Intervista a Lanfredini Carmela, ex-direttrice
Periodo trascorso alla Scuola Fontana: dal 1978 al 1994
Intervistatori: classi 2^A-2^B-2^C, Scuola Fontana
Data: 10 aprile 2024, ore 14:30
Sig.ra Lanfredini: “Io mi presento, sono la vecchia direttrice di questa scuola. Sapete da quanti anni sono in pensione? Vi do le date. Io sono andata in pensione nel 1994.
Bambini, vi risparmio di alzare la mano per intervenire perché tanto non le vedo. Chi vuole parlare parla o vi chiama la maestra.
Adesso siamo nel 2024, quanti anni sono passati? Sono passati 30 anni, tanto tanto tempo. Vi assicuro che oggi, vecchietta come sono, sono molto emozionata e molto felice di essere qui con voi. Io ho vissuto 40 anni lavorando con i bambini e per me sono stati tutta la mia vita ed è questa la ragione per cui sono emozionata.
Prima di diventare direttrice, sono stata una maestra e avevo anche io gli scolaretti, tanti bambini. Ho terminato una classe quinta e poi ho fatto il concorso e gli esami per diventare direttrice.
Quando ero insegnante, abitavo in Toscana, non ero a Torino. Quando ho vinto il concorso per dirigente non c’erano posti in Toscana e così nel 1971 sono venuta in Piemonte. La prima scuola non era a Torino, ma a Cambiano. Poi nel 1978 sono venuta alla scuola Fontana.
Matilde: com’era la scuola quando era dirigente, come organizzazione e come struttura?
L: Quando sono arrivata qui, dal punto di vista strutturale, le aule erano più o meno così, la ristrutturazione è venuta dopo. Non c’erano le aule qui al fondo dei corridoi di via Balbo, la direzione era al primo piano, nelle soffitte abitava il custode, non c’era il refettorio e si mangiava nelle aule. Nel 1986-88 i bambini sono andati a scuola in un altro edificio, lontano, oltre il Po. Veniva il pullman a prenderci e ci portava oltre il Po, e la scuola è stata ristrutturata, anche il tetto nuovo perché c’erano le travi di legno marce e il tetto poteva crollare e così abbiamo portato la direzione e l’alloggio del Custode al pian terreno, abbiamo costruito un refettorio nuovo e sui vari piani, oltre che alle aula, abbiamo realizzato i laboratori. Qui c’era il laboratorio di lettura, un laboratorio dove si svolgevano attività di recupero, come in tutte le aulette per il corridoio, poi sotto c’era il laboratorio di Musica e di Scienze, c’era il laboratorio di informatica. Ma nel 1978 c’erano solo le classi al mattino e nel pomeriggio il dopo-scuola ma al dopo-scuola andavano solo alcuni bambini per ogni classe. Ad esempio formavano dei gruppetti di tre-quattro bambini per ogni classe.
Per controllare la situazione non andavo a casa, rimanevo a scuola, perché soprattutto i ragazzi delle quinte erano di difficile gestione. Siccome non c’era il refettorio, i ragazzi mangiavano in corridoio ed era una gran fatica tenere tutti buoni.
Alla fine dell’anno ho detto agli insegnanti: “dal prossimo anno, se il Provveditore mi autorizza, facciamo tutte le classi a tempo pieno sempre che voi, insegnanti, siate d’accordo. E vi assicuro che per me fu una grande gioia, furono tutti d’accordo e all’ottobre dell’anno successivo non c’erano più le classi al mattino e il doposcuola al pomeriggio, ma tutti i bambini uscivano alle 16:30. Gli insegnanti allora erano due per classi e avanzavano delle ore e quelle ore in più le usavano per fare piccoli gruppi. La scuola aveva cambiato aspetto, non solo a vederla, ma anche dal punto di vista organizzativo. La cosa più importante non era quanto tempo si stava a scuola, uscendo alla mezza o alle quattro e mezza, ma cosa si faceva a scuola.
Agata: Come si vestivano i bambini?
L : certo! Tutti indossavano il grembiulino blu, color carta da zucchero, le bambine con il grembiule lungo, e i maschietti con una casacchina blu. I miei alunni in Toscana invece indossavano il grembiulino bianco lungo con il colletto bianco se erano femmine, mentre i maschi la casacchina nera. Adesso nelle classi come siete?
