26 ottobre 2025
Negli ultimi anni, il confine tra gioco digitale e vita reale è diventato sempre più sottile. Oggi milioni di adolescenti si incontrano nei mondi virtuali di Fortnite, Call of Duty o Minecraft con la stessa naturalezza con cui un tempo si trovavano al campetto sotto casa.
Eppure, proprio in questi spazi di socialità digitale, si nasconde un fenomeno insidioso: il cyberbullismo.
Lo psicologo Vincenzo Cascino, in un articolo pubblicato su QTimes – Journal of Education, Technology and Social Studies (2024), affronta con rigore scientifico una domanda tanto attuale quanto controversa:
esiste davvero un legame tra videogiochi violenti e comportamenti aggressivi o di bullismo online?
La risposta, spiega Cascino, non è semplice né univoca. Gli studi internazionali si dividono in due grandi correnti:
alcuni ricercatori non trovano un collegamento diretto tra videogiochi violenti e aggressività;
altri, invece, sì rilevano una correlazione significativa, soprattutto quando i giochi vengono vissuti in modo competitivo, immersivo e privo di mediazione educativa.
Il vero nodo, secondo Cascino, non è tanto il contenuto violento in sé, quanto il contesto sociale in cui il gioco avviene. Giocare da soli o in gruppo, comunicare in chat vocali, appartenere a community online: tutti questi fattori possono influenzare profondamente il comportamento dei giovani.
Nei videogiochi online, la socialità è parte integrante dell’esperienza. Ma come accade anche nella vita reale, il gruppo può trasformarsi in un’arena di potere.
Chi è più bravo, più esperto, o semplicemente più “forte” nel gioco, può finire per umiliare o isolare chi non è allo stesso livello.
Nascono così dinamiche di derisione, esclusione e umiliazione che, se ripetute nel tempo, assumono la forma del cyberbullismo.
Un insulto nella chat, un “kick” dal gruppo, un video diffuso online dopo una sconfitta: piccole azioni che possono avere un forte impatto emotivo e psicologico, soprattutto in età adolescenziale.
Cascino osserva che la letteratura scientifica ha ancora pochi studi che analizzano l’effetto dell’appartenenza a gruppi devianti o aggressivi nei contesti di gioco online. È un vuoto di ricerca importante, perché proprio lì si annidano molte delle nuove forme di bullismo digitale.
Le neuroscienze educative, ricorda l’autore, ci insegnano che l’apprendimento e il comportamento sociale si formano attraverso esperienze emotive.
In contesti altamente stimolanti – come quelli dei videogiochi online – l’adrenalina, la competizione e la pressione del gruppo possono alterare i meccanismi di controllo e autoregolazione emotiva.
Non è dunque il videogioco a “rendere violenti”, ma il modo in cui viene vissuto e condiviso che può favorire comportamenti aggressivi.
Demonizzare i videogiochi sarebbe un errore. Come ricorda Cascino, esistono anche videogiochi “prosociali” o “educativi”, capaci di stimolare la collaborazione, l’empatia e il pensiero critico.
Il videogioco, in sé, è un medium complesso: può essere strumento di crescita o veicolo di devianza, a seconda dell’uso che se ne fa.
Per questo è fondamentale un approccio educativo consapevole:
aiutare i ragazzi a riflettere sul proprio comportamento online;
favorire la cooperazione più che la competizione tossica;
insegnare che anche dietro un avatar c’è una persona vera, con emozioni e limiti reali.
Educare al gioco digitale
La sfida educativa del nostro tempo non è vietare, ma educare al digitale.
Genitori, insegnanti e istituzioni devono riconoscere che il “mondo del gioco” è anche un luogo di formazione sociale.
Come a scuola si impara a convivere con gli altri, anche online è necessario apprendere le regole della convivenza digitale: rispetto, empatia, autocontrollo.
Forse, la prossima volta che un ragazzo dirà “è solo un gioco”, varrà la pena fermarsi a riflettere.
Perché dietro quel gioco c’è un microcosmo di relazioni, emozioni e scelte morali che parlano del mondo reale più di quanto pensiamo.
Come suggerisce Cascino, capire la relazione tra videogiochi e cyberbullismo non significa puntare il dito contro il joystick, ma imparare a leggere i comportamenti, i contesti e le dinamiche che lo accompagnano.
Solo così potremo trasformare il gioco da possibile fonte di ostilità a spazio di crescita, empatia e rispetto reciproco.