5 domande a ...

intervista a Paolo

Siamo tutti interconnessi

Paolo, che servizi svolgevi in San Simone prima del coronavirus e che cosa fai adesso?

Prima, quando era operativa la mensa tradizionale ero il responsabile della mensa serale, mi alternavo con Lorenzo una sera io e una sera lui. Arrivavo alle 16.30, mi occupavo della pulizia dei locali, della predisposizione della cucina e della sala da pranzo, poi all'arrivo dei cuochi spiegavo le direttive del giorno che avevo ricevuto da Andrea e Sandro. Restavo a disposizione durante la cena, occupandomi di eventuali problemi pratici, e verso le 21 tornavo a casa dopo aver fatto le pulizie finali, magari anche in qualche ufficio ai piani superiori.

Ora invece, non essendoci più la mensa serale ed i volontari, ho cambiato gli orari e in parte le mansioni. Prendo servizio alle 10 del mattino e mi trovo con gli operatori presenti (anzi con le operatrici, perché tranne Andrea sono tutte donne e devo dire che ho scoperto che la loro compagnia è gratificante). Mi coordino con loro ed eseguo le pulizie dei locali, faccio qualche manutenzione e aiuto a predisporre le borsine alimentari.

Al di là della normale difficoltà di cambiare tempi e modi di lavoro, ora per te è più facile o più difficile svolgere i tuoi compiti?

Prima, ogni sera cambiava il gruppo di volontari con cui lavoravo, per cui ero in contatto con numerose persone diverse fra loro e questo era molto stimolante. Peraltro, adesso interagisco con le operatrici, che fra l'altro svolgono servizi diversi, e ciò mi permette di conoscere meglio le varie realtà di Casa San Simone e di sentirmi più integrato nella sua vita.

So che sei un bravo e appassionato ciclista agonista e quindi la fatica non ti fa paura, anzi ti piace. Che ne pensi di un altro tipo di fatica, quello di vivere dovendo cercare l'aiuto degli altri?

Premetto che ho un'esperienza minima di San Simone, sono qui solo da circa quattro anni. Però ho notato che da una parte ci sono ospiti più restii a chiedere e che fanno fatica a dire che hanno bisogno. E dall'altra ci sono quelli che invece io definisco i professionisti del bisogno, che sembrano strutturati proprio per chiedere e farsi seguire. Purtroppo la povertà crea molta dipendenza e col tempo chi ha poche risorse si limita ad attaccarsi a enti e persone per sfruttare al massimo le opportunità. L'effetto collaterale della povertà è che spesso si perde la dimensione dell'essere autonomi, si perde la fiducia in se stessi rinunciando a cercare di cavarsela da soli.

Che cosa possiamo imparare da questa esperienza drammatica che stiamo vivendo?

Mi viene subito in mente un aspetto positivo: abbiamo scoperto che siamo tutti interconnessi, che le scelte di ciascuno gravano e influiscono sugli altri. Nel bene e nel male siamo collegati fra di noi. E questa esperienza apre le finestre sulla necessità di lavorare insieme per fare insieme, evitando di agire come gruppi separati o addirittura contrapposti.

Andrea ci ha detto che una volta, a causa delle protezioni che indossate, ti ha confuso con Bianca. Hai anche tu qualche episodio simpatico da raccontarci?

Un episodio curioso mi era accaduto prima del coronavirus. Una sera stavo scendendo le scale per raggiungere i locali della mensa quando improvvisamente è esploso un bel coro polifonico di voci che non capivo da dove venisse. Arrivato in mensa ho scoperto che il maestro Meneghello, nostro volontario in cucina, stava dirigendo un coretto improvvisato composto dai restanti volontari, aspettando che venisse l'ora di aprire la mensa per la cena. Devo dire che erano molto bravi. Per quanto riguarda il presente, confermo che io e Bianca ormai siamo “i gemelli diversi”, non solo Andrea ma tutti, anche gli ospiti, ci scambiano in continuazione. E' strano, perché io ho la barba, anche se in parte coperta dalla mascherina. Dovrò rivelare a mio fratello che ha una sorella al posto di un fratello!