L’educazione interculturale come risorsa di integrazione con i nuovi cittadini

L'educazione interculturale come risorsa di integrazione con i nuovi cittadini Relazione tenuta a Trento presso l'Associazione Rosmini il 21 febbraio 2008.

Premessa introduttiva: Distorsioni politiche

1) Claude Clanet nel suo studio sull'intercultura (L'interculturel en éducation et en sciences humaines – Travaux de l'Université de Toulouse le Mirail, 1986) rileva come storicamente sia prevalso da parte degli Stati colonizzatori lo sforzo di assimilare le culture minoritarie alla cultura dominante, considerata superiore, perché detentrice dei valori "universali" (p.727). Solo dopo la fine delle guerre coloniali si cominciò a riconoscere alla cultura dell'altro un valore ((p.729).

- Oggi consideriamo superato questo concetto di "assimilazione" delle culture minoritarie alla cultura dominante, anche se di fatto l'apartheid e l'atteggiamento abituale verso gli zingari non sembrano molto cambiati.

2) Né convince l'intendimento di voler prevenire i conflitti ignorando le differenze. Posizionarsi in un reciproco silenzio, o peggio in reciproca sopportazione, per timore di approdare a necessità di cambiamenti, non giova certo a quell'armonia di intesa e di collaborazione che rendono stabili e sereni i rapporti sociali. Non sono, pertanto, accettabili, ipotesi di tipo politico, intese a prevenire la conflittualità col costringere i portatori delle diverse culture a rinunciare a tutte le specifiche differenze, particolarmente quelle qualificanti la propria identità, per ritrovarsi su un campo neutro comune. Il particolare è consentito solo nel privato; nel pubblico sono vietati gesti, segni, parole che esprimono la particolare appartenenza etnica. La 'neutralizzazione delle culture' dovrebbe consentire la pacifica convivenza. Ma a quale prezzo? E' evidente che il diverso non è usato come ricchezza, e lo Stato diffidente nei sui riguardi tende più a uniformare che a rinnovare (Sirna C., Oltre la neutralizazione delle culture e la mimetizzazione delle differenze, in Aa.Vv.,-a cura di Portera A e Dusi P.-, Gestione dei conflitti e mediazione interculturale. F.Angeli,Milano,2005, pp.104-108).

- Dubitiamo che tutte le culture accettino di rinunciare alla loro visibilità pubblica; talune –tipo l'islamismo- ritengono la loro identità esigitiva di manifestazioni pubbliche; del resto noi tutti sappiamo, attraverso le notizie di stampa, della richiesta di moschee e del riconoscimento di specifici diritti legati alla identità propria. La 'neutralizzazione delle culture' dovrebbe consentire la pacifica convivenza. Ma a quale prezzo? E' evidente che il diverso non è usato come ricchezza, e lo Stato diffidente nei sui riguardi tende più a uniformare che a rinnovare.

3) Non ignoriamo che in talune parti del mondo come in Sud Africa, Brasile ed altrove ci sia chi si è adoperato a conservare talune culture particolari nel loro stile di vita, ricorrendo a metodi non accettabili, chiudendo il gruppo in serra.

-- Al di là di tutto questo, intendiamo collocare il discorso interculturale, in un certo senso, al di sopra delle singole culture, mirato ad avviare riflessioni atte ad accrescere la reciproca conoscenza, acquisire nuovi valori per migliorare le singole culture e, soprattutto, per conseguire quell'integrazione che consente una pacifica convivenza.

Finalità dell'EI: La ricerca dei valori interculturali

"Nessuna società, per quanto contrassegnata da laicità, pluralismo, complessità, può permettersi di esistere senza una base minima di valori condivisi"( F.Pizzi, Aspetti morali della pedagogia interculturale" in P.V., stt.-dic.2007, p.196)

Ma quali valori da condividere per l'E.I.., ossia per la pacifica convivenza e la reciproca integrazione tra autoctoni e immigrati ?

Ci pare di poter muoverci con sufficiente sicurezza nel reticolo delle varie possibilità.

1) Educare al riconoscimento ed al rispetto dei valori propri della convivenza democratica., la quale non ha carattere velleitario: essa è ben identificabile nei valori proclamati nella nostra Costituzione repubblicana, nelle convenzioni internazionali, quelli che si possono raggiungere attraverso le varie forme di dialogo e quelli che esaltano la dignità umana nella vita socio-politica.

..

