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I sentimenti quale risorsa per l’educazione

1.- Caratteristiche proprie dei sentimenti 

   Le nostre riflessioni si occupano direttamente ed esclusivamente dei sentimenti che noi vogliamo tenere distinti e separati dalle emozioni. Sappiamo quanto la letteratura talora interscambi i due concetti.

   Intendiamo collocare i sentimenti nell’ambito dell’apprendimento, ponendoci così in una posizione più moderna rispetto alla tradizione che intendeva l’apprendimento attività e prodotto della mente. Consideriamo, cioè, l’apprendimento, quale opera dei sentimenti, ossia come capacità di avvertire e rispondere alla realtà in forma antecedente  la razionalità vera e propria.

  In Occidente l’attività di apprendimento ha sempre avuto un riferimento alla mente e non si era mai pensato che le idee possono nascere all’interno di un orizzonte comprensivo pre-logico, pre-mentale, dovute alla capacità di avvertire situazioni a un livello antecedente l’analisi razionale e di agire e reagire ad esse in base a quanto è stato avvertito. In sintesi: nella nostra cultura non si è mai data rilevanza alla comprensione di cui è capace il nostro sentimento, ma solo alla comprensione della mente e delle produzioni della mente (Cfr. Perla L. Educazione e sentimenti. Ed. La Scuola. Brescia. pp. 75-76). Ché, anzi, il sentimento è stato visto come ostacolo.

   In questa visione l’adesione ai valori risulta essere opera di sentimento. Noi li cogliamo subito nel registro del nostro sentire profondo per una sorta di convinzione dovuta alla natura stessa dell’essere umano in quanto tale e, solo dopo, essi vengono ratificati dal giudizio. Noi li cogliamo subito nel registro del nostro sentire profondo per una sorta di convinzione dovuta alla natura stessa dell’essere umano in quanto tale. Ne abbiamo una prova anche nell’adulto: qualora volessimo persuadere un altro a favore di questo o quel valore per ragione del nostro convincimento che esso è migliore del suo, difficilmente egli vi aderirà finché i suoi sentimenti glielo impediscono.(Cfr.G.Avanzini, Eduquer aux valeurs, Ed.Don Bosco, Paris, 1999. p.72).

   In questa ottica per imparare occorre sentire, così più un oggetto di apprendimento è in grado di suscitare sentimenti intensi, più quell’oggetto entra a far parte dell’assetto motivazionale profondo per il soggetto che apprende.

“Oggi l’educazione ai sentimenti, nel senso del giusto, delle relazioni, dei valori non è certo al centro delle finalità dei sistemi formativi istituzionali, in primo luogo della scuola. L’arte, la musica, lo sport, la poesia, la religione, la politica, il teatro, la lettura fatta per l’esclusivo piacere di leggere, sono attività poco apprezzate in ambito scolastico, se non opzionali.” (Perla L.op.cit.p.79 ). “Ma il cuore dove può andare a scuola ? Diceva Rousseau ‘Colui che, fra tutti noi, sa meglio sostenere le gioie e i dolori della vita è, a mio avviso, il meglio ‘educato’. L’educazione della mente razionale, così importante secondo quanto ci è stato fatto credere dall’indottrinamento della scuola, ci rende ben poco capaci di affrontare gioie e dolori. E’ vero piuttosto il contrario: l’educazione della mente razionale ci rende meno capaci di sentimento, perché sentimento e pensiero sembrerebbero svilupparsi, per lo più, l’uno a spese dell’altro” (Hillman J.citato in ib).

Sul piano operativo è l’esperienza concreta vissuta con simpatia, con risonanza gratificante, che entra a costituire la base dell’educazione. S’aggiunga che il bambino ed anche il fanciullo sono propensi alla gioia e a fissare stabilmente nella loro interiorità le esperienze vissute “gioiosamente”.

 2.- Su quali sentimenti far leva

 Esistono in ogni uomo, fin da bambino, disposizioni naturali cui poter far leva per l’educazione ai sentimenti corrispondenti: sono risorse originarie del soggetto umano che lo aprono ed abilitano alle relazioni umane prive di preconcetti. 

a)     Una prima disposizione ravvisiamo nella tendenza alla benevolenza, che origina dalla connaturalità dell’essere umano con il bene e con la tendenza alla sua esplicazione nelle relazioni umane. Su questa il genitore può far leva come a prerequisito per la comprensione tra i propri simili, a qualunque famiglia, cultura e religione ciascuno appartenga. In linguaggio cristiano si dovrebbe dire che occorre educare a vedere sempre nell’altro un fratello, un dono, una risorsa per tutti. E’ un’educazione di base che comincia coll’impedire l’arroccarsi in quelle forme  che possono essere causa di tensione e scontro. 

b) Nelle  relazioni umane, a prescindere da diversità culturali e religiose, il momento operativo è presieduto dalla tendenza alla dedizione, o più esattamente alla oblatività. Se la tendenza alla benevolenza prospetta  possibili orientamenti aperti nelle relazioni interumane, questi, più che essere una faticosa conquista, sono un sereno e gioioso affermarsi di ciò che è più degno dell’uomo in quanto tale, di ogni uomo.  E’ la volontà di bene verso l’altro, che toglie da quell’egocentrismo che  mal dispone nei riguardi dell’altro.

