Ogni prodotto, prima o poi, arriva a un punto in cui smette di crescere. Non perché diventi improvvisamente inutile, ma perché il mondo intorno cambia domanda. Il telefono cellulare ne è un esempio. Per oltre vent'anni è migliorato senza mai cambiare davvero: batterie più durature, dimensioni più contenute, fotocamere migliori, design più eleganti. Innovazioni incrementali che rendevano il prodotto sempre più efficiente, ma, sostanzialmente, sempre uguale a sé stesso.
Poi, nel 2007, è arrivato l'iPhone. Più che un telefono migliore, era un prodotto pensato intorno a un'idea completamente diversa. La domanda non era più come telefonare meglio, ma come portare il mondo digitale in tasca. Chiamare era soltanto una delle funzioni, l’iPhone era la porta d’accesso alla rete, alle informazioni, al lavoro, all’intrattenimento, alle relazioni. La novità non era in ciò che il telefono faceva meglio, ma nell’idea stessa di telefono.
L’innovazione viene spesso rappresentata con una curva a S. All'inizio una nuova idea cresce lentamente, quasi senza farsi notare. Poi trova il modo di funzionare, accelera e diventa dominante. Infine, rallenta. A frenarla non è una repentina perdita di efficacia, ma l’aver progressivamente esaurito lo spazio davanti a sé. .
Oggi lo smartphone sembra avvicinarsi alla maturità. La prossima discontinuità potrebbe arrivare da dispositivi IA-native, nei quali l'intelligenza artificiale non sarà una funzione aggiunta, ma il principio stesso attorno al quale il prodotto verrà progettato. Forse avrà ancora la forma di un telefono. Oppure no.
Fin qui i telefoni. Ora facciamo un esperimento un po’ spericolato: al posto delle vendite mettiamo sull’asse verticale il PIL. Il grafico comincia ad assomigliare alla storia dell’Italia. La grande curva della crescita italiana prende forma con l’industrializzazione e accelera dopo la guerra. Ricostruzione, produzione di massa, apertura dei mercati, boom demografico: l’Italia agricola diventa un Paese industriale. È la curva del miracolo economico, che trasforma profondamente il Paese e continua a salire, seppure con intensità decrescente, fino agli anni Ottanta.
Poi quella spinta comincia a esaurirsi. Avremmo dovuto costruire una nuova curva: la globalizzazione e la rivoluzione digitale avrebbero potuto disegnarla, ma non siamo riusciti a trasformare le grandi innovazioni del nostro tempo in una nuova traiettoria di sviluppo.
Non siamo rimasti fermi. Abbiamo continuato a muoverci lungo la vecchia curva, aggiustando e migliorando il telefono esistente quando sarebbe servito immaginarne uno nuovo.
La curva piatta che non si solleva è l’immagine di un’economia riparativa, impegnata più a mettere toppe a un tessuto sempre più sdrucito che a tessere una nuova trama.
C’è un momento in cui fare meglio non è più sufficiente. Ma è difficile riconoscerlo, perché il successo del passato continua a produrre inerzia. Il modello che abbiamo costruito ha generato crescita economica e coesione sociale. Finché regge, anche se con risultati sempre meno soddisfacenti, abbandonarlo appare irrazionale.
Cambiare è faticoso, comporta rischi, richiede di mettere in discussione abitudini, rendite, posizioni acquisite e ruoli ormai consolidati.
E c’è un paradosso ancora più difficile da accettare: il futuro, quando nasce, è spesso meno conveniente del passato. È incompleto, incerto, costoso. Misurato con i criteri del vecchio mondo, perde quasi sempre.
Eppure, è proprio quando un modello funziona ancora abbastanza bene che bisogna iniziare a superarlo. Quando smette di funzionare, di solito, è già troppo tardi.
È il rischio che corre il nostro Paese. Mentre una parte del mondo prova a cambiare telefono e a imboccare la curva dell’intelligenza artificiale nativa, noi investiamo le energie nel riparare quello vecchio.
Forse è arrivato il momento di smettere di chiederci come renderlo migliore e iniziare a domandarci quale telefono servirà domani.
Perché le nuove curve non cominciano con una risposta migliore. Cominciano con una domanda diversa.
Guido Caselli