2) Disporre autoctoni ed immigrati ad accettarsi, tollerarsi e collaborare vincendo ogni forma di xenofobia, razzismo e pregiudizio. Per conseguire queste finalità occorre portare l'attenzione non più sui vantaggi economici di chi accoglie o sugli attributi culturali di chi è accolto, ma su una nuova concezione dell'uomo, chiunque egli sia. In altre parole non si può più parlare di nazioni che "importano mano d'opera", bensì si deve riconoscere che si importano "uomini", con tutti i loro diritti e con tutta la loro dignità, a prescindere dagli usi e costumi che segnano la loro cultura. (Il riconoscimento dell'emigrato come "uomo", come "marito" e "padre" sta progredendo nella più recente concezione degli Stati).

3) Rispetto dell'immigrato e della sua cultura. Spetta all'educazione interculturale prendere in debita considerazione l'umanità dell'immigrato, non pretendere modelli ideali precostituiti al fine di portare il soggetto all'acquisizione in toto dei valori identificanti la società di accoglienza. Per questa via si instaurerebbe il principio dell'integrazione per assimilazione.

Ogni emigrato porta con sé la propria cultura, che va capita e valorizzata attraverso il dialogo il cui intento principale mira ad arricchire il meglio ed il più possibile la personalità del soggetto attraverso lo scambio dei valori. L'E.I. mira a sostenere il processo di maturazione della personalità dell'emigrato. Anch'egli ha diritto di sviluppare le sue capacità, le sue virtuali risorse: è una legge di equità e di giustizia alla pari degli autoctoni: ognuno ha diritto-dovere di conseguire pienezza di vita. L'altro, che si fa risorsa nella piena realizzazione di sé, celebra la sua umanità non solo per se stesso, ma anche in ordine alla pace sociale.

4) Il confronto e la condivisione non pretendono, anzi rifiutano, di spingersi fino a dover rinunciare alla propria identità, ossia agli elementi basilari che connotano la propria cultura, la cui rinuncia altererebbe la riconoscibilità propria specifica. Vogliamo, anzi, che, lasciando qualcosa della propria cultura ed assumendo altri valori dall'altra, ciò contribuisca ad un progresso migliorativo delle specifiche identità, che intendono purificarsi da incrostazioni che appaiono negative ed acquisire ciò che fa camminare dinamicamente.

5) Per altro verso l'immigrato dovrà capire e rispettare la cultura del paese ospitante. La pedagogia interculturale reclama l'offerta di opportunità di conoscenze che non si possono lasciare alla intuizione da cogliere direttamente nel vissuto ambientale; occorrono iniziative di studio e programmazione di corsi mirati. E' dovere della pubblica società, che beneficia del contributo lavorativo dell'emigrato, istruire e formare disponibilità alla comprensione degli usi e costumi dei locali, ossia dei valori riconosciuti e praticati dai locali.

  • A seguito di tutte le attenzioni ed agli accorgimenti suggeriti, dobbiamo esplicitamente dichiarare che l'ambizione dell'E.I. è quella di giungere a formare "un'unica famiglia umana" in cui ciascuno è valutato nel suo essere personale, accettato nelle sua specifiche diversità, collabora con apertura mentale ed accetta il confronto attraverso il sistema del dialogo.

    Le risorse dell'integrazione.

    Allo stato attuale degli studi e delle esperienze sul campo, si segnalano tre vie percorribili. Ciascuna può dare il suo contributo e nessuna può vantare l'esclusività sulle altre. Si tratta del dialogo, del cooperative lerning e degli incontri della vita e delle opere

I.- Il dialogo

Il dialogo appare, sul piano operativo pratico, il più alto segno di saggezza umana per la sua apertura culturale e per la sua capacità di far riflettere sulle culture non solo per la reciproca comprensione , ma anche per l'arricchimento di nuovi valori

  1. Prerequisiti del dialogo
  • Per rendere possibile ed afficace il dialogo, si richiedono alcuni prerequisiti che riguardano tutti i dialoganti

    - Come prima istanza si propone la accettazione incondizionata dell'altro per il fatto che egli è portatore della dignità umana come tutti. E' il riconoscimento del valore di ogni persona dal punto di vista" ontologico" ,valore che va al di là delle differenze accidentali: indipendentemente dalla cultura, dal sesso e dal colore della pelle. Le differenze accidentali non dovranno impedire il riconoscimento del diritto di ogni individuo di svilupparsi secondo le sue caratteristiche identitarie, nel rispetto altrui e del bene comune della società.

