Carissimi amici e amiche e cercatori di Dio, la Pasqua che ci apprestiamo a celebrare è un invito a lasciarsi trasformare interiormente da un “sentire” nuovo. Per entrare nel mistero della risurrezione, la Chiesa ci offre spesso i racconti evangelici, ricchi di dettagli e sfumature. Tuttavia, esiste una via altrettanto profonda, tracciata dall’apostolo Paolo, che rilegge la vicenda di Gesù attraverso quello che viene chiamato l’Inno della lettera ai Filippesi (2,6-11).
Questo testo, che probabilmente risuonava già nelle prime liturgie cristiane prima ancora di essere scritto, ci parla di una dinamica paradossale: la libertà della kenosi. In un mondo che insegna ad accumulare, a difendere i propri spazi e a scalare le gerarchie, Paolo ci presenta Gesù e la sua propria esperienza apostolica come un cammino di rinuncia libera a situazioni di ricchezza, pienezza e privilegio per ottenere “altro”.
Un invito al “medesimo sentire”
Prima di immergerci nelle strofe dell’inno, Paolo ci rivolge un’esortazione accorata. Egli non vuole semplicemente correggere ciò che non va nella comunità, ma punta sulla crescita degli aspetti positivi già presenti: la consolazione in Cristo, il conforto della carità, la comunione di spirito. Il suo desiderio è che la grazia battesimale dei Filippesi diventi una dimensione operativa e concreta.
Per fare questo, ci chiede di avere in noi gli “stessi sentimenti di Cristo Gesù”. Non si tratta di emozioni passeggere, ma di assumere un medesimo modo di agire, di rapportarsi e di essere. È un invito a declinare la nostra vita secondo coordinate affascinanti: carità, compassione, unanimità e umiltà, lasciando cadere ogni rivalità o vanagloria. Paolo è molto chiaro: non ci sta chiedendo uno sforzo “muscolare” o volontaristico di imitazione. Ci chiede, invece, di porre al centro la contemplazione. Solo “tenendo fisso lo sguardo su Gesù” la nostra vita può modificarsi realmente; non c’è altra via.
Il racconto del Figlio: dalla forma di Dio allo svuotamento
L’inno si snoda come un racconto in quattro strofe che ripercorrono le fasi della vita di Cristo. Nella prima parte, il soggetto è il Figlio. Egli abita la morphé (la forma) di Dio, ma non vive questa condizione come un privilegio o un bottino da trattenere egoisticamente. Qui cogliamo il contrasto con Adamo: se il primo uomo aveva voluto “carpire” la condizione divina trasgredendo, Gesù se ne spoglia per assumere la condizione umana.
Ma Paolo va oltre il concetto di incarnazione classica. Egli scrive che Gesù ha assunto la condizione di schiavo (doulos). È un termine fortissimo: lo schiavo è colui che è sottomesso a tutti, senza dignità alcuna. Gesù non si è sottomesso solo al Padre, ma anche agli altri uomini. Questo non significa che abbia perso la sua divinità, ma che ha scelto di non viverla per il proprio vantaggio, bensì come un dono totale per noi.
Nella seconda strofa, lo sguardo si posa sull’umiliazione estrema. Gesù è “riconosciuto come uomo”, un’espressione che rimanda al concetto biblico del “mettere alla prova” l’autenticità di qualcuno. Il Padre prende così seriamente l’umanità del Figlio da non risparmiargli la prova suprema. Gesù impara l’obbedienza dalle cose che patisce, fino alla morte di croce. La croce è il punto di massima distanza: è una “maledizione” secondo la Legge e una “scomunica” sociale, poiché avveniva fuori dalle mura della città. Gesù viene rigettato dagli uomini e sembra apparentemente maledetto da Dio stesso.
La risposta del Padre: l’esaltazione e la Signoria di Gesù Cristo
A questo punto, l’inno segna un capovolgimento radicale introdotto da un “per questo”. Nella terza strofa, il soggetto diventa Dio Padre. Quando Gesù entra nella morte, il Padre interviene con un atto di pura gratuità. Non si tratta di una “ricompensa” dovuta a un merito, ma di un dono: Dio gli fa grazia di un nome nuovo.
Paolo usa termini superlativi: parla di una “super-esaltazione” (yper). Il Nome di “Signore”, proprio di Dio, viene donato allo schiavo, conferendogli la signoria sul cosmo intero. È importante notare che questa glorificazione non è solo qualcosa che accade “dopo” la morte; per Paolo (e in sintonia con l’evangelista Giovanni), lo splendore della signoria di Cristo è già misteriosamente presente nel suo abbassamento. L’umiliazione è già gravida di risurrezione.
Nella strofa finale, vediamo il compimento di questa storia. La conclusione non è un semplice ritorno del Figlio al Padre in un cerchio chiuso. È piuttosto una spirale aperta che coinvolge tutti noi. L’Unigenito diventa il Primogenito di molti fratelli. Lo scopo finale è la confessione universale di tutto il creato: che ogni lingua proclami che “Gesù Cristo è Signore” a gloria di Dio Padre.
Abitare la Pasqua oggi
Questo antico inno ci consegna un’immagine di Dio che scardina i nostri schemi: essere Dio significa essere servo. La Pasqua ci chiama allora a seguire questa linea di ascolto e di obbedienza alla volontà del Padre. Siamo invitati non a “fare i muscoli”, ma ad abitare dentro questi sentimenti di Cristo.
L’augurio per questa Pasqua 2026 è che essa segni per ciascuno di noi, e per la nostra comunità, un vero passaggio: dalla tristezza e dalla delusione alla speranza; dalla ricerca dell’interesse proprio alla carità verso l’altro; dalla vanagloria all’umiltà della sequela.
Possa la nostra vita diventare, come quella dell’Apostolo Paolo, una testimonianza della ricchezza del Vangelo, vissuta in quella libertà che solo chi sa “svuotarsi” per amore può davvero conoscere. Buona Pasqua di Risurrezione a tutti voi. (Di fr Andrea Oltolina, priore)
Tra il 6 e il 7 novembre 2025, con tre amici della Fondazione Beato Angelico di Milano, abbiamo intrapreso un viaggio di studio sulle tracce dell’artista cappuccino fra Roberto Pasotti, oggi novantaduenne.
La salita al sacro monte di Brissago è forse una delle passeggiate più suggestive della parte svizzera del lago Maggiore. Ci si inerpica in una valle stretta, come un'antica mulattiera, da cui il lago si vede solo a scorci, ma l'atmosfera che trasmettono queste antiche pietre è quella di vero raccoglimento. Il rumoreggiare del torrente sul fondo e l'umidità tersa della valle sono propizi alla riflessione interiore e silenziosa sui misteri della Passione. Qui nel 2000 fra Roberto ha realizzato la sua Via Crucis, un tema caro alla tradizione francescana e su cui il cappuccino ticinese è tornato a più riprese, indagandolo con grande profondità. Il tema della Via Crucis è infatti centrale nella sua ricerca artistica. La prima volta che fra Roberto dipinse una Via Crucis fu nel 1961 per il convento di Wil (San Gallo), poi nel 1986 nella chiesa di Arbedo, ma questa volta era una via crucis su vetrata. Si attenne in quest’ultimo caso a tre semplici colori: il bianco, l'azzurro e il giallo, seguendo una linea di semplificazione cromatica che fa propria anche nella Via Crucis di Brissago. I lavori di fra Roberto a partire dagli anni '90 vedono il convergere del colore e della tonalità verso l'amaranto, l'ametista, il viola malva, il blu di Cina e l'azzurro polvere. Su questi sfondi spatolati e vibranti vanno costruendosi le geometrie delle figure nelle alternanze di grigi che spaziano dalle vibrazioni più tenui della cenere a quelle potenti e quasi industriali dell'antracite.
L’uso della geometria e del colore trasforma, infatti, il dolore fisico in un’esperienza spirituale quasi architettonica.
Le opere dominate da linee diagonali che tagliano lo spazio sono così pervase come da fasci di luce fredda che creano un senso di movimento e di pressione ora verso il basso ora verso l'alto, a seconda del significato che fra Roberto vuole dare al suo lavoro, ma sempre interagendo con il peso che grava la figura di Cristo.
Il corpo viene ridotto a volumi essenziali, talvolta quasi trasparenti, accentuando il fulcro emotivo attorno ad un unico elemento, come nella splendida Morte in croce, dove tutta l'attenzione è catturata dallo spasimo del torace. Questa semplificazione della figura umana ne accentua la fragilità, suggerendo una solitudine profonda, ma anche una Passione che travalica i semplici oggetti del martirio, per divenire, come spesso accade nella tradizione francescana, qualcosa di cosmico, che coinvolge i venti, la terra, le acque. Sarà anche per questo che la Via Crucis funziona così bene in questa stretta valle, dove gli elementi naturali, come gli azzurri del lago, pur presenti sembrano ritirarsi dietro il grigio delle pietre del cammino e dei tetti montani.
In questa Via Crucis fra Roberto sposa le innovazioni dell'astrattismo figurativo del grande pittore svizzero Ferdinand Gehr, a cui l'anno scorso abbiamo dedicato le copertine della nostra newsletter, ma optando per una dimensione meno radicale e più illustrativa, anche se è soprattutto nelle scelte più astratte che questa Via Crucis trova la sua più felice espressione, come nella Veronica e nella Caduta. È un modo di trattare il tema della Passione che rimanda all'incisione, soprattutto per la priorità accordata al segno grafico stilizzato usato per parlare della croce, del velo, delle lance, della luna… In questo caso la sintesi asciuga il dramma, trasformando la contemplazione del dolore in un incontro silenzioso e metafisico. Alcune scelte, inoltre, come il sudario della Veronica lasciato bianco come una finestra di luce che interrompe le trame blu e viola della composizione, sono in questo senso particolarmente innovative.
