Capitolo V: Nuove minacce alla volontà

Davanti all'esigenza di far dipendere da sé il più possibile le proprie sorti, l'individuo ha bisogno di essere liberato da ogni condizionamento anche sul piano sociale.

Per quanto si riferisce in particolare alla strutturazione della personalità ed all'esercizio della libertà in armonia con le proprie attitudini ed aspirazioni, è doveroso richiamare la parte che in detta strutturazione e in detto esercizio ha la società. L'identità del soggetto è rinvigorita anche dalle condizioni della realtà sociale, senza la quale è impossibile la relazione; ma essa è anche minacciata ogni qualvolta quelle condizioni si sovrappongono ai processi di maturazione ed espressione delle singolari attitudini, offendendo la libertà e con essa la volontà del soggetto. Se la forza di volontà fu usata per negare il desiderio o se il desiderio fu liberato per prendere il posto della volontà, in ogni caso va ricordato che volontà o desiderio operano in un contesto sociale in cui possono essere incoraggiati o impediti, esaltati o frustrati, liberati o fatti regredire. E' importante farci critici delle varie situazioni sociali soprattutto per la ricorrente pretesa della società di servirsi dei cittadini per i suoi scopi poco in linea con la volontà dei singoli.

Per Arieti ci sono alcuni fattori sociopsicologici negativi, che incidono sulla volontà dell'uomo condizionandola in una forma o in un'altra, o spingendola verso esperienze di vita in cui essa non ha quell'esercizio maturo di sé che si richiederebbe in una persona autonoma, maturata sufficientemente e quindi equilibrata.

  1. Il primo fattore è l' "endocrazia", ossia la forza che dà ordini dall'interno. Origina dalla "fiducia basilare", la quale attraverso le prime esperienze del rapporto bambino-madre, bambino-adulto, apre ad un senso di attesa che inizialmente è limitato all'immediato futuro, ma poi si estende ad un futuro più lontano nel tempo, diventando benevola anticipazione. Il concetto che sorregge il rapporto è la reciproca benevolenza, fonte di ottimismo e di fiducia. Questa atmosfera di fiducia e di sicurezza dispone il bambino ad accettare senza riserve il mondo che gli adulti a poco a poco gli presentano.

    Già da tempo M.Buber (Buber M.,I and Thou, Edimburg 1937) e poi E.Erikson ( Erikson E., Growth and Crisis of the Healthy Persolality, in Aa.Vv., Personality, New York 1953) avevano chiarito che la fiducia permette il rapporto Io-Tu di esistere. Tuttavia va notato che la fiducia basilare non ha carattere di assolutezza, altrimenti non potrebbero essere avvertite le forze ostili dell'ambiente; ben per questo il bambino viene gradatamente aiutato dalla madre stessa a diffidare. Quando l'esperienza di ostilità è tenue, stimola un senso costrittivo di vigilanza; quando invece l'ostilità è gravosa, causa paura e ingenera sottomissione formando il temperamento "docile, ossequiente, gradevole": il tipo di temperamento che Karen Horney descriveva come caratterizzato dall' "andare incontro agli altri" (Arieti S., op.cit., p.69). Ma può anche verificarsi il caso del bambino che si convince di difendere meglio la propria integrità lottando e bisticciando, cioè resistendo anziché obbedendo.

  2. Il senso del dovere

    Il discorso di Arieti offre la base per la comprensione del sorgere del senso del "dovere" e della sua possibilità di essere bene o male utilizzato dagli educatori e dalla stessa società.

    Quando l'individuo sente che "deve" agire in un certo modo piuttosto che in un altro, quando sceglie di comportarsi secondo quanto sente di "dovere" comportarsi, egli può trovarsi in armonia coi propri desideri o coi propri giudizi valutativi, ma può anche trovarsi contro di essi. Si verifica così il caso del "dovere" considerato prevalente rispetto ad ogni altra considerazione. Ovviamente, ci domandiamo perché mai si possa avvertire il bisogno di fare il proprio dovere, o più esattamente quali ne siano le origini o su cosa si fondi tanta forza di persuasione in ordine alle scelte.

