Intervista a Rosa De Bortoli, ex-alunna
Periodo trascorso alla Scuola Fontana: dal 1948 al 1953
Intervistatori: classe 5^B Scuola Fontana
Data: 31 maggio 2024
La Classe 5^B Intervista la Sig.ra De Bortoli Rosa, ex alunna Fontana dal 1948 al 1953. La signora è accompagnata dal nipote Andrea De Bortoli, le cui figlie hanno frequentato e frequentano la scuola Fontana.
Il mio nome è De Bortoli Rosa ed ho 81 anni, quasi 82. Sono vecchia come una nonna.
Quando ha frequentato la scuola Fontana?
Dunque…dal 1948 al 1953.
(A.) Chi erano i suoi maestri? Aveva uno o più maestri?
La mia maestra si chiamava Giuseppina Mantaut. Erano i suoi ultimi anni e poi è andata in pensione. Quando abbiamo finito la quinta elementare lei è andata in pensione.
(A.) La sua era una classe mista o i maschi e le femmine erano separati?
Allora c’erano le classi divise: o le femmine o i maschi. C’erano anche due entrate diverse. Non si entrava tutti insieme nella stessa parte. Si entrava le femmine da una parte e le femmine dall’altra.
(A.) Da quanti alunni era composta la sua classe?
Eh… bisognerebbe leggere qui sulla foto. Eh… più di 30, 33 mi sembra di leggere. Era una classe numerosa.
(A.) C’erano alunni disabili nella sua classe?
Non ricordo, ma no, no.
(A.) C’erano alunni stranieri?
Noooo, allora non ce n’erano.
(A.) Voi alunne indossavate delle divise? Se sì, com’erano?
Sì, il grembiulino nero, con il collettino bianco e il fiocco blu.
(A.) Ha mai preso una nota?
No, non ricordo, ma non mi sembra proprio, ero una bambina brava.
(A.) Quali materie apprendevate a scuola?
Italiano, matematica, scienze, educazione civica… perché una volta c’era anche quella.
(A.) Aveva una migliore amica in classe?
Non me lo ricordo. C’era una bambina che abitava nella mia casa e, dato che la mia mamma aveva avuto un fratellino piccolo, mi accompagnava a scuola. Se era proprio la mia migliore amica, non lo ricordo, però forse era quella che frequentavo di più perché essendo nel cortile si andava anche a giocare insieme. Lei aveva la bambola e io no. Ecco quello lo ricordo benissimo, che non avevo una bambola.
(A.) Le attività erano divise per maschi e femmine?
Noi non li vedevamo proprio i maschi.
Facevamo tante cose di geometria, diversamente non ricordo. Non mi sembra che facessimo particolari attività femminili.
(A.) Ha fratelli o sorelle?
Eh, sì. Ne avevo due. Uno era suo papà (indica il nipote al suo fianco)
(A.) Venivano alla scuola Fontana?
Sì.
(M. Silvia) Ha voglia di raccontare ai bambini quello che mi ha raccontato prima salendo le scale?
Sì. Durante la guerra, una bomba ha buttato giù la mia casa in via Bava dove c’erano le caserme, lì è stato parecchio bombardato. Noi abitavamo in un bel alloggio al terzo piano. Mio papà lavorava alla Fiat, faceva i proiettili. La mia mamma, con me e mio fratello Angelo, è scesa nei rifugi. Quando siamo risaliti, non c’era più il nostro piano. La nostra casa non c’era più. Ci siamo ritrovati così, con quello che avevamo addosso.
(M. Silvia) E dove siete andati a vivere?
Non ricordo quel particolare. So che siamo andati poi dal fratello di mia mamma a Vicoforte che ci ha dato la disponibilità momentanea perché anche lui aveva famiglia. Adesso con una telefonata si può subito raggiungere… una volta no. Prima che arrivasse… mia zia aveva detto che ci accettava, ma prima che arrivasse la risposta e tutto quanto c’è voluto un po’ di tempo.
(M. Silvia) Lei quanti anni aveva?
