LA MIA VITA IN SELLA
Di Lorenzo Basso
Oggi vorrei parlare di qualcosa che ha caratterizzato tutta la mia vita da quando sono nato fino ad ora: questo qualcosa è la bicicletta. Tutto iniziò già da quando ero nella pancia di mamma Laura con mio papà che, un po’ per ridere, un po’ per compagnia, passava le domeniche mattina in sella insieme alla banda dei suoi amici. Era un vero divertimento per lui, ma con il passare del tempo papà e i suoi amici iniziarono a prendere questa attività molto più seriamente: i ricordi sono poco nitidi, ma nei racconti di famiglia si parla delle gare amatoriali più dure d’Italia: Maratona delle Dolomiti, Fausto Coppi, Milano-Sanremo…
L'obiettivo principale era quello di divertirsi, ma per affrontare un certo tipo di corse, l’allenamento non poteva sicuramente ridursi ad un'uscita domenicale: difatti papà, ormai abbandonato dai suoi vecchi compagni d’avventura, continuò ad allenarsi, non da solo, ma con un gruppo di corridori ancora più forti di lui, che lo spinse a gareggiare in molte Granfondo ma anche in molte gare locali dove trovò quasi sempre buoni risultati.
Fino a quando un bel giorno di settembre della quarta elementare, il sottoscritto uscì da scuola dicendo: “Mamma, Papà, da domani voglio provare andare in bicicletta!”
Ovviamente la gioia era percepibile, anche per il fatto che fino ad allora la bicicletta, sì, era presente nella mia vita, ma la avevo sempre un po’ snobbata. L’ambiente in sé non mi faceva impazzire, questo gruppone di 100/200 corridori tutti attaccati che sfrecciano a 50/60 all’ora mi metteva parecchia ansia, in più io che sono sempre stato un po’ fifone non lo rendeva di certo un ambiente adatto a me.
Però quel giorno dentro di me è scattata quella scintilla che probabilmente avevo già dentro di me ma semplicemente la tenevo nascosta. I primi mesi di ciclismo non sono di certo stati facili, ritrovarsi in mezzo a dei ragazzi che non conoscevo, tutti più bravi me non è stata una passeggiata. Se pensate che questi erano gli unici problemini che mi intaccavano, beh vi sbagliate; appena iniziato sono già partito con un bel svantaggio: il peso. Non sono mai stato un bambino magro, però in quel momento probabilmente ero al limite dell’obesità. Infatti il mio soprannome in squadra all’epoca era “Ciccio”, che non mi dispiaceva perché non era detto in modo dispregiativo, ma sicuramente mi ha dato una gran carica per levarmelo di dosso questo nomignolo.
Come dicevo prima il periodo iniziale non fu facile ma passò tutto sommato bene con pochi intoppi.
Beh l’unico episodio un po’ amaro vale la pena raccontarlo. Mio papà e mia mamma che non ringrazierò mai abbastanza per aver fatto questa cosa:
decisero di darmi una delle due bici di papà, un bolide nero con dettagli rossi che un po’ stonava nelle mani di ciccio.
Un bel giorno ad allenamento con la squadra avevo la bici nuova, tutti me la guardavano e si complimentavano con me dicendomi che era una bellissima bici. Io ovviamente ero molto felice, finalmente dopo un po’ di tempo mi sentivo tirato in mezzo al gruppo.
Tutta la mia felicità si spezzò quando a parlarmi fu il mio allenatore dell’epoca che, come prima cosa mi disse codeste parole: “prima di guidare una Ferrari, dovresti guidare una panda!”
Questa frase mi offese parecchio, soprattutto per la cattiveria gratuita verso un bambino che era al settimo cielo per il suo nuovo mezzo. Ripensandoci ora devo ringraziare la persona che mi ha detto quella frase, perché è stata solo una delle tante cose che racconterò in questa storia che mi hanno fatto venire sempre più fame di riscatto.