Il 2000, anno in cui Fra Roberto Pasotti completa la Via Crucis di Brissago, rappresenta un momento di profonda transizione per la Chiesa in Svizzera. Non è solo il passaggio del millennio, che avviene sotto il segno del Grande Giubileo, ma anche il culmine di un decennio che ha cambiato il volto religioso e culturale del Paese.
Il Grande Giubileo del 2000, che la Chiesa cattolica visse come un invito a "prendere il largo" verso il nuovo millennio, si tradusse in Svizzera, tra le altre cose, nel restauro di molti siti storici, come il complesso di Brissago, restaurato dall'architetto Luigi Snozzi. L'elezione del linguaggio geometrico e dell’astrattismo figurativo in quegli anni non è solo una scelta di stile, ma di senso: è la volontà della Chiesa di parlare il linguaggio scarno e diretto dell'uomo moderno, cercando in modo più massiccio un contatto che superi i vecchi schemi decorativi. Sono scelte che in qualche modo ritroviamo anche nel nostro monastero di Dumenza. Sono gli anni in cui, anche a fronte di un primo significativo calo dei praticanti, l'arte risponde con un accento più austero e francescano, creando un ponte con quelli che allora chiamavamo i “non-credenti” attraverso numerose riflessioni filosofiche sul tema della sofferenza. Un documento fondamentale per capire quest'opera e quest'epoca mi pare propri quella Lettera agli Artisti che san Giovanni Paolo II pubblicò nel 1999. In essa il Papa chiedeva agli artisti di essere "profeti" capaci di rendere visibile l'invisibile, superando la pura estetica per toccare lo spirito. Fra Roberto incarna perfettamente questo mandato. Le sue figure a Brissago non cercano la bellezza rassicurante della forma classica, ma la potenza del simbolico, pur restando sempre volutamente leggibili. In quei primissimi anni 2000, mentre la Chiesa svizzera vedeva i propri confini istituzionali farsi più incerti, l’opera di Fra Roberto rispondeva con la forza dell’essenziale. È un’estetica della spoliazione, che cercava di interagire anche con chi si sentiva lontano dai recinti ecclesiali. In questa stretta valle di Brissago, tra il rumore del torrente e il silenzio delle pietre restaurate, la Via Crucis di Fra Roberto diventa così il manifesto di una spiritualità che non temeva la modernità, ma la attraversava. Era il tentativo riuscito di riconquistare non tanto un primato sociale, quanto una verità interiore, trasformando il cammino del Calvario in un ponte luminoso teso verso il nuovo millennio. (Di fratel Alberto Maria Osenga)
La vita e la personalità del fondatore di Amay-Chevetogne sono caratterizzate da una grande apertura di orizzonti. Nato nel 1873 a Rosoux, in Belgio, in una famiglia numerosa, aperta all’ospitalità, si trova naturalmente a crescere in clima di relazioni e di dialogo. L’orientamento di pensiero dei suoi genitori, animati da una fede profonda, si ispira al liberalismo e rifugge da ogni forma di tradizionalismo chiuso e immobilistico. Lambert matura precocemente l’orientamento al sacerdozio secolare e, molto sensibile alle tematiche sociali, studia con entusiasmo la Rerum novarum, entrando dapprima nella Congregazione dei Cappellani del Lavoro dedita ad aiutare gli operai nelle loro difficoltà socioeconomiche, abitative e relazionali.
Successivamente, una ricerca spirituale intensa e profonda orienta Lambert Beauduin alla scelta monastica: nel 1906 entra nell’abbazia benedettina di Mont-César di cui era allora priore dom Columba Marmion, il futuro beato. L’incarico datogli dall’abate di tenere un corso di teologia dogmatica, nonostante l’età giovanile, è un’occasione, per la sua intelligenza aperta, di darsi con grande passione a studi approfonditi. Già aveva avuto inizio il movimento liturgico di dom Guéranger. Beauduin sente l’urgenza non tanto di approfondimenti culturali di élite, quanto di attività pastorale per avvicinare il popolo di Dio alle fonti liturgiche della vita cristiana. Il servizio di offrire sussidi liturgici con traduzioni dei testi ai frequentatori del monastero per favorire la partecipazione dialogata è un primo passo che dà inizio a un’intensa attività nel campo della pastorale liturgica. Ne scaturirà nel 1910 la fondazione della rivista Quéstions liturgiques. L’impostazione dell’attività pastorale del vescovo di Malines, card. Mercier, aperto alle prospettive del movimento liturgico, sostiene e incoraggia le iniziative del Beauduin.
Lo studio della liturgia si allarga a tutti i campi connessi e la patristica è per Beauduin un campo nuovo di entusiasmante scoperta, dato che l’impostazione dello studio teologico era allora molto improntato ai metodi manualistici e ai contenuti della scolastica. L’attrazione verso la dottrina teologica che sta a fondamento della liturgia porta il Beauduin, che non aveva fatto studi accademici, ad un’intensa ricerca personale nei campi della ecclesiologia, della cristologia, della sacramentaria. In particolare, approfondisce la teologia del battesimo e dell’Eucaristia e specialmente l’aspetto del sacrificio e della cena, meno invece la messa dei catecumeni, purtroppo marginalizzata dall’uso del latino nelle letture.
Matura così in lui una visione della Chiesa non tanto come realtà gerarchica, quanto piuttosto come Corpo mistico di Cristo. Beauduin comprende come sia essenziale riscoprire il sacerdozio battesimale dei fedeli e favorire la partecipazione attiva alla liturgia concepita come la preghiera del Figlio al Padre che, mediante la Chiesa, unisce cielo e terra. I fedeli del suo tempo, esclusi dalla comprensione dei misteri, riducevano la preghiera a devozioni superficiali. Egli vede, invece, la grandezza della vita cristiana come vocazione filiale che ci incorpora a Cristo e sotto la guida dello Spirito ci orienta al Padre. La dimensione cristologica e trinitaria della vita battesimale è sempre più evidenziata nei suoi scritti.
Anche i testi della liturgia antica sia occidentale che orientale sono da lui approfonditi: egli sottolinea la struttura della preghiera, che si rivolge al Padre, per Cristo nello Spirito; il valore comunitario e la dimensione di trascendenza della preghiera liturgica vengono messi in evidenza in una visione della liturgia davvero profetica, che sotto molti aspetti anticipa la prospettiva della Sacrosanctum concilium.
Sono molto determinanti per il pensiero e per la personalità di Beauduin gli anni dal 1921 al 1924 in cui viene inviato come professore all’Ateneo benedettino Sant’Anselmo. Gli si offrono occasioni di studi, di incontri e scambi culturali che, in certi settori, mutano profondamente le sue concezioni precedenti. Egli stesso dichiara che, fino ad allora, condivideva l’interpretazione restrittiva della massima “extra Ecclesiam nulla salus”: definiva “sette” le chiese cristiane non cattoliche ed “eretici e scismatici” anglicani, protestanti e ortodossi. Era allora imperante nella chiesa cattolica l’uniatismo che tendeva a imporre la latinizzazione alle chiese orientali, praticando una pastorale di proselitismo che ravvisava nella rivoluzione bolscevica un’occasione per “convertire” la chiesa russa incorporandola nella chiesa cattolica romana. Poteva alimentare una simile prospettiva anche l’affluire nell’Europa occidentale di profughi russi che si sottraevano alla persecuzione.
Queste impostazioni non corrispondevano tuttavia al pensiero di tutti i pontefici: orientamenti ben diversi si possono infatti rilevare nel pontificato di Leone XIII e di Benedetto XV, aperti alla valorizzazione della cultura delle Chiese orientali e consapevoli che il cammino verso l’unità delle chiese cristiane non poteva significare la soppressione della ricchezza spirituale delle liturgie dell’Oriente e che, lungi dall’imporre un’uniformità dogmatica, era necessario piuttosto realizzare rapporti di rispettosa conoscenza reciproca e di valorizzazione delle differenze. Benedetto XV istituisce la Sacra Congregazione per le Chiese Orientali assumendone personalmente la carica di Prefetto, e l’Istituto di studi Orientali, sotto la direzione di Ildefonso Schuster, al fine di offrire corsi di formazione liturgica di qualificato livello sia a studenti cattolici che ortodossi favorendo la reciproca conoscenza.
Padre Lambert ha preziose occasioni di incontri e di amicizia non solo nell’ambito dell’Ateneo Sant’Anselmo, ma anche con docenti e studenti del Collegio Greco, che aprono i suoi orizzonti alla conoscenza della liturgia e della teologia bizantina. Personalità portata al dialogo, all’ascolto, alla relazione e all’amicizia, matura nel corso di questi anni una profonda evoluzione circa i rapporti con le comunità cristiane non cattoliche.