Ero appena nata. Sono nata ad agosto e a settembre è successo. Avevo un mese. Mio fratello aveva invece quattro anni e mezzo, ma ce n’era morto uno di tre anni, nel mese di maggio per polmonite fulminante. Non c’era la penicillina allora e mio fratello Angelo, più grande, aveva preso il torcicollo. Era un mese molto piovoso, molto ventoso e allora mia mamma doveva portarlo all’ospedale Gradenigo perché gli passasse il torcicollo, solo che doveva portare anche il bimbo piccolo che ce l’aveva nel passeggino e io ero nella sua pancia. Purtroppo in tre giorni è morto. Polmonite fulminante. Eh… non è stato un bel periodo, proprio no.
(A.) Perciò aveva due fratelli maggiori?
Sì, avevo due fratelli maggiori, però uno è morto. Poi nel ’48, quando avevamo trovato una camera in via S.Giulia 33, dopo che ci eravamo messi un pochino a posto, che mio papà lavorava, è poi nato suo papà (indica il nipote). Nel ’48, un altro Severino. Lo stesso nome per compensare la perdita dell’altro. Quindi ho riavuto due fratelli.
(M. Silvia) Venivano in questa scuola anche loro?
Sì, allora… Angelo ha potuto frequentare solo il primo anno perché gli altri gli ha fatti nel Veneto. Invece io e Severino tutti.
(A.) Si ricorda ancora dei suoi compagni?
Mi è rimasta impressa una bambina e adesso ti spiego il motivo. Ogni sabato la maestra dava a quella che era stata più brava una medaglia che era un onore perché poi si portava a messa, al catechismo, a spasso… Purtroppo c’era stato un problemino: il papà di questa bimba aveva una macelleria. La mia maestra non era molto ricca e quasi sempre il sabato succedeva che la medaglia la prendeva questa bambina. Io ero furbetta perché ho incominciato a ragionare: perché non potevo prendere quella medaglia? Non potevo perché ero povera. Non potevo invitare a pranzo la maestra, però non mi sembrava neanche giusto che vincesse la medaglia quasi sempre questa bambina. Allora è successo che una volta ha fatto una gara di tabelline. A me piaceva molto la matematica, non me la sono lasciata scappare la medaglia. L’ho presa io quel sabato e la domenica sono andata tutta orgogliosa a messa con la mia medaglia. Questa mi è rimasta impressa ed è l’unica bambina che ricordo. Il suo cognome era Re.
(Nipote) Quindi andavate a scuola anche al sabato?
Sì, perché la medaglia la dava il sabato.
(A.) Com’era arredata alla classe?
Tesoro… mi chiedi una cosa…probabilmente avremo avuto una cartina geografica. I banchi erano quelli doppi con il calamaio di una volta, non come sono adesso, erano con la panchetta.
(A.) Ci sono dei cambiamenti nell’edificio rispetto a quando ha frequentato lei?
Io questo non lo posso sapere, gioia. Però immagino di sì.
(A.) Si ricorda il materiale che usava?
Sì, una volta, non so se c’è ancora adesso, c’era il patronato scolastico. Io ero una bambina che usufruiva del patronato scolastico, quindi avevo la cartella, tutti i libri, i quaderni, tutto il materiale scolastico ce lo passava il patronato scolastico. Una volta non c’erano gli zaini.
Ho un aneddoto che mi piace molto raccontarvi del patronato scolastico perché a Natale… a volte facevano anche delle gite…, ma a Natale facevano il pranzo per i bambini e le bambine del patronato scolastico e ricordo, adesso non so con quale mezzo, che ci hanno portato in corso Francia in un ristorante. Ricordo che sono entrata e sembrava una meraviglia. I tavoli apparecchiati bene con tutti i festoni, tutto bellissimo! Hanno portato gli antipasti e li ho mangiati perché probabilmente avevo fame, ma quello che mi è rimasto impresso nella memoria sono gli agnolotti. Non avevo mai mangiato gli agnolotti. Quelli che si mangiano a Natale! Adesso si mangiano tutti i giorni, ma una volta si mangiavano solo a Natale. Erano così buoni, ma così buoni che quando sono passati ho chiesto di nuovo il bis. Non ricordo di aver mangiato niente altro, solo di aver avuto la pancia talmente piena e un gusto paradisiaco che non riuscivo neanche a camminare per andare a casa e mi sono rimasti impressi questi agnolotti, che poi ho imparato a farli e ancora adesso li faccio quando ci riuniamo a Natale. Adesso ho un po’ meno voglia, ma fino a qualche anno fa avevo voglia perché si mettevano anche i figli. Adesso chi li vede più.
