Maria Preziosa De Cicco è una psicologa, coordinatrice del centro antiviolenza gestito dalla cooperativa sociale EVA a Maddaloni.
Perché è impegnata nell'attività dei centri antiviolenza?
Questa è una domanda molto molto complicata: io sono laureata in psicologia e ho fatto la tesi con la professoressa Anna Baldry, docente presso la facoltà di Psicologia all'Università Luigi Vanvitelli di Caserta, che si occupava di violenza di genere. Dopo la laurea chiedo a lei dove poter fare il tirocinio perché mi interessava questo ambito, e nel 2012 inizio il tirocinio con la cooperativa sociale EVA, precisamente a Casa Lorena, centro antiviolenza e casa rifugio a Casal di Principe, dove sono stata fino al 2021 come operatrice. Il tirocinio si è trasformato poi in un contratto di lavoro a progetto e dal 2015 in un contratto a tempo indeterminato. Dal 2020/21 ho assunto il coordinamento del Centro EVA a Maddaloni.
Cosa può essere fatto per sensibilizzare ulteriormente contro la violenza sulle donne?
Quello che stiamo già facendo, qui a scuola, per esempio! E anche dì più, nel senso che penso sia fondamentale non ricordare e discutere di questa tematica esclusivamente l’8 marzo, o il 25 novembre, ma fare dei progetti strutturati, sempre, a partire da settembre fino a metà giugno in tutte le classi, a partire dalle elementari. Questo perché è lì che inizia a formarsi il pensiero maschilista, la cultura patriarcale e quegli stereotipi di genere che alimentano il controllo maschile sulle donne e la violenza.
Spesso a casa questi bambini hanno un modello familiare basato sul patriarcato, in cui la mamma è a casa, ha dovuto rinunciare al lavoro e si occupa di tutte le faccende domestica, mentre solo il padre lavora fuori casa. Oppure la mamma lavora, però poi quando torna a casa tocca comunque a lei fare tutte le faccende domestiche da sola. È vero, abbiamo conosciuto una progressiva emancipazione femminile, ma è anche vero che noi donne facciamo il doppio del lavoro, quando torniamo a casa da lavoro ce ne spetta un altro, il cosiddetto lavoro di cura: quindi la nostra giornata lavorativa non finisce mai. Ai bambini viene mostrato prevalentemente questo modello, che è un modello in cui la donna è subordinata all'uomo. Noi cerchiamo invece di dar loro un modello diverso, alternativo, più paritario.
Quali sono i segnali che secondo lei indicano una relazione potenzialmente pericolosa?
I segnali sono parecchi, uno tra tutti che riscontiamo spesso ultimamente è la pretesa di avere l’account in comune sui social, su Instagram, Facebook. Oppure il controllo ossessivo dello stato Whatsapp della partner: “Come mai eri online dopo che mi hai mandato la buonanotte?”. Oppure fare tante telefonate alla ragazza nell'arco della giornata, che sembrano tante dimostrazioni d’amore, ma in realtà sono tutti campanelli d’allarme perché il ragazzo vuole in realtà verificare dove sta la ragazza, controllarla. Questi sono i segnali che indicano che ci stiamo immergendo in una relazione violenta. E dobbiamo ricordare che nelle relazioni violente possiamo finirci tutte, non c’è un modello preciso di uomo violento o di donna destinata a subire violenza.
Cosa pensa possano fare gli individui quotidianamente per contribuire a contrastare la violenza sulle donne?
Il fatto di intervenire e non girarsi dall’altra parte, ignorando quello che sta succedendo. Intervenendo nel momento giusto. Nei centri antiviolenza, ad esempio, noi incontriamo tantissime donne e molte di queste non vogliono farsi aiutare e a volte noi operatrici facciamo molta fatica a trattenere il giudizio. La prima cosa è non giudicare. Noi non sappiamo perché in quel momento la donna non vuole allontanarsi dall’uomo, lo possiamo immaginare, però effettivamente c’è spesso un legame molto forte con il partner, anche se è un uomo violento. Quindi è vero che dobbiamo intervenire, però sempre con molta delicatezza e accoglienza.
Cosa fate per inserire queste donne nel mondo del lavoro dopo che vengono nei vostri centri?
Noi abbiamo a disposizione vari laboratori di inserimento lavorativo che sono Le Ghiottonerie di Casa Lorena, EVALab, laboratorio sartoriale, e La Buvette di EVA. Abbiamo preso in gestione le caffetterie del Teatro Mercadante e del Teatro San Ferdinando di Napoli. Qui spieghiamo a chi viene a prendere il caffè che le donne sorridenti che glielo preparano si sono lasciate alle spalle la violenza, per poter dire a tutte le donne che dalla violenza si può uscire con il supporto dei centri antiviolenza.