Come tutte le mattine, aprì gli occhi alle sei e mezza in punto. Non un secondo prima, non uno dopo. Tutte le mattine, apriva gli occhi alle sei e mezza, si girava sul fianco e inchiodava lo sguardo sul lato vuoto del letto.
Lentamente si dirigeva verso il piccolissimo bagno in fondo al corridoio. Si posizionava davanti allo specchio sul lavandino, senza prestare alcuna attenzione ai dettagli dell’immagine riflessa. Non si soffermava ad osservarsi da tempo ormai, da ben prima che i suoi capelli si fossero fatti bianchi e la sua pelle dura e senile. Se qualcuno glielo avesse chiesto, non avrebbe saputo descriversi. E se qualcuno gli avesse fatto notare le macchie scure sulle sue braccia, non le avrebbe riconosciute come proprie.
Si pettinava e radeva meccanicamente, e allo stesso modo si vestiva. Dopo essersi preparato il caffè, sedeva al tavolo della cucina: in una mano la tazzina, nell’altra un giornale vecchio di un giorno che la figlia era passata la sera prima a lasciargli. Sorretto dal bastone, scendeva piano le scale. La sua vecchia Panda, della stessa tonalità di verde del suo completo di lana, lo aspettava.
Il tratto di strada da compiere era brevissimo e sempre uguale. Costretto in una vita monotona, il cui presente era indistinguibile dal passato e dal futuro, solo e soltanto una cosa riusciva a portargli gioia.
Ogni mattina parcheggiava sotto al solito albero – al suo albero – e sedeva sulla solita panchina – la sua panchina. Solo seduto su quelle assi di legno la sua vita acquistava un senso. Osservava i passanti – umani e non –, si inebriava di rugiada e lasciava che i ricordi lo travolgessero. Da lì si nutriva della vita circostante. La senilità svaniva, trascinata altrove dal vento. Come unica traccia della sua età rimaneva la sua mano stretta al bastone.