(A.) Avevate uno o più libri?
Questo non lo ricordo. Un sussidiario di sicuro.
(A.) C’era la biblioteca di classe?
No, non c’era. Neanche di scuola mi sembra.
(A.) Ha un ricordo speciale della scuola che ci vuole raccontare?
Quello della medaglia è il più importante. Quello del pranzo che vi ho detto… e poi di una gita che mi sarebbe piaciuto fare. Io ero brava nei componimenti. Ricordo che mi dilungavo un po’ tanto nei temi. Allora si chiamavano componimenti. Ricordo con rammarico che la maestra non mi ha voluto portare perché diceva che non aveva tempo poi di leggere quello che avrei scritto. Questa era una cosa non molto carina. Ma poi mi sono ripresa perché poi all’università della terza età ho frequentato proprio un corso di scrittura creativa e ho anche vinto un premio. Quindi mi sono rifatta.
(A.) Ha conservato qualche oggetto, ricordo o foto della scuola?
[La signora si presenta all’intervista con la pagelle dalla prima alla quinta, un racconto della signora sulla storia della medaglia, due fotografie di classe della prima e della seconda elementare e altre fotografie di classe dei fratelli.]
(A.) C’era l’ascensore nella scuola.
Non lo ricordo proprio.
(A.) I fogli li portavate da casa o ve li davano a scuola.
Erano compresi nel materiale che ci dava il patronato.
(A.) Si faceva la raccolta differenziata a scuola?
Non credo proprio, non c’era una volta. Però sai, c’era più pulizia e più ordine di adesso. Perché adesso magari qualche cartina per terra, ma una volta se ci vedevamo… era molto severa la nostra insegnante. Guai a parlare forte, guai a bisticciare, guai a dire le parolacce…era una signora un po’ anziana che era negli ultimi anni, ma insegnava molto bene e delle cose anche molto belle che adesso purtroppo ci entrano da una parte e ci escono dall’altra. Non le vogliamo ascoltare.
(A.) Davano la frutta a scuola?
No.
(Nipote) Ma tornavate a casa per pranzo o mangiavate a scuola?
Siiii, si andava a casa. Non c’era la mensa.
(A.) Usavate i laboratori per fare delle lezioni particolari?
No, io penso che sia una cosa più recente questa. Insegnava tutto la nostra maestra. Anche la geometria. Lei era tanto brava nella geometria, facevamo tante figure geometriche.
(A.) Studiavate le lingue straniere? Se sì, quali?
No, niente.
(A.) Quanto durava la settimana scolastica?
Dal lunedì al sabato.
(A.) Quanto durava la giornata scolastica?
Dalle 8.30 del mattino alle 12.30 penso. Quattro ore.
(A.) Andavate in palestra?
Mi sembra di sì, quello mi sembra di ricordarlo e facevamo anche il canto, si cantava
(M.Silvia) Ginnastica ve la faceva sempre la stessa insegnante?
Eh… non ricordo. Tenete conto che sono passati un po’ di anni.
(M.Silvia) Sulla pagella troviamo educazione morale e fisica… Ma cosa significa invece la voce lavoro? C’erano quindi dei lavori femminili?
Eh…io non ricordo.
(A.) Facevate l’intervallo? Se sì, a cosa giocavate?
Facevamo l’intervallo? Non ricordo, credo di sì. Non ricordo neanche se andavamo in cortile…Ci sono cose che mi sono rimaste impresse e altre meno.
(A.) Davano i compiti per casa?
Sì, sì. A me piaceva tanto la matematica e le tabelline.
(A.) Davano tanti compiti?
Era severa la nostra maestra. Quello lo ricordo. Però insegnava molto bene. Molto austera, anche gioiosa, rigida.
(A.) Andavate a visitare i musei?
Non ricordo se ci facevano uscire.
(A.) Davate del tu alla vostra insegnante?
No, no, assolutamente! Non davamo del tu all’insegnante, è solo una cosa di adesso. La chiamavamo per cognome. La Sig.ra Mantaut. Era di origine francese. Giuseppina Mantaut. Non ricordo se le davamo del Lei o del Voi.