Altri mesi immerso in questo nuovo mondo passarono molto velocemente e tutto d’un tratto mi ritrovai in una situazione che non mi sarei mai pensato di affrontare: la mia prima gara. Dico questo perché essendo stato da sempre un timidone molto ansioso come accennato in precedenza, affrontare l’ambiente della gara non era di certo una passeggiata. Però il ciclismo è anche questo: a forza di vivere all’interno di questo ambiente viene quasi di conseguenza affrontare il mondo della competizione.
Le prime gare da giovanissimo non furono un successo, causa primaria tutti i miei handicap già citati in precedenza, ma non da meno anche il fatto che l’ambiente competitivo non mi piaceva affatto. A pensarci mi scappa quasi una risata ma ricordo che a tutte le gare fatte da piccolino, quando suonava la campana e iniziava l’ultimo giro, mi facevo cosi tanto sovrastare dall’ansia che per tutta la durata del giro finale avevo i conati di vomito: un misto di ansia e di grande fatica che mi toglieva automaticamente dalla corsa per le prime posizioni.
Nel bene e nel male i primi due anni passarono, alla fine i ragazzi che all’inizio giustamente mi snobbavano diventarono per me dei grandissimi amici che tutt’ora porto nel mio cuore, perciò la squadra dove militavo all’epoca ovvero la ciclistica Arma di Taggia era ormai un gruppo dove stavo alla grande, fino a quando un fatto che segnò oserei dire TUTTA la mia carriera sportiva accadde: era un giorno di ottobre/novembre in cui, dopo una discussione accaduta tra i miei genitori e i presidenti della società ci arrivo una lettera. All’inizio non capivo bene quale poteva essere il contenuto dato che non avevo fatto nulla e la mia coscienza era più che pulita.
Arrivato a casa i miei lessero la lettera e in poche parole c’era scritto che dopo le varie discussioni avute tra la famiglia del ragazzo e dalla presidenza e vista la poca fiducia data alla squadra decisero di mettermi fuori rosa per la stagione seguente.
Mi cadde un po’ il mondo addosso: l’ambiente che avevo frequentato per due anni della mia vita sarebbe svanito per sempre dalla mia quotidianità.
Per un periodo ho sofferto questa cosa ma in realtà non per troppo dato che davanti a me si presentò la squadra che cambiò completamente la mia vita e la mia carriera sportiva: La ciclistica Bordighera.
Entrai a far parte di questa squadra grazie a papà che, nonostante non gareggiasse più come prima, faceva parte di questa squadra a livello amatoriale e perciò chiese al presidente della squadra Guerrino Lanzo se poteva prendermi dato il brutto fatto che mi era successo con la società di arma. Guerra (soprannome di guerrino) accettò subito e da lì iniziò la mia scalata verso la vittoria.
I primi mesi anche al Bordighera non furono una passeggiata, stavolta non tanto per i compagni che mi accolsero molto gentilmente nel loro gruppo, ma per il fatto che chiunque in squadra era più forte di me. Tutti gli allenamenti ero tendenzialmente quello che soffriva di più, ma questo a ripensarci è stata la cosa migliore che mi potesse capitare: confrontarsi con ragazzi più grandi e più forti di me mi ha dato un grande stimolo durante la mia scalata.
Andando avanti con la settimane vedevo che miglioravo sempre di più e a cavallo tra il 2019 e il 2020 avevamo formato una squadra fortissima pronta a battagliare in tutte le gare d’Italia, ma purtroppo le fortune non sono mai state dalla mia parte e a marzo 2020, quando ci sarebbero state le prime competizioni beh, lo sapete meglio di me dove tutti ci trovavamo in quel momento: tutti chiusi in casa. Fu un avvenimento che portò un enorme tristezza all’interno della squadra, specialmente a guerra che dopo un inverno passato a vedere il “mazzo” che ci siamo fatti per arrivare alle gare più pronti che mai guardò svanire le nostre ambizioni tutte di un colpo.