Zeno: a scuola siamo vestiti come vogliamo e siamo misti.
L : Una volta, non quando sono arrivata io, anche se forse qualche classe c’era ancora ma una una c’erano le classi tutte femminili e le altre tutte maschili.
I bambini: che tristezza!
L: io non so se ci sia ancora scritta sopra il portone dell’uscita, uscita maschile e femminile… da una parte uscivano le classi maschili e dall’altra quelle femminili
Matilde: se eri amica di un maschio era un bel guaio
L: adesso invece siamo in classi miste
B: evviva!
Sebastiano: si ricorda quale era la sua classe, in cui insegnava?
L: in questa scuola non ho mai avuto un’aula in cui insegnare perché io ero la direttrice didattica, cioè ero la persona che era responsabile di tutta la scuola, del suo funzionamento, del lavoro degli insegnanti, della didattica, cioè su come gli insegnanti avrebbero dovuto lavorare. La mia aula era la direzione, se vuoi andate sotto al pian terreno, ci dovrebbero essere ancora i cartellini “direzione”, “segreteria”...
Enea R: quanti giorni alla settimana, o ore, tu lavoravi?
L: in teoria erano 36, però vi assicuro che erano molte di più.
Zeno: aveva un buon rapporto con le maestre?
L: buonissimo! Bisognerebbe chiederlo alle maestre, qui ce ne sono due. Forse mi consideravano un po’ severa, ma io avevo insegnanti splendidi, perché ogni cosa che proponevo, gli insegnanti ci ragionavano e realizzavamo insieme tante cose e le portavamo avanti. Questo famoso tempo pieno… le leggi ce lo permettevano, non facevamo le cose di testa nostra. Nel 1971 è uscita la legge del tempo pieno, nel 1974 è uscita una legge importante, sugli organi collegiali, e permise ai genitori di partecipare alla vita della scuola. Nel 1977 con la legge 517 diventò possibile fare le classi aperte, voleva dire che era possibile che tre classi seconde come voi lavorassero insieme
b: lo facciamo anche noi!
L: … facessero piccoli gruppi, magari qualcuno aveva bisogno di imparare meglio il calcolo, altri seguivano un gruppo che magari faceva tanti errori di ortografia, altri facevano un gruppo di lettura… ecc.
Leo Prim: c’era la mensa?
L: sì, la mensa c’è sempre stata ma come vi ho detto I primi tempi si mangiava nei corridoi e poi negli anni ‘86/’88 quando abbiamo ristrutturato la scuola, abbiamo realizzato la mensa che forse è quella che usate adesso. Questo edificio è bellissimo, ha molta luce. Magari quando abbiamo ristrutturato abbiamo rifatto le porte, ma l’edificio era già molto bello
Diego: lei andava a fare visita nelle classi?
L: si! Andavo a fare le visite nelle classi e avevo anche un’altra bella abitudine. A fine anno, prima che i bambini di quinta finissero la scuola, andavo a salutarli tutti.
Pensate che quando sono arrivata, qui c’erano sette prime (e seconde, terze… ed erano dislocate anche dove c’è la parrocchia)
Quando andavo a salutare i bambini di quinta, raccontavo di un poeta, scrittore che si chiama Alfieri ed era di Asti, una cittadina del Piemonte. A volte, anche quando era già vecchio e voleva studiare, ma era stanco, si faceva legare alla sedia perché voleva continuare ad imparare e dicevo loro che Alfieri diceva: “Volli, sempre volli, fortissimamente volli.” Questo significa voglio fare una cosa e la voglio fare, ma non sempre ce ne ho voglia. Raccontavo questo pensiero di Alfieri per dire loro che “volere è potere”. Quando uno vuole, può anche farcela. Quando vogliamo realizzare una cosa, l’importante è volerla fortissimamente.
Tobia: a lei piaceva dirigere questa scuola?
L: tantissimo. A casa mia, mio marito e i miei figli quando arrivavo tardi a casa qualche volta mi dicevano “Vorrà dire che ti portiamo un lettino in direzione e qualche volta ci resti anche a dormire, perché non te ne vai mai!”. Mi piaceva tanto dirigere, dare ordini, ma soprattutto stare con i bambini, vederli entrare e uscire, salutarli.. Ma penso che anche i bambini stessero bene con me. C’era un bambino di una classe, ogni tanto arrivava in direzione, bussava e mi diceva: “Ciao direttrice, ti voglio bene” e io lo rispedivo in classe perché volevo che tornasse dalla maestra.
