Gabriella Marchiò Rolla, ex-insegnante
Periodo trascorso alla Scuola Fontana: dal 1975 al 2000
Intervista e montaggio: ins. Andrea Ferrante, settembre 24
INTERVISTA del 2012
Contributo conservato in Archivio Storico
Intervista a GABRIELLA MARCHIÒ
La storia del laboratorio di MUSICA
Sono un po’ emozionata perché è la prima volta che vengo intervistata.
Per quanti anni hai fatto la maestra?
Tanti, tantissimi, 32 anni. Ho conosciuto migliaia di bambini, perché io non lavoravo solo con una classe e me li ricordo, me li ricordo bene. Mi ricordo soprattutto il nome dei più discoli, dei più vivaci, di quelli più silenziosi, quelli un po’ chiusi un po’ timidi. Allora di questi mi ricordo il nome. Tant’è che vado per strada qualcuno mi saluta e io mi ricordo. Degli altri non mi ricordo il nome.
Per quanti anni hai lavorato in questa scuola?
Ho lavorato in questa scuola 25 anni
Dal 1975, ho smesso di lavorare nel 2000
In quali altre scuole hai lavorato?
Ho lavorato a Trieste, ho lavorato alla Muratori. Ho iniziato a lavorare qui, quando la scuola Fontana era con la scuola D’Assisi e la scuola D’Azeglio. Io partivo al mattino con la mia pianola piccola, andavo alla D’Assisi in Via Giulia di Barolo, i bambini erano già pronti. Li facevo cantare, uscivo. Prendevo la mia attrezzatura, attraversavo il ponte di Piazza Vittorio, andavo alla D’Azeglio, facevo lezione. I bambini già tutti pronti. Tornavo alla Fontana, facevo lezione alla Fontana… ero giovane! Quello che non mi piaceva era che non conoscevo i bambini. Li vedevo come vedo voi, però non ricordavo il nome di tutti, perché era poco il tempo che potevo dedicare a questi bambini. Al mattino entravo, li facevo cantare poi via me ne andavo. Mi è sempre mancato molto il rapporto con i bambini. Quando sono venuta qui e ho avuto il laboratorio allora li conoscevo tutti, perché in laboratorio portavo dei piccoli gruppi, 10 bambini per volta, quindi ci conoscevamo molto bene.
Noi quando facciamo musica andiamo tutta la classe insieme
Ma siete con l’insegnante di musica e la maestra Margherita, io invece andavo da sola, perché ero una maestra di laboratorio, ora non esistono più. Erano degli insegnanti che non avevano una classe, io avevo il laboratorio di musica. All’inizio quando facevo le corse no, avevo una classe. Ma la direttrice Girotto che amava molto la musica aveva chiesto a tutti genitori se erano d’accordo a distaccarmi dalla classe e farmi fare musica per tutte le classi.
Perché hai deciso di occuparti di musica?
Perché fin da quando ero piccolissima ho suonato il pianoforte. Vivevo in un paesino in montagna e mia mamma e mio papà mi mandavano da una signora a imparare a suonare il pianoforte. All’età di quattordici anni, mi ricorderò sempre, mio papà ha detto “Suona, non si potrà farle dare qualche esame…” insomma mi ha portato al Conservatorio di Torino (la scuola dei musicisti). Uno spavento! Arrivavo dalla montagna, a Torino, mi hanno messa in una sala, mi hanno chiesto cosa sapevo fare, mi hanno messa al pianoforte. Poi mi hanno detto: “Tutto da rifare!” che vergogna, mi ricordo che quando sono uscita piangevo.
I miei genitori mi hanno iscritta alla scuola musicale di pianoforte di Cuneo, mi sono diplomata in pianoforte quando ero già sposata. Avevo perso tanti anni, avrei potuto fare qualcosa di più. Comunque la mia parola era quella: fare musica!