(A.) La maestra vi dava i voti? Com’erano?
C’erano i voti. Il numero più basso era… il cinque forse, il sei era sufficiente e poi si saliva.
(A.) La sua maestra parlava un po’ di com’era la guerra e di quello che era successo?
Eh.. penso di sì perché era una cosa abbastanza recente. Non era lontana come per voi che potete solo immaginarla. Allora era una cosa ancora un po’ recente.
(A.) C’erano le punizioni? Se sì, quali erano?
No, mi pare che ci mettevamo contro la lavagna. Mi pare di ricordare questo. La lavagna era contro il muro e dovevano stare lì per un determinato tempo.
(A.) L'insegnante aveva preferenze?
Sì, di qualche bambina che poteva darle delle agevolazioni…
(M.Silvia) Che cosa significa ragazzi?
(A.) Che poteva darle aiuto
(M.Silvia) Di che tipo?
(A.) Di cibo per esempio.
(Rosa De Bortoli) Faceva le preferenze con chi poteva ospitarla la domenica a pranzo. Perché magari anche lei non era benestante.
(A.) Quando la maestra vi parlava della guerra, diceva che era colpa degli italiani o che i nemici avevano sbagliato?
No, di queste cose non si parlava. Non c’era una presa di posizione. Noi eravamo anche molto piccole, quindi non potevamo avere dei giudizi. Di queste cose forse si parla nelle superiori dove uno può già aver assimilato un giudizio.
(M.Silvia) Lei è arrivata qui nel 1948. Si ricorda com’era il quartiere appena finita la guerra?
Dove è proprio caduta la bomba era in via Bava.
Dove sono andata ad abitare quando ero già più grande è via S.Giulia 33 dove c’era… devo andare a vederlo perché ho il ricordo di questo grande cortile. Per me che ero bambina era tanto grande perché comprendeva il palazzo tutto così. Non so nemmeno se era tutto così. Gli alloggi erano quasi tutti sui ballatoi. Il gabinetto ero uno solo, fuori sul balcone. Poi c’era la fontanella d’acqua alla fine, vicino alle scale. Ricordo che alla sera, quando dovevo andare… ero piccolina, mia mamma doveva lavare i piatti, aveva il bimbo piccolo ecc…toccava a me andare a prendere l’acqua ed era tutto buio. Ricordo che non mi piaceva andare perché avevo paura.
Voglio andare a vedere, perché allora mi sembrava tanto grande.
Mi ricordo anche una vecchietta. Perché allora, essendo che era nato mio fratellino, passavo tanto tempo fuori. Finiti i compiti potevo muovermi nel cortile. Non ero una bambina che stava chiusa in casa ed ero molto curiosa. C’era una vecchietta che lavorava al tombolo, faceva un ricamo con le spolette del filo. Lei abitava lì, si metteva fuori e lavorava. Io andavo sovente a vedere perché mi incantavano quelle manine che andavano veloci e creavano dei merletti, delle cose bellissime. Ricordo anche un giornalaio, ricordo un frutta e verdura e poi un negozio in cui c’era una signora del meridione che vendeva l’olio e tutti i tipi di olive. Questa signora abbastanza giovane era sola, non è che avesse sempre clienti, allora avevo preso andarle fare compagnia, così mi dava qualche oliva. Io le sgranocchiavo e le facevo compagnia. I miei punti fissi erano: questo negozio dell’olio, questa vecchina… che poi devo anche andare a vedere perché poi mi dava anche cinque lire, possibile? Perché andavo a prenderle delle caramelle all’angolo di via S.Giulia con via Guastalla. Un negozio, una drogheria … e dato che non era da attraversare la strada, andavo e le compravo le caramelle.
(M.Silvia) Lei si ricorda se c’erano ancora segni della guerra sugli edifici?
Non ricordo. Ricordo altri particolari come il camion che portava il ghiaccio.
(M.Silvia) Può spiegarlo ai bambini che non lo conoscono?
Una volta alla settimana suonava e arrivava il camion e le signore andava giù con una bacinella, con qualcosa. Aveva dei grandi tronchi di ghiaccio che tagliava a seconda di quanto ne avevano bisogno e poi andavano a metterlo in quelle che una volta si chiamavano le ghiacciaie per conservare. Adesso si chiamano frigo o freezer. Una volta c’erano le ghiacciaie e passava il signore a rifornirle di ghiaccio.
