A 25 anni dalla morte di Don Peppe Diana, noi alunni dell'Istituto G.Guacci, il 23 febbraio 2019, in collaborazione con il coordinamento provinciale di Libera, abbiamo organizzato un incontro con il giornalista e scrittore Raffaele Sardo. In seguito alla lettura dei due testi "La sedia vuota. Storie di vittime innocenti della criminalità" e "Don Peppe Diana. Un martire in terra di camorra", abbiamo elaborato un percorso di riflessione che ci ha consentito di approfondire le tematiche affrontate dall’autore. Abbiamo quindi potuto confrontarci direttamente con il giornalista, gli abbiamo esposto le nostre idee e gli abbiamo rivolto diverse domande.
Ospiti all'incontro, oltre allo scrittore, erano Michele Martino, referente di Libera Benevento, e Antonio Iermano, figlio della vittima Aldo Iermano, a cui Raffaele Sardo dedica un capitolo del suo libro "La sedia vuota".
Entrambi i libri contengono un forte valore evocativo perché riescono a riferire di fatti gravi e importanti del nostro Paese, facendo emergere il pensiero delle vittime e i loro sogni infranti. Inoltre dimostrano che fare memoria non è solo un atto di giustizia, ma anche uno strumento necessario per lottare contro la criminalità, in difesa di chi non si è accontentato dell'ipocrisia civile e del devozionismo religioso, ma si è battuto contro ingiustizia, sopraffazione e violenza.
Nel libro "La sedia vuota" sono raccontate le tragiche storie di 15 vittime, che hanno pagato con la vita l'atrocità della camorra, e sono riportate le testimonianze dei loro familiari, perché, come sostiene Raffaele Sardo: "raccontare la criminalità attraverso gli occhi di chi ha vissuto il dolore della perdita è il punto di vista giusto, perchè da maggiore consapevolezza dei fatti accaduti".
La sedia vuota è una sedia che parla e che mette in contatto diretto con la realtà tutti noi; è quella sedia dove prima sedeva chi si è battuto per la giustizia, una sedia che resterà per sempre vuota, ma che non smetterà mai di parlare.
A 20 anni dal delitto che ha colpito Don Peppe, Raffaele Sardo scrive "Don Peppe Diana. Un martire in terra di camorra" raccontando, attraverso un dialogo immaginario tra don Diana e il padre in paradiso, cos'è accaduto dopo la morte del sacerdote: una storia suggestiva e drammatica racchiusa in 138 pagine serrate, che fa smuovere e riflettere i lettori. La morte di Don Peppe segna la fine di una stagione di silenzi: restare in silenzio vuol dire aiutare la mafia, il suo potere e la sua cultura. La testimonianza di Don Diana è una delle tante che ha fatto risvegliare la coscienza di quelle persone che sino a quel momento erano restate in silenzio pur di non essere coinvolte. Una coscienza nuova, che ognuno di noi dovrebbe possedere: una coscienza che deve restare sempre pulita condannando e denunciando ogni tipo di atto camorristico. Una coscienza nuova per un mondo migliore. E' proprio grazie ad essa che le terre casalesi, violentate e deturpate per anni dalla camorra, sono oggi diventate le Terre di Don Peppe Diana: un esempio di grande impegno unito al desiderio di superare rabbia ed indignazione, che hanno portato ad un progetto d'impresa e di riscatto economico e culturale al fine di segnare una svolta nel loro percorso di trasformazione.
Pietro: Buon giorno a tutti. Noi alunni della classe 3 A del liceo delle scienze applicate Giuseppina Guacci, siamo particolarmente felici ed emozionati di essere qui stamattina. Quest’anno partecipiamo al progetto della nostra scuola che si intitola “Dalla memoria alla responsabilità”, svolto in collaborazione con l’associazione Libera ed abbiamo avuto modo di confrontarci con molte belle storie di riscatto e di impegno. Sulla scia di queste esperienze nell’ultimo mese abbiamo letto due libri dello scrittore Raffaele Sardo: Don Peppe Diana: un martire in terra di camorra e La sedia vuota, abbiamo avuto così l’opportunità di conoscere i protagonisti di queste storie.