Nella scuola ho cominciato con il doposcuola. Durante il doposcuola ogni insegnante poteva fare quello che voleva, i bambini facevano i compiti poi li facevo cantare. Il mio doposcuola era sempre e solo cantare, cantare. Quando sono venuta qui la direttrice Girotto, che era una grande appassionata di musica, ha capito questo e mi ha fato fare musica, e da allora ho sempre fatto musica con la collaborazione e l’aiuto di tutti gli insegnanti, perché all’inizio non avevo il distacco ma gli insegnanti si dividevano i bambini in modo da lasciarmi fare questa attività, bellissima!
Ho scelto di fare musica perché amo la musica, poi a scuola ho visto che per i bambini era molto piacevole fare musica, lo facevano sempre con piacere, mi aspettavano. Mi chiamavano “la maestra cantante”. All’inizio quando entravo nella classe io li salutavo cantando e allora loro dicevano che io parlavo cantando.
Maria Pia, la mamma di Giulia, ci ha raccontato, quando facevamo prima, che le avevi insegnato a suonare il flauto e che avevano fatto un concerto per l’inaugurazione dei giardini Farini.
Quella fu la prima volta che facemmo qualcosa di pubblico. La direttrice Maria Girotto aveva inventato una poesia sulla festa degli alberi, poi l’aveva musicata, cioè la cantava. Non aveva scritto la musica perché non sapeva farlo, aveva improvvisato una musica su queste parole, allora finito il doposcuola, andavamo nell’aula dove c’era il pianoforte. Lei cantava, io cercavo le note così ho scritto le note, le ho insegnate ai bambini. Quando siamo andati all’inaugurazione dei giardini Farini un gruppetto ha fatto il coro con questa canzone degli alberi e un altro gruppetto ha suonato il flauto. Allora era molto di moda suonare il flauto, nelle scuole quasi tutti suonavano il flauto. Era stata una cosa importantissima i bambini erano sul palco. Avevamo comprato i flauti tutti uguali perché avessero la stessa intonazione.
Hai fatto solo la maestra di musica o anche la maestra di classe?
Anche la maestra di classe, ho lavorato con la maestra Gabriella Canavese.
Non ho mai fatto matematica, so contare fino a dieci, non ho fatto matematica.
Facevo religione e li facevo cantare, facevo lingua e li facevo leggere cantando…
Perché fare musica a scuola?
Perché fare ginnastica a scuola? Perché è divertente, per imparare che cos’è per voi la musica. Suoni, passioni, racconta qualcosa,
la musica è emozione, con la musica esprimo qualcosa, quando canto sono felice o sono triste, la uso per raccontare agli altri quello che ho vissuto, la musica è anche tanto altro, serve per comunicare.
Ai bambini piccoli le mamme danno dei fogli e dei colori e dicono: “disegna...” Il bambino disegna e non fa rumore, ma poi afferra un oggetto e comincia a battere o lo fa cadere e poi ancora e ancora. La mamma dice: “Basta!” ma lui non lo fa per fare dispetto lui vuole sentire i suoni, fa musica.
La musica è un’attività che appartiene all’uomo, che comincia con la storia dell’uomo, i primi uomini facevano solo dei suoni. È una cosa che ci portiamo dentro e allora è giusto farla anche a scuola.
Dove hai imparato a fare musica?
Suonavo per conto mio, cantavo. Facevo suonare il flauto. Dove ho capito che sbagliavo tutto è quando sono andata a Trieste dove ho frequentato una scuola che si chiamava “Scuola Orff”. Orff è un musicista che si è occupato di bambini e che ha inventato tutti gli strumenti che sono in laboratorio. Tutti strumenti a misura di bambino, io ho frequentato il corso e ho capito che avevo sbagliato tutto. Avevo fatto suonare il flauto, subito dall’inizio, invece il flauto era un punto d’arrivo. I bambini cominciano a suonare il flauto quando hanno fatto già delle altre esperienze perché suonare il flauto è difficilissimo! Allora ho capito che dovevo cominciare a fare musica in un altro modo partendo da quello che i bambini hanno intorno. A Trieste avevo tutti gli strumenti quando sono arrivata qui gli strumenti non li avevo ed allora abbiamo cominciato a fare musica con tutto quello che avevamo.