Francesca: per quanti anni hai fatto la maestra?
L: per 14 anni, la prima volta che sono andata in una classe era il 1954, avevo 23 anni, ero giovane. Nel 1971 sono diventata direttrice e nel 1994 sono andata in pensione.
Adelina: perché hai voluto fare la dirigente?
L: è una bella domanda. Io frequentavo la scuola elementare ad Alassio, sono cresciuta in Toscana, ma sono nata in Liguria. Ricordo che c’era una bella direttrice, alta, con i ricci, non piccolina come me e veniva a farci visita nelle classi e ricordo che ogni volta la guardavo e mi piaceva. In terza elementare ho pensato: “Mi piacerebbe tanto diventare direttrice, è proprio un mio sogno”. Per realizzare il mio sogno ho dovuto studiare tanto. Dopo mi sono sposata, ho avuto dei figli e poi nel 66-67 ho ripreso quel sogno che avevo messo per un po’ nel cassetto e ho iniziato a studiare tanto e ho deciso di andare ad affrontare gli esami. Gli scritti del concorso li ho fatti a Roma, quando la mia amica mi ha telefonato per dirmi che avevo superato il concorso, non ci potevo credere.
Lorenzo P.: quali strumenti didattici usavano i bambini per studiare?
L.: è chiaro che gli strumenti più importanti sono quelli che avete anche voi… cosa usate?
Zeno: matita, banco, sedie…
Gregorio: libri…
Zeno: portapenne, gomme, il compasso…
L: il righello. Per contare ai tempi si usavano per contare l’abaco e al tempo si usavano i blocchi logici, i regoli, il gioco del cambio…
Lorenzo C.: qual è il ricordo più bello che hai della scuola?
L: Direi che ne ho tanti, ma il più bello era quello di riuscire a lavorare in armonia e in grande collaborazione con gli insegnanti, e c’era talmente intesa che siamo riusciti a realizzare un’opera “Il grande chiasso”. Abbiamo avuto la collaborazione di un grande maestro di musica che era Sergio Liberovici. Però se gli insegnanti e i bambini non avessero dato la loro collaborazione non saremmo stati in gradi di realizzare nulla. E abbiamo portato questo spettacolo in giro, lo abbiamo realizzato in Austria, in Svizzera. È stato bellissimo. "Il grande chiasso” è stato un bellissimo ricordo: non solo per l’opera in sé ma soprattutto lavorare tutti insieme per realizzare qualcosa di grande.
Porto sempre nel cuore l’amore dei bambini è la cosa più bella. Questi bambini mi hanno dato tanto, li ho sentiti sempre tutti vicini, li conoscevo tutti perché facevo le riunioni con le insegnanti e loro dovevano arrivare con l’elenco di tutti i bambini e per ognuno io volevo una descrizione. così quando arrivavo in classe io li conoscevo già. Questi bambini a me hanno dato tanto… Mi commuovo…
Frida: è bello che tu ti commuova.
L: li ricordo tutti e adesso porterò anche voi nel mio cuore
Vi ringrazio tanto siete stati bravissimi, attenti, avete partecipato. Grazie.
INTERVISTA PRECEDENTE CONSERVATA IN ARCHIVIO STORICO
Intervista a CARMELA LANFREDINI
Direttrice della scuola Fontana fino al 1994
Io dicevo prima che sono preoccupata, un’intervista fatta da degli alunni come voi… mi preoccupa e mi emoziona, se dovessi emozionarmi portate pazienza.
Per quanti anni ha fatto la direttrice?
Per fare la direttrice bisogna avere fatto la maestra, bisogna sapere cos’è la scuola come sono i bambini, come si parla con loro, prima sono stata insegnante dal 1954 al 1970.
Ho preso servizio, come direttrice, qui vicino a Cambiano il 1° ottobre 1971, allora la scuola cominciava ad ottobre.
Sono stata a Cambiano, vicino a Moncalieri, fino al giugno 1978.