(M.Silvia) E le ghiacciaie si ricorda dov’erano? Ce n’era una in via S.Giulia?
Io ricordo solo il camion che arrivava all’angolo della strada, non so dove si approvvigionava.
(Nipote) Ah, no…però le persone prendevano il ghiaccio e dove lo tenevano in casa? In cantina?
Non lo so, le donne arrivavano con dei recipienti, poi non lo so dove lo portassero. Avranno avuto qualche mobiletto in casa.
(A.) Probabilmente sono l’unico che non lo sa, ma l’aritmetica è la matematica?
Sì, gioia! E poi c'è la geometria che è un altro ramo della matematica.
(A.) Ma quindi lei proprio non li vedeva mai i maschi a scuola?
No, no, non si vedevano perché eravamo proprio separati
(Nipote) Infatti secondo me le due scale uguali le usavate separatamente.
(A.) Gli alunni maschi avevano maestri maschi?
Eh… penso di sì. Non ricordo.
(Nipote) Basta guardare le foto di classe dei suoi fratelli.
Allora, qua non c’è il maestro, qua c’è ed è maschio.
Una foto è dello zio Angelo. Questo è mio papà.
(M.Silvia) Però dietro c’è scritto insegnante Serra Luigia, quindi vuol dire che potevano avere anche insegnanti donne.
(Nipote) Insegnate Ferraris, anche questa era una donna.
(M.Silvia) Prima lei ha parlato del Veneto. Ci siamo persi un pezzo. Può raccontarci meglio?
Mia mamma e mio papà erano veneti e sono emigrati a Torino. Si sono conosciuti a Torino. Allora o emigravano in Argentina perché c’era una grande depressione… Loro sono venuti a Torino. Mio papà con i suoi fratelli e mia mamma con una sorella. Mia mamma e sua sorella hanno trovato la contessa Thaon di Revel. Mia zia faceva la cameriera e mia mamma la cuoca. Per quello che mia mamma…quanti gatti che abbiamo mangiato per conigli! E alla fine che li avevamo mangiati mio papà faceva miao miaooo e noi nooo, di nuovo? nooo. Perché li cucinava tanto bene mia mamma…erano così buoni…
(M.Silvia) Quindi sono emigrati dal Veneto eh?
Sono venuti a Torino, si sono conosciuti in un circolo… come adesso ci sono quelli dei meridionali, c’era il circolo dei veneti. Si sono conosciuti e si sono sposati. Sono andati ad abitare in quell’alloggio in via Bava. Mio papà faceva il carpentiere però quando è venuta la guerra, faceva i proiettili per la Fiat.
(Nipote) E poi siete tornati un po’ in Veneto perché? Siete tornati un po’ in Veneto quando lo zio Angelo era piccolo, no?
Ma per forza, perché avevamo perso la casa e la sorella di mia mamma che era mia madrina ci ha detto venite! e abbiamo passato lì cinque anni.
(M.Silvia) Quindi voi quando è avvenuto il bombardamento siete andati a Vicoforte…
Quel tanto che bastava per avere la certezza che sua sorella ci prendeva. Ma lei capisce che adesso in due giorni uno può avere con il telefono… possiamo venire? Sì certo! E si prende il treno e si va.
Sono andata in Veneto che ero appena nata. Sono tornata nel ’45-46, non ricordo. Mio fratello maggiore ha fatto le scuole là e qui ha fatto solo la quinta.
[La signora De Bortoli e il nipote Andrea si confrontano su alcune foto, ma sono in difficoltà nel confermare la frequenza alla Fontana del fratello maggiore Angelo alla sola classe quinta.]
(Nipote) Non riusciamo a capire perché in effetti in questa che è una terza c’è il fratello maggiore e quindi sembra che già la terza l’abbia fatta qua. Non ricorda. Forse dai registri voi potete risalire.
Però queste foto qua sono più vecchie rispetto a quelle di mia zia.
Può darsi che prima non avessero l’uniforme. Perché i bambini notavano che cinque o sei anni prima non avevano l’uniforme.