Non avevamo niente e allora abbiamo cominciato con il corpo, con le mani, con i piedi. Poi siamo andati in giro per l’aula e abbiamo fatto musica con tutto quello che trovavamo.
È stato difficile fare l’insegnante di musica?
È stato bellissimo, è stato una cosa bellissima. Ogni volta che ci penso mi viene emozione, ogni volta che penso a quello che facevano i bambini penso: Mamma mia, che meraviglia!
È stato difficile come per tutte le cose se vuoi farle bene, ho sempre avuto tutto dai bambini.
Il materiale che ho usato per fare i lavori, sono stati materiali portati dai bambini, io li mettevo insieme li elaboravamo insieme, ma alla fine erano i loro materiali che erano diventati strumenti.
Se uno ha una passione grande non è così difficile…
Hai ragione
Solo gli ultimi due anni che non potevo più sedermi per terra, allora ho fatto fatica fisica, mi sono detta ora basta. Ma solo allora.
Perché hai deciso da fare il laboratorio di musica e perché?
Il laboratorio è nato dall’esigenza di far fare ai bambini delle esperienze musicali diverse.
Abbiamo così deciso di iniziare una ricerca. Abbiamo chiesto a tutti gli alunni di portare a scuola un oggetto che aveva utilizzato a casa per produrre dei suoni. Avevamo inventato “il sacco magico” che era un sacco di iuta che ogni bambino si portava a casa la sera, il giorno dopo lo riportava con gli oggetti dentro che facevano suoni. In laboratorio poi metteva le mani nel sacco faceva suonare gli oggetti che aveva portato e gli altri dovevano indovinare: che oggetto era e che tipo di movimento faceva per produrre il suono. Era difficile. Mi ricordo che un bambino aveva preparato due ovetti kinder, in uno aveva messo del riso nell’altro della pastina, ne aveva fatto suonare uno e tutti avevano detto: riso! Poi aveva fatto suonare l’altro, tutti dicevano: riso, riso. Invece era pastina, un po’ il suono era diverso, ma… c’erano delle cose interessanti che spingevano i bambini a fare molta attenzione ad aprire bene, bene le orecchie a chiedersi perché suonava il quel modo lì piuttosto che in quell’altro.
Rosalba ci ha raccontato che aveva chiesto ai bambini di portare cose perché nel laboratorio di scienze non c’era niente, tu hai fatto la stessa cosa
È vero, abbiamo trovato un angolo dove raccogliere tutte le cose che portavano. Tutti volevano portare il sacchetto a casa, così lo davamo solo più una volta alla settimana. Di lì sono nati degli oggetti sonori. I fustini del detersivo sono diventati dei tamburi, i tappi delle bottiglie dei sonagli, le conchiglie, tantissimi oggetti presi dalla natura e abbiamo costruito i primi oggetti musicali. Poi c’è stato l’incontro con un musicista che si chiamava Liberovici ed allora abbiamo avuto gli strumenti veri. Lui ha inventato la scatola delle pietre, uno dei primi oggetti che abbiamo utilizzato. Abbiamo addirittura fatto un’orchestra di pietre. Le pietre hanno un fascino incredibile, mi piacciono tantissimo.
Allora li avete inventati voi gli strumenti?
Sì, sì, li hanno portati loro. Poi hanno trovato i movimenti per farli suonare. Perché se non c’è movimento non c’è suono.
Suono = movimento, silenzio = immobilità.
Chi ti ha aiutato per il laboratorio?
Liberovici era un musicista che aveva cominciato a studiare la musica, i suoni quando è nata la sua bambina. Appena è nata ha cominciato a registrare tutti i pianti che ha fatto, poi tutti i bla bla, tutti i suoni che faceva con la voce. Aveva tutta la storia musicale della sua bambina. Aveva capito che la sua bambina come fate voi cantava mentre disegnava, che la musica e il canto sono sempre presenti con noi da quando nasciamo.
