L’educazione interculturale come educazione dell’essere

L'educazione interculturale come educazione dell'essere

Dalla dimensione della razionalità a quella dei sentimenti:

Il ruolo dei sentimenti nell'educazione interculturale

Ci introduciamo con la distinzione tra cultura oggettiva e cultura dell'essere.

Per "essere" non intendiamo un astratto o filosofico concetto, quanto piuttosto l'individualità esistenziale di ciascuno , in altri termini:la persona così come si presenta in concreto in ciascun uomo.

Con cultura oggettiva intendiamo riferirci alla cultura sia che si tratti di cultura sociale nel senso di prodotto condiviso in un determinato ambiente o di cultura consegnata in una produzione letteraria, storica, filosofica, magari anche celebrata come l'eccellente e ritenuta di valore universale.

Nessuna di queste varie culture va deprezzata o esclusa da possibili confronti e verifiche: è dal confronto che emergono quei valori che le fanno considerare prodotti umani di particolare interesse e apprezzare da parte di chiunque abbia intelligenza e saggezza. Ma considerare le culture in se stesse può essere deviate rispetto al problema di una educazione interculturale.

Conoscere le singole culture nella storia della loro formazione, del loro sviluppo e della loro incidenza nel vissuto e nell'evoluzione o non evoluzione di un popolo è esercizio intellettuale che non va più in là di tanto. Si vuol dire che la pedagogia interculturale non si identifica o esaurisce nella conoscenza delle diverse culture.

Per buona sorte oggi gli studiosi più attenti intendono mettere a confronto tra loro le diverse culture in un atteggiamento consunte di dialogo: dialogo che comporta accettazione di atteggiamenti critici per cui si prevede e si è disponibili a lasciare qualcosa di proprio ed assumere qualcosa di nuovo interessante.e valido, Per questa via si va al rinnovamento della propria cultura ma anche all'atteggiamento di concordia e di pace.

Fra i portatori di altra cultura si va a realizzare una reciproca integrazione, pur rimanendo ogni cultura nella sua identità, o più esattamente, nella sua dinamica identità.

Ma questa integrazione presuppone la disponibilità alla stessa integrazione .Per noi qui si aprono alcuni interrogativi circa i limiti e gli ostacoli ad un dialogo per la integrazione. A quali elementi della propria cultura si è disposti a rinunciare? O dobbiamo riconoscere che l'integrabilità soffre limiti ed ostacoli che possono far fallire le finalità del dialogo?. Quanto il portatore di cultura altra ritiene essenziale alla sua identità vi potrà rinunciare? E se si tratta di elementi che vanno contro i diritti umani tali riconosciuti dall'altra parte, cosa si farà ? S'aggiunga e di precisi che il dialogo, strettamente parlando, non è fra le culture ma fra i portatori di cultura, per cui ci si può incontrare con chiusure mentali dovute alla propria forma mentis, alla pigra abitudine difficile da superare, alla scarsità di elasticità mentale. Si ricordi che nell'esperienza concreta ci troviamo più spesso di fronte a impenetrabilità mentale che a disponibilità alla criticità, ma anche alla tipica identità personale non totalmente identificabile con la identità sociale.

Sul piano educativo dovremo puntare sull'acquisizione delle abilità di pensiero, come capacità di gestire il proprio pensiero. L'acquisizione delle abilità di pensiero è condizione indispensabile per gestire le proprie concezioni: valutare ciò che è nuovo, ciò che è diverso, modificare le concezioni già assunte e, conseguentemente, collocarsi su una nuova piattaforma del proprio pensare ed agire, che è quella che rende possibile l'essere costruttivo e creativo.

Gli educatori dovrebbero convincersi che il pensiero è una abilità a cui prestare una specifica attenzione; più, cioè. che prestare attenzione ai contenuti da trasmettere o confrontare nelle diverse culture, serve impadronirsi dei processi di apprendimento. Essi valgono come via e metodo per liberarsi dal dogmatismo e dal conformismo. L'abilità di pensiero costituisce pure il primo antidoto al pregiudizio.

Ma anche questo non è tutto in quanto questi processi sono supportati dalla razionalità degli individui che si incontrano per avvicinarsi con il dialogo. Ma la razionalità è sufficiente per la reciproca integrazione ? o non è essa stessa limitata dal suo modo di essere percepita e riconosciuta dal singolo? E qualora fosse percepita sarà l'individuo adulto disponibile a mutare i suoi sentimenti, che supportano i suoi convincimenti? Sono questi i problemi più immediati che ravvisiamo nel dialogo fra adulti portatori di culture diverse.

Cosa intendiamo per educazione dell'essere?

Con essa intendiamo riferirci al processo di formazione della personalità a partire dal primo inizio della sua esistenza. Del resto questo è il tipico problema della educazione dell'uomo. Si parte cioè dalle sue caratteristiche individuali e attraverso interventi stimolativi progressivi lo si accompagna fino alla completa maturazione della sua personalità.

