Intervista a Chiara Aceto, ex-alunna
Periodo trascorso alla Scuola Fontana: dal 1952 al 1956
Intervistatori: classe 1^B Scuola Fontana
Data: 3 aprile 2024, ore 10:30
VITA ALLA SCUOLA FONTANA NEGLI ANNI DAL 1952 AL 1956, CON PARTICOLARE ATTENZIONE AGLI STRUMENTI PER LA SCRITTURA (PENNINI E INCHIOSTRO)
Mi chiamo Chiara, ho 78 anni. Quando facevo seconda abitavo in via Riccardo Sineo 16, l'ultimo palazzo prima della scaletta che scende a Lungo Po. Sono nata in Piazza Vittorio il 20 gennaio, Torino era sommersa dalla neve e la mia mamma voleva farmi nascere in un ambulatorio gestito dalle suore per essere più tranquilla. Non avendo la macchina, in giro al tempo ce n'erano pochissime, il mio papà chiese al signor Rossi, un signore molto facoltoso che possedeva l'auto, di accompagnarci. Ho vissuto poi in via Sineo fino a 24 anni, il mio primo figlio è nato a Torino e ha frequentato la scuola Fontana per un po' di anni, poi ci siamo trasferiti a Roma e successivamente a Milano e a Torino non sono più tornata.
I miei nipoti sono venuti ad abitare a Torino con mio figlio e uno dei miei nipoti oggi frequenta questa scuola, nella classe della maestra Mariella.
A scuola giocavamo in cortile, che è come oggi ma con una pianta enorme; giocavamo ad acchiapparella e a ruba bandiera. La mia classe era però composta di sole femmine e si stava benissimo. Mio fratello era con la maestra Barberis in una classe di soli maschi, molto più agitati di noi femmine. Non c'erano solo maestre femmine ma anche maschi.
C'erano delle lavagne molto grandi, non appese al muro ma su dei supporti e mi ricordo che chi si comportava male veniva messo in punizione dietro alla lavagna. A volte la maestra usciva dalla classe e affidava il controllo ad una compagna che però non era giusta nello scrivere i “buoni e i cattivi” alla lavagna, annotava i nomi di chi non le era simpatico. Un giorno mi ribellai all'ingiustizia e per punizione la maestra convocò la mia mamma e mi portò dal Direttore della scuola, allora non si chiamava Dirigente Scolastico come oggi, perché ammettessi di essere stata cattiva; io non lo ero stata e questa ingiustizia mi brucia ancora oggi se ci penso. Mia madre dovette poi mediare e fui costretta a chiedere scusa alla maestra e al Direttore.
Quando frequentavo questa scuola non c'era la mensa scolastica, tutti gli alunni uscivano prima di pranzo e si andava a scuola tutte le mattine dal lunedì al sabato, dalle 8,30 alle 12,30. Nel pomeriggio facevamo i compiti.
Sono molto emozionata e felice di essere qui perché i ricordi affiorano numerosi. La mia classe era al primo piano e al secondo negli ultimi due anni. La mia sezione era la A.
La mia maestra si chiamava Allione e ti portava dalla prima alla quinta, era abbastanza anziana e dopo la quinta è andata in pensione. (Questa informazione è risultata poi errata consultando il registro di classe in archivio: l'insegnante si chiamava Barberis Signori Caterina). Ci insegnava tutte le canzoni che si cantavano prima della guerra. Non si chiamavano le maestre con il nome e si dava del Lei, ci si rivolgeva a lei dicendo “Signora Maestra”.
C'erano anche punizioni corporali, per esempio stare inginocchiati sui ceci o bacchettate sulle dita delle mani, quindi comportarsi male era rischioso.
Esistevano le matite colorate ed erano molto preziose, non tutti i bambini potevano comprarle e quindi era necessario condividerle con gli altri bambini. Non esistevano i pennarelli.
Ero una bambina brava e tranquilla, non spericolata. Ero buona ma non tanto brava a scuola, non avevo dei voti eccellenti, ma me la sono sempre cavata (ricordo smentito dal registro trovato in archivio: i voti erano buoni), prendevo molti SEI che veniva scritto SEX in modo fosse impossibile contraffarlo facendolo diventare SETTE.
I maestri erano più severi, bravi come docenti ma pretendevano molto. Usavamo la penna con il pennino, tutto in corsivo e ti facevano le lezioni di calligrafia, bisognava scrivere perfettamente; se non eri brava o facevi una macchia te lo facevano rifare. Non c'era tanto da scherzare.
Non avevo amici maschi perché eravamo separati anche in cortile durante l'intervallo, avevamo orari diversi.