c) Oltre la dedizione od oblatività, si prospetta la necessità di instaurare effettivamente dei rapporti coi propri simili. A nulla varrebbe quanto fin qui abbiamo considerato se effettivamente il fanciullo non si facesse attivo attraverso esperienze di collaborazione, di gioco ed altro. Si tratta di esperienze suscitatrici di gioia nell’incontro, nello stare insieme, nel creare qualcosa insieme.

d) Altra caratteristica naturale è la tendenza a vedere nell’altro un essere da amare. M.Nédoncelle la chiama “sguardo d’amore” che tende alla promozione dell’altro visto come essere uguale a sé al di fuori ed al di sopra delle differenze d’ogni genere “L’amore è una volontà di promozione. L’io che ama vuole anzitutto l’esistenza del tu; vuole inoltre lo sviluppo autonomo di questo tu”. (M.Nédoncelle.Verso una filosofia dell’amore e della persona. Ed.Paoline. Roma.1959 p.13). Esso ha come fondamento la più tipica qualità umana, destinata a coestendersi con tutte le esperienze della vita : ogni cosa si può fare con amore e per amore. La notevole rilevanza dell’amore su tutto il piano delle   relazioni umane porta a dover concludere che è possibile e doveroso amarsi tra  persone per quanto diverse. In ultima analisi ogni individuo ha in sé lo stesso valore (ontologico) dell’altro.

 3.- Suggerimenti operativi 

Nel versante operativo interessa portare l’attenzione alle facoltà umane che operano precedendo le valutazioni (o che quanto meno da esse prescindono) e che si esplicano attraverso l’approccio sociale. Occorre, infatti, arrivare prima dell’ingresso dei pregiudizi, ossia prima che le risorse positive connaturate vengano distorte. L’interrogativo, allora,  è quello di sapere quali sono le occasioni e gli elementi costruttivi del cammino di reciproca accoglienza, stima, collaborazione. E’ uno studio esplorativo tutto da fare.

Ecco la nostra proposta: 

a)     I sentimenti in questione sono qui da considerarsi come stato psicologico di carattere affettivo. Generalmente, infatti, i sentimenti sono intesi come dinamismi espressi da una facoltà spirituale contrapposta alla ragione. Se è vero quanto dice Rousseau che noi “sentiamo” prima di conoscere, ha senso richiamarsi alle sue riflessioni ove afferma: “per quanto tutte le nostre idee ci vengano di fuori, i sentimenti che le valutano sono dentro di noi”. Così i sentimenti di benevolenza, dedizione, amore, altruismo possono affermarsi presiedendo all’instaurazione dei rapporti sociali, creando nel bambino una cultura aperta. Che se poi, come vorrebbe Freud, le esperienze dei primi anni di vita condizionano il comportamento futuro, noi disponiamo di una forte risorsa della natura umana per avviare fin dall’infanzia un nuovo processo di socializzazione e collaborazione fra bambine e bambini di diverse famiglie, etnia e religione creando esperienze di vita, che si proiettano anche verso la vita adulta.

 b)    Si tratta di sviluppare la naturale disposizione alla benevolenza, all’amicizia, alla dedizione attraverso la coltura dei sentimenti in esperienze positive di incontri gioiosi e gratificanti. E’ un educare all’amore dell’altro, qualunque sia la sua diversità; è un consentire che il fanciullo apprenda, attraverso l’esperienza, la essenzialità dell’essere personale, termine d’amore al di là delle diversità,  del sesso, delle doti, della cultura del gruppo di appartenenza e della particolare religione. Evidentemente ciò vale per tutti sia autoctoni che immigrati; ma è indispensabile che gli adulti, particolarmente i genitori si aprano a questo genere di atteggiamenti. 

c)     Un’occasione favorevole è fornita anche dai giochi sociali fra bambine e bambini, fra ragazze e ragazzi di diverse famiglie, di diversa etnia e religione. Questi giochi opportunamente scelti possono essere resi possibili sia dai genitori delle differenti famiglie sia a scuola dagli insegnanti. Ma è chiaro che è indispensabile il superamento degli usi e costumi o meglio della mentalità chiusa e di sospetto verso l’altro: è un problema che riguarda gli adulti e la loro disponibilità ad abbracciare esperienze nuove e diverse da quelle abitudinarie. 

d) A sostegno dell’affermazione e dello sviluppo di tali sentimenti l’insegnante può dare un suo grande contributo con l’esemplarità del suo modo di fare, cioè con quanto in pedagogia si dice a proposito dell’ “amore pedagogico”. Non si vuole qui farne una approfondita ed analitica disquisizione. Ci è sufficiente richiamare come   nel metodo educativo, fin dal Rinascimento, si è chiesto  all’educatore di operare con “amore”, con “amorevolezza”: modalità riconosciute rispettose del bambino e dio ogni educando ed efficaci per evocare i suoi sentimenti.  In merito giova ricordare per tutti Pestalozzi e don Bosco.

 Conclusione

 Far leva sui sentimenti comporta credere alle risorse insite nella natura umana e dedicarvi tempo e cura per il loro sviluppo fin dalla prima età.

Luigi Secco

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