Fin dall'inizio della sua esistenza l'individuo è connotato da particolari qualità e disposizioni, che ne caratterizzano la singolarità.

Nessun uomo nasce "tabula rasa". Certo non nasce con le idee innate e tanto meno con esperienze pregresse; ma certo egli già reca con sé qualità e disposizioni proprie ed appartiene agli studiosi di darcene la conoscenza. L'educatore, poi a sua volta, attraverso l'osservazione coglierà i sentimenti e le risorse propri di ogni soggetto (Cfr.Locke).

Da qui partiranno quegli interventi educativi che sono destinati a sviluppare le qualità del soggetto (Cfr.Peretti).

I sentimenti innati non inclinano a fare dell'uomo "homo homini lupus". Purtroppo nel corso della vita vi potranno essere devianze, come sovente tutti costatiamo. Del resto Rousseau stesso con una nota di pessimismo all'inizio dell'Emilio osserva: "tutto è bene uscendo dalle mani dell'Autore delle cose, tutto degenera fra le mani dell'uomo".

Fra il nativo e l'originario (Cfr.Spranger) si collocano gli interventi, che mirano a sviluppare la personalità del singolo soggetto. Partire da questa realtà naturale significa compiere un percorso a natura conforme (Cfr.Comenio). Ed ancora per rifarsi ai classici della pedagogia diremo che seguendo la natura non si sbagli mai.

Ma quel'è questa natura? Ossia di quali risorse è dotata la natura umana?

Ravvisiamo che per ciò che riguarda il bambino piccolo si dovrà far leva non sulla razionalità ma sui sentimenti e sulle personali proprie caratteristiche degli stessi sentimenti.

Gli psicologi umanisti ci dicono che l'educazione può far leva sui sentimenti di benevolenza e sulla sua tendenza all'esplicazione nelle relazioni umane.la cui esperienza arricchisce il proprio essere..Sarà così possibile sviluppare i sentimenti di benevolenza, che consideriamo prerequisito per la comprensione tra gli uomini a qualunque razza o colore ciascuno appartenga.. Il fatto stesso che l'avversione del dissimile non esiste presso i piccoli fanciulli, che è stato dimostrato il carattere acquisito dell'avversione, prova l'opportunità, anzi la necessità, di proporre delle attività che riguardano l'evoluzione e le modalità della vita di relazione del fanciullo e successivamente dell'adolescente, del giovane e dell'adulto, ma sempre secondo le peculiarità con cui si presentano in ciascuno.\

Quando vengono suscitati ed incoraggiati i sentimenti di benevolenza fin dall'infanzia, il soggetto si dispone a quell'apertura che amiamo chiamare:"volere l'altro" così com'è.

La volontà di bene verso l'altro, toglie il soggetto dall'egocentrismo consentendo di interagire con gli altri in atteggiamento di collaborazione e solidarietà .

Interagendo con l'altro in condizioni di accettazione e collaborazione, il soggetto previene e semmai supera la pretesa di autosufficienza nei suoi stessi riguardi ed approda più facilmente alla ricerca della reciproca promozione

Questo atteggiamento, da considerarsi preliminare e fondamentale per avviare il piccolo educando all'incontro con l'altro diverso, è destinato a dare frutti più lontani nel tempo. Tuttavia se queste riflessioni riguardano il bambino, non sono estranee all'umanità dell'adulto: solo che nell'adulto i sentimenti sono già stati caricati di contenuti, per cui il discorso, per questi aspetti, è da considerarsi di recupero. Quando gli adulti, portatori di culture diverse, vengono stimolati al reciproco dialogo, chiaramente sono impegnati a considerazioni di rispetto, di stima, di ricerca d'intesa fondati sulla comune umanità.Tutto il discorso fa leva sulla capacità di razionalizzazione.Ma l'attività di razionalizzazione, nel momento operativo, quando cioè si trova di fronte ai vari elementi della propria cultura, scopre i suoi legami con i sentimenti, le affezioni e le risonanze individuali con cui ha rivestito i suoi convincimenti e le sue esperienze. Così ci troviamo di fronte più spesso al gioco ed alla forza dei sentimenti che condizionano i ragionamenti

Pertanto, la realtà culturale può essere passata al vaglio solo se alla base mettiamo i discorsi fatti per i più piccoli, altrimenti si incontrano o scontrano individui alla ricerca di convenienze più o meno vantaggiose per i propri interessi e convinzioni.. Vogliamo dire che ancora una volta anche nell'adulto giocano i sentimenti, non puri come all'origine, ma già modulati attorno ai suoi convincimenti ed alle sue esperienze, così da rendere più difficile il dialogo per la ricerca dell'integrazione..

In questo senso l'educazione interculturale non chiede la rinuncia alle caratteristiche acquisite della propria personalità, ma un vaglio per il suo miglioramento e potenziamento.

Luigi Secco

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