Nonostante tutto per me fu il periodo che ritengo più importante della mia carriera, mentre tutti si piangevano addosso io la presi in modo differente: l’ho ritenuta non una punizione, ma un mettersi alla prova in modo ancora più impattante. Da qua iniziò un periodo durato da marzo a giugno/luglio circa in cui la mia quotidianità era: sveglia, video lezioni, allenamento sui rulli, cena, letto. Non so bene il motivo ma ero più motivato che mai, dentro di me l’unico pensiero che avevo in mente era quello di migliorare per diventare il migliore di tutti.
Finita la quarantena sembravo un’altra persona: niente più grasso, molto più muscolo e una gamba in bici mai sentita prima. Dopo questo periodo ci fu di nuovo, dopo un tempo che è sembrato interminabile, il primo allenamento di squadra: ritrovo zona vallecrosia, c’eravamo tutti, è stato bellissimo rivedere e pedalare assieme a i miei compagni di squadra, ma quel giorno la cosa più eclatante fu un’altra: vi ricordate quando dicevo che agli allenamenti ero il primo a staccarmi e il più scarso di tutti? Beh quel giorno le cose andarono diversamente, ero tra i migliori della squadra, in salita arrivavo sempre assieme ai miei compagni più forti e il mio allenatore non credeva ai suoi occhi, difatti alla fine di quell’allenamento mi disse: “Lorenzo, ma cosa ti è successo?” Questa giornata la ricordo come fosse ieri, era la prima volta che
dentro di me avevo iniziato a credere che avrei potuto lasciare il segno all’interno di questo mondo.
Da luglio arrivammo ad agosto e finalmente ci fu la nostra prima gara, ricordo che eravamo in Francia, circa due ore sopra Nizza in un altopiano dove c’era un caldo atroce. Nonostante tutto la giornata fino a prima della gara era stata super: viaggio in macchina con i miei compagni e grandi risate per tutto il tempo finché, arrivati a destinazione, mi salì un ansia mai avuta prima. Non so bene il motivo di così tanta ansia ma sicuro il fatto di non competere da così tanto tempo aveva influito molto.
Ricordo perfettamente che in griglia di partenza dissi a papà: “ papà ho troppa ansia non voglio partire” lui mi rispose di stare tranquillo e di non preoccuparmi di come sarebbe andata.
Allora partì la gara e io stavo alla grande, era una sensazione mai provata, dopo una vita passata nelle Retrovie della gara, per la prima volta ero davanti a tutti a tal punto che la prima salita la scollinai per primo con solo un altro corridore insieme a me, perciò la gara proseguì a due, io e questo ragazzo più grande di me. Il primo pensiero che mi venne in mente, anche molto banale e ovvio fu: “ o arrivo primo o arrivo secondo” ma per me solo essere arrivato a pensare queste parole è stata una delle sensazioni migliori di sempre. Mancava un chilometro e l’ansia non tardò ad arrivare, però stavolta la condizione fisica era nettamente superiore a tutte le gare precedenti e inaspettatamente: “Lorenzo ha vinto”. Qualcosa di mai provato prima, è stato bellissimo, tutto ciò che ho passato da quando quel giorno presi la bici in mano fino ad allora era stato totalmente ripagato.
Finì la stagione con altri piazzamenti e un enorme motivazione per il 2021, allora riniziò la preparazione per tutto l’inverno: sacrifici su sacrifici, allenamenti, dieta…. Insomma non una passeggiata, ma tutto era finalizzato ad uno scopo ben preciso: tornare ad assaporare quella sensazione di vittoria, un momento dove svanisce tutto, sei solo tu, con le braccia in aria ad urlare per la gioia e un appagamento immenso di ciò che hai fatto per arrivare lì.
Arrivammo a marzo del 2021, ogni anno che passava stavo sempre meglio e lo notavo anche dal fatto che i miei compagni di squadra più grandi di me non riuscivano a tenere il mio passo, difatti quella stagione li fu la migliore della mia carriera: 7 vittorie e mai arrivato fuori dai primi 4 che in gare dove si partiva sempre in 100/150 non è affatto male.