    - Una seconda istanza verte sull' accoglienza da non fondare sulla motivazione dell'utile proprio, perché questa, essendo egoistica e precaria, non ha le caratteristiche dell'apertura.

    - Una terza istanza riguarda la convivnza che comporta disponibilità ad accettare la coesistenza di valori diversi. La compresenza di detti valori non è per sé negativa: essi costituiscono un continuo richiamo a rispettare identità diverse ed uno stimolo a tenersi vigili sulla propria relatività.

  • Un ulteriore impegno reciproco richiede di condividere l'opportunità di conoscersi, di confrontarsi e la disponibilità ad accettare la criticabilità di questo o quell'elemento della propria cultura, disponendosi poi a trarne le conclusioni sul piano sia delle idee che dell'attività pratica.
  • Ed in fine si chiede di cercare onestamente e senza pregiudizio l'intesa migliore sui problemi diversamente interpretati e vissuti.
  • - L'E.I. in tanto è efficace in quanto riesce a incidere sulla vita pratica della società. La sua méta è la tasformazione della società, migliorabile col contributo di tutti: è un cammino di reciproca integrazione.
  • Sappiamo che il cammino è lungo ed irto di ostacoli: esso potrà essere percorso se sostenuto da un grande amore dell'uomo per l'uomo
  1. Tematiche del dialogo.

    E' ben verosimile che si debba instaurare il confronto su quelle diversità che di volta in volta emergono nel vissuto sociale. Il più sovente si tratterà di elementi che vanno suscitando tensioni o difficoltà di collaborazione e che, pertanto, reclamano l'opportunità di chiarimenti e di avvicinamenti.

    - Ma c'è anche un altro confronto che le varie culture possono, anzi debbono, impegnarsi a fare a pari. Si tratta di quelle conquiste sul piano delle dichiarazioni dei diritti umani, che hanno avuto un ufficiale riconoscimento. Diciamo "conquiste" perché le varie dichiarazioni dei diritti umani offrono un ampio panorama di valori teoreticamente riconosciuti sul piano internazionale, ma il cui riconoscimento operativo pratico attende l'adesione dei singoli Stati o, più esattamente delle singole culture. Chi vive in un medesimo territorio non può avere chi accetta e chi rifiuta questo o quel valore che testimonia un diritto umano. E' proprio sul piano operativo pratico che occorre operare un cammino comune tra tutti gli appartenenti alle varie culture. Sarà utile, anzitutto, che tutti ne prendano conoscenza e sentano il dovere di aderirvi. La loro accoglienza migliorerà il livello culturale; può essere che si debba abbandonare qualcosa che ne è contrario: in questo senso parleremo di progresso non solo interculturale aperto alla reciproca intesa, ma anche di progresso civile, e l'instaurazione di una nuova civiltà

  • Gli esiti del confronto. E' auspicabile un vero e proprio interscambio di valori, quale testimonianza di intesa e reciproca integrazione. Ma si possono verificare dei limiti nel dialogo quelli di fermarsi alla reciproca conoscenza.: non è un approdo negativo, in quanto favorisce una conoscenza più approfondita ed appella alla tolleranza: due valori propri della interculturalità.

    Esiste anche una possibile resistenza al dialogo per affermare la propria libertà in termini radicali. In tali casi si esalta la libertà degli individui nelle loro convinzioni e nelle relative scelte, che, però, possono creare non pochi problemi alla vita sociale, al potere politico ed all'ordine pubblico. Non è detto che sia sempre così; tuttavia le forme radicali di libertà mettono alla prova la tolleranza, soprattutto nei rapporti di convivenza e di cooperazione. L'insicurezza creata dalla presenza di simili situazioni, non può essere facilmente affrontata e positivamente risolta sul piano delle pubbliche relazioni. In caso di conflittualità globale; sarà necessario ricorrere ad altre strategie, delle quali più recentemente si stanno occupando i pedagogisti. ( Portera A.e Dusi P. -a cura di-., Gestione dei conflitti e mediazione interculturale. Milano, Franco Angeli, 2005, pp.214.)

  • Specificità del dialogo interreligioso. Particolare considerazione si deve al dialogo interreligioso. Per esso teologi ed esperti cercano di approfondire la comprensione delle loro rispettive eredità religiose e di apprezzare i valori spirituali gli uni degli altri.

