Una donna, rattristata dalla sua impossibilità di avere figli, un giorno d'inverno sbuccia una mela seduta ai piedi di un ginepro, nel suo giardino. Inavvertitamente si ferisce ad un dito e il sangue che ne fuoriesce macchia la neve che ricopriva il terreno: d'istinto esprime il desiderio di poter dare alla luce un figlio rosso come il sangue e bianco come la neve. Di lì a poco, con grande gioia sua e di suo marito, la donna rimane incinta, ma verso la fine della gravidanza si ammala per aver mangiato troppe bacche del ginepro. Poco prima di partorire, chiede al marito di essere seppellita sotto quell'albero: il parto va a buon fine, ma la donna effettivamente muore dando alla luce suo figlio.
Il marito esaudisce il suo desiderio e la piange giorno e notte, ma col tempo il dolore si attenua e l'uomo si decide a prendere nuovamente moglie. Da questo nuovo matrimonio nasce una bambina, Marilena, che si affeziona profondamente al fratellastro; sua madre, invece, ben presto lo prende in odio a tal punto da perseguitarlo continuamente, da riprenderlo e punirlo con ogni pretesto, tanto da non lasciargli pace.
Questo suo accanimento si fa sempre più pesante, fino al giorno in cui la donna arriva al punto di ucciderlo: simulando gentilezza lo convince a prendere una mela da un baule dotato di un pesante e tagliente coperchio di ferro e, quando l'ignaro bambino si china per infilare la mano all'interno, ella con un colpo secco gli sbatte sul collo il coperchio, decapitandolo.
Spaventata - ma non pentita - per il misfatto, la matrigna ricompone la testa del figliastro sul collo reciso nascondendo il taglio con un fazzoletto, poi sistema il cadavere su una sedia davanti alla porta e gli mette in mano una mela.
Marilena, ingolosita alla vista del frutto, chiede al fratello di averne un po', e davanti al suo silenzio si cruccia: la madre, allora, le consiglia di dargli uno schiaffo, ma a quel gesto la testa del ragazzino cade ovviamente a terra.
Marilena, pensando di essere la responsabile della morte del fratello, si dispera; a quel punto, la perfida donna la convince a tacere dell'incidente col padre, e -per sbarazzarsi del cadavere - lo taglia a pezzi e si fa aiutare a cucinarlo.
Il padre, ignaro, divora con gusto le carni di suo figlio, al punto da mangiarselo per intero da solo. Marilena, disperata, piangendo raccoglie le ossa del fratello, le avvolge nel suo più bel fazzoletto e le seppellisce ai piedi del ginepro.
A quel punto l'albero comincia a muoversi in modo strano finché da esso non esce una nube e da questa nube un uccellino bellissimo e dal canto meraviglioso.
Questo uccellino vola prima presso la casa di un orefice, poi presso quella di un calzolaio e infine presso un mulino, e ogni volta si mette a cantare la stessa canzone, che fa:
«„Mein Mutter, der mich schlacht’,,
mein Vater, der mich aß,,
mein Schwester, der Marlenichen,,
sucht alle meine Benichen,,
bind’t sie in ein seiden Tuch,,
legt’s unter den Machandelbaum.,
Kywitt, kywitt, wat vör’n schöön Vagel bün ik!“»
«Mia madre mi ammazzò,
mio padre mi mangiò,
mia sorella Marilena
l'ossa mie tutte raduna;
nella seta le ha legate,
sotto il ginepro celate.
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