Milano, 20 ottobre 1944
Questa è la testimonianza che racconta la carneficina alla scuola elementare di Gorla quando gli alleati bombardarono ingiustificatamente la scuola, causando la morte di 184 bambini, 19 docenti e la direttrice.
Gli Alleati affermarono poi essersi trattato di un errore.
Il testimone – Angelo Magistrelli (Milano 3/10/31-10/3/2013) – ha vissuto la guerra e il fascismo con gli occhi di un ragazzo; proveniva da una famiglia con valori di libertà, uguaglianza che non ha mai smesso di trasmettere. Ha sempre cercato di spiegare ai giovani i valori della resistenza della costituzione e soprattutto l'importanza della pace.
Wikipedia: Strage di Gorla
Avevo 13 anni. Abitavo in Viale Padova 58, quando c'era la guerra. Andavo alla scuola di Via Castoldi. Il 20 ottobre 1944 era una bella giornata, il cielo era sereno ed io stavo giocando a calcio con quattro amici ed una palla da tennis in piazza Durante. Erano le 11 circa e io non ero andato a scuola perché quella settimana avevo il turno di pomeriggio. Ad un certo punto le sirene d'allarme hanno cominciato a suonare proprio sopra le nostre teste. Ormai conoscevamo bene quel suono e abbiamo alzato gli occhi per guardare e abbiamo visto gli aerei volare lontani. Tutti hanno cominciato a scappare, ma non riuscivamo a togliere lo sguardo da quell'inquietante spettacolo.
Quando l'allarme ha smesso di suonare, in lontananza si sentiva il rumore degli aerei e delle esplosioni e si vedevano le bombe cadere dalle parti di Gorla, Precotto e Sesto S. Giovanni. Qualcuno diceva che stavano bombardando la scuola di Gorla. Dopo un po' anch'io ho cominciato a correre verso casa. La mia mamma mi stava aspettando sul portone per andare insieme nel rifugio, ma non avevamo neanche finito di attraversare il cortile, quando è suonata la sirena del cessato allarme.
Sono salito in casa con la mia mamma. Ero spaventato, ma la curiosità era più forte della paura, così sono di nuovo uscito per correre alla scuola di Gorla. Ero ancora lontano e già vedevo che la scuola non c'era più. Ho fatto il vecchio ponte sul Naviglio della Martesana. Più mi avvicinavo, più l'angoscia di trovarmi davanti ad una carneficina diventava concreta.
Da dove prima c'era una scuola, ora si alzavano dei fili di fumo. Le mamme e i papà piangevano. Le loro urla erano straziate. Con le mani scottate ed insanguinate scavavano nelle macerie per cercare i loro bambini. Io ero completamente pietrificato piangevo mentre la folla intorno a me continuava a crescere. Dopo un po' sono arrivate le ambulanze a sirene spiegate, I soccorritori si rendevano conto che non c'erano feriti e che la logoro presenza era più che altro necessaria per sostenere i genitori. Poi sono arrivati i militari. Erano tanti, sicuramente più di cento. Hanno circoscritto l'area facendo una catena umana e cercando di allontanare i presenti, ma allontanare quelle mamme disperate era quasi impossibile. I militari e i volontari scavavano e tiravano fuori tutti quei corpicini massacrati. Io non vedevo i corpi, m lo capivo dalle urla. Nel frattempo erano arrivate le autorità, i gerarchi fascisti, i Prefetto e il Podestà e le rappresentanze religiose. Era la prima grande carneficina d bambini in Italia.
Io sentivo le persone parlare tra loro: dicevano che anche la scuola di Precotto ere stata bombardata. Sono rimasto li almeno tre o quattro ore a guardare impietrito quell'orrendo spettacolo. Parlavo con le persone che erano lì. Qualcuno diceva che la bomba era caduta nella tromba delle scale, proprio mentre i bambini scendevano nel rifugio.
Quando sono andato via il sole cominciava a tramontare a casa ne ho parlato con i miei. Anche loro erano sconvolti, ma mi rendevo conto che, pur potendo immaginare, non avrebbero potuto capire come me che l'avevo vissuto.
Qualche giorno dopo si sentiva dire che quel bombardamento era stato un errore e che il vero obiettivo erano le fabbriche che si trovavano nelle vicinanze, ma io non ci ho mai creduto: loro avevano sempre bombardato a tappeto sulle città senza guardare in faccia a nessuno.
L'altra cosa che mi faceva rabbia erano i manifesti fascisti attaccati per tutte le strade di Milano che dicevano: "Gli anglo-liberatori ora si chiamano anglo-assassini" strumentalizzando ancora una volta un avvenimento così tragico, unico prodotto delle loro guerre schifose.
Sono state queste esperienze a spingermi sempre di più a lottare per la pace anche adesso che, lontano dai nostri occhi, episodi del genere continuano a ripetersi e si ripeteranno fino a quando esisteranno le guerre.
Ancora oggi, a 63 anni di distanza, porto le mie figlie ed i miei nipoti in piazza Gorla a visitare il monumento dedicato alle vittime innocenti di quella strage, perché la memoria non venga perduta e perché le generazioni di domani possano avere gli strumenti per non ripetere gli orrori di ieri e di oggi. E perché tutti si ricordino di non dimenticare.
Angelo Magistrelli