    Nel corso di tutta la storia l'uomo si è sempre colto capace di autotrascendenza, volto alla ricerca di senso e di salvezza, che si concretizza in atti come credere, pregare, sacrificare, amare o temere.

    La molteplicità delle religioni invita al dialogo su queste tematiche; ma esso può estendersi anche a taluni valori umani, presenti e proclamati in diverse confessioni religiose. Chiaramente e decisamente questo tipo di dialogo non può essere in funzione del proselitismo, tanto temuto da talune confessioni religiose, e che, del resto, negherebbe la sua autenticità. ( Cfr. Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, in Aa.vv., Il Magistero della Chiesa sulla multiculturalità. Milano, Vita e Pensiero, 2001, pp.172-174).

    II.- Cooperative Learning nella scuola.

    Molteplici testimonianze ci dicono che il mettere insieme nella scuola appartenenti a diverse culture, può stimolare la curiosità di conoscersi, ed anche la volontà di accettarsi così come si è. Non siamo nel dialogo, che si snoda secondo i criteri più sopra riportati, anche se l'incontro fra appartenenti a culture diverse non viene lasciato senza determinati accorgimenti didattici.

    Far leva sulla comunicazione ed interazione tra scolari, consente l'amicizia tra studenti, favorendo l'accettazione e l'empatia reciproca: elementi di non poco conto sul piano interculturale per favorire la reciproca integrazione.

    Il "Cooperative Learning" può essere un metodo efficace per una didattica interculturale, occasione per individuare percorsi che valorizzano le differenze, sostengono il dialogo, assumendo il valore formativo della comunicazione. Cooperare nel processo di insegnamento/apprendimento in una sorta di ricerca-azione sui percorsi del sapere dell'altro, porta a fare con l'altro, fare per l'altro, imparare a conoscersi di più grazie all'altro. ( Cfr. Comoglio M., Educare insegnando. Apprendere ad applicare il Cooperative Learning. LAS. Roma, 1999).

    III Gli incontri della vita e delle opere

    Ribadiamo che nessuna forma d'incontro appare in grado di risolvere l'intera problematica fra diverse culture e nessuna tende ad escludere l'altra: posizioni oneste e che lasciano aperte ulteriori ricerche.

    • Una prima modalità esalta un certo modo di vivere insieme in cui si verifica uno spirito di apertura e di buon vicinato; si arriva a condividere gioie e pene, i comuni problemi umani e le comuni preoccupazioni . Quando le persone si parlano e si ascoltano in questo modo, creano un campo di condivisione che si trasforma spontaneamente in azione. Si parte dal contatto diretto, nel convincimento che l'incontro tra persone diverse, che si relazionano in questo modo, approderà a nuove realtà. L'incontro tra vissuti diversi induce ad interrogarsi sui propri pregiudizi, a discutere le proprie valutazioni sull'altro, a superare gli stereotipi, i luoghi comuni e ad evidenziare le valenze umane dell'altro. Si disincanta la mente dall'illusione di possedere il monopolio della verità assoluta e dei valori perenni.

      Una seconda modalità esalta l'incontro nelle opere, cioè nell'ambito delle svariate attività svolte in collaborazione tra appartenenti a culture diverse,. In queste esperienze, poiché si tratta di attività lavorative che si svolgono in comune o in reciproca dipendenza, facilmente si verifica il superamento dei pregiudizi e dei condizionamenti.ed addirittura si apre un cammino verso uno sviluppo integrale della propria personalità. Sono le vie di fatto che portano con sé linguaggio ed intese provenienti dalla natura delle cose. ( L'organizzazione del Convegno veronese del 20-23 aprile 2005 ha prodotto un dischetto con le relative relazioni: Il dischetto IAIE Conference (E) in CD-ROM.)