Il momento più importante quell’anno è stato sicuramente il terzo posto ai campionati italiani. Gara dove c’erano tutti gli atleti più forti e arrivare terzo in mezzo al meglio d’Italia mi rendeva automaticamente uno dei più bravi in categoria. Finalmente dopo circa 4 anni ero arrivato dove non avrei mai pensato: nei primi tre di tutta italia.
Quell’anno fui uno di quelli con più vittorie, forse solo due tre persone mi superavano. L’unico piccolo-grande problema è che una volta che arrivi “nell’olimpo” scendere non è facile ma neanche rimanerci non lo è. Perciò entravo nel 2022 con una grande motivazione come ogni anno, ma sta volta
con un peso in più che non avevo mai avuto prima: quello di riconfermarsi tra i migliori in categoria.
Nel 2022 avvenne il primo cambio impattante di categoria: il passaggio da esordiente ad allievo, che detto così non sembra tutto sto grosso problema, ma in realtà lo era eccome dato che, in questa categoria si gareggia insieme ad atleti un anno più grandi di te e, rispetto agli esordienti, dove gli ordini d’arrivo venivano divisi tra atleti più grandi e atleti più piccoli, negli allievi la classifica è una sola e non fa distinzione di età.
Questo mi metteva un po’ di timore, ma per il semplice fatto che i ragazzi più grandi con cui avrei gareggiato non me l’avrebbero fatta passare liscia e mi avrebbero dato molto filo da torcere dato che si trovavano in una posizione di vantaggio sia di età sia di esperienza rispetto a me.
Però anche quell’inverno passò, (ormai la routine non la sto manco più a ripetere) e arrivammo alla prima gara io, Christian e Riccardo, i miei compagni di squadra, più carichi che mai. Tutti e tre eravamo molto forti, era il primo anno per loro al Bordighera e non posso negare il fatto che ad ogni allenamento mi davano parecchio filo da torcere.
La gara era in toscana, 180 partenti, sembrava un campionato italiano da tutti i corridori forti che c’erano, ma questo non mi scoraggiava più di tanto, ero molto sicuro delle mie capacità e di quello fatto nella passata stagione, però con tutta onestà la vittoria la vedevo molto come una cosa utopistica dato l’altissimo livello che c’era quel giorno.
La corsa parte, 70 chilometri, gara più lunga fino a quel momento, Il gruppo mi spaventava molto perché tutti avevano voglia di farsi vedere e le velocità erano molto alte e questo portava a innumerevoli cadute durante tutto l’arco della gara, difatti non nascondo che per una buona parte di gara rimasi tra gli ultimi in fondo al gruppo in modo da non rimanere nella parte centrale del plotone.
La gara si svolgeva su un circuito pianeggiante da ripetere una decina di volte, finiti i giri si andava a fare una salita e, finita la discesa, mancavano circa 3 chilometri all’arrivo. All’inizio della salita ero nel posto giusto, nei primi 5/10 corridori e, dato che anche quel giorno la gamba era ottima, rimasi nei primi fino alla fine della salita, anche stavolta dopo la discesa mi trovavo nei primi, ma stavolta la sensazione era ancora più appagante: ero tra i primi più forti e più grandi di me in italia. La motivazione era alle stelle e non potevo farmi sfuggire quell’occasione. Era l’ultimo chilometro, la gamba era ancora ottima e anche stavolta: “Lorenzo vince la gara!”.
Non mi sembrava vero, avevo battuto gente che tuttora milita nelle squadre più forti del mondo, inoltre, ero il primo corridore della storia a vincere quella corsa da allievo di primo anno.