    Sembrerebbe, a prima vista, doversi parlare di motivazione non necessariamente associata alla ragione. Tuttavia, dobbiamo rilevare che esso nasce da una ragione, che, se anche non ha ancora trovato sufficiente attenzione e risposta "scientifica", ha una sua fondatezza, ricca di implicanze pedagogiche. Quando il padre e la madre insegnano al bambino alcuni comportamenti proclamandoli "doverosi", ingenerano nel bambino il senso del dovere, ossia l'obbligatorietà di assumere atteggiamenti il cui valore intrinseco non è recepito come tale, ma è accolto come "richiesto" da persona con cui esiste il rapporto di fiducia e di benevolenza. Il padre e la madre comandano al bambino in quanto i loro ordini sostituiscono la comprensione che manca al bambino immaturo.

  3. Punizione-ricompensa

    Si può parlare di "lacuna fra comprensione e azione"(Ib., p.71) in quanto effettivamente esiste un intervallo fra azione richiesta e la comprensione del suo significato e scopo.

    Gli ordini che si danno ai bambini tendono a perdere parzialmente, ma non completamente, la qualità benevola e cooperativa. Credo, tuttavia, che non si possa identificare il comportamento del bambino col comportamento animale, riducibile a condizionamento. Su questo, Arieti rileva che nella vita quotidiana, per imporre un ordine sgradevole, la madre ricorre al metodo della punizione e della ricompensa, analogo, appunto, al meccanismo di condizionamento usato sperimentalmente con gli animali. Lo sperimentatore rafforza un'abitudine dell'animale ricompensandolo col cibo o l'attenua con una punizione, per esempio, una scarica elettrica. Che il genitore si comporti apparentemente allo stesso modo, con un atto di amore o di collera; che l'approvazione, l'affetto o l'amore inducano il bambino ad adottare un determinato comportamento, mentre la punizione e la collera lo inducono ad evitare di comportarsi in quel determinato modo, mi pare che non risponda pienamente al problema: il piccolo degli uomini non è equiparabile al cucciolo; i suoi atti non sono privi di elementi tipicamente umani, che sarà difficile analizzare e descrivere quanto più il bambino è piccolo (Cfr. Secco L., La dinamica umana della realtà educativa. Ed. La Scuola. Brescia. 1976, pp.13-14); ma essi vanno valutati nella sfera di quella partecipazione dell'umano, del tipicamente proprio per cui né possiamo immaginare di trovare in essi una base biologica totalmente esplicativa né possiamo avviare un rapporto madre-figlio, adulto-bambino che diventi addomesticamento o più esattamente apprendimento di risposte sicure e precise di fronte alle proposte collegate col premio e col castigo. Si negherebbe ogni originalità ed ogni libertà, che pur sono presenti, sia pure come potenzialità ancora in attesa di esprimersi ed affermarsi, anche nel bambino piccolo.

    E' vero che il medesimo autore riconosce che "il condizionamento –punizione e ricompensa – sebbene molto importante, non basterebbe ad indurre il bambino ad accettare ed obbedire, se in lui non si fosse sviluppato il senso di fiducia fondamentale" (Arieti S., op. cit., p.72). Il senso di fiducia rende il bambino docile verso tutto quanto proviene dalle persone di cui si fida, perfino nel caso di ordini e castighi.

    Punizione e ricompensa dovrebbero avere lo scopo di "neutralizzare" l'atto del bambino: la punizione neutralizza il piacere provato nel compiere l'atto che non si doveva compiere: essa cioè mira a cancellare le tracce del piacevole ricordo; la ricompensa, al contrario, rappresenta un compenso per la privazione del piacere: la madre offre una soddisfazione diversa, cioè la sua approvazione, il suo abbraccio al posto dell'atto non compiuto.