    • ………

      Su queste basi si prevede la possibilità di pervenire ad una fattiva integrazione, fondata sui valori condivisibili delle singole culture e quelli del paese che offre la cittadinanza. Sono conquiste da fare progressivamente attraverso sia il dialogo, sia il Cooperative learning e degli incontri della vita e delle opere

      Luigi Secco

      Annotazioni:

      - L'antico "Si vis pacem para bellun", va rovesciato: "Si non vis bellum, para pacem"

      - I diritti umani nelle Convenzioni internazionali

      Citiamo le principali Convenzioni a partire dall'ultimo dopo guerra in poi: "Dichiarazione universale dei diritti umani"(1948), "Convenzione europea dei diritti umani"(1950), "Dichiarazione sui diritti dell'infanzia"(1959), "Convenzione sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale"(1965), "Patto internazionale sui diritti civili e politici" ed il "Protocollo allegato" (1966), "Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali"(1966), "Convenzione relativa alla condizione dei rifugiati" ed il "Protocollo allegato"(1967), "Convenzione sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne"(1979), "Dichiarazione sulla eliminazione di tutte le forme di intolleranza e di discriminazione basate sulla religione o sulla fede"(1981). "Convenzione contro la tortura ed altri trattamenti o punizioni crudeli, disumani o degradanti"(1984), "Atto finale della conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa" (Helsinki, 1975) ed i documenti finali delle conferenze per la sicurezza e la cooperazione di Madrid" (1983-1985), "Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia"(20 novembre 1989). Sono in via di definizione, e alla ricerca di adesione, le intese sulla eliminazione della pena di morte e sulla eliminazione delle bombe antiuomo.

      3.-I valori interculturali nell'ordine politico: civiltà, solidarietà, bene comune.

      costituiscono un continuo richiamo a rispettare identità diverse ed uno stimolo a tenersi vigili sulla propria relatività (9).

      a) La civiltà come valore

      La natura dei suddetti atteggiamenti assurge a valore transculturale in grado di prevenire conflittualità radicali e celebrare, per altro verso, la libertà di ogni cultura di essere se stessa. Il discorso interculturale, per il fatto di collocarsi ad un certo livello ed a snodarsi in un certo modo, si pone al di sopra delle singole culture e questo è un fatto di civiltà,

      Distanziandosi dalla propria cultura si rende possibile un cammino che può superare i valori ricavabili soltanto dalle radici della propria cultura, per ricevere nuovi apporti in ordine alla crescita in civiltà. L'arricchimento non è solo effetto di stimoli alle proprie radici culturali o di interscambio fra le culture, ma è anche acquisizione di nuovi valori illuministicamente rilevanti ed elevanti. Fra questi ultimi mettiamo in primo piano i valori ricavabili dai vari trattati internazionali. Possiamo, pertanto, passare dal concetto di "civiltà" in senso puro (teorico) a quello reale. Quest'ultimo dice sempre "elevatezza" anche se la civiltà reale nel suo dinamismo ha un cammino che può presentare ancora qualche elemento di "barbarie": la nuova cultura resta sempre un valore modulato sulla propria identità arricchita di apporti ulteriormente umanizzanti: civiltà sempre più comune entro culture diverse.

      Il concetto di civiltà richiama ad uno stile di vita di livello alto, degno di appartenere a tutti. Non possiamo valutare la civiltà di una cultura in termini immanentistici: ricadremmo nella vecchia radicata concezione che ogni cultura si ritiene la migliore, l'unica; ci vogliono criteri universali, criteri che si sostengono e si giustificano da soli.

      Se questa riflessione è plausibile, o quanto meno difendibile di fronte a tutti, indipendentemente dalle singole ideologie o antropologie, dovremo dire che nemmeno l'incontro fra due o più culture, per quanto scambino reciprocamente ciò che manca all'una o all'altra, può dirsi cammino di civiltà. L'intesa fatta fra due o più popolazioni (culture), che diventano con ciò portatrici di medesimi usi, costumi e visioni della vita, non si può dire che costituisca un progresso di civiltà fra coloro che operano gli interscambi. Le intese che portano pace al loro interno potrebbero anche essere motivo e causa di minaccia per gli altri. E' il concetto di civiltà e dei suoi valori che segna il progresso dell'umanità. Dovremo, allora, guardare a culture che si rompono ed a civiltà che si costruiscono, culture flessibili e civiltà sempre più comuni ed in progresso. Così diventano legittimi gli interrogativi: quanto c'è di civiltà entro le singole culture? Cosa lasciare e cosa assumere? Sarà un fenomeno automatico dovuto all'incontro (o scontro)? Oppure il cammino dovrà essere orientato su obiettivi precisi da perseguire, anche nel caso in cui nessuno dei dialoganti li possiede? Chi ha i titoli per validare gli obiettivi? C'è chi dice che appartiene allo Stato: "Stato etico" che decide ciò che è bene e ciò che è male: è tipico degli stati assolutisti, in quanto regolano ciò che consente il loro permanere e chi al popolo: "Stato democratico": espressione di livello di civiltà. Nelle società attuali, dove siamo obbligati a compiere scelte di valore per gestire la convivenza non ci attendiamo le soluzioni né dall'universalismo né dal relativismo, bensì dalle intese frutto del dialogo, mirato a far avanzare l'acquisizione dei valori della civiltà.

