La pioggia è un battito ritmico ed ipnotico, che genera fango. Il cielo plumbeo copre tutto: luna, sole, stelle. Maya trascina stivali di gomma in un corridoio allagato. Cerca un tepore impossibile sotto coperte sferzate dal gelo. La malinconia liquida ha vinto.
“Cerca il sentiero dove nessuna goccia ritorna al cielo”, le aveva detto suo padre prima di svanire. Maya corre verso un’altura, i denti stretti per non affogare nei ricordi. In cima, le gocce brillano come catene sospese tra fango e nuvole. Poi, l’urlo di una sirena. Un dolore lancinante alla nuca la strappa via. Voci distanti, come echi metallici, “Sta ancora sognando”.
Riapre gli occhi, su una poltrona di finta pelle. Una donna dal collo taurino la osserva; accanto a lei, un uomo col camice bianco rigira tra le mani un microchip sporco di sangue.
“Mio padre era nel programma?”, sussurra lei.
“Tuo padre ha progettato il codice Pioggia”, risponde l’uomo. “E’ morto nel sistema anni fa. Quelle che hai sentito sono tracce fantasma. Bug”.
Se suo padre era un bug, allora la pioggia non era un errore ma una via d’uscita.
“Voglio tornare dentro”. Il freddo metallico preme di nuovo contro l’osso cranico. Il sistema tenta di risucchiarla nella malinconia liquida ma lo scroscio ora è un richiamo.
Maya riapre gli occhi nel corridoio allagato, l’acqua ai polpacci non fa più paura. Guarda in alto, cercando la prima goccia che oserà sfidare la gravità.
“Siamo fuori?”, gli chiede, sfiorando la sua mano.
“Siamo oltre. Hai spezzato le catene del codice, usando il dolore. Ora, questo spazio è tuo. Puoi ricostruire il mondo che desideri, Maya. Un mondo dove il sole non è un’opzione a pagamento”.
Lascia andare la sua mano e inizia a correre nel fango digitale. Ogni goccia, un battito di luce che risale verso il cielo.