Il primo di settembre del 1978 sono venuta alla Fontana come direttrice, dove sono rimasta fino al 1994, poi sono andata in pensione. A me è dispiaciuto tanto perché mi piaceva molto il lavoro. Il primo anno di pensionamento è stato proprio una sofferenza continua, al mattino mi alzavo per venire a scuola, era proprio un bel problema sapete…
Adesso fate i conti, io vi posso solo dire che nella scuola ci sono stata 40 anni.
C’è un vuoto dal 1970 al 1971, perché la prima sede che mi è stata assegnata era vicina a Pordenone, sono andata a vedere la sede però era un problema per me, mio marito insegnava in Toscana, avevo due figli, uno frequentava la scuola superiore, l’altra la scuola media, era proprio un disastro andare così lontano. Allora ho mandato un telegramma al Ministero dicendo che non potevo assumere servizio. Tornai a fare l’insegnante, nel frattempo mi resi conto che le sedi che io avevo chiesto in Piemonte, erano ancora libere, non erano state assegnate. Allora sono andata al Ministero, ho fatto ricorso, però prima di avere la risposta è passato un anno e quindi è stato un anno di mezzo, io ero già direttrice, ma ho continuato a fare l’insegnante.
Perché ha deciso di cambiare mestiere?
Bella domanda, io ce l’ho la risposta sapete? Ancora quando ero insegnante, qualche volta ho fatto preoccupare il mio direttore, non potevo fare a meno di riunire gli insegnanti, già da insegnante mi piaceva fare esperienze nuove. Avevo fatto esperienze d’insegnamento della lingua, di uso di strategie didattiche diverse, questo anche per la matematica. Quindi io all’interno della scuola ero abituata a comunicare ai miei colleghi quello che facevo, qualche volta li riunivo senza concordare con il direttore. Una volta sono stata richiamata, il direttore mi ha detto: “Si ricordi che lei è insegnante, se vuole fare qualcosa me lo deve dire.” Io gli avevo risposto che non volevo passare sopra di lui, volevo solo raccontare ai miei colleghi insegnanti le cose che imparavo. I miei colleghi erano molto disponibili, se dicevo: “Ci troviamo?” loro venivano. Questo mi portò a pensare che tutte queste cose io avrei potuto trasferirle ad altri insegnanti, non solo a quelli della mia scuola, del mio plesso. Però bisognava cambiare prospettiva, bisognava cambiare la posizione, il ruolo. Allora decisi di provare a fare il concorso. In quel momento non ero ancora laureata, in quel periodo era sufficiente, per fare il concorso, avere 8 anni di insegnamento sempre con “ottimo” e allora feci la domanda. Fui ammessa all’esame di concorso. Se vi dicessi come sono andati, ridereste anche un po’. Allora si facevano gli esami a Roma, si facevano due temi, uno di cultura generale e uno di legislazione perché il direttore doveva conoscere le leggi. Se riuscivi ad essere ammessa, ci voleva la media del 7, poi dovevi andare agli orali, che furono a settembre del 1970. Quando andai a fare il tema, il primo giorno feci quello di cultura generale. Il giorno dopo dissi a mio marito, che mi accompagnava sempre: “Senti, torniamo a casa, ho fatto un tema così semplice, non passerò mai.” Mio marito mi rispose: “Non ci pensare neppure! Ora siamo qui, tu hai fatto il primo tema, ora farai anche il secondo.” Così feci il secondo tema, l’argomento mi piaceva tantissimo così lo feci in modo soddisfacente per me.
I risultati venivano esposti a Roma, ma io non ero andata a vederli, mi ha telefonato un amico la cui moglie aveva come me sostenuto gli esami, la moglie era stata ammessa come me e lui mi dice: “Brutta birbona, sei venuta a Roma a dare gli esami non ce l’hai detto, io adesso ti dico che sei stata ammessa”. Io non ci credevo, mi sembrava impossibile, che mi raccontasse una storia, ci voleva la media del sette per essere ammessi… invece era vero, momenti svenivo dallo choc, però ero tanto contenta!
Le insegnanti che abbiano intervistato ci hanno parlato di lei quando parlavano dei laboratori, perché ha deciso di fare una scuola con i laboratori e il tempo pieno?