      Ci si addentra in un cammino di "civiltà delle culture", in cui ogni cultura afferma, purifica, comunica il suo sistema di valori. Il contatto quotidiano tra etnie e culture diverse propone e ripropone i problemi di intesa che si bilancia tra relativismo ed universalismo: tra valori irrinunciabili della propria identità e valori universali da condividere. Essi segnano lo spazio della libertà per ognuno, cui è riconosciuto il dovere di non mortificare sul piano dei valori, che sono i veri ed autentici ispiratori della vita.

      Ritorna il discorso della 'tolleranza', ma con lo stile della accettazione ragionevole. Si vuol dire che le forme radicali di tolleranza esaltate in America come le conquiste più straordinarie del 'nuovo ordine', si scontrano con la libertà troppo difficile da riconoscere ed accettare, soprattutto per il suo facile sconfinamento nella violenza. Intendiamo parlare di stile della accettazione razionale e ragionevole, secondo cui si può non condividere certe idee ma si deve 'sicuramente' rispettare le persone, in ossequio al riconoscimento del valore ontologico di ogni persona. Ciò è possibile, ma occorre essere persone intelligenti, ben formate e particolarmente aperte ad accettare la problematicità del valore di ogni cultura (10).

      E se poi vogliamo che siano coinvolti i cittadini non come singoli ma come gruppo, l'educazione e la pubblica opinione debbono offrire costante sostegno. Si dice costante perché la dinamica evolutiva delle culture reca sempre delle novità, né si dimentichi che i flussi migratori sono al presente in costante espansione apportando, nel territorio comune, nuove culture.

      nel pubblico sono vietati gesti, segni, parole che esprimono la particolare appartenenza etnica. La 'neutralizzazione delle culture' dovrebbe consentire la pacifica convivenza. Ma a quale prezzo? E' evidente che il diverso non è usato come ricchezza, e lo Stato diffidente. Eppure la pace è, e rimane, un bene per tutti e lo riteniamo un fatto di civiltà, di alto livello sociale, un bene oggetto della politica più che della pedagogia interculturale. Possiamo chiamare in campo l'educazione nel suo aspetto di educazione politica, incentrata su un rapporto interpersonale eticamente fondato e su una comprensione e collaborazione sociale e civile che arriva fino a livello internazionale. Per Butturini E. la pace si costruisce nell' essere più profondo dell'uomo e nella sua coerenza di vita: occorre "ripensare alle radici il nostro modo di pensare, di lavorare, di esprimere la nostra fede, di fare scuola, di combattere per la verità e la giustizia di costruire insomma 'la pace giusta' in tutte le dimensioni della vita". E' un'interessante impostazione nuova del problema che comincia col rovesciare l'antico famoso detto 'Si vis pacem, para bellum' per dire piuttosto 'Si non vis bellum, para pacem'(12).

    Ci sono anche altre considerazioni che si possono trarre da queste premesse e cioè che la pace soprattutto dipende dalla "volontà" degli uomini ed in questo senso è una conquista. In ogni uomo è insita la forza dell'aggressività (distinta dalla violenza) che consente di uscire dalla passività e, con l'aiuto dell'educazione, orientarsi a porre le spinte aggressive al servizio dei valori dell'intercultura, compresi quelli della pace.

    Prospettiamo una civiltà "umana", aperta verso possibili sviluppi dell'impegno di tutte le culture per la conquista dei valori umani superiori: sarà la "civiltà dell'intercultura". Sarà una "civiltà dell'umano", alla cui costruzione e sviluppo contribuisce anzitutto un'azione educativa preoccupata che l'uomo sia formato per esercitare il suo mestiere di uomo. Siamo all'incontro tra educazione interculturale ed educazione tout-court.

    b) La solidarietà come valore

    E' da dare la benvenuta alla pedagogia interculturale nella sua tendenza ad incidere sulla vita pratica della società. La sua mèta è la trasformazione della società, migliorabile col contributo di tutti nel suo cammino verso una civiltà più degna dell'uomo.

