Arriva l’estate, con le sue lunghe giornate e afosi pomeriggi di dolce far niente, tutti insieme appassionatamente al mare, come un episodio di una sitcom anni ‘80. Come dite? Siete chiusi in ufficio e non potete andare al mare? Non avete voglia di uscire di casa ma agognate comunque un po ' di bella stagione? Non crucciatevi oltre, la soluzione è qui per voi! Brasilian Skies, di Masayoshi Takanaka del 1978, è il quarto album pubblicato dall'artista ed è composto da otto tracce per una durata complessiva di quasi 50 minuti. L'atmosfera dell'album è quella di un suggestivo ambiente tropicale, fortemente ispirato al Brasile (come si evince dal titolo), presenta un misto di Jazz Fusion, samba e Bosa Nova, con largo uso di chitarra suonata dallo stesso Takanaka. Il musicista, ancora lontano dalle sue performance migliori (come You can never come to this Place o Blue Lagoon), dimostra comunque la sua naturale bravura con lo strumento. L’album, del resto, è considerato da molti suoi fan uno dei migliori che Takanaka abbia composto e soprattutto uno dei migliori con cui cominciare ad ascoltarlo, perché rende molto bene le vibes della sua musica; un tripudio di suoni dolci e quasi nostalgici che portano subito a rilassarsi.
L’album si apre subito con una canzone energica, dallo stile quasi caraibico Beleza Pula (letteralmente “bellezza salta” in Portoghese), da cui si può subito intuire la particolarità delle canzoni di questa raccolta, data dal fatto che le parole sono quasi praticamente assenti e in sottofondo oltre agli strumenti si sentono i versi di scimmie e uccelli; questo però crea un effetto quasi magico, che fa in modo che una volta che si chiudono gli occhi e ci si lascia cullare dalla musica, sembra di essere in una spiaggia al limitare di una foresta incontaminata.
Poi, come se Takanaka si lasciasse la foresta alle spalle per connettersi con la spiaggia, inizia Brasilian Skies la canzone che dà il titolo all’album, molto simile a Beleza Pula per il limitato uso di un testo, risulta però, al contrario di quest’ultima più posata e dal suono più pulito, visto che abbandona i versi degli animali e la moltitudine di strumenti della canzone precedente per dare spazio alla batteria e alla chitarra. Il tutto accompagnato da un coro femminile che ripete solo la parola “Papaya”.
Mentre sfuma la chitarra. sui cieli del Brasile cala la sera e in mezzo alla batteria si schiude Nights, brano ancora più lento del precedente, che però viene subito riconquistato dalla chitarra del maestro, che si porta lenta sembrando quasi un violino ma che a sprazzi si lancia in brevi assoli, carichi di pathos, per poi tornare a farsi sovrastare di nuovo dalla batteria accompagnata dal precedente coro femminile che però stavolta dice La Playa, ad esaltare ancora di più l’atmosfera da spiaggia notturna.
A questo punto è come se Takanaka si soffermasse a pensare, travolto da un ricordo; la batteria perde tutto il suo vigore, batte piano le bacchette, la chitarra si blocca, le dita pizzicano lente le corde, per non fare troppo rumore: questa è un’ apologia funebre, perché tutti se lo sono scordati ma il maestro dice I remember Clifford;questa è la prima delle due canzoni non originali dell’album, è infatti un riarrangiamento della canzone dall’omonimo nome,scritta nel 1957 da Benny Golson per onorare il trombettista Clifford Brown, morto giovanissimo a 25 anni. La canzone, con la sua lentezza alquanto singolare in un album così vivace, blocca tutto l’impeto delle tracce precedenti, non abbiamo più cori né versi animaleschi, né assoli di chitarra, è come se ti fermasse e ti facesse riflettere tutto quello che hai ascoltato fin’ora e poi ancora più indietro, ai tuoi ricordi lontani, lasciandoti però a ragionare su quella stessa spiaggia su cui, fino a pochi minuti fa ballavi spensierato la samba, senza nessuna preoccupazione del mondo, solo con te stesso, la natura e i tuoi ricordi.
Versate le lacrime, si chiudono la veglia funebre e il climax discendente, il maestro volge il suo sguardo verso il cielo stellato, pieno di galassie infinite e la mente si accende e ne balena un ricordo recente: George Lucas ha rilasciato il suo film più famoso solo un anno prima….partono i versi di Beleza Pula, i tamburi,i fischi e ricomincia la Samba! La Star Wars Samba! Secondo brano non originale dell’album, questo però riadattato dalla colonna sonora di “Una nuova speranza”, riporta subito il tono giocoso dell’album con la sua melodia veloce e a tratti splendidamente cacofonica, che rende fieramente onore al capolavoro di Lucas; sentirla è come vedere di nuovo il film, con questi toni quasi da Cantina Band e addirittura i rumori delle spade laser, che aggiungono quel tocco in più, che ti fa veramente amare la traccia, soprattutto se si è vista la saga.
Dopo essersi scatenati con la Samba, “Disco B” setta di nuovo un’atmosfera più lenta, lascia la spiaggia e ti trascina in quello che sembra quasi un Jazz Club, anche se ha dei leggeri accenni di tastiera elettronica nel mezzo del brano. La melodia non è né lenta né veloce ma costante, con qualche picco dato dalla chitarra e in generale non sembra centrare molto con tutto il tema dell’album, per quanto rimanga una canzone godevolissima.
Ed ecco che come se nulla fosse ritorniamo ad un brano un po' più carico, anche se non come i precedenti, anche questo con accenni di piano elettronico; Funky Holo Holo Bird riprende spiritualmente il suo corpus da Beleza Pula anche se scambia il verso delle scimmie con fischi e versi di uccelli. Nonostante questo tentativo di differenziarsi rispetto alle altre tracce, rimane la più debole delle otto.
E come per chiudere il cerchio Takanaka ci riporta concettualmente all’inizio dell’album, con il rumore di uccelli ritorniamo sulla spiaggia al limitare della foresta ma con una melodia molto più simile in ritmo a Nights, che a Beleza Pula. Izu Amanatsu Nattou Uri è l’ottavo e ultimo brano dell’album e col suo ritmo lento ma deciso ci mostra che, nonostante la stanchezza per il lungo viaggio appena vissuto, tanti altri stanno ancora aspettando; perché alla fine questo sono gli album di Takanaka, viaggi sensoriali che spesso non hanno bisogno di parole perché basta la chitarra del maestro a dare corpo e identità ad ogni traccia, viaggi che ti portano lontano, in luoghi remoti e lussureggianti ma sempre nella comodità della propria casa.
TOMMASO MAGNANI (5^C)