizionali, a partire dal PIL, sono narratori affidabili dei cambiamenti che stiamo vivendo?
Abbiamo numeri per individuare le imprese e i mestieri che hanno intrapreso un cammino di declino? E, all’opposto, abbiamo dati per far emergere i costruttori di futuro?
Vent’anni fa Alessandro Baricco, nel raccontare la mutazione della società, distingueva i “nuovi barbari”, creatori del nuovo, dagli “imbarbariti”, coloro che si erano ormai omologati, smarrendo la capacità di cogliere il senso del presente.
Distinguerli non è affatto semplice, le due forze convivono e spesso si confondono.
Le grandi trasformazioni avvengono proprio quando questi due fenomeni si sovrappongono: mentre una parte di civiltà declina, un’altra comincia a prendere forma. Baricco arriva a domandarsi se l’imbarbarimento non sia altro che lo scarto chimico che la fabbrica del futuro non può fare a meno di produrre.
Un’idea affascinante, ma come si misura? I filtri tradizionali sono eccellenti testimoni dell’imbarbarimento, quando li consulto mi restituiscono mille narrazioni differenti, ciascuna corredata da grafici e indici. Quando li interrogo sui nuovi barbari o sulla fabbrica del futuro, sono loro a fissarmi con aria smarrita e a chiedermi che cosa stia cercando.
I numeri con i quali abitualmente dialoghiamo non sono addestrati per rintracciare la presenza della fabbrica del futuro. Probabilmente esiste già, ma non riusciamo a vederla. Forse produce cose che, ancora, non sappiamo misurare: nuove forme di collaborazione, nuovi modi di creare valore, nuove relazioni tra economia e società.
Il futuro non è invisibile, sono i nostri strumenti di osservazione a non essere in grado di illuminarlo. A dire il vero, numeri e strumenti “da nuovi barbari” ci sarebbero già. L’intelligenza artificiale sta ampliando la possibilità di incrociare informazioni, esplorare relazioni e riconoscere segnali deboli. Ma una luce più potente serve a poco se continuiamo puntarla sempre nella stessa direzione.
A essere imbarbarita è la nostra capacità di porci le domande giuste, di orientare i riflettori lungo sentieri non ancora riportati nelle mappe conosciute.
Il compito della ricerca non può più limitarsi a descrivere il mondo che scompare. Deve imparare a riconoscere quello che sta nascendo. Per riuscirci, anche il mondo di chi guarda i numeri ha bisogno dei suoi nuovi barbari.
Perché la fabbrica del futuro comincia sempre da qualcuno capace di riconoscere una forma dove tutti gli altri vedono ancora soltanto rumore.
Guido Caselli