Con questo maestro abbiamo lavorato e fatto ricerca sull’inquinamento sonoro. È venuta fuori un’opera, lui aveva inventato degli strumenti: la scatola delle pietre, delle corde, dell’aria, delle scritture musicali e aveva dato la possibilità alla scuola di avere questi strumenti.
Sergio Liberovici è morto qualche anno fa, la scuola gli ha intitolato un’aula perché aveva lavorato tanto con i bambini di questa scuola.
Gli altri maestri erano d’accordo con te?
Sì, il laboratorio è stato usato da molte classi, anche senza di me. erano molto contenti. La musica ha permesso anche di fare altre attività. Ad esempio quando abbiamo fatto la ricerca sull’inquinamento sonoro andavamo in giro con il registratore a sentire i rumori di Via Vanchiglia, di corso Regina, andavamo sul Po, dove c’è la cascata lì dal ponte. Andavamo a registrare e poi ascoltavamo quello che avevamo registrato e poi quando i bambini tornavano in classe scrivevano delle cose. Quindi gli insegnanti di classe, faceva lingua perché faceva fare un testo, facevano disegni. Molte cose si facevano intorno alla musica. Lavoravamo in collaborazione.
Interrompiamo l’intervista per cantare a Gabriella una canzone che cantiamo quando arriviamo nel laboratorio di musica.
Sapete cosa facevo nel laboratorio di musica invece di dire: Bravo? Battevo le mani così….
E voleva dire bravo.
Cosa facevi in laboratorio, ci puoi raccontare delle cose?
Allora, la ricerca sulla sonorità degli strumenti, a seconda delle classi. Con i bambini piccoli di prima facevamo esperimenti con gli oggetti: le pietre, il legno, la carta, l’acqua. Facevamo dei giochi di ritmo, per imparare a stare insieme, perché bisogna imparare a stare bene insieme. Il ritmo è importantissimo, ed è la cosa più facile da fare. Con le classi di bambini più grandi facevamo esperienze sugli strumenti musicali, quelli a percussione: gli xilofoni, i metallofoni. Percussione vuole dire battere. Se io batto gli strumenti vibrano. Abbiamo scoperto che alcuni strumenti vibrano di più, se io batto sul tamburo la vibrazione dura meno che se io batto sul triangolo o ad esempio sui piatti, i piatti fanno un suono molto più lungo. Facevamo tutti questi esperimenti con gli strumenti, poi facevamo canto e danze. Abbiamo anche fatto una raccolta di danze che piacevano molto ai bambini.
La mamma di Riccardo ci ha raccontato che con te aveva fatto uno spettacolo che si intitolava “Il grande chiasso”, ci spieghi com’era?
Il grande chiasso è stata l’esperienza più grande che ho fatto. Con il musicista Liberovici abbiamo ideato quest’opera. Lui voleva fare una ricerca sull’inquinamento sonoro. Come vi ho detto abbiamo registrato i rumori. Nella scuola abbiamo lavorato con quattro classi seconde, i bambini avevano scritto delle cose, avevano fatto dei disegni, avevano registrato, avevano cantato e avevano portato tutta la loro esperienza.
Una classe aveva fatto una ricerca su tutti i suoni che ci sono in casa dal mattino quando ti svegli, fino alla sera. Qual è il primo suono che senti al mattino?
La sveglia
E se non c’è la sveglia?
La mamma
La mamma che chiama, ogni bambino aveva portato le sue esperienze su casa sua. Perché non ci sono gli stessi suoni e rumori in ogni casa. Provate a pensare, televisione, telefoni, radio, campanello, i piatti, le pentole, l’acqua. Tantissime cose.
Un altro gruppo aveva fatto la ricerca sui rumori fuori, dal mattino quando esci di casa e vieni a scuola fino a quando rientri.
Un altro gruppo aveva fatto una ricerca… sulla voce delle maestre! Ne sono venute fuori di tutti i colori! Le maestre che urlano, quelle che sbraitano, che si arrabbiano. Poi avevano fatto i disegni.