Ricordo che riunii il Collegio docenti, dove ci sono tutti gli insegnanti della scuola e cominciammo di parlare con loro di questa possibilità, cioè di dare vita al tempo pieno, ci voleva anche la disponibilità degli insegnanti, erano loro che dovevano stare con i bambini, erano loro che dovevano rimboccarsi le maniche e fare il progetto organizzativo. Vi posso dire che gli insegnanti dissero di sì, immaginatevi.
Cominciammo dalle classi prime, abbiamo fatto un mucchio di progetti, strategie e così vi posso dire che quando sono andata in pensione la scuola funzionava tutta a tempo pieno. Ma non solo tempo pieno della classe che viveva al mattino in un’aula e al pomeriggio nella stessa aula, ma nel frattempo avevamo avuto delle leggi che ci aiutavano per una scuola organizzata in modo diverso. Non puoi sempre tenere i bambini nello stesso spazio, dovevi dare ai bambini l’opportunità di utilizzare spazi diversi, quindi abbiamo cominciato ad organizzare il tempo pieno con le attività d’interclasse, facendo piccoli gruppi di attività, non solo per capacità ma anche per interesse perché tutti devono andare avanti in modo personale, individuale.
Certo che i laboratori sono stati la cosa più bella perché con i laboratori noi abbiamo realizzato le sperimentazioni che permettevano ai bambini di apprendere con possibilità metodologiche nuove. Avevamo il laboratorio di scienze, quello di musica, il laboratorio d’informatica e il laboratorio di lettura. Guardate se io ho potuto fare tutto questo è perché avevo degli insegnanti veramente splendidi, quando facevo una proposta non si tiravano indietro, dicevano: “Proviamo…” Portare avanti una scuola così, la scuola del fare, vuol dire dedicare del tempo, la scuola del tempo pieno non solo da parte dei bambini ma anche da parte degli insegnanti.
A noi sembra importante questa cosa che lei ci ha detto della passione, dopo aver sentito sia la maestra Rosalba che la maestra Gabriella ci eravamo detti che far scuola ci voleva anche la passione per la scuola ma anche la passione per le materie, perché tutte queste insegnanti avevano detto che fin da piccole amavano le scienze, la matematica, la musica…
Io vi posso dire, adesso mi commuovo, vi posso dire che sono diventata direttrice ma fin da piccola, sembra incredibile raccontarlo ora, con i miei fratelli, noi eravamo quattro, quando giocavo, facevo sempre la maestra, li mettevo lì seduti bravi, la porta era la lavagna e loro mi dovevano ascoltare. Quando ero in terza elementare venne a far visita nella classe la direttrice, me la ricordo ancora. Era una signora alta, aveva i capelli rossi, imponente, io la guardavo e mi dicevo: Voglio fare la Direttrice! Questa idea di diventare direttrice l’ho sempre avuta nel cuore.
Sapete bambini quando io ho finito la quinta elementare c’era la guerra, era il 1941 e mio papà non mi ha più voluto mandare a scuola, aveva paura, c’erano i bombardamenti e poi diciamo anche perché a mio papà non piaceva il regime che c’era in quel momento, il fascismo. Quindi io non sono più andata a scuola, ho pianto per tanti giorni di seguito, perché non la capivo questa cosa, ero così disperata che lui mi ha detto: “Non ti preoccupare, se quando finisce la guerra hai ancora voglia di studiare” questa cosa è la prima volta che racconto questo episodio “se hai ancora voglia, io ti prometto che ti farò studiare”. Ebbene bambini a diciassette anni ho ripreso a studiare, pensate se qui c’era passione, ce n’era un bel po’, perché a diciassette anni una ragazzina pensa ad altre cose. Io a diciassette anni mi sono rimessa a studiare, ho fatto le tre classi medie insieme, perché dovevo accelerare, ho fatto gli esami sono stata promossa e poi ho fatto la scuola magistrale, in quella però ho fatto i quattro anni normali. Avevo passione per tutto, perché io dicevo se voglio diventare insegnante, devo sapere bene la matematica, le scienze… e quindi le magistrali, pur non essendo più bambina, le ho fatte anno per anno qui a Torino perché dalla Liguria ci eravamo trasferiti qui a Torino. E pensate che poi, mi sono diplomate nel 1952, nel 1954 ero insegnante di ruolo, avevo già raggiunto quello che tanti avrebbero messo un mucchio di tempo per raggiungere.