Papa Pio XI aveva individuato nell’Ordine benedettino un possibile forte sostegno nell’impegno di avvicinamento alla Chiesa russa e aveva rivolto un appello in tal senso agli abati, attraverso il Primate. L’iniziativa, però, non aveva trovato risposta. Se l’impostazione di Pio XI non si discostava sostanzialmente dai progetti unionisti, p. Lambert Beauduin vi coglieva comunque un’occasione per progettare un’attività ecumenica in ambito monastico. Nel dicembre 1923 faceva pervenire a Pio XI un rapporto intitolato Projet d’érection d’un institut monastique en vue de l’apostolat de L’Union des Églises. Immediatamente, alla lettura di questo documento, si è colpiti dalla chiarezza di uno scopo profondamente originale, sia per le realizzazioni che propone che per lo spirito che l’anima. L’intuizione di base vede nell’istituzione monastica un mezzo particolarmente appropriato per “avvicinarsi a una Chiesa ove il monachesimo ha un’importanza considerevole”. Il nuovo monastero sarebbe esclusivamente dedito all’apostolato dell’Unità e tutto – formazione, studi, osservanze – sarà concepito in funzione di questi obiettivi. I suoi membri si chiameranno “Monaci dell’Unione” e non più “benedettini”; dipenderanno direttamente dalla Santa Sede, allo scopo di sfuggire al controllo, ritenuto paralizzante, delle autorità dell’Ordine. Sul piano pratico, il Progetto si mostra realista. Nessuna fondazione in Oriente per il momento, ma una duplice istallazione: a Roma per gli studi e per rinforzare i legami con la Santa Sede, in Occidente per il reclutamento e la raccolta delle risorse. Il carattere internazionale della popolazione monastica permetterà di evitare lo scoglio del nazionalismo. Il compito sarà duplice: per prima cosa, con la preghiera, la propaganda e lo studio, si perseguirà l’obiettivo di creare negli Occidentali un movimento in favore dell’Unità; dall’altra parte, si inizierà a effettuare in Oriente un lavoro di ricerca, di assistenza temporanea e, ultimamente, la fondazione di un focolare di vita liturgica, monastica e scientifica. Unionista nella sua dichiarazione iniziale, il Progetto d’erezione contiene, tra le righe, numerosi tratti che rivelano un’attitudine ecumenica: la decisione di lanciarsi in un’azione “lenta, pacifica e fraterna”, in una “atmosfera di fiducia reciproca” e un clima di trasparenza che non nasconde le difficoltà; la cura di un’informazione oggettiva; soprattutto la preoccupazione di scoprire i valori presenti nell’altro, l’insistenza sugli articoli di fede posseduti in comune, il rifiuto di polemizzare, il ricorso a metodi scientifici e di sana critica, l’attenzione prestata alle iniziative di riavvicinamento fra confessioni cristiane non cattoliche; inoltre, il rigetto di qualsiasi proselitismo. Tutto questo dimostra che già nel novembre 1923, dom Lambert professa delle idee che si staccano nettamente dall’unionismo allora quasi universalmente diffuso presso i responsabili cattolici. Alcuni accenni unionisti sono ancora presenti, ma unicamente destinati a rassicurare o ammansire le autorità.
L’abate di Mont-César, comunità di appartenenza di P. Lambert, approva il progetto a condizione che non gravi sul monastero l’impegno finanziario. Beauduin si adopera con audacia ed entusiasmo, contando sull’aiuto economico della sua famiglia di origine e di alcuni benefattori. Trova disponibile un Monastero, lasciato libero da monache benedettine, ad Amay-sur-Meuses. Ma a due mesi dalla progettata inaugurazione nel novembre del 1925 vi sono solo tre monaci che hanno aderito. Già nel 1928, tuttavia, si è costituita una comunità di venti membri piuttosto eterogenea: monaci, sacerdoti secolari, giovani postulanti di diverse nazionalità. Gli inizi sono duri: mancano l’acqua, il vitto, i mobili necessari…
I principi cui si ispira Beauduin sono: il ritorno alla spiritualità monastica prima della separazione del sec. XI, la centralità della Scrittura, della lectio divina, della celebrazione liturgica nei due riti, latino e bizantino, la celebrazione della pasqua settimanale, l’unità della comunità senza discriminazioni, abolendo quindi i conversi, lo spazio dato allo studio della Bibbia, della liturgia, della teologia. Viene rigorosamente stigmatizzata la sacralizzazione degli aspetti esterni alla Regola e insegnata l’obbedienza con senso di responsabilità, viene dato il giusto spazio al lavoro manuale, raccomandati l’equilibrio nell’ascesi e l’apertura ecumenica senza atteggiamenti di proselitismo, in spirito irenico e con apprezzamento delle ricchezze dei fratelli separati.
Nonostante la precarietà della situazione, l’intraprendenza di Beauduin è tale che, con l’aiuto della sua famiglia e di alcuni benefattori, riuscirà a installare due cappelle, una per il rito latino e una per il rito bizantino, e a preparare una biblioteca ricca di opere liturgiche e patristiche: Patrologia latina e greca del Migne e persino la patrologia siriaca. Ma in modo piuttosto spericolato, senza avvertire il primate, apre fondazioni nelle Fiandre. Una gravissima perdita è la morte del suo grande protettore, il card. Mercier, nel 1926, pastore estremamente aperto al dialogo ecumenico con gli anglicani. Con grande audacia Beauduin inizia la pubblicazione del periodico Irenikon, che riscuote notevole successo: duemila abbonati solo due anni dopo l’inizio (1926), con grande interesse specialmente da parte degli anglicani. Ma non mancano subito le critiche di chi considera troppo spinta l’apertura ai non cattolici. Frattanto le correnti conservatrici premono su Papa Pio XI perché riconfermi la linea del tradizionalismo unionista.
La visita di Amay da parte del nunzio pontificio fin dall’inizio evidenzia lati criticabili, soprattutto una eccessiva apertura nei confronti dei non cattolici, dei giovani, delle donne. La determinazione e l’entusiasmo di Padre Lambert lo trascinano a decisioni imprudenti: chiede l’autorizzazione ad avere un noviziato canonico all’Istituto Orientale senza informare il Primate, Fedele von Stotzingen, compie tentativi di fondazione nelle Fiandre, accetta la professione di un novizio senza avere ancora ricevuto il decreto di erezione canonica del Monastero…Tutto ciò esaspera il Primate, del tutto chiuso tra l’altro a una prospettiva di dialogo ecumenico e legato a un’impostazione unionista. Ottenuta l’approvazione pontificia a una visita canonica ad Amay, comunità intanto giunta a una quarantina di membri, il visitatore censura le concezioni del Beauduin, ritenuto sospetto di modernismo, impone la Regola benedettina e le Costituzioni della Congregazione belga, contesta la legittimità giuridica delle delibere relative all’iter di formazione monastica, rileva non solo un’eccessiva apertura alle varie confessioni non cattoliche, ma il sostanziale accantonamento del progetto del Papa, volto unicamente al rientro dei cristiani russi nella chiesa cattolica. Ad Amay, infatti, si pratica il dialogo ecumenico con anglicani e protestanti e non solo con ortodossi. A rendere più grave la situazione è la gestione finanziaria disastrosa e il fatto increscioso del passaggio all’ortodossia di un monaco di Amay.
Padre Lambert nel 1928 è costretto alle dimissioni e all’esilio. Con umile dignità obbedisce, anche se commette l’imprudenza di qualche visita e intromissione. Mai però verranno meno i suoi grandi ideali di vita. In una lettera del dicembre 1930 scrive: “sono stupito io stesso della mia resistenza e della mia calma. Poche cose giungono ad emozionarmi profondamente. La liturgia e l’unione delle Chiese costituiscono per me un solo ideale che basta a riempirmi di una gioia profonda”.
Trascorrerà al Monastero di En-Calcat anni di doloroso esilio e di fatica a vivere le austerità della Regola in una situazione di salute ormai precaria, suscitando comunque profonda stima nell’abate e nella comunità e simpatia nei monaci giovani. Nel 1934, alla conclusione di questa permanenza, subirà l’umiliazione di un diniego a ristabilirsi a Mont-César. Dovrà provvedere al proprio mantenimento svolgendo le funzioni di cappellano presso comunità femminili vicino a Parigi. Coglie allora l’occasione per collaborare con i domenicani a progetti di pastorale liturgica. Solo nel 1951 gli sarà concesso di ritornare, senza alcuna carica e nell’ombra, tra i suoi, che nel frattempo si erano trasferiti da Amay a Chevetogne. Gli ultimi anni - muore nel 1960 - trascorsi nella fedeltà umile alla vita monastica, pur con gravi travagli di salute, fanno emergere i tratti più caratteristici della sua personalità: uomo di Chiesa e di riavvicinamento, anche se, per la precocità delle sue idee, fu un segno di contraddizione. Aperto a tutti, ma profondamente raccolto nella sua pace interiore, era un contemplativo che sprizzava attività, un uomo d’azione che sapeva cancellarsi davanti alla sua missione senza ombra di orgoglio. Risolutamente ancorato nel Soprannaturale, aderiva solidamente ai valori umani, amabile e accogliente verso tutti, ma assetato di silenzio. La passione per la Chiesa, il Cristo totale, per la liturgia che unisce terra e cielo, persona e comunità, gli dettava anche il desiderio di una unità dei cristiani realizzata come armonia dei diversi anziché come omologazione, per riflettere limpidamente la vita trinitaria. Per lui la croce non era mai dissociata dalla luce della Pasqua: sofferenza e umiliazione, anche negli anni più difficili, non potevano alterare la sua interiore gioia di comunione con il Cristo risorto. Profondamente attaccato al carattere umano di Cristo, il suo cuore era una liturgia immersa nel “seno del Padre”. (Di madre Maria Geltrude del Divin Cuore, OSBap del Monastero di San Benedetto in Milano)
La comunità monastica del Cristo Pantocratore nasce ufficialmente nel 2018, ma le sue radici risalgono al 2015, quando i primi membri iniziarono a vivere insieme, in forma di vita comunitaria, presso l’antico Eremo di San Donato di Como. Era un inizio semplice, senza strutture definite, segnato soprattutto dal desiderio di condividere la preghiera, il lavoro e un cammino di discernimento monastico nel contesto della diaspora ortodossa in Italia.
