La democrazia delle culture come problema politico

Università degli Studi di Verona

Dipartimento di Scienze dell'educazione. Centro Studi interculturali

Convegno di studi in occasione della consegna dei diplomi del Master "Intercultural Competence and Management. Sabato 17 Dicembre 2005

La democrazia delle culture come problema politico

1.- Il bisogno di autorealizzazione

Non vi risulti strano l'assioma a cui si rifà la riflessione che desidero presentarvi: cioè "solo una democrazia delle culture può garantire libertà e progresso per chiunque vive nel medesimo contesto civile".

Partiamo col rilavare che ciascun individuo ha diritto di pervenire all'autorealizzazione. Ne è testimonianza il fatto che tutte le volte in cui questo diritto fu negato o ostacolato dai sistemi totalitari, dalla guerra, o dall'annientamento della comunità originaria di appartenenza, il bisogno di autorealizzazione e di affermazione della propria identità, non s'è spento; rifugiati, profughi, immigrati sono insorti per cercare comunque questo soddisfacimento.

Purtroppo più volte s'è fatta valere la pretesa di rimuovere l'ideologia dei propri antenati e di sradicare dal proprio patrimonio culturale, nell'intento di instaurare una forma di governo più piana e meno complessa, immaginando che fosse la più giusta per la collettività. Ciò si è talora verificato anche da parte di governi che hanno inteso garantire democrazia di relazioni fra i cittadini, ma non hanno mostrato né volontà né capacità di realizzare la democrazia fra le culture.

2.- Come vive una cultura

Ogni cultura vive della sua identità, delle sue memorie. Senza il valore e l'apporto della memoria non si dà futuro per nessuna cultura. Quale originalità resta mai ad un popolo che perde le proprie origini, le sue radici culturali ? Circoscrivere la propria identità culturale ad un piccolo cerchio di consanguinei o di compatrioti, è mortificatorio, provoca il distacco dall'appartenenza ed è passibile di degenerazioni: é un vero e proprio sradicamento, in quanto lascia cadere il collegamento col senso della continuità nel pubblico e nel sociale, che garantiscano il collegamento con la propria cultura. Ci dice Simone Weil che occorre soddisfare il bisogno di sentirsi accolto ed interessato all'intera opera della collettività in cui ciascuno vive. Per questo bisogna fargliela conoscere, chiedergli il suo interessamento, rendergliene sensibili il valore, l'utilità e, se è il caso, la grandezza; e fargli chiaramente comprendere la parte che egli ha.

3.- L'autonomia comunitaria

Nella odierna cultura delle autonomie, il radicamento nella visione comunitaria, è alla base del sentirsi diffuso. In una società multiculturale, che abbraccia tutte le etnie, questo tipo di radicamento si traduce in una fruttuosa "autonomia delle culture", capaci di sottrarsi al localismo e al radicalismo etnocentrico. Lo sradicamento induce angoscia e genera aggressività, era stata la lucida intuizione di Simone Weil, costituendo di gran lunga la più pericolosa malattia delle società umane perché si moltiplica da sola: gli sradicati non hanno altro destino che sradicare. Il senso di appartenenza dei radicati nella propria cultura, aperti alla collettività, manifesta un vero e proprio sentimento amoroso per la collettività..

Se da una parte il senso di appartenenza alla propria cultura può essere visto come "egoismo", esso appare indispensabile nella costruzione dell'identità personale, per un efficace confronto con l'altro di diversa cultura. La specificità di ogni cultura, conosciuta e posseduta nei suoi contenuti, consente di trarre maggiore vantaggio nell'incontro con l'altro. Come si vede sto parlando di culture vive, cioè di culture che informano il pensare e l'agire, culture non allontanate dalla memoria del loro patrimonio: è una valutazione in positivo del loro possesso.

Che se qualche difficoltà emerge nell'inserimento socio –ambientale, non è questo un problema per il loro misconoscimento: nessuna cultura è perfetta ed ogni cultura ha il suo apporto da dare nel dialogo con le altre culture, sia dal punto di vista dell'incontro tra persone, come dal punto di vista tra istituzioni e, non ultimo, né di poco conto, quello del rapporto tra etnie diverse di immigrati. E' fortemente demandato all'azione politica il far evitare il conflitto interetnico tra immigrati: cioè tra i più antichi immigrati ed i nuovi sopravvenuti disponibili a salari più bassi e ad una quantità di sevizi più umili che abbassano la qualità del vivere. La marginalizzazione culturale e sociale delle componenti minoritarie in una comunità plurietnica, non avvantaggia nemmeno la cultura dominante, perché una loro precaria identità finisce per conferire instabilità a tutto l'insieme.