È un episodio che segnò molto l’andamento di quell’anno, quel “riconfermarsi” a cui ho pensato per tutto l’inverno l’avevo trovato dopo solo la prima corsa. Questo mi fece fare un’altra ottima stagione che mi fece arrivare di nuovo terzo degli allievi del primo anno in Italia. In quel momento
era constatato che ero uno dei più forti e la voglia di riconfermarsi anche nel 2023 era presente più che mai all’interno del mio animo.
L’anno a venire sarebbe stato caratterizzato da uno dei cambiamenti cardine della mia carriera. Durante la stagione 2022 dati i miei importanti risultati mi contattò una delle squadre, se non la squadra più forte d’Italia in quel momento: la GB Junior team. La squadra mi affascinava già dal 2021, questa realtà tanto più grande rispetto a quella in cui mi trovavo io, un organizzazione perfetta in qualunque cosa erano alcuni degli elementi che mi spinsero ad andare con loro nel 2023.
Il tutto mi piaceva molto, ma allo stesso tempo un po’ mi intimoriva perché passare dalla “famiglia” che per me era diventata la Ciclistica Bordighera, a questa squadra così grande e così lontana da casa era un cambiamento importante. Però ci andai comunque, dentro di me sapevo che quella era la scelta giusta da fare per proseguire in modo vittorioso la mia carriera. L’arrivo in squadra fu accolto da tutti parecchio bene: i dirigenti del team erano lieti di avermi con loro dato che ero stato l’acquisto più importante dell’anno. Anche dai nuovi compagni avevo percepito un sentimento di rispetto nei miei confronti. Era la prima volta che arrivai in una squadra ed ero già il migliore di tutti.
Nonostante ciò eravamo 20 corridori e il mio spazio me lo sarei dovuto guadagnare ugualmente. Nel periodo di febbraio andammo in ritiro in Toscana, era la prima volta che vivevo un'esperienza del genere, 10 giorni di allenamenti dove ogni giorno dovevo farmi valere il più possibile per dimostrare che ero io il più forte. E così è stato: nessuno dei miei 20 compagni riusciva a starmi dietro. Ricordo benissimo che i miei allenatori erano rimasti stupiti da quanto andavo forte e questo come giusto che sia portò molte aspettative su di me. Arrivai alla prima gara, la stessa vinta nel 2022 da allievo primo anno, con un enorme convinzione; ovviamente volevo ripetere il risultato dell’anno precedente, ma questo non lo avevo in mente solo io, lo avevano in mente un po’ tutti. Devo ammettere che quell’anno l’ansia di doversi ripetere era la più tediosa di sempre. Difatti quel giorno non andò esattamente come volevo che andasse: arrivai sesto, che per carità non era un brutto risultato, però l’unica posizione accettata quel giorno era il primo posto. Ci rimasi male, sentivo di aver deluso la squadra e tutti quelli che pensavano che avessi vinto. Comunque, come avrete ben capito, non mi diedi per vinto, iniziai l’anno in maniera un po’ anonima, ma dopo circa un mesetto mi rimisi in forma e arrivò la prima vittoria, risultato fondamentale che mi fece entrare in un mood positivo che durò da aprile fino a metà agosto. Dopo un malanno non riuscì più a ritrovare la condizione dei mesi precedenti ma tutto sommato fu un anno vittorioso lo stesso: altre 5 vittorie e svariati piazzamenti durante tutto l’arco della stagione che mi avevano reso di nuovo uno dei più forti in categoria.
Da ottobre in poi iniziarono i due anni più complicati e faticosi della mia carriera: gli anni da juniores.
Toccava fare un altro cambio di categoria e sta volta la difficoltà principale era un’altra: mentre nei due anni precedenti la gara più lunga a livello di chilometraggio che potevi trovare era di circa 75/80 chilometri; da juniores la distanza minima di una gara è di 120. Ciò mi ha portato ad un ulteriore cambiamento: l’impegno che dovevo dedicare a questo sport venne moltiplicato per almeno 10 volte: allenamenti più lunghi, dieta ancora più ferrea e tempo per altre attività ridotto a zero. Premetto che ciò non mi hai pesato affatto, dato che non sono un amante delle attività che compiono i miei coetanei al giorno d’oggi, difatti passai il primo inverno da juniores in modo monotono, la mia quotidianità era solamente scuola, bici, casa. Tante furono le volte che tornai a casa col buio e, dopo una giornata stremante, dover fare ancora i compiti non era affatto piacevole.