L’attuale Igumeno del monastero, l’Archimandrita Victor Cretu, allora ancora laico, aveva 22 anni e giunse in Italia per proseguire la laurea magistrale presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale. Aveva già compiuto gli studi al seminario di Chișinău e presso l’Accademia Teologica di Kiev, nella storica Lavra delle Grotte.
Dalla Moldova arrivò anche l’Archimandrita Hristofor Bordian, monaco dell’antico monastero di Hîrbovat, che a quel tempo era ieromonaco di 28 anni. La sua esperienza monastica contribuì a dare maggiore stabilità alla giovane fraternità.
La fondazione e un passaggio difficile
Il 20 aprile 2018 S.E. Jean Renneteau, Arcivescovo delle Chiese ortodosse di tradizione russa in Europa Occidentale — diocesi con sede presso la Cattedrale di Sant’Alexander Nevsky a Parigi — benedisse ufficialmente la fondazione del Monastero Ortodosso del Cristo Pantocratore, nominando responsabile l’attuale Igumeno, che allora era diacono.
In quel periodo, però, la comunità non viveva più presso l’Eremo di San Donato. La chiesa, essendo proprietà privata, era stata venduta e i nuovi proprietari avevano altri progetti. La giovane comunità si trovò così senza una sede stabile.
Fino al 2020 visse in una casa privata, mentre cercava attivamente un luogo adatto alla vita monastica. Nel frattempo continuava a prendersi cura della comunità dei fedeli che frequentavano l’eremo e che avevano scelto di restare uniti, costituendo una parrocchia nella città di Como, ancora oggi esistente e dedicata proprio a San Donato.
L’incontro con Novara e l’arrivo ad Arona
Nel 2019, grazie a padre Michel Van Paris e ai monaci di Bose, fu possibile incontrare il Vescovo di Novara, mons. Franco Giulio Brambilla. Con grande disponibilità, egli accolse la nuova giovane comunità monastica, indicando come possibile luogo di vita il Monastero della Visitazione di Arona, chiuso da alcuni anni.
Dopo l’incontro con Madre Maria Elisabetta Modè, che accolse con gioia la richiesta dei monaci ortodossi, nell’ottobre 2019 la comunità visitò per la prima volta il monastero. Si iniziò a preparare il trasferimento, ma la pandemia di Covid-19 e il divieto di spostamenti tra regioni impedirono ogni movimento fino al giugno 2020.
Il 3 giugno 2020 la comunità entrò finalmente nel Monastero di Arona. Erano in quattro. Dopo circa un mese rimasero in due: il lavoro, le condizioni materiali e le responsabilità apparivano troppo difficili per alcuni. Fu un momento di prova reale, vissuto senza idealizzazioni. Nei mesi successivi, però, iniziarono ad arrivare nuovi fratelli e sorelle, e la comunità riprese gradualmente a crescere.
Il 26 settembre 2021 padre Victor è stato elevato al rango di Igumeno e ha ricevuto il pastorale di Abate, segno che l’Arcidiocesi delle Chiese ortodosse di tradizione russa in Europa Occidentale riconosceva nella comunità, pur giovane e in cammino, un vero monastero.
Una presenza tra Arona e Agra
Attualmente la comunità del Monastero del Pantocratore conta 22 membri. Undici vivono ad Arona; gli altri, da poco tempo, conducono una vita più eremitica in un monastero ad Agra, concesso dalle monache Romite Ambrosiane, grazie alla buona parola dei monaci benedettini di Dumenza.
La maggior parte dei membri residenti ad Arona è di origine moldava, tranne due sorelle: una di origine ucraina e l’altra di origine albanese. Tutti vivevano da molti anni in Italia - alcuni sono già cittadini italiani - e la loro vocazione monastica è maturata proprio qui. È una comunità nata nella diaspora e cresciuta nel contesto italiano.
La comunità di Agra ha invece una storia più lunga: i fratelli e le tre sorelle guidate da padre David Korablev provenivano da una comunità ben consolidata in Russia e hanno scelto di trasferirsi in Italia quasi dieci anni fa.
L’età media dei membri è di circa 35 anni.
Lo stile spirituale
La vita della comunità è centrata sulla preghiera e sull’obbedienza. Padre spirituale della comunità è il Vescovo Simeon Cossec, dalla Francia, da 45 anni abate del Monastero di San Siluan vicino Le Mans. Egli è, come il Metropolita Jean, figlio spirituale del grande asceta e padre spirituale san Sofronio (Sakharov), recentemente canonizzato, fondatore del Monastero di San Giovanni Battista di Essex (Gran Bretagna), a sua volta discepolo di san Silvano del Monte Athos.
Fin dall’inizio il monastero cerca di ispirarsi a questo stile “sofroniano”, tentando di armonizzare la vita cenobitica - fondata sulla fraternità concreta - con la dimensione esicasta, più interiore e silenziosa.
La comunità si riunisce almeno tre volte al giorno per la preghiera: al mattino presto per il Mattutino; a mezzogiorno per l’Ora Sesta e l’Acatisto alla Madre di Dio; alla sera per i Vespri e poi per la Compieta. Dopo la Compieta si cerca di mantenere il silenzio, per favorire lo studio e la preghiera personale nella cella.
Lavoro e accoglienza
Una parte importante della giornata dei monaci di Arona è dedicata al mantenimento della struttura, che necessita ancora di molte riparazioni e adeguamenti. È un lavoro continuo, spesso nascosto, ma indispensabile.
Un’altra dimensione fondamentale è l’ospitalità. La comunità riceve quasi ogni giorno persone per colloqui spirituali, oppure ospiti che desiderano soggiornare per un periodo in foresteria, in cerca di un tempo di silenzio e di respiro spirituale.
Nel mondo ortodosso i monasteri sono molto apprezzati dai fedeli. In Italia, dove i monasteri ortodossi sono pochi, il Monastero del Pantocratore sta diventando progressivamente più conosciuto tra gli ortodossi e meta di pellegrinaggi. La domenica molti fedeli, anche da lontano, partecipano alle celebrazioni, si confessano e condividono un momento di comunione fraterna. Ogni domenica il pranzo viene offerto a tutti i presenti.
Tra i lavori quotidiani vi sono anche la cucina, la sartoria e un piccolo laboratorio iconografico. Durante l’estate la comunità organizza campi estivi per ragazzi, con particolare attenzione alla vita spirituale e alla preghiera.
Il Monastero del Cristo Pantocratore resta una comunità giovane, ancora in crescita, segnata da inizi semplici, prove concrete e nuove possibilità. Non una realtà già compiuta, ma un cammino che continua giorno dopo giorno, con l’intento di vivere la preghiera, la fraternità e l’ospitalità come risposta alla chiamata di Dio - nella consapevolezza che tutto è dono e che ogni passo è sostenuto dal Signore, vero donatore di ogni bene. (Dell'Archimandrita padre Victor Cretu)
“Virgo pulcherrima, omnium oculis gratiosa”
Ferrara nasce nell’acqua, prima borgo poi città governata da nobile casato: gli Estensi. Il volubile carattere del “grande fiume” – impaziente di terminare la sua corsa, iniziate tra le nevi delle Alpi piemontesi, perdendosi in un abbraccio dolce salato tra le onde del mare Adriatico – rompendo gli argini, a causa delle piene, prima qui, poi là, poi nuovamente qui, determinava la formazione di “polesine di terra”, isole o lingue emerse dove i primi abitanti poterono di volta in volta prenderne possesso cominciando a governarle.
Beatrice II, marchesina d’Este (nipote e cugina rispettivamente di Beatrice I - monaca benedettina, fondatrice di un monastero sul monte Gemola, vicino a Padova – e di Beatrice III, per il tempo di un battito di ciglia regina di Ungheria), nasce nel 1226 nel castello di Calaone, una trentina di chilometri da Este. È il tempo in cui i Signori (in quel momento, Azzo VII, padre di Beatrice) dell’omonima casata, consolidato il potere nel feudo d’origine, si apprestavano a conquistare – attraverso intrighi, rovesci, battaglie, mezzi ai quali la Storia degli uomini sovente ricorre per scrivere le proprie pagine – la signoria della città di Ferrara.
Durante la sua giovinezza, Beatrice sarà chiamata ad affrontare dure e spesso dolorose prove, alleviate dalle amabili cure e dagli illuminati insegnamenti prima della madre (Giovanna di Puglia) e - una volta venuta a mancare quest’ultima (la nostra aveva sei anni!) - della matrigna Mabilia. Furono queste prove a forgiare il desiderio di sé stessa come dono totale a Dio, desiderio che cresce e si rafforza giorno dopo giorno, tanto da farle rinunziare all’opulenza, all’agio e ai privilegi che i suoi natali le assicuravano, per abbracciare l’insondabile mistero di Cristo crocifisso.
Alla possenza e stabilità dei torrioni di un castello, Beatrice preferisce la precarietà, la fragilità di poveri muri entro cui ritirarsi - affidandosi all’austero magistero della Regula monachorum dettata da San Benedetto - lontana dal mondo, crudele e violento; muri da difendere dalla forza dell’acqua, cieca e indifferente, dalle malattie, dall’insalubre clima delle paludi che circondavano le isole. Azzo VII, vinto da tanta santa testardaggine da parte della figlia nel perorare il suo desiderio di donarsi completamente a Dio - così da diventare “sposa del Signore” – concede, accompagnata dalla benedizione di papa Innocenzo IV, la chiesa di Santo Stefano della Rotta di Focomorto (oggi ad una manciata di chilometri della cinta muraria della città di Ferrara); insieme a lei la fedele e devota damigella Meltruda da Padova, non più dama di compagnia, ma sorella nella fede! [“non c’è né schiavo né libero…perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28)].
