La bicicletta ha una bizzarra qualità, riesce a tenere insieme due condizioni apparentemente opposte, il movimento e la stabilità. Rimaniamo in equilibrio finché pedaliamo, quando il movimento si esaurisce, …cadiamo.
In sella lo sappiamo bene, senza bisogno di pensarci. Appena scendiamo, però, sembriamo dimenticarlo, soprattutto quando parliamo di economia e società. L’equilibrio che cerchiamo non è più quello dinamico delle due ruote, ma una sua versione statica: conservare ciò che esiste o, meglio ancora, tornare al punto di partenza.
È un paradosso curioso. Sappiamo che l’equilibrio richiede movimento, eppure continuiamo a cercarlo nell’immobilità.
Inseguiamo così nuovi assetti dell’economia, guidati dall’illusione che da qualche parte esista uno stato di definitiva stabilità. Costruiamo modelli sempre più sofisticati, li riempiamo di numeri e analisi, ma qualcosa rimane sempre fuori dall’inquadratura: le imprese imboccano traiettorie inattese, le professioni cambiano più rapidamente dei percorsi formativi, la sostenibilità ridisegna la competitività, l’intelligenza artificiale scompone e ricompone le catene del valore.
Fatichiamo a ricondurre questi movimenti a un disegno unitario. E chiamiamo questa difficoltà perdita di coesione.
Non riguarda soltanto l’economia. È la società stessa a scoprirsi più fragile e disunita. Ai due estremi della vita aumentano forme diverse e speculari di dipendenza. Da un lato un crescente numero di anziani bisognosi di assistenza, dall’altro giovani che raggiungono sempre più tardi l’autonomia economica. Nel mezzo, l’indebolimento della famiglia e l’erosione dei legami comunitari lasciano un vuoto che il mercato progressivamente riempie.
Persino la cura sembra cambiare verbo, non più prendersi cura di qualcuno, ma, nei casi più fortunati, pro-curare qualcosa a qualcuno.
Forse, per capire ciò che accade, dobbiamo cambiare sguardo. Continuiamo a osservare i numeri come se fossero fotografie, mentre la realtà scorre come un film. Cerchiamo la verità nel singolo fotogramma e perdiamo la trama. Non vediamo come ogni immagine modifichi la successiva e come tutte insieme costruiscano una storia. La complessità abita proprio lì: non nel singolo fotogramma, ma nel movimento fra l’uno e l’altro.
Complessità non significa necessariamente caos. È un ordine mobile, che si compone e si ricompone mentre le cose cambiano; cause ed effetti non sono sempre proporzionati e ogni elemento, muovendosi, modifica gli altri. In un sistema complesso l’equilibrio non è un punto da raggiungere e nel quale fermarsi. È una correzione continua.
Lo stesso accade nei territori. Le grandi transizioni in atto — ecologica, demografica, digitale — stanno producendo trasformazioni tanto rapide e profonde da sembrarci inconciliabili con qualsiasi stabilità. Perché continuiamo a chiamare stabile ciò che rimane uguale. Tuttavia, le transizioni non sono incidenti lungo la strada. Sono la strada. Continuare a cercare l’equilibrio di ieri significa, paradossalmente, preparare l’instabilità di domani.
Accade anche a ciascuno di noi. Cerchiamo continuamente un punto d’incontro fra lavoro e vita privata, sicurezza e cambiamento, ciò che siamo e ciò che potremmo diventare. Ma quell’equilibrio non si raggiunge una volta per tutte. Lo perdiamo e lo ricostruiamo ogni volta che cambia il contesto nel quale viviamo.
Credo sia questa la lezione della bicicletta. Nella complessità, stabilità e immobilità non coincidono. La stabilità è la capacità di cambiare posizione senza perdere la direzione. La vera stabilità non consiste nel restare fermi.
Consiste nell’imparare a pedalare mentre la strada cambia.
Guido Caselli