Abbiamo quindi elaborato dei testi di analisi ed approfondimento. La nostra riflessione si è concentrata su alcune domande fondamentali a cui abbiamo cercato di dare risposta e vorremmo condividere con voi le nostre riflessioni.
Alcuni di noi le leggeranno, ma esse rappresentano il frutto di un percorso che è stato personale e collettivo insieme.
CHI ERA DON PEPPE DIANA?
Maria Cristina: Don Peppe era un prete di quelli rari: coraggioso, testardo e senza paura. Senza paura di fare la cosa giusta.
Annagiulia: Don Peppe Diana è stato un prete, un parroco, un martire. La sua è una storia drammatica, ricca di impegno, coraggio e sacrificio. Agiva secondo piani pedagogici progettati intorno a valori democratici e di libertà, di rispetto e di dignità umana, dei diritti civili di ogni persona. Don Peppe si sforzava di progettare, cercava di costruire “la casa sulla roccia” e “per amore del suo popolo” ha pagato questo impegno con la sua vita.
Pierluigi: Don Peppe era un uomo semplice, che viveva la sua missione di sacerdote con coerenza. Nonostante avesse paura ha tenuto fede ai valori che davano pienezza alla sua vita; par lui pagare con la vita era meglio che vivere da incoerente.
PERCHE’ HA SCELTO DI RISCHIARE LA SUA VITA?
Annagiulia: Don Diana ha scelto di rischiare la sua vita perché proprio non ce la faceva a non scandalizzarsi per le ingiustizie, per le sopraffazioni, per le violenze. Ha scelto di impegnarsi perché amava la sua gente ed ha firmato con il sangue la sua testimonianza di impegno religioso e sociale.
Marco: Don Peppe ha deciso di rischiare “per amore del suo popolo”, ma il suo popolo si allarga a tutti quelli che ascoltano la sua voce. Il suo popolo siamo anche noi, ed il suo amore è divenuto un grido di battaglia, una speranza, un progetto di miglioramento.
Francesco Fogagnolo: Don Diana ha deciso di rischiare la sua vita e di schierarsi dalla parte degli oppressi, ha avuto il coraggio di non rimanere in silenzio. Ci insegnano fin da bambini che i problemi vanno affrontati, eppure le persone tendono a dimenticarlo, è nella natura umana avere paura ed evitare il pericolo; ma è proprio per questo che al mondo abbiamo bisogno di persone come don Diana, perché solo le persone come lui possono cambiare il corso degli eventi.
PERCHE’ E’ STATO UCCISO?
Laura: Don Peppe è stato ucciso perché era incompatibile con la camorra. Lui lottava ed era l’annunciatore della speranza. La scelta di uccidere Don Diana ha avuto una forte carica simbolica, come segnale dirompente e definitivo. Nessuno poteva permettersi di contestare un clan camorristico. Eppure noi non ricordiamo i nomi degli assassini, ma quello di don Peppe si; grazie alla sua voce se ne sono alzate molte altre. La voce di don Peppe non tace ancora.
LA SUA MORTE E’ STATA UN FALLIMENTO?
Gabriel: Assolutamente no. La sua morte non è stata un fallimento, è stata un’onda emotiva che ha scosso tutta la Campania, forse tutta l’Italia. Fallire vuol dire sbagliare deriva dal latino ingannare, ingannarsi, venire meno, ma nulla di tutto questo è accaduto. Don Peppe non c’è più, ma dalla sua mancanza molti si sono fatti presenti, dalla sua morte è nato un popolo. Grazie al suo sacrificio si sono svegliate molte coscienze.
COSA TI HA INSEGNATO DON PEPPE?
Rossella: Don Peppe mi ha insegnato che è importante essere sempre svegli, dobbiamo farci attenti, partecipare ai dibattiti, essere informati su ciò che accade intorno a noi, lottare per i nostri valori senza paura.