Beatrice diventa monaca il 26 giugno 1254, cantando per tre volte, come richiesto dalla Regola (LVIII, 21), la propria oblazione totale allo Sposo mistico: “Suscipe me, Domine, secundum eloquium tuum et vivam, et ne confundas me ab exspectatione mea” (Ps. 119,116). Scrive il Monachus Patavinus riguardo alla professione solenne della nostra: “Divini amoris igne succensa, amitae suae vestigia cupiens pro vinibus imitari, ornamentis depositis pretiosis, religionis habitum intrepida mente suscepit” (“Infiammata dal fuoco dell'amore divino, desiderosa di seguire le orme della zia [Beatrice I, n.d.r.], abbracciò senza timore l'abito religioso, abbandonando i suoi preziosi ornamenti”).
Sorella Beatrice accoglie “lo scandalo della croce” (1 Cor 1,23) affrontando le prove cui viene sottoposta, quelle che la segneranno in modo indelebile, in particolare il dolore, riservatole fin da fanciulla, causatole dai rovesci e dai lutti a carico dei suoi affetti familiari più cari - sostenendosi grazie ad una fede in Cristo, questa sì, nobile, incrollabile, incorruttibile: “…riempivano le tenebre con la forte e paziente angoscia della loro supplica a Dio; e la potenza della loro preghiera: lo Spirito di Cristo celava la Sua forza nelle parole che le loro voci esprimevano…”.
La sostiene altresì una comunità monastica formatasi in breve tempo attorno a questo fuoco che arde potente, forse troppo per un fisico allo stremo, ma mai abbastanza per un cuore innamorato di Dio; insieme, anche un popolo – composto da diseredati e ultimi tra gli ultimi – attratto in breve tempo dalla Carità che tanta devozione al Signore sprigiona (1 Cor 13, 1-13), riconosce in lei un dono del Cielo e alla prematura morte ne venererà il culto (1270) proclamandone subito la santità. Beatrice sarà elevata agli altari del cielo da Clemente XIV nel 1774. Si rende necessario un trasferimento, dovuto al considerevole numero di consorelle rispetto all’effettiva capacità di accoglienza dell’attuale complesso monastico di Santo Stefano. Anche questa volta, attraverso l’azione del padre e l’intercessione del nuovo papa, Alessandro IV, Beatrice e le sorelle approderanno all’isola di San Antonio in Polesine occupando un convento già agostiniano.
Beatrice fonda così il monastero di San Antonio in Polesine in Ferrara (ella viene rappresentata nei dipinti con una mano che stringe il giglio, simbolo di completa abnegazione, e con l’altra - quasi a volerla proteggere - sostiene una chiesa), ma non ne fu mai l’Abbadessa, e neppure Priora; dimentica dei suoi nobili e potenti natali decise coerentemente coi suoi propositi di assoggettarsi all’azione dello Spirito seguendo l’insegnamento impartito da San Benedetto: “Regula appellatur ab hoc quod oboedientum dirigat mores” secondo quanto insegna l’incipit al testo della Regola (“Regola è chiamata perché dirige la vita di quelli che obbediscono”). Ella scelse di salire instancabilmente i dodici gradini attraverso cui la suddetta Regola (RB VII) descrive quel percorso spirituale che è l’umiltà, percorso indispensabile per tendere all’incontro della propria anima con Dio. “Il segno più evidente dell’umiltà – decreta San Benedetto (RB V,1) – è la prontezza nell’obbedienza”. Attraverso questa ascesi, Beatrice desidera raggiungere “l’eroismo dell’obbedienza”. Le monache consorelle le attribuiranno il “titolo” di Madre; nessuna meglio di lei è stata e sarà in grado, fino al suo ultimo giorno terreno, di aiutarle nell’affrontare afflizioni e dolori materiali e spirituali. È stata un esempio, “vitam ducendo cum multis honestis virginibus, illus exemplo congregatis” (“conducendo una vita con molte vergini oneste, riunite insieme dal suo esempio”) e lo è ancora oggi, ispirando e vegliando sulla comunità di S. Antonio in Polesine, che, dopo quasi 800 anni di ininterrotta preghiera nascosta agli occhi del mondo, continua nel perpetrare la memoria e l’esempio della fondatrice. Sempre! Nonostante le carestie, la peste, le inondazioni, gli intrighi di corte, le battaglie e le guerre, Napoleone, i Savoia, la Wehrmacht in ritirata… “Nel giorno del Giudizio (…) i cittadini di quella grossa metropoli … dalle possenti costruzioni rimarranno stupiti e sbigottiti vedendo chi era stato a impedire che i fulmini della collera di Dio l'avessero da tempo (la città, nd.r.) cancellata dalla faccia della terra”.
Madre Beatrice II d’Este, già in odore di santità, muore il 18 gennaio del 1262, consunta da digiuni e penitenze per poter compartecipare alla passione di e con Cristo: “vitae cursum feliciter consumando, beatissimam animam suo reddidit Creatori” (“Completando con successo il corso della sua vita, restituì la sua anima benedetta al suo Creatore”).
Lascia orfano anche un popolo che la venera e che da lei non vuole staccarsi. Nasce il prodigio prima del “liquore” (della Beata), distribuito dalle consorelle alla popolazione bisognosa di conforto materiale e spirituale, ottenuto, per quasi tre secoli, dal lavaggio con acqua e vino del corpo incorrotto della Beata, esposta alla venerazione dei devoti il 18 dicembre, giorno in cui si ricorda il suo ritorno alla casa del Padre.
Subendo i rovesci della storia con protagonisti, in negativo, i suoi eredi, la Beata fornisce un segno inequivocabile: verso la fine del 1512 si scopre che del suo corpo ella ha lasciato solamente le proprie ossa! Apparentemente: niente più corpo incorrotto, niente più “liquore”, il conforto destinato “ai più piccoli” (Mt 11, 25-27) e ai più bisognosi! Una Madre però non lascia mai orfani i propri figli e tra il 1527 e il 1530 comincia quello che sarà da allora e per sempre ricordato come il prodigio delle “lacrime” (della Beata): lo stillicidio di gocce d’acqua che si formano (inspiegabilmente da un punto di vista scientifico) nella parte non lavorata della lastra di marmo che, fungendo da altare, copre da sempre l’originaria sepoltura della nostra.
Gocce come lacrime, come pietra che piange, ancor di più: “Stillate, cieli, dall'alto e le nubi facciano piovere la giustizia; si apra la terra e produca la salvezza” (Is 45, 8ab). Beatrice ci accompagna compatendo le miserie dell’Homo (medioevale, rinascimentale, pre/post industriale, post-atomico, digitale...), avendole vissute per prima sulla propria pelle. Ella ci sostiene rincuorandoci, oggi come allora, con gli strumenti delle buone opere (RB, IV): “Nihil amori Christi praeponere” (RB IV, 21; cfr. Mt. 10,37). Il prodigio annuale si esaurisce nell’arco di pochi mesi; ma poco importa, perché, giorno dopo giorno, anno dopo anno, queste stille che miracolosamente occhieggiano da una pietra, come le stelle lo fanno incastonate nel firmamento che scivola sui nostri destini, queste stille detergono, dissetano, levigano, leniscono, rinfrescano, sciolgono, cancellano, purificano, rivitalizzano, fecondano i cuori e i pensieri, le parole e i gesti di chi si lascia irretire da un così fulgido modello di abnegazione e fiducioso abbandono al richiamo del Verbo fattosi carne (Gv 1, 1-18). Non è un caso che Beatrice riposi da sempre nella cappella ricavata nel chiostro del suo monastero: silenzio del silenzio; luogo di smarrimento e di ritrovamento, di incontro e di ascolto con il proprio Signore. Lo stesso che fu per il profeta Elia al monte Oreb (1 Re,19), nascostosi in una caverna per fuggire da morte certa. Si incontrò con Yhwh, il suo Signore, che non assunse la forma del fuoco o del terremoto o del vento impetuoso, ma assunse le sembianze di un vento leggero che gli accarezzò il viso! Le piccole stille di Beatrice, partorite da una pietra (cfr. Es 17, 5), ci permettono di rigenerarci nello spirito tramite lo Spirito. Passate sulle palpebre, gli occhi non bruciano più, tornando ad essere capaci di guardare lontano, oltre l’orizzonte del Tempo. (Di Emanuele Alessandri)
“Grande è il potere della memoria, un qualcosa di terribile, Dio mio, un santuario ampio e infinito. Chi ne ha mai toccato il fondo?” (Sant’Agostino, Confessioni, X, 8). Queste parole di Agostino sembrano scritte per descrivere non solo l’animo umano, ma l’essenza stessa del capolavoro di Sergio Leone, C’era una volta in America. Non è un semplice racconto di criminali, ma un’architettura della memoria che abita ancora il tempo, quello dei personaggi e quello degli spettatori. Il film si offre, infatti, come un pellegrinaggio nella coscienza. È un’opera che esige uno sguardo contemplativo, capace di confrontarsi con l’ambiguità del ricordo e di osservare come il tempo, con la sua inesorabile lentezza, agisca sulla vita di ciascuno.
Il mistero del tempo e il peso della colpa
La vicenda di David “Noodles” Aaronson non è lineare, poiché il cuore dell’uomo non procede per linee rette. La sua vita si intreccia su tre piani temporali che sono come tre stadi dell’anima: l’innocenza perduta dell’adolescenza negli anni ’20 nel quartiere ebraico di New York, l’ebbrezza dell’ascesa al potere criminale negli anni ‘30 e il ritorno del reduce, ormai anziano e solo, nel 1968.