Certo che ci vuole un progetto di vita, un progetto del domani, per questo impegnarsi fino in fondo con interesse, passione, con amore. Io ho amato tanto i bambini, li amo ancora adesso.
Un ricordo:
Quando c’era la guerra mio papà aveva fatto una casetta dentro la galleria dove un tempo passava il treno, la notte andavamo a dormire in questa casetta per proteggerci dai bombardamenti. Mio papà non è andato a fare il militare perché aveva quattro figli, uno delle poche leggi buone del tempo.
Quando è stata fondata la scuola Fontana?
Abbiamo fatto i cento anni della scuola nel 1991/92 perché non era facile stabilire la data precisa dell’inizio del funzionamento di questa scuola, certamente i lavori, la decisione di far nascere qui una scuola risale al 1889, attraverso studi e ricerche che abbiamo fatto all’archivio di stato del comune di Torino, abbiamo scoperto che l’inizio risale a quella data, l’abbiamo data come buona anche se non era certa. Ecco perché abbiamo fatto la festa dei cent’anni.
In quale anno si è attivato il primo laboratorio ed è iniziato il tempo pieno?
Nel 1978 c’erano tre classi e poi da quella data in avanti in poco tempo, nel giro di pochi anni, mettiamo nel giro di 5 anni, la scuola è diventata tutta a tempo pieno perché ogni anno quando iniziavano le prime si trasformavano tutte in tempo pieno, la data che mi risulta più difficile è quella del laboratorio perché in contemporanea con il tempo pieno abbiamo cominciato a realizzare i laboratori, prima li abbiamo realizzati con la famosa interclasse. Possiamo dire all’inizio degli anni 80, noi abbiamo sempre legato i laboratori a delle sperimentazioni. Il laboratorio di musica l’avevamo legato alla sperimentazione musicale con il maestro Liberovici, la prima rappresentazione del Grande Chiasso l’abbiamo fatta nel 1984 i bambini facevano terza, abbiamo cominciato a lavorare dalle seconde, quel laboratorio è nato nel 1982. Le scienze le abbiamo iniziate con il professor Violino, lì era una sperimentazione un po’ familiare un discorso di approfondimento dell’insegnamento delle scienze, però il professor Violino si è ritirato da questa esperienza e abbiamo iniziato con la maestra Prando a lavorare con Guidoni e Arcà lì è nata la vera e propria sperimentazione di scienze e lì è nato il laboratorio. Mentre quello di lettura l’avevamo fatto nascere accanto alla sperimentazione dell’uso alternativo dei libri di testo. Quello è stato il primo, forse ci vorrebbe Carmen per avere la data precisa. Diciamo che dal 1981 in avanti possiamo dare la data dell’inizio dei laboratori, però mi piaceva sottolineare il fatto che erano sempre legati ad un’attività di sperimentazione. Per esempio il laboratorio di computer, adesso mi fate venire in mente, è forse uno dei primi che abbiamo sistemato in maniera ben strutturata. Avevamo presentato un progetto alla regione e avevamo ottenuto un finanziamento per comprare i computer, nel frattempo gli insegnanti con la direttrice eravamo andati a fare il corso d’informatica.
Bisogna studiare, ma non solo studiare nel senso di apprendere e memorizzare, studiare anche attraverso un’attività di ricerca che ci permetta di riflettere su quello che andiamo ad apprendere, magari facendo anche la sperimentazione, cioè cercare praticamente di realizzare quello che si è studiato. Come quando mettete i semini dentro il cotone bagnato e poi tornate dopo qualche giorno e avete visto le piantine spuntate, ecco la ricerca la sperimentazione vuol dire questo, vedere direttamente cosa sta succedendo, quando una cosa cambia, la sua evoluzione e poi arrivi a decidere a stabilire una legge. Questo è il metodo deduttivo. Perché una pianta cresca devo mettere un seme, dell’acqua e così via.
È diverso leggere da un libro e memorizzare e invece vedere come avviene questa cosa. Fare le prove, se io non lo bagno cosa succede? Muore. Questo è il lavoro che va fatto.
