Verso il fronte


Sono sull’uscio, davanti a casa mia e dei miei genitori e aspetto che il fotografo scatti la mia foto. Ho insistito io con i miei genitori a farmela scattare, così nel caso non potessi tornare dal fronte, avrebbero un ricordo di me. Mi chiamo Prim, Primrose Smith, ho 19 anni e fino all’anno scorso ho studiato biologia e botanica. La guerra va avanti da tre anni ormai, tutti dicevano che sarebbe finita presto, ma non è andata così e ora sto per andare al fronte come crocerossina, però sono spaventata e ansiosa. Scattata la foto i miei genitori mi accompagnano alla stazione dove insieme ad altre ragazze, donne e dottori partiremo verso il fronte. Prima di salire ci salutiamo. Mia madre è vestita con un abito bianco come la neve che si sta appoggiando a terra. I capelli, d'un biondo chiarissimo, si confondono con il viso pallido e l’abito. Sono mossi, la spazzola non riesce mai a domarli ed ora con l’umidità sono messi peggio del solito. Gli occhi scuri come pozze profonde senza fondo sono l’unico tocco di colore che fa contrasto in una creatura così pallida, così pura, di nome Edith. Quegli occhi mi scrutano a fondo, sono dolci e intelligenti. Ad un certo punto però non si trattiene più e scoppia a piangere silenziosamente, facendosi rigare il viso giovane e glaciale dalle lacrime. Al contrario, mio padre riesce a trattenersi in un’espressione contratta in cui i suoi lineamenti spigolosi sono in risalto. Lui indossa un completo nero, e tiene la mamma stretta sul petto per consolarla. Ha i capelli neri, come una notte senza stelle, tirati in dietro. Gli occhi azzurri duri come ghiaccio, ma in questo momento è come se si sciogliessero e ogni tanto si lascia scappare qualche lacrima. Li abbraccio entrambi, e rimaniamo stretti finché il treno fischia annunciando la partenza. “Ci rivediamo presto. Vi manderò tante lettere”. Li abbraccio di nuovo:”Vi voglio tanto bene”.”Anche noi te ne vogliamo tantissimo” rispondono all’unisono mentre salgo sul treno. Cerco il mio posto. La carrozza, anche se è in terza classe, è accogliente e ordinata. Una volta seduta ripenso a quando qualche ora fa il fotografo ha scattato la mia foto. Mi ricordo che ne ha fatta una in più e allora l’ho presa con me. Per la prima volta mi accorgo che quando le signore del paese mi dicevano che sembro mio padre avevano ragione. Gli stessi capelli neri, gli occhi azzurri e gelidi, i lineamenti spigolosi. Ma di carattere sono mia madre: dolce, curiosa, intelligente e con la passione per le piante e la medicina. Guardo fuori dal finestrino: distese verdi e boschi si estendono a perdita d’occhio, qui la guerra è come se non fosse arrivata, i luoghi sono illesi e si direbbe quasi che il conflitto non ci sia. Ma il cielo smentisce l’illusione del paesaggio perfetto e pacifico. E’ grigio, ma non perchè sta per piovere, nevicare o grandinare: è fumo. Fumo di bombe che arriva dal fronte francese, quello in cui sto andando io. Questo treno mi porterà fino al porto sulla Manica da dove prenderò la nave per arrivare in Francia. Passano ore. E penso al sogno che avevo da bambina: aprire un mio negozio e vendere erbe medicinali e curare tutti in paese. E’ proprio per questo sogno stampato indelebile nella mia volontà che mi sono arruolata per curare i soldati al fronte e poi tornare nel mio paese, a casa, rivedere la mia famiglia e chissà magari averne una anche io. Il treno arriva al porto, io mi avvio verso la nave che mi porterà dove i terreni e i sogni bruciano, ma alzo lo sguardo al cielo e noto un raggio di sole che penetra le nubi nere di fumo: c’è ancora speranza.



Elisa Bugoni, 3ªC