Non so se vi ricordate il film “The Truman Show”, la scena nella quale Truman si schianta con la sua barca contro quello che lui crede essere l’orizzonte. Beh, credo di trovarmi nella stessa situazione. Anzi, lo siamo tutti, ognuno di noi è a bordo della barca di Truman. Per anni abbiamo navigato convinti di avere sempre del mare davanti a noi, improvvisamente ci siamo trovati a sbattere contro l’orizzonte, a scoprire che il mare, così come la nostra navigazione, può avere una fine.

Non sappiamo quando sia accaduto. Né perché. Tantomeno cosa ci attenda dall'altra parte dell'orizzonte.

 

Ogni epoca attraversa un momento nel quale il futuro smette di assomigliare al passato. Non è necessariamente il momento in cui accade qualcosa di visibile, una crisi economica, una guerra, una rivoluzione tecnologica. Spesso il cambiamento più profondo avviene prima, quando gli strumenti con i quali abbiamo interpretato il mondo iniziano a non essere più sufficienti.

 

Siamo sospesi tra il non più e il non ancora: consapevoli di un passato che non tornerà, rivolti verso un futuro che non riusciamo ancora a decifrare.

Per rappresentare questo stato di sospensione, la metafora che mi accompagna da tempo è quella del tunnel. Tra gli ottimisti che intravedono la luce dell’uscita e i pessimisti che vi scorgono i fari di un treno in arrivo, preferisco raccontare di un tunnel da arredare. Non l'ho solo immaginato, ne ho fatto lo sfondo delle mie presentazioni. All'inizio l’avevo arredato in modo spartano, prefigurando una sosta breve. Poi, anno dopo anno, l’ho arricchito di mobilio sempre più pregiato. L’ultimo restyling prevede comode sedute, mobile bar e maggiordomi umanoidi.

Mettiamoci comodi, ci resteremo ancora a lungo. Facciamoci aiutare dalla tecnologia, stiamo diventando sempre più vecchi.

 

La metafora del tunnel è efficace quando siamo al buio e ne cerchiamo la luce in fondo. E in questa ricerca c’è un’attesa implicita, che fuori dal tunnel ci aspetti lo stesso paesaggio che abbiamo lasciato entrando. Dopo ogni crisi cerchiamo istintivamente di ricostruire ciò che abbiamo perso. Ma esiste una differenza sostanziale tra una crisi congiunturale e una trasformazione strutturale: nella prima si torna al punto di partenza, nella seconda il punto di partenza non esiste più.

Forse oggi la vera domanda non è quando usciremo dal tunnel. È se, una volta usciti, troveremo ancora il mondo che ricordiamo.

 

Nascono così le “Cartoline dal tunnel”, una raccolta disordinata di riflessioni, molte domande e poche risposte che mi hanno accompagnato in questi anni. Un’infinità di analisi ed elaborazioni, miliardi di numeri che si sono stratificati nel tempo. Tuttavia, in queste cartoline quei numeri scompaiono. Rimane soltanto il loro racconto, perché ogni numero porta con sé una storia. E ogni storia, se ben narrata, ci restituisce un significato che il numero, da solo, non può contenere.

 

Trasformare numeri in storie e idee: è ciò che tento di fare da più di trent’anni. Perché i numeri descrivono il mondo; le storie ci aiutano a comprenderlo.

Queste cartoline non hanno un destinatario preciso. Sono semplicemente frammenti di viaggio lasciati a chi vorrà raccoglierli, averne cura e proteggerli.

Guido Caselli