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La disponibilità ad amare

1.- La capacità di amare ed il suo impiego

La tendenza ad amare, quale spinta che proviene dall'interiorità dell'uomo, e che si connota come capacità di amare, dev'essere guidata dall'intelligenza e dalla volontà per darsi una consistenza operativa. Tutti possiamo amare, perché tutti possediamo la natura umana con tutte le sue caratteristiche, ma non tutti si impegnano in atti di amore quali si conviene alla natura umana. Da questo punto di vista diciamo subito che ognuno stabilirà dei rapporti con sé stesso e con gli altri che possono variare ed anche falsare l'impiego delle potenzialità. La qualità dei rapporti per un verso va imparata e per un altro si sviluppa e matura col tempo.

Occorre farsi ben attenti, quindi, che la facoltà di amare lascia aperta tutta la gamma delle possibili concrezioni, così da dover riconoscere che la capacità di amare non coincide e non si esaurisce in un particolare oggetto. Questo si può mutare perché la capacità di amare è una potenzialità; si può perdere l'amore per una persona e si possono amare contemporaneamente più persone. C'è chi crede che sia prova dell'intensità del loro amore il fatto di non amare nessuno tranne la persona "amata". Gli studiosi sostengono, invece, che se uno amasse veramente una persona, amerebbe il mondo, amerebbe la vita. Se una persona ama solo un'altra ed è indifferente di fronte ai suoi simili, il suo non è amore, ma un attaccamento simbiotico o un egotismo portato all'eccesso.

2.- L'amore nella sua concrezione è una conquista

L'essere atti ad amare non determina chi e come amare. L'amore è una caratteristica della natura umana, la cui maturazione è soggetta al progressivo dischiudersi delle risorse dell'età che sale e all'impegno del soggetto.

Primo errore è quello di pretendere di liberarsi dalla dipendenza ossia dalla suggestione che ci si renda sempre più liberi, quanto più si riesce a fare a meno degli altri. Il non dipendere consentirebbe meglio la propria identità e la propria libertà. Il soggetto chiuso in sé stesso come in una torre d'avorio, non si lascia condizionare da altri e proclama la sua "indipendenza": egli si libera da quanto lo può condizionare sia nel male come nel bene. La sua indipendenza lo dovrebbe collocare al di sopra e al di fuori di ogni bisogno proveniente dall'esterno della sua personalità. E' la proclamazione dell'autosufficienza. La perfezione umana starebbe nella separazione e nella superiorità sugli altri: "non ho bisogno di voi; basto a me stesso".

Nulla può distruggere la connaturalità tra amore e "dipendenza". Solo riflettendo sulle conseguenze che derivano dalle pretese di autosufficienza, è possibile rendersi conto che senza rapportarsi all'altro si sperimenta separazione ed isolamento come insoddisfazione. Lo si verifica nei soggetti psichicamente malati ed in coloro che si lasciano prendere dal proprio egoismo.

Nessuno può raggiungere maturità ed autonomia isolandosi dai propri simili. Ciò resta vero anche nel caso in cui il soggetto per questo o quel motivo sperimenti senso di rifiuto. Anche in questo caso occorre non negare a se stesso lo sforzo di risalire la strada dell'incontro, unica via per far riemergere il bisogno che ciascuno ha degli altri.

3.- La libertà politica nell'amore

L'accettazione e l'apprendimento delle possibilità, dei limiti e dei rischi dell'amore nella vita reale, non è né facile né immediato. Il fatto che sia necessario per elevarsi in dignità umana ed in fecondo rapporto con gli altri, non comporta nessun automatismo; tutto è frutto di conquista personale, è una vittoria dovuta alla libera volontà del singolo sulle forze centrifughe, quelle cioè che ostacolano o rendono difficile il dominio della volontà su di loro.

Esplicitamente va riconosciuto che l'uomo è sempre in bilico tra le proprie sensazioni ed emozioni e gli obiettivi superiori. Sensazioni ed emozioni emergono e si propongono con la loro forza originaria, indpendentemente dalla volontà dell'uomo. Su di loro si può prendere posizione, dominarle e guidarle con la propria volontà.Attenzione però che la volontà dell'uomo sulle sensazioni ed emozioni ha un potere politico non dispolico, ossia è una volontà che deve essere guidata con intelligenza e con discrezione e non con imperiosità. Lukas E. ci precisa che lo spazio della libertà è molto piccolo all'interno del condizionamento esercitato dall'emozione ma all'interno di questo spazio libero le nostre sensazioni possono perdere il loro potere su di noi.