    Inoltre, punizione e ricompensa sarebbero simboli o "anticipazioni" delle conseguenze dell'atto del bambino. Così il castigo che la madre infligge al bambino che ha mangiato il secondo gelato, simbolizza gli effetti dannosi derivanti dall'ingestione di una quantità eccessiva di gelato. La punizione immediata sostituisce lo stato di disagio che deriverebbe dalla ripetizione dell'atto proibito. La ricompensa (approvazione, tenerezza, amore) simbolizza, al contrario, lo sto di benessere e contentezza che derivano dal comportarsi al modo giusto (Ib)

  4. Comando – obbedienza

    Collegato con questa visione, ovviamente, emerge il significato di "comando" per l'obbedienza: nell'atto di comando è implicita l'importanza del futuro. Una delle funzioni del comando è di anticipare il significato dell'azione più o meno prossima nel tempo. Il discorso vale anche quando ai genitori si sostituisce l'insegnante, oppure un'altra autorità sociale.

    Tuttavia, per quel rilievo che abbiamo più sopra fatto, ci pare che non si possa ricondurre il problema del "comando" e dell'obbedienza ai canoni del "premio", "castigo", oltretutto perché l'amore con cui la madre o l'adulto propongono o proibiscono, ha un suo ruolo evocativo dell'atto che va ben al di là del significato freddo e rigido del "premio-castigo" e del "comando".

    Del resto Arieti stesso avverte, ad un certo punto: " il senso di 'dovere' e di 'comando' non possono essere ridotti interamente al condizionamento e neanche al condizionamento con l'aggiunta del significato simbolico di castigo e di ricompensa. Sebbene spieghino molte cose, questi fenomeni non spiegano la trasformazione di qualcosa di interiore" (Ib., p.73)

    Siamo arrivati alla grande questione: l'ordine proveniente dall'esterno diventa un "dovere", un "obbligo": qualcosa di oggettivo diventa soggettivo; l'individuo si appropria di un'esperienza soggettivizzandola. Resta ancora da chiarire "perché mai" e "come" si muove l'interiorità del soggetto a soggettivare il comando: Perché mai il soggetto fa suo l'ordine esterno.

    Il fenomeno è difficile da comprendere ma sicuramente vi concorre l'atmosfera di fiducia basilare,

    A questo punto dobbiamo rilevare tutta una serie di "iatus", che, secondo noi, emergono quando si cerca di avvicinare i due elementi che dovrebbero giustificare esaustivamente la genesi dell'attività interiore del bambino e dell'educando in genere. Essi manifestano con sempre maggiore chiarezza l'impossibile sutura dei due momenti, cioè a dire l'inesistenza di rapporto causa-effetto: la fiducia basilare non si può spigare con precisione scientifica; in che modo un fatto esteriore possa comportare uno stato interiore è difficile da spiegare biologicamente; il comando, recepito come atteggiamento imperativo, ha un "potere endocratico" che si può solo descrivere e neppure bene. La doverosità che nasce nel rapporto tra persone si estende anche alle istituzioni impersonali: "la legge, la religione, la società, la scuola e la cultura non soltanto insegnano e descrivono, ma prescrivono, ordinano. L'individuo accetta questi ordini nell'ambito del senso generale di fiducia che nutre per queste istituzioni. E' l'istituzione che ora possiede l'imperiosità, che è rinforzata dai meccanismi reali o simbolici di ricompensa e castigo" (Ib., pp.74-75).

  5. Dinamismo endogeno e sopraffazione

    Ci domandiamo come e perché ciò avvenga. Oltre tutto ci interessa allo scopo di evitare lo sfruttamento del così detto "potere endocratico".