Si faceva musica, ti facevano cantare le canzoni mentre la maestra suonava il pianoforte (i bambini raccontano a Chiara che c'è ancora il pianoforte in aula 28). Abbiamo cantato tantissime volte l'inno d'Italia. Quando c'è stato il primo Sanremo la maestra ci ha fatto imparare la canzone di Nilla Pizzi “Grazie dei fior” (Chiara canta) e anche la canzone “… son qui tra le tue braccia ancor, avvinta come l'edera …” (cantiamo e ridiamo insieme), poi “Papaveri e Papere”.
Avevo un'amica del cuore che si chiamava Chiara come me ed era bionda e ci chiamavano “Chiara chiara” e “Chiara scura” perché io ero mora. Abbiamo fatto scuola insieme fino alla terza media.
A scuola indossavamo un grembiule bianco con un fiocco azzurro grande al colletto, tutti uguali. Questo per non sporcare i vestiti con il gesso e poi per una questione di uguaglianza, non si vedevano i vestiti più belli o più brutti. I maschi avevano il grembiule blu o nero.
Quando sono andata a lavorare a Roma lavoravo al Ministero della Pubblica Istruzione e io a Roma mi mettevo il grembiule nero quando entravo in ufficio, i colleghi romani mi dicevano che ero troppo seria e ordinata, ma poi con le mia doti di essere ordinata e laboriosa sono diventata anche dirigente del ministero e mi occupavo di scambi culturali con l'estero e la mia missione era quella di esportare la lingua e la cultura italiana all'estero. Ero felice perché mi sento profondamente italiana e orgogliosa del mio paese. Ci sono molti istituti di cultura italiana nel resto del mondo, per esempio coordinavamo l'allestimento di mostre di pittori italiani a New York. Ho fatto un progetto al Consiglio d'Europa negli anni 80 per preparare alla vita democratica i paesi che si erano liberati da una dittatura, come la Spagna. Invece l'Italia era carente di scuole tecniche e allora noi facevamo uno scambio con i professionisti stranieri.
Le lezioni iniziavano come ora alle 8,30.
Alunni stranieri non ce n'erano, era difficile viaggiare e non ci si spostava tanto.
Le gite si limitavano alle visite ai musei/mostre, ma in città non fuori città. Si andava a Villa della Regina, in collina, tutti a piedi!
Facevamo ginnastica in palestra, una volta alla settimana. Sempre la maestra si occupava di farci fare attività di movimento e giochi di gruppo. La ginnastica vera e propria ho cominciato a farla al liceo.
Ora parliamo dei pennini. Tutti i bambini hanno provato a cimentarsi nella scrittura con il pennino.
I banchi erano di legno con una piccola pedana e un seggiolino incorporato che non si poteva togliere. I tavoli erano doppi con uno o due contenitori per l'inchiostro, si chiamavano “calamai” e venivano riempiti dal bidello ogni mattina. Quando intingevo il pennino dovevo fare attenzione a non sbattere la punta del pennino sul fondo del calamaio in modo che non si rompesse, la scrittura era un'operazione delicatissima.
Quando dovevamo scrivere inserivamo in una piccola cannuccia il pennino. I pennini erano diversi a seconda se volevi scrivere più fine o più spesso e quando intingevi il pennino dentro l'inchiostro dovevi passare il pennino lungo il bordo del calamaio per tenere la giusta quantità di inchiostro sul pennino e per non fare macchie sul quaderno. Naturalmente avevamo una carta assorbente che era assolutamente da avere sempre con sé, era un foglio di carta di dimensioni uguali al quaderno per poter asciugare la tua scrittura.
Tante volte le compagne dietro ti schizzavano sul grembiule per fare degli scherzi. Ho iniziato la prima elementare in anticipo perché ero nata il 31 gennaio. A Torino però non mi facevano iscrivere e così ho fatto la prima classe in un paese del Monferrato che si chiama Altavilla; la maestra ha accettato di prendermi come uditrice e, siccome venivo da una famiglia culturalmente preparata, parlavo molto bene l'italiano mentre i bambini del paese parlavano prevalentemente il dialetto e quindi io ero più preparata e la maestra mi ha fatto lavorare in classe fino a maggio. A maggio sono venuta alla scuola Fontana per fare un esame di ammissione alla classe seconda. Quindi non troverete il mio nome in prima ma nei registri di seconda nell'anno 1952-1953.
Il pennino che usavamo a scuola erano quelli che ci compravano i nostri genitori, io ne avevo una serie per scrivere fine, medio, spesso. Mi pare che ci fossero dei pennini della scuola per i bambini che non potevano permettersi di acquistarli. C'erano tanti tipi diversi di pennini e li custodivamo in un astuccio perché erano molto delicati e rischiavano sempre di rovinarsi o di rompersi cadendo a terra. Se premevi troppo scrivendo si spuntavano e non si riusciva più a scrivere perché l'inchiostro macchiava il foglio o i tratti erano sdoppiati. Se lo rompevi i genitori si innervosivano e ti sgridavano. Ero piccola come voi e per me era difficile usare il pennino e quindi utilizzarlo non era un divertimento ma un dovere. Dopo un po' quando riuscivo a scrivere con una bella calligrafia ero contenta perché la maestra mi diceva “Brava!”