C'è anche da considerare che l'uomo non fa sempre obbligatoriamente uso della propria libertà. La libertà non è un dato, ma una potenzialità. Ogni volta che l'individuo si lascia condurre dai propri istinti, in un certo senso compie pure un atto di scelta, cioè di libertà che poi è la scelta di lasciarsi andare. Qui occorre chiarire cosa intendiamo per libertà. La libertà non sta nelle scelte qualunquistiche né nelle decisioni di lasciarsi andare sulla scia dei sentimenti, delle emozioni o degli istinti. Noi intendiamo che la libertà è anzitutto capacità di gestirsi responsabilmente in base a motivazioni sagge ed elevanti sul piano della dignità umana. Sicché intendiamo che, anzitutto, la libertà serva per liberarsi da inceppi e suggestioni ed operare scelte in funzione dei beni superiori. Nessun uomo può sfuggire l'impegno di esercitare debitamente la sua libertà. E' quasi paradossale riconoscere che l'uomo è obbligato a confrontarsi con la libertà: non può sfuggire al trovarsela di fronte come problema umano, come problema di ogni giorno. Con ciò egli diventa responsabile dei suoi atti, anche quando non volesse prendersene la responsabilità: sempre deve rispondere di sé e dei suoi atti, di tutti, anche di quelli mancati o fatti mancare intenzionalmente. Al di fuori c'è la irresponsabilità ma solo dovuta a malattia psichica o mancanza di sanità maturità.

4.- L'interdipendenza tra l'io e il tu

Quando si riesce a disporre di sé, delle proprie risorse liberate dai condizionamenti, si è in grado di aprirsi all'incontro con l'altro, col quale si instaura una interdipendenza. L'io e il tu si cercano, si confrontano, si scambiano i reciproci doni.

La vittoria sull'indipendenza, finisce con l'essere opera dell'amore, opera dell'apertura verso l'altro. Si guarda e cerca l'altro come essere complementare col quale rapportarsi al di fuori degli atteggiamenti di sfruttamento e di asservimento dell'altro a sé.

Ci avverte Maritain J. che l'apertura all'altro è costantemente insidiata; sebbene dal punto di vista morale la vita ci chieda di liberarci dall'egoismo, c'è continuamente il pericolo di confondere amore ed egoismo, c'è il pericolo di catturare coloro che amiamo involgendoli col nostro amor proprio in un disordinato amore di sé.

Anche per Guardini R., l'uomo, nei suoi rapporti con l'altro, finisce col trovarsi continuamente dinanzi ad un bivio: imboccare e percorrere la strada dell'egocentrismo e dell'individualismo, o quella dell'altruismo e della fraternità, vedere nell'altro una presenza che espropria e rende schiavi o una presenza che, nonostante possa turbare sicurezze ed equilibri, sollecita responsabilità e reciprocità. Valgono come promozionali solo gli incontri in cui ci si stacca da sé per aderire alla conoscenza della verità e non in funzione dei propri bisogni egoistici in quanto in questo caso l'io rimane in casa sua.

Anche per questa via si riconosce che solo l'apertura verso l'altro apre un orizzonte di possibilità di esplicazione delle proprie potenzialità, che permette di diventare sempre più compiutamente se stesso. Uscire da sé per incontrare l'altro in un interscambio d'amore, è la vocazione dell'uomo autentico.

L'amore, per essere autentico deve restare integro nella sua essenza: l'avvicinamento dell'altro avviene nel riconoscimento del suo essere reale, del suo valore, dei suoi progetti. E' esatto parlare di interdipendenza: non si tratta, infatti, di sudditanza dell'uno sull'altro, né di rinuncia alla propria identità; si tratta piuttosto di un confronto dialogico dell'io col tu che diventa "noi", ove l'uno arricchisce l'altro e gli consente di uscire dall'isolamento e dalla concezione del proprio essere come l'assoluto.

Bibliografia essenziale

R.Guardini. Persona e libertà. La Scuola. Brescia. 1987

J.Maritain. L'educazione al bivio. La Scuola. Brescia.1963

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