Al centro di questo viaggio c’è il rimorso per un evento che ha segnato un’intera esistenza. Nella notte che segnò la fine del proibizionismo, nel 1933, Noodles, in un tentativo disperato e superbo di salvare i suoi amici da un colpo suicida, sceglie di denunciarli alla polizia. Ma quello che voleva essere un atto di salvezza si trasforma in una strage: i suoi compagni di una vita, Patsy e Cockeye, vengono uccisi, e un terzo corpo, sfigurato, venne identificato come quello del suo amico più caro, Max.
Devastato dal senso di colpa per aver causato la morte dei suoi “fratelli”, Noodles fugge senza meta. Per trentacinque anni egli porta con sé il peso di essere il carnefice dei suoi affetti più cari. Ma il tempo, nel film di Leone, non è solo una cronologia; è un giudice che attende il ritorno del peccatore per svelargli che la realtà è spesso più atroce e più complessa di quanto il rimorso lasci intendere.
Il triangolo della perdizione: tre forme di smarrimento
Leone ci conduce dentro la "geografia della coscienza", esplorando il dualismo tra perdizione e redenzione attraverso tre figure tragiche.
Noodles: la perdizione morale e il desiderio inquieto. Noodles incarna l’uomo prigioniero delle proprie passioni. È un “poeta” capace di grandi idealità, specialmente verso l’amicizia, ma è intrappolato in una natura istintiva e violenta. La sua tragedia nasce da una profonda incapacità di amare senza possedere. Egli proietta su Deborah, l’amore della sua giovinezza, un’immagine di purezza quasi divina. Tuttavia, proprio nel momento della massima vicinanza, egli la profana con un atto di violenza sessuale agghiacciante. È il fallimento interiore di chi tenta di raggiungere l’ideale attraverso la forza, distruggendo l’oggetto stesso della propria venerazione.
Max: la perdizione assoluta dell’identità. Se Noodles è l’uomo del sentimento traviato, Max è l’uomo dell’ambizione che si fa vuoto incolmabile. Egli è il calcolatore che tradisce ogni valore per perseguire il potere. Per diventare il potente senatore Bailey, Max sceglie di cancellare se stesso, ingannando non solo gli amici, ma la sua stessa coscienza. Nel 1968 lo ritroviamo ricco e potente, ma è un uomo terrorizzato, destinato a essere triturato dagli stessi ingranaggi che ha contribuito a costruire.
Deborah: la tragedia dell’autoconservazione. Deborah è la "bussola" del film, colei che comprende che per salvarsi dal fango del ghetto occorre la disciplina dell’arte. Ma questa determinazione si trasforma nella sua dannazione. Per realizzare la propria carriera di attrice, ella sacrifica l’amore per Noodles e finisce prigioniera di un patto di potere con il senatore Bailey. Quando Noodles la ritrova nel 1968, dietro il cerone di Cleopatra che ella rimuove, emerge una donna stanca e spaventata. La sua vita è diventata una maschera che recita anche nel privato, condannandola a una solitudine priva di autenticità.
I segni e la parola: il Cantico dei Cantici
Nell’universo simbolico che racconta le personalità e le vicende dei tre protagonisti, spicca il riferimento al Cantico dei Cantici, il testo biblico che definisce il rapporto tra Noodles e Deborah fin dall'infanzia. In una scena magistrale, una giovanissima Deborah legge i versi del testo sacro a Noodles, elevandolo a una figura estetica quasi divina: “Il suo corpo è come avorio lucente... le sue gambe sono colonne di marmo”. Ma subito dopo, ella interrompe la poesia con una sentenza che anticipa la tragedia dell’intero film: “Peccato che sia un delinquente di strada... perciò non sarà mai il mio diletto”. Il Cantico rappresenta qui l’idealizzazione spirituale di un amore che viene costantemente profanato dalla violenza e dall’ambizione di realizzarsi a ogni costo. Noodles rimarrà ancorato a quell'immagine poetica per tutta la vita, mentre Deborah sacrificherà la poesia sull'altare della carriera.
Accanto alla parola, Leone usa i suoni come eco dell'anima. Particolarmente suggestivo è il cucchiaino del caffè: quel tintinnio ininterrotto e metallico contro la ceramica rappresenta il battito accelerato del dubbio di Noodles prima del tradimento dei compagni. Ogni colpo è un secondo che lo avvicina alla denuncia alla polizia; un suono quotidiano che si trasforma nel ritmo ossessivo di una coscienza che sta per compiere un atto irreversibile. Questo tormento sonoro si lega allo squillo incessante del telefono, allarme che vaga tra le epoche esistenziali di Noodles come la voce della coscienza che chiama l'uomo a rispondere dei suoi fantasmi.
La redenzione laica: la vittoria del "No"
Il culmine del cammino di Noodles avviene nell'incontro finale del 1968, una scena che rappresenta la catarsi e la riappropriazione della dignità. Noodles viene invitato in una sontuosa villa per un’ultima “missione”. Qui scopre che il proprietario, il senatore Bailey, non è altri che Max.
Max gli rivela la verità atroce: non era morto nel 1933. Aveva simulato la propria morte, aveva rubato i soldi della banda e aveva preso Deborah, lasciando a Noodles trentacinque anni di rimorso ingiustificato. Travolto dagli scandali e prossimo alla rovina, Max chiede a Noodles di ucciderlo, offrendogli la vendetta per il tradimento subito. È qui che Noodles compie la sua scelta più alta. Egli si rifiuta di sparare. Non accetta che quell'uomo potente e corrotto sia il suo amico Max. Egli sceglie di restare fedele al ricordo di un'amicizia che, per quanto tragica, era pura nella sua essenza giovanile. Con parole di una nobiltà commovente, egli dice: “Vede, senatore... anch’io ho una storia... Molti anni fa avevo un amico, un caro amico. Lo denunciai per salvargli la vita, invece fu ucciso... Era una grande amicizia... andò male per lui, e andò male anche per me”. Chiamandolo costantemente “Senatore Bailey” e negandogli il nome di “Max”, Noodles compie una “cancellazione morale” del traditore. Non uccide il corpo, ma annulla l'identità di chi ha tradito. Rinunciando alla vendetta, Noodles sceglie la pace interiore anziché la spirale della violenza e diventa, finalmente, un uomo libero. Max, che ha trattato i legami umani come oggetti, finisce inghiottito tra i rifiuti, suicidandosi dentro un camion della spazzatura.
Il sorriso finale: tra allucinazione e perdono
Il film si chiude con il celebre sorriso di Noodles nella fumeria d'oppio del 1933. Questo sorriso sfida ogni interpretazione univoca. Se letto alla luce degli eventi del 1968, esso esprime una pace amara e il definitivo perdono di sé: il peso del rimorso può finalmente essere deposto perché Noodles scopre di essere stato la vittima e non il carnefice.
Tuttavia, il fatto che il volto che sorride sia quello del Noodles giovane spinge verso l'ipotesi suggerita dallo stesso Leone: “È possibile che tutto il film sia solo il sogno di Noodles...”. Se tutto il futuro fosse solo un'allucinazione indotta dall'oppio per sfuggire all'angoscia della morte dei compagni, il sorriso diventerebbe allora un rifugio mentale, una fuga in un luogo dell'anima dove il tradimento non può più ferire.
Per noi questo sorriso rappresenta la vittoria della dignità umana che risiede nella capacità di non lasciarsi trasformare in un mostro dal male ricevuto. Attraverso il rifiuto della vendetta, lo specchio antico offuscato dalla colpa torna finalmente limpido. Noodles non ritrova la giovinezza, ma qualcosa di più prezioso: l’immagine più autentica della propria umanità che sfida il tempo e la memoria. (Di fr Davide)
Il cammino spirituale, specialmente durante i tempi forti dell’anno liturgico, si configura come un pellegrinaggio interiore, un’ascesa verso il mistero di Dio. In questo itinerario, il Salmo 122 si rivela una guida di eccezionale profondità. Composto per i pellegrini che salivano fisicamente a Gerusalemme, le sue parole risuonano ancora oggi come l’eco del desiderio di ogni cercatore di Dio di raggiungere una pace autentica e duratura.
“Quale gioia...”: esegesi del Salmo 122, inno alla città della pace
Per comprendere le radici bibliche del concetto di shalom può essere preziosa un’analisi testuale del Salmo 122. Questo inno non è una semplice preghiera, ma un vero e proprio manifesto teologico sull’essenza della pace nel suo rapporto strutturale con la comunità umana, la giustizia e Dio.
Il contesto e la struttura del Salmo. Il Salmo 122 appartiene alla raccolta dei “canti delle salite” (Salmi 120-134), inni che venivano intonati dai pellegrini ebrei durante il loro viaggio verso Gerusalemme, definito “ascesa” non solo in senso geografico, ma anche spirituale, in occasione delle tre grandi feste di pellegrinaggio: Pasqua, Pentecoste e Capanne. Questa collezione di canti è unificata da elementi distintivi: la brevità delle composizioni, l’uso atipico dell’appellativo “Israele” per il popolo di Dio e una particolare ricchezza di espressioni liturgiche di benedizione, prosperità e pace.
