La lettera
Piove di nuovo sulla nostra trincea, su questo buco schifoso che ci fa sprofondare lentamente verso l’inferno.
Siamo accasciati piuttosto che seduti e invano cerchiamo di ripararci dall’acqua.
Non che importi tanto: siamo talmente sporchi e sudici che forse bagnarci ci farebbe quasi bene.
Ma è l’istinto che ce lo dice, siamo sempre così tanto “sull’attenti” che anche la pioggia ci sembra pronta a ucciderci.
Siamo lì, zitti e con gli occhi bassi, quando ci si avvicina un uomo alto con un bel paio di baffi neri, occhi scoloriti dall’indifferenza e una strana tracolla di cuoio in mano.
“C’è posta”, dice lui.
Quelle parole ci risvegliano, i nostri occhi si illuminano, i peli delle nostre braccia si rizzano sotto le dure uniformi. Subito balziamo in piedi, dimenticandoci della pioggia, della guerra, dell’attenti.
Sono mesi che non ricevo niente, ho una necessità smodata di ricollegarmi alla mia famiglia, alla mia casa, ai momenti felici.
Appena l’uomo me la porge, strappo delicatamente la busta dalle sue mani, avido, e subito la copro con il palmo perchè non si rovini. Farfuglio un “Grazie mille e Dio ti benedica!” e corro ad aprirla.
Le dita mi tremano le dita convulse, il cuore mi martella potente nel petto e dalla bocca mi esce un gemito soffocato. Vorrei correre, mettermi a gridare, strapparmi di dosso la divisa, ma mi trattengo e con tocco misurato inizio a schiudere l’involucro di carta.
Ingoio le parole una ad una velocemente e arrivo presto alla fine.
Poi ricomincio, più piano più calmo.
E’ mia mamma che mi scrive, mi pare di sentire la sua voce. Mi parla di lei, dei miei fratellini, del mio caro papà, della casa, del lavoro.
Riaffiorano nella mia mente i ricordi così come i fiorellini spuntano in primavera.
Mi ricordo della mia famiglia, dei loro volti, delle loro risa. E poi, subito dopo, spunta la mia casa, il mare, la spiaggia.
Come fanno contrasto i colori della mia mente rispetto a quelli che percepiscono i miei occhi!
Ma queste sensazioni durano poco, forse un minuto, perché poi arriva lo sconforto come un pugnale nel petto. Ed ecco che il cuore si stringe, la schiena si curva, i polmoni si svuotano, gli arti si afflosciano e l’iride si inonda.
Il sottile quadrato di carta viene bagnato a turno dalle mie lacrime e dai chicchi di pioggia, triste anche lui.
Il mondo ritorna grigio.
Torno a percepire il freddo, la solitudine, la morte. Mi sento sottile nel vuoto, scolorito nel buio, vicino a scomparire.
Accanto a me i miei compagni provano gli stessi sentimenti e, ubriachi di emozioni, sistemano goffamente le lettere negli zaini.
Intorno a me vedo solo la guerra, orribile e distruttiva.
La distesa infinita di terrore davanti alla trincea, terra di sangue e spine, di dolore. In lontananza si intravedono i cadaveri dei compagni, terribili e fermi.
L’insidioso fango fa gelare, i rumori confusi stordiscono, la morte infame ci sfiora le caviglie bagnate e ci soffia sul collo.
Mi calmo, è inutile piangere. Mi distendo e sprofondo nel sonno, distrutto. Mi arriva un ultima immagine della mamma e poi buio.
Starò scomparendo?
Federico Ceresini, 3ªC