Una delle città invisibili narrate da Italo Calvino, Zenobia, è costruita secondo un’architettura apparentemente illogica. Si innalza su altissime palafitte anche se il terreno è completamente asciutto, scale, ballatoi e passerelle si intrecciano sfidando ogni principio urbanistico razionale. Eppure, se si chiede ai suoi abitanti di immaginare una città dove vivere felici, la risposta non è un luogo diverso. È ancora Zenobia, comprese le sue storture architettoniche.
Credo che anche noi viviamo in una città simile. Di fronte ai limiti evidenti del nostro modello economico e sociale non soltanto fatichiamo a modificarlo, non riusciamo nemmeno a pensarlo in modo differente. Il nostro vero limite non è la mancanza di alternative o strumenti per cambiarlo, è l'incapacità di immaginarne uno diverso. L'architettura nella quale siamo cresciuti è diventata il nostro unico perimetro del possibile.
Forse è anche per questo che, davanti alle difficoltà degli ultimi anni, abbiamo continuato ad aspettare il ritorno alla normalità. Come se pandemia, crisi finanziarie, guerre, denatalità e rivoluzione tecnologica fossero una parentesi, interruzioni temporanee di un cammino destinato, prima o poi, a riprendere lungo lo stesso sentiero.
Non funziona, il sentiero non è più lo stesso. È come continuare a percorrere una strada con una cartografia ferma a qualche anno fa. Non è la mappa in sé a essere sbagliata, è il territorio che ha smesso di assomigliarle. Così giriamo a vuoto, smarriti, per poi ritrovarci sempre nello stesso punto. Cerchiamo luoghi che appartengono a un paesaggio che non esiste più.
Anche le parole girano a vuoto. Quando ascolto certi dibattiti sul presente e sul futuro della nostra società, ho la sensazione di assistere da anni allo stesso spettacolo; cambiano (a volte) attori e scenografia, ma il copione resta immutato. Mi sento un po’ come Statler e Waldorf, i due vecchietti del Muppet Show che osservano la scena dal loggione commentandola con dissacrante ironia. Potrei unirmi a loro e formare un terzetto. Con l’età, ormai, ci siamo.
Il problema non è soltanto la velocità con la quale il mondo si sta trasformando. È che ci illudiamo di trovare soluzioni per il presente servendoci di categorie nate per un mondo che sta scomparendo. Globalizzazione, transizione digitale, sostenibilità, trasformazione demografica e intelligenza artificiale non sono semplicemente variabili nuove da aggiungere a un’equazione già conosciuta. Sono forze che stanno riscrivendo le regole del gioco, mettendo in discussione e, spesso, rovesciando concetti che per decenni hanno orientato le nostre scelte, dalla crescita economica alla coesione sociale.
Nella nostra città non sono unicamente le strade a cambiare, sono i luoghi da raggiungere a non essere più gli stessi. Rassegniamoci all’idea che nessuno ci darà mai uno stradario aggiornato del presente, figuriamoci una mappa affidabile del futuro.
Probabilmente dobbiamo guardare con più attenzione a Zenobia, al suo sfuggire a ogni regola o categoria con la quale proviamo a incasellarla. Apparentemente irrazionale, in realtà è costruita secondo una logica diversa. Una logica capace di dare forma ai desideri dei suoi abitanti. Forse è questa la vera scelta che ci attende: continuare a difendere ostinatamente il mondo che conosciamo, oppure imparare a immaginare quello che ancora non riusciamo a vedere.
Perché il problema, alla fine, non è possedere una mappa imperfetta. È continuare a seguirla quando il territorio è già diventato un altro.
Guido Caselli