Il testo può essere suddiviso in tre momenti distinti, che scandiscono l’esperienza del pellegrino:
vv. 1-2: La gioia della meta. L’inno si apre con un esplosione di letizia: “Quale gioia, quando mi dissero: ‘Andremo alla casa del Signore!’”. La felicità che pervade l’orante supera la fatica del viaggio ed è pregustazione della meta. La vista delle porte di Gerusalemme è così potente da far svanire il peso di ogni stanchezza, trasformando l’arrivo in un’esperienza di pura gratitudine e compimento.
vv. 3-5: Lode a Gerusalemme, simbolo di unità e giustizia. Il salmista loda la città per tre motivi fondamentali. In primo luogo, per la sua bellezza urbanistica, descritta come “città unita e compatta”, che diventa simbolo della coesione e della sicurezza del popolo. In secondo luogo, per il suo ruolo di centro cultuale, dove le tribù d’Israele salgono per lodare il nome del Signore, costituendosi come un’unica comunità di fede composta da “fratelli e amici”. Infine, Gerusalemme è lodata perché è sede della giustizia, dove sono posti i “troni della casa di Davide”, fondamento della pace e della certezza del diritto per l’intera nazione.
vv. 6-9: L’invocazione per la pace (shalom). La sezione finale è una triplice e accorata preghiera per la pace: “Chiedete pace per Gerusalemme: vivano sicuri quelli che ti amano; sia pace nelle tue mura, sicurezza nei tuoi palazzi. Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: ‘Su te sia pace!’. Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene”. Questa invocazione non è solo un augurio di sicurezza e prosperità materiale. La pace evocata è una tranquillità non turbata da conflitti sociali all’interno della città e dalla minaccia nemica all’esterno. Si tratta di un benessere che comprende sia l’agire bene che lo stare bene (“Chiederò per te il bene”, v.9). Ma è anche una pace a venire, una pace messianica che ingloba felicità, prosperità, nell’attesa del suo pieno compimento. Questa pace coinvolge già tutti coloro che amano Gerusalemme e che in questo amore si riconoscono come fratelli, sorelle, vicini, amici, perché assaporano la possibilità di una unità armoniosa che nella vita quotidiana risulta invece tanto precaria.
Il significato profondo di shalom. La pace, shalom in ebraico, è il cuore pulsante del Salmo. Questo termine biblico va ben oltre la mera assenza di conflitto. Esso indica la fiduciosa speranza e la sana pienezza della vita quando si vive felicemente nella trama dei rapporti con Dio, con il prossimo e con il mondo. Non è una mera condizione psicologica, ma il segno tangibile di un’alleanza vissuta rettamente, uno stato di armonia, integrità e benessere che scaturisce da una giusta relazione con il Creatore e con le altre creature.
La struttura stessa del salmo ne rivela la straordinaria architettura teologica, antropologica e cosmica. Il nome di “Gerusalemme”, che secondo la tradizione spirituale ebraica e cristiana significa “città della pace”, ricorre nel salmo tre volte, così come tre volte compare la parola “casa” (2v. casa del Signore e 1v. di David), tre volte il nome del Signore “YHWH”, tre volte la parola “pace”. Queste quattro ripetizioni ternarie (Gerusalemme, Signore, casa e pace) fanno sì che il salmo possa essere considerato una sorta di trisaghion, cioè una triplice esaltazione della santità di Dio che si rivela nella sua città (simbolo antropologico), nel suo Nome (simbolo teologico), nella sua casa (il tempio, simbolo cosmico), nella sua pace (simbolo sintetico onnicompresivo).
Dalla Gerusalemme terrena alla Schola dominici sevitii: una via per la pace
Il Salmo 122 si compone come in un magnifico dittico con la Regola di San Benedetto, offrendo un ponte tra l’intercessione per il mondo e l’impegno interiore. Mentre il Salmo ci insegna a guardare alla città terrena come ad un luogo fisico dove lo shalom deve manifestarsi concretamente nella giustizia sociale e nella coesione del popolo, la Regola di San Benedetto (RB, Prologo 17) interiorizza questo appello alla pace trasformandolo in un imperativo per la vita spirituale personale: “Cerca la pace e perseguila” (quire pacem et sequere eam) (Sal 34,15). Qui la preghiera di intercessione si fonde con l’azione ascetica personale e comunitaria.
Dalla connessione tra il salmo 122 e la Regola di Benedetto emerge allora una profonda verità teologica e antropologica: la pace è un’opera da costruire e ricercare attivamente (quire pacem et sequere eam) nella fede in Dio. La città da edificare diventa il cuore dell’uomo e della comunità fraterna alimentati dalla presenza viva e vivificante del Signore.
Il monastero come Nuova Gerusalemme. Il monastero può diventare allora il luogo dove l’ideale di Gerusalemme come “città unita e compatta” si realizza nella vita di ogni giorno. A tal scopo San Benedetto fornisce precisi “strumenti dell’arte spirituale”. La Regola, infatti, non affida la pace alla sola preghiera, ma la traduce negli instrumenta artis spiritualis (RB 4). La vera pace, secondo Benedetto, si costruisce innanzitutto eliminando la malizia e la doppiezza. Essa richiede: verità, umiltà e obbedienza. È il frutto duraturo dell’impegno ascetico di non serbare rancore, di non rendere male per male e di sopportare pazientemente le ingiurie. Soprattutto, il monaco è ammonito a non dare un falso saluto di pace (RB 4,25). Qui si trova il cuore dell’insegnamento benedettino: la pace autentica non è un’apparente assenza di conflitto mascherata dall’ipocrisia o dal compromesso superficiale, ma è la verità interiore del cuore che si dilata amorevolmente nelle relazioni fraterne.
Dunque, la vita monastica può essere il luogo in cui l’unità che il Salmo descrive per Gerusalemme - "costruita come città unita e compatta" – si incontra con l’ideale di una vita comune unificata dall’amore per Cristo. Così, se il Salmo 122 insegna a guardare fuori per intercedere per la pace della Chiesa e del mondo, la Regola di San Benedetto esorta a guardare in noi e tra noi, a lavorare instancabilmente perché questo shalom si radichi e fiorisca nel nostro cuore e nelle nostre relazioni quotidiane.
Il dramma della pace rifiutata: il pianto di Gesù su Gerusalemme
Eppure, lo riscontriamo per esperienza, sia la preghiera del salmista per la pace della città terrena che l’impegno del monaco per la pace della cittadella interiore giungono spesso ad inevitabili punti di crisi. Usando alcune immagini della Sacra Scrittura, è come se l’incontenibile gioia del pellegrino del Salmo 122 che giunge alle porte di Gerusalemme si scontrasse con il profondo e straziante dolore di Gesù, il Messia che piange sulla città santa. Il Vangelo di Luca descrive la scena con parole commoventi. Gesù, alla vista della città, “pianse su di essa, dicendo: ‘Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi… perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata’” (Lc 19,41-44). Il pianto di Gesù è la constatazione di una tragica ironia spirituale: la “città della pace” si dimostra cieca proprio dinanzi alla via della pace, personificata in Colui che ne sta varcando le soglie. Il dolore è acuito dalla consapevolezza che il rifiuto del Principe della Pace è dovuto alla cecità per i modi e i tempi che provvedono alla pace. La conseguenza è che, rinnegando il proprio nome e il proprio destino, Gerusalemme apre la strada alla propria distruzione.
Pensando al pianto di Gesù, interrogativi inquietanti mettono in crisi la speranza gioiosa del salmista: potrà Gerusalemme continuare ad essere la dimora della casa del Signore nostro Dio? La Gerusalemme storica, e con essa ogni città dell’uomo, ha definitivamente fallito il destino iscritto nel suo nome? Il dramma sembra insuperabile.
Eppure, è la Scrittura stessa ad aiutarci a sciogliere l’angoscia, spostando l’orizzonte della speranza dalla città terrena, segnata dal fallimento, a una nuova e definitiva prospettiva: quella escatologica.
Verso la Gerusalemme nuova: il compimento escatologico della pace
La risposta al fallimento della Gerusalemme terrena e il compimento ultimo del desiderio di pace del pellegrino e del monaco si trovano nella grandiosa visione della Gerusalemme nuova, descritta nel libro dell’Apocalisse (Ap 21, 1-2.10-14.22-27). Questa città celeste non è una ricostruzione di quella antica, ma una realtà radicalmente nuova che scende dal cielo, da Dio. Essa possiede caratteristiche che trascendono ogni esperienza terrena, realizzando in modo perfetto ciò che la città storica può solo parzialmente simboleggiare. Qui il tempio, luogo della presenza mediata di Dio, è abolito. La comunione con il Signore Dio e con l’Agnello è totale e diretta, compiendo il desiderio più profondo di ogni pellegrino, poiché “il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio”. La città non dipende da astri creati, poiché “la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello”. La fonte della vita e della conoscenza è Dio stesso, in una trasparenza assoluta. La sicurezza della città non è più affidata a mura materiali, ma alla purezza dei suoi cittadini. L’assenza di ogni impurità - “non entrerà in essa nulla d’impuro” - è la garanzia di una pace che non può essere corrotta. Le sue porte, sempre aperte, accolgono le nazioni che camminano alla sua luce. È una pace universale, che realizza l’unità di tutta l’umanità in Dio, portando a compimento il raduno delle tribù sognato dal salmista.
Questa visione non è una fuga dalla storia, ma è il suo compimento. Essa rappresenta la meta finale di ogni pellegrinaggio e di ogni autentica ricerca spirituale: una pace perfetta e definitiva che non può essere costruita dalle sole forze umane né contenuta in strutture terrene, ma che si trova unicamente nella comunione piena, diretta ed eterna con Dio e con l’Agnello. Questa visione celeste è la bussola che orienta il pellegrinaggio nel tempo, interrogando il nostro modo di vivere e di pregare per la pace qui e ora e di contribuire ad edificarla.
Conclusione. Il pellegrinaggio continua tra impegno e speranza
L’itinerario percorso ci ha condotti dalla gioiosa speranza del salmista per la pace della città terrena all’impegno ascetico del monaco per costruire la pace nel proprio cuore e nella propria comunità, ma ci ha anche fatto incontrare la tragedia del rifiuto di Cristo, la Pace fatta persona, per approdare infine alla promessa consolatrice della Gerusalemme celeste, compimento di ogni desiderio di pace. Questo itinerario dal Salmo all’Apocalisse, mediato dall’ascesi benedettina, ci rivela la natura poliedrica della pace cristiana: è al contempo compito storico da costruire con fatica, dono escatologico da attendere nella speranza e, come condizione necessaria, Persona divina da accogliere nella fede.