I miei quaderni avevano una copertina nera, metà dell'A4, le righe erano come le vostre, poi andando avanti negli anni di scuola diventavano più piccole per il corpo della lettera. Le lettere erano da fare sempre più piccole e precise. Avrò avuto quattro o cinque quaderni.
Non mi ricordo se ho avuto un pennino a forma di Mole Antonelliana, ma ora che mi ci fate pensare ricordo che i pennini avevano diversi tipi di forme, c'era una forma a farfalla e altre ancora; quelli che producevano i pennini si ingegnavano a creare tante forme diverse, così i bambini venivano attirati all'acquisto. I pennini si usuravano a forza di scrivere e in quel caso venivano sostituiti, anche perché non scrivevano più bene. Oggi non ci sono più aziende che producono i pennini che usavo io.
I bambini mancini (commento a seguito dell'esperienza di Pietro che scrive con la mano sinistra) avevano grossissime difficoltà a scrivere con il pennino e purtroppo al tempo non c'era una sensibilità per le persone che scrivono con la sinistra e venivano obbligati ad usare la mano destra, era quasi come fosse un difetto. Invece non è così, per esempio il grande Leonardo da Vinci era mancino ed aveva un'intelligenza al di sopra della media. I mancini vanno con la mano sopra l'inchiostro e il pennino tenuto al contrario non scrive bene perché raschia sul foglio. Ai mancini veniva a volte legata la mano sinistra dietro alla schiena in modo che usassero solo la destra: una vera tortura!
Per scrivere si usavano i pennini e la matita lapis di grafite nera. Le penne a sfera non esistevano ancora. La penna a biro è arrivata quando io facevo le medie, ma era talmente preziosa che te ne compravano una, infilavano dentro una striscia di carta con il nome e guai se la perdevi e finché non era finita non potevi averne un'altra. Anche sul posto di lavoro negli anni „70 non ti consegnavano tante biro, una sola e fino a quando l'inchiostro non era finito non la sostituivano. Oggi mi rendo conto, guardando in casa, che ho tantissime penne biro iniziate e mi impongo a volte di terminarle prima di acquistarne altre, siamo diventati propensi allo spreco.
Durante la scrittura mi capitava di sporcare il foglio quando non dosavo bene l'inchiostro ed usavo la carta assorbente per asciugare l'inchiostro della macchia, per non peggiorare la situazione con dei baffi d'inchiostro; tra l'altro l'inchiostro non si poteva cancellare come oggi con il cancellino perché non esisteva, avevamo una gomma blu molto ruvida che cancellava un po' ma che rischiava di bucare il foglio se premuta troppo forte o troppo a lungo. Non era affatto facile e si diventava bravi perché ti obbligavano ad essere ordinato e a scrivere con un'ottima calligrafia. Le nostre mani e le dita erano sempre sporche d'inchiostro quando uscivamo da scuola o dopo aver fatto i compiti assegnati a casa. L'inchiostro dalle mani si toglieva strofinando bene e a lungo con il sapone.
La quantità giusta d'inchiostro la capivi dopo aver fatto tante prove, serviva molta concentrazione. La concentrazione e l'attenzione sono un po' carenti in questi ultimi tempi: siamo tutti più immediati, abbiamo questi strumenti tecnologici che distolgono dalla concentrazione. Se devi fare una determinata azione, con diverse prove e con la concentrazione arrivi al risultato desiderato.
Se sbagliavamo a scrivere una parola dovevamo riempire pagine e pagine con la parola corretta. Le maestre erano tanto severe: non ammettevano errori e il non rispetto della disciplina. Se ci fossimo mossi così come state facendo voi la maestra ci avrebbe portato dal Direttore, quindi non osavamo perché avevamo timore degli adulti … erano tempi diversi.
Io avevo problemi con l'uso dell'H e l'ho imparato a suon di bacchettate sulle mani ad utilizzarla correttamente.
SBOBINATURA INTERVISTA ALL’EX ALUNNA CHIARA ACETO A CURA DELL’INSEGNANTE NOTA MARIACRISTINA.
DOMANDE FORMULATE DAGLI ALUNNI DELLA 1B (Janna, Agata, Michelangelo, Youssef, Wiaam, Ernesto, Pietro, Sofia, Noah, Dante, Zubeyr, Alessandro, Romayssa, Lisa, Maryem, Francesco, Nicolas, Tajkia, Felix)