Passione studio voglia anche di sperimentare direttamente con le cose per vedere cosa succede quali sono i cambiamenti. Per la ricerca ci vuole anche la creatività cioè fare delle proposte per il futuro, quando risolvete un problema ognuno lo risolve a modo suo. C’è un procedimento che tutti apprendiamo ma ci possono essere tanti altri procedimenti per arrivare a quella conclusione, questa bambini è riflessione, pensiero, creatività. È una creatività che non è solo nella pittura, nel disegno è in tutto è nell’apprendimento.
Come si è sentita la prima volta che ha fatto la direttrice?
Mi sono sentita male, quando sono arrivata nella scuola avevo un bellissimo ufficio, grande con una bella scrivania e io dovevo far finta di non avere paura, ma avevo una paura spropositata. Mi dicevo quando suona il telefono cosa rispondo? Persino paura a rispondere al telefono avevo! Eppure pensateci, vi ho detto che io volevo fare la direttrice perché questa cosa ce l’avevo dentro fin da bambina e mi è costata tanti sacrifici perché ho dovuto studiare quando ero già molto grande e quindi ero arrivata là con una gioia dentro che voi non potete immaginare. E poi il telefono ha cominciato a suonare e io a rispondere, i maestri sono venuti a cercarmi, mi facevano delle domande e io rispondevo. Ero contenta perché sapevo rispondere e lì ho preso coraggio. Pensate che noi direttori avevamo un periodo di prova, per cui è venuto l’ispettore a vedere come andava. E lì sì che le domande erano dure e poi ha voluto vedere che rapporto avevo con i maestri, allora ero a Cambiano, però alla fine mi ha fatto i complimenti e allora ero soddisfatta. Ero molto entusiasta del mio lavoro.
Come è cambiata la scuola da quando è diventata direttrice?
Da quando ero insegnante a quando sono diventata direttrice è cambiata in meglio. Quando io ero insegnante ognuno era nella propria classe, doveva insegnare tutto, lingua, matematica, scienze, storia. Invece quando sono diventata direttrice già si parlava del Tempo Pieno, la legge è del 1971. Io ero andata a Firenze a vedere una bellissima scuola, la Scuola Pestalozzi e me ne ero tanto innamorata, è stato sempre il mio modello di scuola. Ma anche questa, la Fontana, era una bella scuola con i laboratori, con gli insegnanti che facevano lingua, matematica… devo dire che la scuola è cambiata in meglio. Io ero molto contenta perché riuscivo ad offrire ai bambini tante attività, tante proposte, in maniera adeguata alle loro esigenze e questo non è uno slogan, tu lo metti in pratica.
Adesso la scuola mi preoccupa molto perché pur essendo in pensione leggo, mi aggiorno seguo quello che succede nella scuola e sono un po’ preoccupata perché mi sembra che siano a rischio il tempo pieno, gli insegnanti di sostegno, le attività di laboratori e un po’ tutto che mi preoccupa.
Come hai contribuito a cambiare la scuola?
Ho lavorato tanto! C’era mia figlia che diceva che potevo portarmi il lettino e starci sempre.
Avevo in mente un progetto di scuola. Ero andata alle Vallette a visitare la scuola Nino Costa, era una scuola all’avanguardia. Per portare avanti quel progetto bisognava rivoluzionare la scuola, l’edificio. Sono riuscita, attraverso gli architetti del comune che mi hanno molto ascoltata, ed eravamo già nel 1986 a fare un progetto di trasformazione della scuola, si dovevano fare dei lavori, ristrutturare, quindi oltre all’impegno pedagogico e didattico organizzativo avevo bisogno di spazi adeguati. Sono andata in comune ne ho parlato, mi hanno ascoltata. Tutti i bambini di questa scuola sono andati per due anni, mi sembra, in un’altra scuola. Per permettere di rifare la scuola, fare i laboratori quello di musica e quello di scienze, insomma il comune mi ha dato retta. Io mi ero presentata presentando il progetto, però l’amministrazione comunale mi ha assecondata e non poco!
Impegno tanto! Sai quante volte ho fatto le scale del comune? Tante!
I maestri hanno accettato le sue proposte?
Io facevo la proposta, loro l’ascoltavano, ne riparlavamo. Magari con un gruppo che era interessato, poi il progetto veniva portato al Collegio dei Docenti, se veniva approvato allora si lavorava per farlo funzionare. Erano cose su cui si doveva riflettere, erano a favore dei bambini. Se gli insegnanti hanno la passione per la scuola, se attraverso quel progetto si pensava che si sarebbe realizzata una scuola migliore veniva fatto, loro accettavano.