    Come mai nell'individuo si dovrebbe instaurare il senso di doverosità, il che è quanto dire "provare una tendenza ad obbedire" senza che nel soggetto vi siano forze proprie per garantirlo dal condizionamento, dalla devianza della libertà e dal plagio da cui lo salva la criticità? Tutti questi elementi ci spingono a cercare nel soggetto qualcosa di proprio cioè di talmente suo da fondare il dovere della madre e degli adulti di riconoscere, rispettare e valorizzare l'attività congruente (intendiamo parlare di congruenza in senso rogersiano). Si introduce il discorso della libertà del soggetto che può, al limite, rifiutare tutto, dell'originalità del soggetto, che può agire in un modo o in un altro, indipendentemente dal tipo di attese degli adulti, della sua identità che non si salvaguarda spingendo ad adeguarsi ad un modello precostituito. Se il senso del dovere si instaura più o meno facilmente e si esplica secondo le occasioni e le condizioni che si offrono, è chiaro che sarà facile abusarne da parte di chi ha interesse a manipolare la vita dell'altro; così nulla giustifica che si instauri un sistema educativo o sociale che faccia leva sul suo sfruttamento.

    Indubbiamente, gli elementi generatori di attività interiore sfuggono facilmente ad un'indagine scientifica; così pure le qualità individuali, principio di originalità e di creatività, sfuggono a chi cerca quanto già pretende di conoscere e volere. Ed è in questi casi di sopraffazione che l'endocrazia viene caricata di un surplus di imperiosità da far sentire obblighi esagerati e da estendersi a settori ed esperienze che dovrebbero essere lasciati maturare dall'interno. Se l'atteggiamento imperativo esterno genera nell'individuo endocrazia o autocomando interiore, quell'atteggiamento imperativo è pericoloso nella stessa misura in cui contribuisce ad imporre dei limiti alla volontà dell'uomo.

    Che la tirannia ricorra all'autorità esterna e all'endocrazia imponendo da u lato il terrore esteriore e dall'altro insinuando un senso di doverosità accompagnato da principi di azione disumani, è risaputo. Il suo funzionamento è sicuro tanto quanto esso è violento pur nel convincimento che non lo sia. Il "capo" totalitario vigila e

    Protegge il cittadino come un tempo faceva la mamma, mentre dondolava la culla. "Si crea un rapporto simile a quello fra genitore che comanda e il bambino che non comprende. La lacuna fra comprensione e azione viene colmata dalle tecniche che si accompagnano a questi metodi. Il sistema ricompensa-punizione viene usato per rafforza l'endocrazia. La caratteristica principale, tuttavia, è l'atteggiamento imperativo del leader, o dell'istituzione, che ricorre al potere endocratico. In alcuni casi tipici il leader è dotato di qualità carismatiche che inducono l'individuo a comportarsi secondo i suoi desideri e il suo successo è completo se riesce a farci credere che noi lo seguiamo non perché ce lo imponga, ma di nostra propria volontà. Il dittatore non propone nuove verità, ma sfrutta i pregiudizi e le credenze popolari che hanno una lunga tradizione e se ne serve per accrescere l'endocrazia del popolo. Egli trasforma il resoconto di eventi storici per rendere più plausibili i principi d'azione che vuol far adottare. Non ricorre all'ipnosi nel vero senso della parola, ma riesce comunque a far credere ciò che vuole. Se è riuscito a controllare le idee dei cittadini, riuscirà ben presto a controllare anche le azioni, dato che ogni azione è preceduta da un'idea. Avrà completato la sua opera quando la gente obbedirà non già per evitare un castigo, ma per sfuggire un proprio senso di colpa; quando la gente, quasi completamente accecata, sarà convinta di essere illuminata e saggia, e considererà il crudele dovere che le è imposto come il più nobile dettato della coscienza, l'atto della massima elevazione" (Arieti S.,op.cit., 78).

  6. Endocrazia o ontologia?

    Vero è che l'endocrazia può ridurre la capacità di volere o di scegliere dell'individuo, ma non si può dimenticare la sua utilità nell'evoluzione e nella maturazione del soggetto, a patto che sia debitamente collegata con la ragione e con la logica. Il senso del dovere e il comando interiore hanno un grande ruolo nella vita; la loro assenza lascerebbe l'uomo a livello bambino non potendo far proprio qualcosa di accumulato nella storia e sentirsene impegnato; l'uomo non agirebbe adesso per una scopo non raggiungibile immediatamente: il suo criterio di guida sarebbe l'immediata soddisfazione dei suoi desideri. L'endocrazia, dunque, dà alla volontà la dimensione della doverosità e anche dell'impegno.