4.- Le culture "vive"

Si deve anche riflettere sul compito di tenere aggiornate le singole culture, che col passare del tempo si muovono, senza perdere la loro identità, verso il nuovo ed il diverso quale avviene nei paesi d'origine. E' questo un problema delicato ma importante sia per il caso dell'immigrato che rientra nel paese d'origine, sia nel consorzio della vita sociale ove il contributo delle varie culture non può e non deve rappresentare un incontro con un museo di storia passata. In un mondo dal tempo reale, questo non rappresenta un sogno impossibile.

5.- La cultura universale come universo di culture

Solo di recente si è cominciato a considerare positivamente il bilinguismo. Per anni le scuole si sono affannate a demolire ogni residuo di lingua locale che l'allievo portava con sé in classe, muovendo dal presupposto di una indisponibilità ad apprendere la lingua nazionale se non si era prima cancellato il dialetto. Ma la storia dei nostri giorni conduce verso la società plurietnica, multiculturale, ove il saldo riferimento alla propria cultura e lingua diventa condizione per una più efficace integrazione con le altre lingue e culture compresenti. Integrazione, non assimilazione. Il corretto rapporto e le pari opportunità offerte alle comunità etniche, sono condizioni perché ciascuna sia cosciente delle proprie origini quanto disponibile a un consenso collettivo, senza del quale nessuna società multiculturale può sussistere. L'alternativa di prospettare il tentativo artificiale di ricostruire in altro ambiente la cultura originaria, non può che portare alla creazione di ghetti, con tutte le conseguenze che comporta la chiusura in sé. Fuori, dunque, dall'apartheid ! non per rinunciare alla propria identità, ma per costruire un accordo fra le culture che rimuova il concetto di maggioranza e di minoranza, nella pienezza dello sviluppo interetnico, in cui ciascuno aiuta l'altro a riconoscersi in ciò che è. Si tratta di un impegno educativo che coinvolge la responsabilità di tutte le agenzie operanti per l'educazione, la socializzazione e l'integrazione: scuola, famiglia, associazionismo, strumenti di comunicazione sociale. E' la famiglia che stabilisce il rapporto con la cultura d'origine, da cui dipenderà nella crescita della persona la sicurezza fornita da un saldo senso di appartenenza. Sono i genitori e i parenti che educano alla visione del patrimonio culturale accumulato col contributo individuale e collettivo della propria etnia, da cui partire per apprezzare tutte le altre culture. Si passa dalla cultura locale, alla cultura dell'umanità, ossia alla cultura universale come universo di culture.

E' utopia?

Uno dei grandi padri dell'utopia pedagogica, Gian Giacomo Rousseau, nel suo "Discorso sull'origine dell'ineguaglianza", già individuava nell'ignoranza delle culture una delle ragioni di possibile conflitto: "Tutta la terra è coperta di nazioni di cui non conosciamo che il nome; e noi pretendiamo di giudicare il genere umano". C. Lévi-Strauss, commentando Rousseau, richiama il concetto di libertà, sottraendolo all'astrattismo ed enumerandone i contenuti concreti: la libertà è fatta di equilibri tra piccole appartenenze, solidarietà minute.

6.- Conclusione

In conclusione, siamo invitati ad avvallare il principio che la democrazia non riguarda solo gli uomini ma anche le culture. E' questo il presupposto della società multiculturale e multirazziale che si vuole muovere verso l' interculturale: assicurare a ciascuna identità comunitaria, etnicamente definita nella sua storia e nel suo ambiente, il libero esercizio del proprio senso esistenziale, dentro ad un sistema di relazionalità non mortificato da centralismi, ma integrato nell'insieme.

7.- Quanto spetta alla pedagogia e quanto al potere politico?

Sono dell'idea che le conquiste della pedagogia abbisognano dell'impegno dei detentori del potere politico sia locale che nazionale. Mi piace ricordare che l'Istituto di Pedagogia ( così si chiamava allora) della nostra Università, quando iniziò ricerche e collaborazioni internazionali sul problema dell'Intercultura, testimoniò i suoi primi risultati con la pubblicazione nel 1987 di un volume dal titolo molto significativo: "L'intercultura tra pedagogia e politica". E' un binomio utopico ?

Luigi Secco