Pierluigi: Grazie a don Peppe ho capito che conservare una mentalità vendicativa ci rende simili ai camorristi; restare nella logica del “più forte e più violento” ci fa diventare come loro. Possiamo dire che Don Peppe ha vinto perché quello che lui diceva era giusto e lo è ancora. Per questo è lui il più forte, la sua è la forza della giustizia, non della violenza. Mi ha insegnato che non conta il diritto del più forte, ma la forza del diritto.
Laura: Don Peppe mi ha insegnato che per quanto l’umanità avanzi nel cammino dei diritti c’è sempre il pericolo di tornare al passato. Se non ci impegniamo per andare avanti, facilmente torniamo indietro.
Francesco Fogagnolo: Grazie a don Peppe ho capito che la camorra non è un mostro, è piuttosto una piaga, una malattia e che per poterla debellare c’è bisogno di una cura per l’intera comunità civile. Non è un problema che interessa solo alcune persone, ma coinvolge tutta la società. Si diffonde velocemente come una infezione, contagiando le persone con una mentalità corrotta, per la quale l’interesse privato supera il bene comune, per la quale vale il diritto del più forte e non la forza del diritto. C’è bisogno di un vaccino che ci aiuti a formare gli anticorpi, tutti insieme, tutto il popolo deve guarire.
Giovanni: Don Diana ci insegna che le cose che ami le devi proteggere, come lui ha protetto il suo popolo; il suo popolo e tutti noi.
QUELLE CHE SEGUONO SONO INVECE ALCUNE CONSIDERAZIONI RELATIVE AL LIBRO “LA SEDIA VUOTA”
Francesca: GIUSEPPE MASCOLO, farmacista è stato ucciso il 20 settembre 1988 a Baia Domizia per essersi rifiutato di pagare il pizzo. Mi ha insegnato che non bisogna arrendersi di fronte alla prevaricazione ed alla violenza. Dopo aver conosciuto la sua storia, attraverso le parole del figlio, penso che sia meglio vivere una vita breve ma dignitosa, a testa alta, lottando per quelli che sono i diritti inviolabili di ogni essere umano, piuttosto che vivere una vita lunga ma senza dignità, sottomessi ad un potere infame.
Gabriele: CARMELO GANCI E LUCIANO PIGNATELLI sono stati uccisi a Piana di Monte Verna, il 4 dicembre del 1987. Erano due carabinieri della caserma di Castel Morrone, non erano in servizio, tuttavia hanno scelto di provare a fermare due rapinatori. Erano giovani, sono morti per non disonorare la divisa di cui erano orgogliosi. Nella società di oggi in cui si pensa sempre prima al proprio interesse, in un mondo che ci spinge sempre di più alla competizione ed all’egoismo, Carmelo e Luciano mi hanno insegnato che è possibile mettere i propri valori ed il proprio impegno anche prima della propria vita. Il fatto che, benché non fossero tenuti a fare ciò che hanno fatto, hanno scelto di intervenire è, secondo me, la dimostrazione più alta del senso del dovere.
Giuliana: RAFFAELE DELCOGLIANO ED ALDO IERMANO sono stati assassinati a Napoli, il 27 aprile 1982. L’uno, assessore regionale al lavoro e alla formazione professionale, e l’altro, dipendente della Regione Campania, erano colleghi, compagni, amici d'infanzia che si erano ritrovati e nessuno dei due ha abbandonato l'altro nei momenti di difficoltà. L’assessore era di intralcio agli affari della camorra nel settore della formazione professionale dove molti facevano affari alimentando un enorme carrozzone clientelare. Il suo amico Aldo lo appoggiava e lo seguiva nell’impegno consapevole dei rischi, infatti era armato. Mi ha colpito una sua frase, riportata dal figlio: “ Raffale è una brava persona. Se avessi la sensazione che stesse facendo qualcosa di sbagliato, me ne andrei.” Non lo ha seguito perché era un eroe, lo ha seguito perché era una brava persona che cercava di fare la cosa giusta. Questo è l’insegnamento più grande, quello che tutti dovremmo cercare di fare: provare ad essere brave persone, persone che cercano di fare la cosa giusta.