Delle maestre con le bocche spalancate che urlano.
I bambini avevano fatto tutte queste ricerche. Ogni bambino aveva la sua cartellina con i suoi testi, i suoi disegni. Il maestro Liberovici ha chiamato un bambino per volta e ha tirato fuori dal testo di ogni bambino la musica, ha fatto cantare il pezzettino che aveva scritto, ha registrato tutto.
È stato un lavoro che è durato un anno intero. Quando ha raccolto tutti materiali, scritti, disegnati ha messo insieme e ha costruito un’opera con i lavori dei bambini che si chiama appunto Il grande chiasso. I bambini hanno disegnato tutti i materiali per la scena. Ogni bambino aveva fatto il suo ritratto sul foglio di carta, poi i disegni, con la collaborazione dell’Accademia d’Arte, sono stati riportati sulla tela.
Una cosa di cui mi ero accorta era che era un errore fare cantare tutti, fare suonare il flauto a tutti perché c’erano alcuni bambini che avevano delle difficoltà magari ad intonare, a suonare, allora magari c’era un bambino che mi diceva: “Toglimi Luigi da vicino perché mi fa stonare”.
Alcuni bambini erano più bravi a fare altro, recitare, disegnare, ballare.
Allora in questa opera avevamo fatto questo lavoro, quelli che disegnavano benissimo, li avevamo messi a preparare tutto il materiale per i costumi; quelli che si muovevano bene facevano i mimi. C’era il gruppo di quelli che cantavano, il gruppo dei mimi, c’era il gruppo di quelli che facevano i rumori, i suoni, c’erano gli uomini dei drappi che portavano i materiali per le diverse scene, c’erano i protagonisti. Di questa opera il protagonista è un bambino che si sveglia il mattino sentendo la mamma che lo chiama, ci fa vedere tutto quello che sente in una giornata fino alla sera quando va a dormire. C’erano quattro protagonisti perché dovevamo alternare un po’, l’opera è lunga.
Questa opera è stata molto importante, un anno l’abbiamo preparata, l’anno dopo l’abbiamo realizzata, poi l’abbiamo rappresentata nella nostra scuola. Siamo stati invitati in Austria, alcuni anni dopo, con bambini che non erano più quelli che l’avevano costruita, ma bambini che prendevano l’opera già fatta e la rappresentavano. Siamo stati a Innsbruck con questi bambini di seconda, è stata un’esperienza bellissima.
Con che classe hai cominciato?
Ho iniziato con le classi del doposcuola, per cui c’erano bambini di tutte le classi. Avevo poi iniziato con i bambini piccoli, pensavo che fosse importante iniziare con tutto il lavoro con gli oggetti, prima di arrivare con i bambini di quarta e quinta che suonavano poi il flauto.
Ho lavorato anche al Nido, con i bambini del nido, con i bambini della materna per fare esperienze con le pietre. Ho cominciato con le prime, poi sono andata avanti così.
Ricordi qualche storia, buffa, divertente, triste che è successa in laboratorio?
Ma intanto mi ricordo che quando abbiamo iniziato questo lavoro non si ammalava più nessuno. Una cosa che è successa quando siamo andati a Innsbruck. Siamo partiti con tutte le scatole e quando siamo arrivati non ho più trovato la scatola delle pietre. Io ero l’incaricata di fare sì che ci fosse tutto il materiale. Quando ho visto che non c’era la scatola delle pietre mi sono sentita male, mi sono sentita gelare. Ho chiesto agli operai che mi hanno detto di avere scaricato tutto e che non c’era più niente. Non sapevo come fare a dirlo a Liberovici perché mi avrebbe strozzata, pensavo già di dover andare al fiume a raccogliere le pietre e poi la scatola era stata dimenticata sul camion che trasportava gli oggetti e finalmente l’abbiamo ritrovata. Mi ero spaventata da morire, i bambini tutti allarmati: “Come facciamo?”
I bambini sono sempre stati grandi.