Ogni tanto mi torna in mente Mafalda che, davanti a un mappamondo bendato e incerottato, si domanda: “Non sarà che a questo mondo c’è sempre più gente e sempre meno persone?”
Game, set, match. Non occorre aggiungere altro. Quel mappamondo racconta la crisi di un mondo che continua a infliggersi ferite per poi affannarsi a medicarle, senza mai riuscire realmente a guarire.
È una crisi che non si può risolvere applicando nuovi cerotti, perché il male non scalfisce soltanto la sua superficie. È molto più profondo, è una crisi di senso. Stefano Zamagni la definirebbe entropica: una crisi che non nasce da uno scontro di interessi, ma da un conflitto di valori e di identità e che, proprio per questo, non contiene al proprio interno le forze per superarsi.
È un mondo che ha smarrito la direzione. “Senso”, del resto, è allo stesso tempo direzione e significato. Ci dice dove stiamo andando e perché ci siamo messi in cammino. È la risposta alla domanda più elementare e più difficile: perché facciamo quello che facciamo?
Forse è da qui che bisogna ripartire. Prima ancora di discutere di modelli di sviluppo che hanno esaurito la loro forza o di immaginarne di nuovi, dovremmo provare a capire cosa tenesse insieme quello precedente.
Se dovessi cercare nei miei numeri una risposta, non partirei dal PIL, dalla produttività o dall’export. Seguirei due fili rossi che attraversano la storia del nostro Paese.
Il primo è la capacità dei territori di trasformare una moltitudine di imprese in un sistema. A farlo erano aziende leader, capaci non soltanto di crescere, ma di guidare quelle più piccole, diffondere competenze, orientare investimenti e tenere le filiere ancorate ai luoghi.
Il secondo è la capacità di trasformare la crescita economica in benessere diffuso e coesione sociale. Il valore prodotto non si fermava ai cancelli dell’impresa o nei bilanci, ma diventava lavoro, salari, servizi, fiducia, appartenenza.
Il primo filo trasformava tante aziende in un sistema produttivo. Il secondo trasformava quel sistema in una comunità.
Per decenni il modello ha funzionato perché non produceva soltanto ricchezza. Produceva anche identità, riconoscimento reciproco, la percezione che il destino di ciascuno fosse legato, almeno in parte, a quello degli altri. Quello che nei modelli economici chiamiamo “esternalità positive”, nella vita dei territori aveva nomi più semplici: fiducia, reciprocità, responsabilità. I due fili erano strettamente annodati: l’economia creava comunità e, allo stesso tempo, la comunità alimentava l’economia.
È quel nodo che oggi si sta sciogliendo. Le imprese possono crescere senza che crescano i salari, lo sfruttamento delle risorse compromette il futuro dei territori, la competitività non si traduce in un miglioramento della qualità del lavoro.
Il profitto, da misura necessaria dell’efficienza economica, è diventato l’unica bussola del sistema. Economia e società continuano a muoversi, ma lungo direzioni sempre più divergenti.
Possiamo discutere di nuovi modelli, cambi di paradigma e salti culturali. Ma il dibattito rimane sterile se non affrontiamo la questione del senso. Non soltanto in quale direzione vogliamo crescere, ma perché. Non soltanto quale ricchezza produrre, ma quali relazioni costruire attraverso quella ricchezza.
Riannodare i fili non significa ripristinare il modello di ieri. Quel nodo apparteneva a un’altra economia e a un’altra società. Significa immaginare un modo nuovo per tornare a tenere insieme creazione di valore e coesione, competitività e qualità del lavoro, imprese e territorio.
Perché nessun modello può durare se il filo dell’economia e quello della società corrono in direzioni opposte.
Forse è da qui che si ricomincia: dal costruire territori nei quali la gente torni a riconoscersi come una comunità di persone.
Meno gente, più persone. Il mondo di Mafalda avrà ancora bisogno di qualche cerotto. Ma almeno avremo smesso di confondere i cerotti con la cura.
Guido Caselli