    Sappiamo che il cammino è lungo ed irto di ostacoli: esso potrà essere percorso se sostenuto da un grande amore dell'uomo per l'uomo fino a fondare i rapporti umani sulla "solidarietà"(13). Il cammino verso l'affermazione della solidarietà poggia su una serie di valori che si richiamano a vicenda in progressione:

    - Anzitutto occorre riconoscere il valore ontologico di ogni essere umano –come

    sopra ricordato- al di là dalle differenze accidentali: bianco o nero, più colto o meno colto, più simpatico o meno simpatico, cittadino di questa o quella nazione. Si proclama, pertanto, la "identità universale" di tutti gli esseri umani come primaria e più fondamentale di qualsiasi identità particolare. Diversamente la pedagogia interculturale non approderebbe al relativismo.

    - Le "differenze accidentali" non dovranno impedire il riconoscimento del diritto di ogni individuo di svilupparsi secondo le proprie peculiari inclinazioni, nel rispetto altrui e del bene comune della società. Così si esalta il valore della pari dignità e del pari diritto di ogni individuo sul piano della formazione integrale della propria personalità.

    • Instaurare rapporti di fraternità con tutti, compresi gli emigrati, riconoscendo

      che tutti gli uomini sono fratelli fra di loro.

    • Instaurare rapporti d'amore. Si tratta di fare leva sulla fondamentale

      caratteristica di ogni uomo che è la capacità amante, la quale dispone all'accoglienza, al rispetto e alla considerazione in positivo di chiunque, per quanto diverso: "amor vincit omnia". Alla base di ogni comportamento umano ci deve essere l'amore: allora c'è la civiltà. Se non c'è l'amore, l'uomo scade dalla sua dignità umana e obbedisce a pulsioni istintive.

      Non si può attendere dalla società che sia essa a rendere tutti gli uomini, presi

      individualmente, buoni e fraterni gli uni con gli altri. Si può e si deve pretendere di avere leggi, strutture sociali e istituti ispirati dallo spirito di amicizia fraterna

      e orientare le energie della vita sociale verso tale amicizia.

      Riconosciamo la legittimità dell'esistenza di un ordine giuridico e di un'autorità, ma ne reclamiamo l'orientamento a servizio della persona e del bene comune. Lo Stato non può essere basato soltanto sull'amore. Esso ha bisogno di una solida struttura dell'ordine gerarchico e della giustizia; ma resta anche vero che la giustizia senza amore risulta essere una realtà incompiuta e fragile. Da qui nasce la necessità, in regime di democrazia, di aspirare ai posti di responsabilità pubblica come servizio da rendere fraternamente ai cittadini. Permane, in ogni caso, l'impegno di porre l'amore reciproco come stile di vita fra cittadini e istituzioni. Ci sembra che con ciò si aprano degli importanti lavori da compiere: da una parte verificare sulla base di un amore reciproco l'esistenza di concezioni e di comportamenti contrari all'amore, e pertanto, da superare; dall'altra, promuovere in ogni cultura valori umanamente sostenibili.

      Su queste basi si prevede la possibilità di pervenire ad una nuova dimensione della cittadinanza, da fondarsi non sulle peculiarità culturali, ma su valori di base da condividere e che identificheranno la nuova civiltà, animata e sostenuta da uno stile di vita di livello alto, degno di appartenere a tutti : l'amore (14). Il sistema nazionale con le sue caratteristiche del 'piccolo' è impari ad affrontare positivamente quanto di vario avviene nel mondo e che viene comunicato in tempo reale. E' l'avvento del 'villaggio globale' che impone interrelazioni aperte e fondate sulla reciproca fiducia e collaborazione: il "villaggio globale" non è solo economia - la quale ha pur da essere governata con criteri "umanitari", o più esattamente "umanistici" -; esso è chiamato ad essere principalmente impegno sul cammino della conquista per tutti dei valori più degni dell'uomo.