Però anche quell’anno l’inverno passò in un lampo come i tre precedenti e arrivai alla prima gara sempre con la GB junior team. Anche stavolta la gamba la sentivo discretamente buona e, con tutta onestà, mi aspettavo un buon risultato. Le chance di vittoria stavolta erano davvero vicine allo zero dati vari motivi: prima corsa in una categoria così elevata, ragazzi più grandi che “volavano” da quanto andavano forte e, infine, 130 chilometri di corsa. Insomma, una giornata impattante, però data la grande fiducia in me stesso, una top 10 la vedevo più che fattibile. La gara però non andò molto bene, una caduta all’inizio della salita finale mi mise fuori dai giochi. Era la prima volta dopo 4 anni di successi che mi sentivo di nuovo uno degli ultimi, dopo tanto tempo avevo nuovamente perso la fiducia in me stesso.
Passai tre mesi davvero complicati, in circa 15 gare non ero mai riuscito a sbloccarmi né con una vittoria né con una top 3, ma poi arrivò giugno, e con giugno arrivò il giro della Brianza, una gara di 130 chilometri tutta sotto la pioggia. Quel giorno lì, dopo essermi stufato di non aver avuto neanche una soddisfazione fino ad allora, decisi di fare una gara tutta all’attacco: scattavo continuamente e, ogni volta che mi riprendevano, io scattavo ancora. Dopo circa 60 chilometri di svariati tentativi di evadere dal gruppo finalmente ci riuscì e feci 70 chilometri completamente in solitaria, solo io la bici e tanta tanta fatica. Arrivai a 1 chilometro dall’arrivo, ormai era fatta, ma purtroppo, tutto troppo bello per essere vero… i miei compagni di squadra fecero gli ultimi 3/4 chilometri a tirare come dei dannati per chiudere il buco che si era formato tra me e il plotone perciò, per colpa di questa cosa arrivai terzo.
Il profondo dolore e fastidio che provai quel giorno ruppe definitivamente i legami tra me, i miei compagni di squadra, i miei allenatori e la dirigenza. Non riuscivo proprio a mandare giù questa cosa che era successa, e, un po per colpa di questo avvenimento, un po’ per colpa mia che mi ero completamente staccato dalla squadra arrivò dopo qualche settimana la chiamata dal mio allenatore il quale diceva che non sarei stato nei piani della squadra per la stagione seguente. Sta volta sinceramente ero contento di ciò dato che io in primis a prescindere da quella chiamata, sarei andato via dalla squadra a fine anno.
Seguirono altri risultati importanti che mi permisero di arrivare alla miglior squadra in Italia per la categoria juniores: il team fratelli Giorgi. La chiamata da parte loro arrivo circa nel periodo di giugno e io, nonostante mi avessero contattato altre squadre interessanti, scelsi loro, sia perché era la miglior società in italia, ma anche perché sentivo che lì avrei potuto fare il salto di qualità che purtroppo non riuscì a fare quell’anno.
Anche la stagione 2023/2024 finì con parecchi bassi e tutto sommato pochi alti rispetto a quelli che mi aspettavo.
Ma ora inizia l’ultima parte di questa lunga e travagliata storia, oserei dire il peggior anno a livello sportivo di sempre.