(M.Silvia) Forse c’entra con il fatto che c’era la guerra?
[Eppure nell’intervista alla Mazzetti abbiamo visto che durante la guerra si usava la divisa. C’è anche la possibilità che le foto del fratello siano della scuola in Veneto.]
(M.Silvia) Di che anno era lo zio Angelo?
(Nipote) Del 1938.
(Nipote) Il tuo primo anno alla Fontana zia è stato il 1948? Se sì, allora quando Angelo faceva quinta tu facevi prima? Ti ricordi se venivate a scuola insieme?
Eh… può darsi. Perché poi mia mamma aveva già mio fratello piccolo e allora forse mi accompagnava lui, va a sapere…
(M.Silvia) Sarebbe utile guardare i suoi registri dell’anno 1948-49 per capire se eravate tutti e due presenti alla Fontana…
(Nipote) Qui c’è scritto il nome dell'insegnante: Pellerino? Pollerey forse. Con la y.
(M.Silvia) Quindi dovremmo cercare De Bortoli Angelo in terza B (come dalla foto), mentre De Bortoli Rosa era in prima F con la maestra… Mantaut, scritto alla francese
(A.) Per caso si ricorda con che mezzo è andata in Veneto?
Ero troppo piccola. Ero nata ad agosto, avrò avuto tre o quattro mesi!
(A.) Avevate pettinature obbligatorie da tenere a scuola?
Ordinate! Penso che non si potesse andare a scuola con i capelli sciolti. Era molto severa [la maestra] e ci teneva all’ordine.
(A.) Potevate mettere orecchini, collane?
E chi li aveva?!?! Gioietta bella! Adesso sai quante cose ci sono di più?!? Allora appena finita la guerra non è che ci fossero tante cosine, sai?
(A.) Se non mettevate la divisa cosa succedeva?
Non succedeva… non ricordo mi sia successo.
Ricordo però un altro particolare. In estate faceva tanto caldo, come un po’ anche adesso, e non c’erano tante macchine, non c’era il pericolo. C’era in via Vanchiglia una gelateria che probabilmente c’è ancora adesso e c’erano già allora delle bimbe che andavano a comperare lo stick, il ghiacciolo. Mi chiedevano vieni anche tu, Rosa! Vieni? E io non andavo perché i soldini per il ghiacciolo non li avevo. Ricordo quel particolare: che andavano a comprarsi il ghiacciolo. Qualcuno… e qualcuno come me stava ad aspettare gli altri che tornavano.
(A.) Quando andavate in palestra avevate una divisa apposta?
Eh… non te lo so dire, sono passati troppi anni. Ricordo solo che c’era molta più libertà per i bambini. Si andava di sera… Lascia e raddoppia mi ricordo. C’era il bar che aveva la televisione e noi giocavamo in mezzo alla strada. I nostri papà stavano a guardare la televisione e noi potevamo correre e giocare a nasconderci. Adesso chi è che esce di sera? Nessuno.
(A.) Ma se dimenticava qualcosa come ad esempio un libro, le davano una nota?
Io non l’ho mai dimenticato, perché era molto prezioso per me. Non ricordo se qualcuno… forse si stava più attenti perché era molto severa la maestra.
(A.) È felice della sua infanzia?
Mica tanto, non è stata una bella infanzia la mia, no. Della mia infanzia ricordo quando da via S. Giulia, non c’erano macchine, io incominciavo già a bighellonare nel negozio delle olive e dalla vecchietta, ho visto una volta, uscendo dal portone che era venuto un negozio nuovo in via S. Ottavio. Tutti bei fiori. Una signora che metteva fuori delle panchine con tutti i fiori. Io ero una bambina molto curiosa, quindi pian piano sono andata a curiosare quei fiori. Ho incominciato ad informarmi su tutti i tipi di fiori. Ho fatto amicizia con la fioraia e così al pomeriggio, mentre la mia mamma accudiva il fratellino piccolo, io avevo il mio scopo: di andare da questa ragazza che mi insegnava il nome dei fiori, l’aiutavo, le facevo compagnia e mentre facevo i compiti. Era diventata una mia amica. Quel periodo lì é stato bello, mi è piaciuto. Speravo di farlo ancora dopo le elementari, che fosse il mio lavoro fisso perché mi piaceva fare la fioraia. Però mio papà ha detto che mia mamma era molto brava a cucinare però non sapeva cucire e quindi aveva bisogno che io diventassi una sarta. E difatti io nella mia vita ho fatto sempre la sarta. Sono stata una caterinetta al tempo degli atelier. (Dalla Treccani caterinétta s. f. [dal fr. catherinette]. – Nome con cui si designavano nel passato, in Piemonte (da s. Caterina d’Alessandria loro patrona), le sartine o modiste, spec. quelle che si avviavano a rimanere nubili.)