C’è qualcosa che avrebbe voluto fare nella scuola e che non è riuscita a realizzare?
Ci sono cose che si vorrebbero affrontare e che non si riescono a fare. L’obiettivo mio era quello di mettere tutti i bambini nelle condizioni di raggiungere una preparazione, qualche volta ho sofferto perché questo non dipendeva solo dalle capacità, dipendeva anche da altri fattori. Mi sarebbe piaciuto forse realizzare qualche altra attività, per esempio per un bambino che non sente introdurre il linguaggio dei segni. Per i bambini ciechi introdurre il metodo Braille.
Io ho sempre avuto gravi problemi alla vista, tanto è vero che a sei anni quando ho fatto il controllo, il dottore ha detto alla mia mamma: “Di questa bambina non ne farà mai una maestra”. Pensate quello che ha voluto dire per me, io che già a sei anni facevo la maestra ai miei fratelli. Era come escludermi dalla vita, dal mio progetto, ma io ho lottato fino in fondo perché quello che aveva detto il dottore non si realizzasse. Una volta avevo degli occhialoni spessi. Mi sarebbe piaciuto, anche per quello che vi ho raccontato, fare delle cose in più per questi bambini che non sentivano, non vedevano. Non ce l’ho fatta, non era facile, quello mi sarebbe piaciuto farlo, però abbiamo fatto tante altre belle cose. Mi sarebbe piaciuto fare di più per i bambini con problemi.
Ha qualche storia buffa, triste che le è successa?
Mi è venuta in mente prima. Dopo un anno che ero direttrice viene una persona a trovarmi, era un signore, entra in ufficio, lo faccio accomodare. “Desidererei parlare con il direttore.” Dico: “Guardi che io sono il direttore” Dice: “Scusi, lei potrà essere la moglie del direttore, ma lei non è il direttore.” “Guardi io non la capisco, mi spieghi un pochino meglio.” “Io mi spiego, lei non può essere il direttore, perché io non ho mai visto una donna direttore.” “Guardi, mi dispiace in questo momento lei vede una donna direttore.” Ma voi non ci crederete, ho dovuto chiamare la segretaria per convincere questa persona che il direttore ero io!
Che triste!
Eravamo forse nel 1972, 1973. È triste hai ragione perché non credeva che una donna potesse fare il direttore, poteva essere la moglie del direttore ma non poteva essere lei il direttore!
Non mi ricordo se era il papà di un bambino che avrebbero dovuto iscrivere, forse non l’ha iscritto.
Bambini cari io di cose ne avrei tantissimi da dirvi, perché la mia vita è passata per 40 anni nella scuola. Io non mi sono mai annoiata il merito è di voi bambini perché mi avete sempre dato una grande carica.
Mi chiedevo, cosa posso fare per questi bambini perché abbiano tutto quello che serve per stare a scuola con piacere con gioia. Avevo sempre, anche andando a casa motivo per sentirmi una persona importante, dovevo pensare a cosa fare, come organizzare la scuola e mi sono sempre sentita sempre giovane in mezzo a voi, perché voi bambini siete il futuro, siete le cose più preziose che noi abbiamo. Siamo stupidi se non vogliamo bene a questi bambini che saranno gli uomini, le donne del domani e se non facciamo di tutto perché voi possiate vivere con entusiasmo, con piacere la scuola.
Ero felice anche perché avevo dei maestri che, a volte mi stupivo, non ero dolce, ma erano meravigliosi. Vi dico solo una cosa che quello che chiedevo a loro prima di tutto lo chiedevo a me stessa. Se a loro chiedevo 8 io lavoravo per dieci. Questo ricordatelo bambini anche quando diventerete chi lo sa maestri, direttori, ricordatelo, chiedere 8 vuol dire impegnarsi per 10.
Quando penso alla scuola mi commuovo perché la scuola per me è stata la vita, voi siete stati la vita. Il piacere di stare insieme.
Quando sono andata in pensione le maestre mi hanno regalato tanti lavori dei bambini. Io li tengo in una scatolina, sempre a portata di mano, ogni tanto li vado sfogliare e mi commuovo.
La direttrice Lanfredini entusiasta per lo spettacolo, 1984