Tutto partì nel periodo di novembre del 2024, la motivazione era al massimo, mi sentivo pronto per un 2025 coi fiocchi pieno di soddisfazioni e gran risultati. Gli umori però calarono quasi subito, nel periodo di dicembre iniziarono i primi allenamenti di squadra nei week end, che detta così non sembra creare molti disguidi, l’unico enorme problema era che questi allenamenti qua si svolgevano a Bergamo, si avete capito bene, io dalla mia Sanremo ogni fine settimana dovevo trovarmi lassù ad allenarmi con un freddo polare e con il venerdì pomeriggio di andata e la domenica pomeriggio di ritorno in treno. Già da prima avevo un po’ timore del treno: questo mezzo affollato pieno di gente, con un via vai continuo di persone mi ha sempre messo molta angoscia, difatti in un anno divenne il mio più grande incubo. Per la prima volta nella mia vita mi ritrovai solo, in mezzo a migliaia di persone, con la mia bicicletta nella stazione di Milano centrale a correre, oppure in caso di ritardo ad aspettare il treno per Bergamo dato che la coincidenza era solo di 5 minuti.
Allora gli allenamenti di squadra iniziarono e non ce ne fu neanche uno che mi piacque, era un soffrire unico: dal venerdì in ansia per il viaggio, fino alla domenica in ansia per il viaggio di ritorno.
Però anche questo inverno ( sta volta per fortuna) passò e prima di iniziare le gare, ci fu il ritiro in Sardegna dove anche lì, ero risultato il più forte di tutti, però in fin dei conti l’allenamento non conta nulla, i risultati si devono fare in gara. Arrivai alla prima corsa con il morale alto vista la grande condizione fisica trovata in sardegna, ma una caduta a 10 chilometri dall’arrivo mi fece ritirare, da lì iniziò una striscia di sfortune senza fine, le prime 5 gare sono sempre caduto e, dopo la sesta, presi un malanno che mi mise fuori dai giochi per le altre gare a venire.
Fu la prima volta che mi sentì “schiacciato” dalla bici, ero in un tunnel da cui non vedevo nessuna luce in fondo, insomma, buio totale. Nel periodo di maggio/giugno trovai qualche soddisfazione che mi portò a partecipare al campionato italiano dove una caduta mi compromise la gara e anche tutte le seguenti competizioni a cui avrei preso parte.
Finito giugno arrivò luglio, il mese che definisco il più doloroso di tutta la mia vita.
Era circa il 16 luglio, stavo passando una settimana piena di gare e per questo motivo rimasi circa 10 giorni a Bergamo.
Vi ricordate di quando parlavo della ciclistica di Bordighera? Di quando i miei compagni erano tutti più forti di me e mi staccavano tutti? Beh tra questi ragazzi c’era Samuele, Samuele Privitera. Un ragazzo 2 anni più grande di me che mi accolse in squadra fin da subito, difatti tra noi si era instaurato un bellissimo rapporto non solo sportivo ma anche personale. Anche quando non eravamo più nel Bordighera ci continuammo ad allenare spesso insieme e lui, mentre io ero a Bergamo, stava gareggiando al giro della valle d’Aosta. Una delle competizioni più importanti per la categoria under 23 e quindi per ormai atleti professionisti.
Quel maledetto 16 luglio, dopo una mattina passata in bici, nel pomeriggio mi arrivò una spiacevole notizia: Samuele era caduto durante la corsa ed era stato trasportato d’urgenza in ospedale. Subito non diedi troppo peso alla cosa, anche a me era capitato di cadere in gara ed essere portato in ospedale, avevo pensato che tutto si sarebbe risolto con un semplice controllo e poi che sarebbe stato rimandato a casa.
Pian piano le notizie aumentavano e i miei presentimenti peggioravano sempre di più: Samuele è in condizioni critiche….
Ancora non mi rendevo conto, pensavo che alla peggio si fosse rotto qualche ossa del corpo e che purtroppo avrebbe finito la sua stagione lì. Arrivo la sera e alle 23 sentì la notizia che mai avrei pensato di sentire: “ Samuele non ce l’ha fatta…". Sentì un vuoto dentro di me, non riuscivo a farmi entrare in testa questa cosa. Chiamai a casa in lacrime, volevo tornare al più presto da mamma e papà per stare con loro, ma purtroppo ero a Bergamo, da solo e mancavano ancora troppi giorni prima di tornare a casa, dato che il 17 di luglio sarei dovuto partire per andare a correre una gara a tappe nel Lazio.