(M. Silvia) Che cosa vuol dire caterinetta?
Era una promozione diciamo. C’era proprio il Circolo delle caterinette. Era un’associazione e le ragazze dell’atelier, dato che io ero bravina, mi hanno portata alla festa delle caterinette che facevano la lotteria ogni anno e tiravano a sorte un pezzo di stoffa. Con quello dovevamo confezionare un abito per una mannequin che poi c’era la sfilata al Circolo della Stampa e sfilavano i nostri vestiti. La più brava vinceva una macchina da cucire. Però più o meno si sapeva già chi poteva vincerla perché quell’anno c’era una ragazza di 24 anni che si sarebbe sposata e avrebbe aperto un negozio. Io avevo 16 anni, non potevo neanche illudermi, però ho avuto un successo incredibile perché il mio vestito era un pezzo di pizzo color salmone. Io avevo 16 anni, non sapevo… ero in fondo poco più di una bimba. Ho fatto un tubino semplice semplice, dato il colore che era già bello… tutto fatto molto bene…quando è sfilato, con il piano mi hanno suonato La Vie en rose. Io quel momento lo ricordo ancora molto volentieri. Ecco, questo è un altro bel periodo, sì.
(A.) Il materiale di scuola lo lasciavate a scuola o lo portavate a casa?
No, lo portavamo a casa perché dovevamo fare i compiti.
(A.) Suo padre ha fatto il soldato?
No, perché era alla Fiat a fare i proiettili. Mio papà faceva il carpentiere, però durante la guerra non c’era lavoro per fare le case e quindi è potuto entrare alla Fiat a fare i proiettili.
(A.) In casa, anche quando lei magari era un po’ più grande, i suoi genitori parlavano della guerra?
Ma… l’unico racconto me l’ha fatto mia mamma quando mi ha detto che mi teneva in braccio perché io ero piccolina piccolina e ricorda che è entrato un soldato della Germania, un soldato tedesco che cercava i partigiani per ucciderli. Nel paese ne avevano già purtroppo trovati diversi e magari qualcuno aveva fatto una soffiata e allora voleva che mia mamma prendesse la scala e aprisse la botola della soffitta. Mia mamma è stata molto dura perché gli ha detto tu sei giovane, io ho la bimba piccola, come posso lasciare la bambina per prendere la scala? Prenditi la scala e vai a vedere! Si è un po’… si vede che è rimasto lì così… e non è andato. E ha fatto bene perché purtroppo il partigiano ce l’avevano davvero! Però la prontezza di mia mamma… si è fatta vedere tranquilla e decisa… forse non era neanche tanto cattivo per fortuna quello e… gli ha fatto forse tenerezza che aveva questa bimba piccola in braccio e non ha preso la scala.
(A.) E quindi voi nascondevate partigiani in casa?
Eh… nel paese chi poteva certo che cercava di proteggerli, solo che qualcuno lo trovavano e qualcuno no.
(A.) E se lo trovavano?
Lo fucilavano purtroppo, tesoro.
(A.) Allora la sua famiglia non credeva in Mussolini?
Non credo proprio.
(M.Silvia) Bene, noi avremmo finito. C’è qualcosa che vuole dirci o chiedere ai ragazzi?
(Rosa De Bortoli) In che cosa vi meritereste oggi voi la medaglia?
Seguono a turno gli interventi dei ragazzi…
Matematica
Attività sportive
Comportamento
Palestra
Italiano e motoria
Motoria
Matematica, motoria e geografia
Storia
Italiano e storia
Geografia e motoria
Geografia
Geografia e matematica
Storia, geografia e motoria
(Rosa De Bortoli) Beh… ci sarebbe allora una bella gara!