    c) Il bene comune come valore

    L'approdo alla solidarietà come valore comune, costruito con il concorso di tutti i componenti della società sia autoctoni che emigrati, esalta e garantisce un significativo contributo al conseguimento del "bene comune". La pedagogia interculturale per questa via consente di andare al di là del problema sia della cittadinanza come della legalità: tutti sono collocati sullo stesso piano dell'etica e dei diritti relazionali. "Si aprirà la stagione della solidarietà intesa come realizzazione dei diritti delle persone in relazione fra loro, ossia in quanto il loro bene sta nell'essere relazionati agli altri in modo umano"(15). "Dalla interdipendenza sempre più stretta ed estesa al mondo intero, deriva che il bene comune si presenta, perciò, come fine da raggiungere e impegno concreto in grado di unificare gli uomini, di là dalla diversità dei loro interessi e delle loro concezioni di vita. Dall'accento posto sulla dignità di ogni singolo essere umano che partecipa alla realizzazione del bene comune, all'enfasi sulla necessità di realizzarlo insieme all'altro, quindi anche (e soprattutto) al diverso; dalla valenza morale di un tale discorso, al richiamo verso mete di coesione sociale e politica, evidenti sembrano le tante implicazioni in chiave pedagogica interculturale che tale disanima sul concetto di bene comune ha messo in luce"(16). Questa rassegna degli elementi chiamati in campo per la loro capacità di cooperare al conseguimento del bene comune, è la rassegna degli elementi su cui si fonda la saggezza umana, più sopra richiamata.

    Piace non chiudere queste riflessioni senza un richiamo all''ordine pubblico'. "Bene comune e ordine pubblico" sono i due capisaldi del diritto romano, che hanno influenzato pressoché tutte le legislazioni attraverso i tempi, fino ai nostri giorni. Che poi l'ordine pubblico costituisca un problema attuale, specie quando portatori di culture diverse si trovano a contatto e quando taluni di loro entrano nello Stato senza una posizione legale e senza un lavoro stabile, è problema che continuamente rimbalza nelle cronache, e che provoca reazioni negative dei cittadini. La cura di questo bene di alto valore è compito della pubblica autorità; la pedagogia interculturale può dare un contributo indiretto e limitato, attraverso i contenuti e le forme del dialogo sopra ricordati.

    Note:

    1. Cfr. i lavori del Centro interdipartimentale di ricerca e servizi sui diritti della persona e dei popoli creato nel 1982 presso l'Università degli Studi di Padova, che pubblica la Rivista quadrimestrale "Pace-Diritti umani".

      2)

    1. Agazzi E.,I fondamenti filosofici dei diritti umani, in Renovatio, 1985, pp.110-111.

      3) Roveda P., L'intercultura: tra parola, intuizione e azione, in Aa.Vv.,-a cura di Angela Perucca- Dalla società educante alla società interculturale, Ed.Pensa MultiMedia, Lecce,1998,pp.542-543.

      4) Ouellet F., Tolleranza e relativismo, Edizioni Unicopli, Milano 2002, p.133.

      5) Portera A.e Dusi P.(a cura di)., Gestione dei conflitti e mediazione interculturale. Milano, Franco Angeli, 2005, pp.214.

      6) Cfr. Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, in Aa.vv., Il Magistero della Chiesa sulla multiculturalità. Milano, Vita e Pensiero, 2001, pp.172-174.

      7) Cfr. Comoglio M., Educare insegnando. Apprendere ad applicare il Cooperative Learning. LAS. Roma, 1999.

    1. L'organizzazione del Convegno veronese ha prodotto un dischetto con le relative relazioni: Il dischetto IAIE Conference (E) in CD-ROM.

      9) Cfr. Secco L., Società educante. L'intercultura come cammino di civiltà, pp.373-384 in Aa.Vv., - a cura di Perucca A.,- Dalla società educante .., op.cit.

      10) Cfr.Ouellet F., Tolleranza e relativismo, p.127.

    1. Sirna C., Oltre la neutralizazione delle culture e la mimetizzazione delle differenze, in Aa.Vv.,-a cura di Portera A e Dusi P.-, Gestione dei conflitti e mediazione interculturale. F.Angeli,Milano,2005, pp.104-108).
    2. Butturini E., La pace giusta, Verona, Casa editrice Mazziana 1993, pp.10-14.
    3. Cfr.Donati P.P., Un possibile incontro fra culture diverse nell'Europa del 2000. In L.Tomasi (a cura di), Razzismo e società plurietnica, Franco Angeli 1997, pp.267-268.
    4. Secco L. La pedagogia dell'amore. Ed. Città Nuova. Roma,2006, pp.167
    5. Donati P.P., op.cit. p.294; F. Pizzi, Educare al bene comune. Linee di pedagogia interculturale, Vita e Pensiero, 2006, p.231:"Tutte le persone sono tra loro interdipendenti e pertanto chiamate a collaborare al bene di tutti".
    6. Pizzi F., op.cit., p.231.

      Luigi Secco


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