La notte non dormì neanche 10 minuti, l’unica cosa che avevo in mente era: “no non è successo davvero, era solo un brutto sogno…”
Il giorno seguente piansi così tanto che ad un certo punto avevo finito le lacrime, e da lì in poi iniziarono 4 giorni di corse in cui il mio unico pensiero era portare la bici all’arrivo per tornare a casa da mamma e papà. Per fortuna i giorni passarono abbastanza in fretta e finalmente il lunedì dopo ero di nuovo con la mia famiglia.
Questo avvenimento mi rese cosciente del fatto che la vita è di un imprevedibilità paurosa, un giorno ci sei, quello dopo potresti non esserci. Tornato a casa il mio soffrire continuò, non nascondo che ho pensato parecchie volte di smettere, ma sapevo dentro di me che Samu se avessi fatto una cosa del genere mi avrebbe detto: “ oh coglionazzo, vedi di non avere troppe Musse per la testa e pedala va!”
Perciò dopo un periodo di quasi depressione, cambiai idea: non devo smettere per la cosa che è successa, ma devo correre per combatterla, allora dopo un periodo di stallo, ripresi ad allenarmi come si deve e iniziai a godermi di nuovo questo sport, che è tanto bello sì, ma altrettanto bastardo.
Insomma un anno da dimenticare il 2025, ma qualcosa l’ha comunque reso bello, anzi, qualcuno. Te, Matilde, che da quando sei entrata a far parte della
mia vita hai reso tutto molto più piacevole. Sei uno stimolo fondamentale per me, il tuo aiuto in questo brutto anno mi ha fatto andare avanti e, con tutta onestà, senza di te non so che starei facendo ora. E perciò non ti ringrazierò mai abbastanza.
A settembre 2025 mi trovavo ancora senza una squadra per il 2026, ma grazie al mio procuratore mi si presentò la possibilità di unirmi all’UC Monaco, la squadra di stato di Montecarlo. Andai a parlare con la dirigenza la settimana prima dell’inizio della scuola e dopo appena un giorno mi hanno confermato che mi avrebbero ingaggiato per la mia prima stagione da under 23. Ero al settimo cielo, finalmente dopo un anno di delusioni una gioia che mi fece riaccendere quella fiamma in me che durante l’anno si era un po affievolita.
Ed eccoci qua, arrivati alla conclusioni di questa mia piccola-grande storia che ha caratterizzato parte della mia vita, che mi ha permesso di vivere esperienze meravigliose, che mi ha fatto assaporare il sapore della vittoria e del successo ma allo stesso tempo anche il sapore della sconfitta e del fallimento. Non ringrazierò mai abbastanza la mia famiglia per tutto quello che hanno fatto, il loro sostegno in questi anni è stato fondamentale e sono certo che senza mamma e papà non sarei sicuramente dove sono ora, vi voglio tanto bene.
La bicicletta mi ha permesso di imparare molte cose, io la paragono all’andamento della vita: la nostra esistenza è un viaggio lungo e tortuoso, pieno di salite che caratterizzano i momenti difficili della vita, ma dopo aver scollinato c’è sempre una discesa e un momento per riprendere fiato, ma senza mai perdere l’attenzione perché l’imprevisto si può sempre trovare dopo una curva cieca.
L’ascesa è sempre la parte più faticosa, ma una volta arrivati alla cima, la soddisfazione e l’appagamento ripagano tutto ciò che è stato speso per arrivare lì.
Questa è solo una piccola parte del mio viaggio, dato che ora mi aspettano altri anni ancora più duri e complicati in sella, ma questo non mi spaventa perché sono più carico che mai per affrontare ciò che verrà assieme alla mia fidata compagna di vita: LA BICICLETTA!!!