Il cammino spirituale ed esistenziale, dunque, continua nella ricerca di risposte alle domande che interpellano: quando preghiamo per la pace, riconosciamo quali sono gli impedimenti ad essa e quali le cose che la producono? Sappiamo che se non camminiamo con Gesù il pellegrinaggio verso Gerusalemme non troverà la pace?
Da mercoledì 3 a venerdì 5 dicembre 2025 abbiamo avuto la Verifica della Visita Canonica effettuata nel 2024. Sono venuti gli stessi visitatori della Visita Canonica: l’abate del monastero di Pontida, padre Giordano Rota, e dom Federico Lauretta del monastero di Santa Giustina di Padova.
Lunedì 8 dicembre, solennità dell’Immacolata Concezione, il nostro priore Andrea è andato al monastero di Praglia (PD) per partecipare alla celebrazione e ai festeggiamenti per il 70° anniversario di professione dell’abate emerito Giorgio Giurisato.
Da martedì 9 a mercoledì 10 dicembre è passato da noi per un breve soggiorno il vescovo di Ivrea mons. Daniele Salera.
Martedì 16 dicembre, in serata, abbiamo avuto la visita del parroco e del vice-parroco di Dumenza, don Gabriele e don Alessandro, e, contemporaneamente, quella di Lidia Maggi e Angelo Reginato, pastori della Chiesa Battista e residenti da qualche anno a Dumenza. Hanno condiviso con noi la cena e la ricreazione per un saluto e un augurio in prossimità del Natale.
Venerdì 19 dicembre, il nostro priore Andrea e fr. Alberto Maria si sono recati presso la fraternità CISV del castello di Albiano d'Ivrea (TO), dove nel 2023 avevano intervistato Mons. Bettazzi, per una conferenza sul tema “Va’ prima e riconciliati con tuo fratello” (Mt 5,23-26), all'interno di un ciclo di incontri dedicato al tema della pace.
La solennità del Natale è stata vissuta in un clima tranquillo e sereno. Una spruzzata di neve, scesa alla vigilia, ha contribuito a creare un’atmosfera che ben si addice al tempo di queste feste.
Alla sera del 26 dicembre siamo stati allietati da un concerto di pianoforte eseguito da Pietro Fresa, un giovane pianista che era ospite da noi in quei giorni, che ha magistralmente interpretato la “Sonata per pianoforte n. 21 in do maggiore, op. 53” di Ludwig van Beethoven, facendoci entrare nel vivo di questo pezzo musicale veramente notevole.
Sabato 3 gennaio 2026, il priore ha comunicato ufficialmente ai fratelli la decisione di fr. Elia di lasciare la comunità. La sua partenza è poi avvenuta la mattina del 6 gennaio, solennità dell’Epifania del Signore.
Giovedì 7 gennaio, siamo stati invitati dalla comunità dei monaci eremiti ortodossi legati alla comunità di Arona e dipendenti dal Patriarcato di Mosca, da poco stabilitisi ad Agra (praticamente nostri vicini di casa), a partecipare alla divina liturgia del Natale. È stato un bel momento di condivisione fraterna e di comunione ecumenica. L’accoglienza è stata molto calorosa e ospitale.
Sabato 10 gennaio il nostro priore Andrea ha partecipato, a Viboldone (MI), alla celebrazione eucaristica nella quale sr. Ada Maria Monaco ha emesso la sua professione solenne nella comunità delle monache benedettine del monastero dei santi Pietro e Paolo. Nello stesso giorno, al pomeriggio, abbiamo iniziato in comunità la prima delle quattro lezioni di “scuola di voce” guidate dal maestro Giampaolo Gotti.
Domenica 11 gennaio, festa del Battesimo del Signore, il nostro fratello Emanuele è partito alla volta di Roma per seguire la sessione invernale del corso di formazione teologica presso le Monache Camaldolesi di sant’Antonio.
Nella serata di mercoledì 21 gennaio, alcuni fratelli, priore compreso, hanno partecipato a una Celebrazione Ecumenica della parola di Dio che si è tenuta nella chiesa della Madonna del Carmine di Luino. Tale momento di preghiera, che si è svolto nell’ambio della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, è stato organizzato dalla Chiesa Evangelica Metodista di Luino, dal Decanato di Luino e anche dalla nostra comunità.
Giovedì 22 gennaio, fr. Adalberto è partito per il monastero di Bose (BL) dove è stato invitato a partecipare, assieme a sr. Pierrette di Grandchamp, al Capitolo annuale della comunità compiendo anche la verifica della Visita canonica. Si è intrattenuto in quella sede per circa una settimana.
Sabato 24 gennaio, il priore Andrea e fr. Nicola hanno partecipato, al monastero delle Romite Ambrosiane del Sacro Monte di Varese, alla professione di sr. Maria Chiara Ines. È stata anche l’occasione per incontrare l’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, e il Vicario della Vita Consacrata mons. Walter Magni.
Domenica 25 gennaio abbiamo festeggiato solennemente i 90 anni del nostro fratello Nicola, il più anziano della comunità, e, insieme, anche i 40 anni del nostro fratello più giovane, Emanuele (neanche a farlo apposta: 50 anni giusti di differenza!).
Venerdì 30 gennaio, il priore Andrea e fr. Adalberto hanno raggiunto il monastero benedettino di Novalesa (TO) per partecipare alla celebrazione svoltasi in occasione dei 1.300 anni dalla fondazione del Priorato. Poi fr. Adalberto ha proseguito per Poppi (AR), dalle monache camaldolesi, per partecipare a un corso per formatori sul tema del rapporto tra formatore e formando.
Domenica 1° febbraio, in occasione della Giornata della Vita Consacrata, che si celebra ogni anno nella festa della Presentazione del Signore, ci siamo recati a Roggiano di Mesenzana (VA), dalle suore di Santa Marta, per partecipare a un momento di preghiera organizzato a livello decanale come avviene da alcuni anni. Dopo la partenza delle Romite di Agra, le suore di Santa Marta hanno dato gentilmente la loro disponibilità ad accoglierci nella loro casa. Al termine della celebrazione, abbiamo vissuto un momento fraterno di dialogo e di condivisione attorno a un gustoso rinfresco preparato dalle suore.
Giovedì 5 febbraio, in occasione della Giornata della Memoria che si celebrata ogni anno il 27 gennaio, abbiamo avuto una serata con Luigi Molari, con poesie e brani tratti dal suo libro “La mia SHOAH per mai dimenticare”, il tutto accompagnato da musiche e immagini.
Venerdì 6 febbraio il nostro priore Andrea è sceso a Luino in serata per tenere una lectio alla Scuola della Parola decanale, concludendo il percorso sul Vangelo di Matteo.
Venerdì 13 febbraio, sempre fr. Andrea, è andato a Milano, in Curia Arcivescovile, per partecipare al Tavolo sulla Vita religiosa.
Martedì 17 febbraio, fr. Alberto Maria è sceso a Milano alla “Fondazione Scuola Beato Angelico” per partecipare alla “Festa degli artisti” essendo coinvolto nell’organizzazione. Durante la giornata, dedicata al tema “Invertire la violenza”, fr. Alberto Maria e sr. Celina Duca hanno inaugurato due mostre da loro curate sulle opere di due giovani artisti: Louis Jacquet e Patricia Moreno Wilkinson. Dopo l’inaugurazione Alberto Maria ha tenuto un intervento dal titolo: “Testimoni di luce: tra martirio bianco e martirio rosso”, un percorso iconografico sul legame tra monachesimo e martirio.
Sabato 21 febbraio, fr. Adalberto è partito per Roma dove ha tenuto una giornata di ritiro per la comunità del Pontificio Ateneo Sant’Anselmo. Quindi ha proseguito per Urbino dove ha predicato una settimana di esercizi spirituali alle Sorelle Clarisse di quella città. Nello stesso giorno, fr. Alberto Maria è andato al monastero benedettino di Novalesa (TO) per una conferenza sul Chronicon Novalicense dal titolo: “Reincantare il mondo”, ossia su come questo antico testo monastico ha reinvestito il significato dei luoghi attraverso un’opera di narrazione.
Domenica 28 febbraio fr. Ambrogio è partito alla volta di Città di Castello (PG), dalle Clarisse Cappuccine, per tenere degli incontri su “Solitudine e silenzio in rapporto alla parola di Dio”. Insieme a lui è partito anche fr. Roberto che, invece, ha raggiunto Roma per partecipare alla Settimana di Spiritualità sul tema “Per vedere l’invisibile. Spunti per una spiritualità dell’immagine” tenutasi alla Pontificia Facoltà Teologica Teresianum. Sempre domenica, in serata, abbiamo avuto la visita di sr. Maria Francesca, già priora del monastero delle Romite di Agra (VA) e di madre Maria Alessandra, attuale priora delle Romite provenienti dal monastero della Bernaga a Perego di La Valletta Brianza (LC) e ora – dopo il terribile incendio che ha devastato il loro monastero l’11 ottobre 2025 – trasferite a Cassina Valsassina (LC), nella “Casa Maria Ausiliatrice”. È stata una bella opportunità per condividere le nostre esperienze monastiche e per ascoltare dal vivo il racconto della traumatica vicenda di quella sera in cui hanno visto il loro monastero andare letteralmente in fumo (la Provvidenza ha tuttavia voluto che nessuna monaca patisse alcun danno…). (Di fratel Giovanni Lamperti)