Avevo poco meno di quattro anni quando ho sentito parlare per la prima volta dei dorüm. Interi libri che parlano di sviluppo infantile dicono che a quell'età il cervello non è programmato per ricordare nitidamente nulla, nemmeno se mi concentro riesco a rievocare squarci della mia vita prima dei cinque anni. Con un’unica eccezione: quel discorso. Qualcosa nel tono della mamma mi ha fatto intendere che era importante che capissi. Non conoscere non era un'opzione, non lo è nemmeno ora, perché non esistono cose come le “seconde possibilità” quando si parla di quelle creature.
Sono esseri oscuri che appaiono nella notte, si confondono tra le ombre nero pece. Li ho percepiti e sentiti spesso nel corso della mia vita ma mai, mai, mi era capitato di trovarmi faccia a faccia con uno di loro. L'ho visto, mi ha visto, ma soprattutto mi ha visto vederlo e a questo tipo di sbagli non si rimedia. Passa meno di un secondo e prendo l'irrazionale decisione che non chiuderò gli occhi aspettando la conseguenza del mio errore. Li tengo aperti con la macabra curiosità di sapere come la creatura sceglierà di uccidermi. Ma semplicemente non lo fa. Questione di secondi, ma non succede nulla. Ci stiamo fissando, sbatto le palpebre confusa e la creatura fa lo stesso. Ho paura ma non posso permettermi il beneficio di indietreggiare. Ogni fibra del mio corpo mi grida di correre, così forte che rimanere immobile fa male. Per qualche motivo essere ancora viva mi inquieta quasi di più dell’idea di morire e mi sorprendo a pensare che guardare la morte in faccia è peggio che subirla. Sbatto le palpebre di nuovo e il dorüm non è più davanti a me, non lo vedo ma al contempo decido di non muovermi. Quando sorge il sole sono ancora in piedi al centro del soggiorno con in mano il mio bicchiere d'acqua.