    A questo punto torniamo sul problema della ricerca delle ragioni per cui vi è quella fondamentale tendenza dell'uomo, particolarmente evidente nel bambino, di rispondere alle cure benevoli dell'altro con atteggiamenti di accettazione accompagnati da corrispondenti sentimenti di benevolenza. Le motivazioni, fin qui incontrate, di natura psicologica o sociopsicologica hanno molto valore sul piano descrittivo e ci aiutano a regolare l'uso dell'autorità che comanda; ma ci chiediamo ulteriormente perché mai è possibile una endocrazia: è essa tutta e soltanto una qualità che dall'esterno si introietta nell'interiorità del soggetto quando inizia l'impatto col mondo esterno e le sue più o meno legittime intromissioni nei meccanismi interiori del bambino; oppure esiste precedentemente a quelle esperienze qualcosa di carattere ontologico, ossia legato all'essere dell'uomo, del bambino, che lo rende capace e disponibile all'accoglimento di quanto lo può maturare; e, più precisamente ancora, esistono già nel soggetto titoli esigitivi di ricevere dal mondo degli adulti degli imperativi già imperati? In altre parole la domanda di protezione, di affetto, di sicurezza, di rispetto, di costruirsi una personalità propria e originale, di libertà, è originaria e reca con sé già delle indicazioni o tutto ha da essere rimesso all'arbitrio, per quanto sensato, dell'adulto? La doverosità nasce. Cioè, da una connaturalità del bene atteso, o è creata dalla società?

    E' il problema che tocca subito la coscienza, perché riguarda la sua origine e il suo diritto originario di potersi affermare secondo "sue" esigenze, che diventano norme. Chiaramente, la coscienza è il luogo interiore della risonanza dei valori, che appellano a certe esperienze; nessun senso autentico avrebbe il valore se dal soggetto non fosse recepito come tale: vuol dire che primo presupposto per la nostra conoscenza dei valori è la connaturalità del nostro essere col bene. D'altra parte la stessa libertà da cui sgorga, o meglio deve sgorgare, l'atto di volontà non può che procedere da sé: l'atto umano libero è causa di se stesso. Cosicché la libertà. Secondo la sua essenza, è capacità di sentirsi chiamato da un valore; la libertà non si palesa nella necessità, ma nel "dovere" di affermare il valore. Toccherà all'educatore e alla società non limitare o alterare questa scaturigine, e non sostituirsi ad essa. Sarà, piuttosto, compito dell'educazione offrire la conoscenza dei valori, stimolare il processo di avvicinamento, assaggio e scelta dei valori consoni alla particolari esigenze e disposizioni di ciascuno.

  1. Rischi di distorsione dell'endocrazia

    Questo discorso diviene così una vera e propria categoria pedagogica con cui deve cimentarsi la pedagogia e, conseguentemente, tutta l'educazione. I metodi suasivi per il bambino e la stessa benevolenza materna, che suscita la fiducia di base, si trasformano in una vera e propria illegittima invadenza ogniqualvolta ignorando la scaturigine prima della "doverosità", sfruttano il senso del dovere in base a motivazioni che non trovano il loro fondamento nella intrinseca connaturalità del bambino col bene. E' facile sfruttare la credulità del bambino, alterare il peso delle motivazioni o manipolare la portata dei valori. Non è infrequente il caso della madre che richiede certe prestazioni del bambino per far piacere a sé, per non soffrire lei, per non far arrabbiare papà, o che ricatta il figlio con minacce di non amarlo più o di castigarlo. In questi casi il valore autentico, unico in grado di risuonare "vero" e quindi di non smentirsi col tempo nella sua bontà, svanisce dalla coscienza del bambino, soprattutto da sostituti devianti. Il bambino divenuto più grande, quando potrà esprimersi criticamente, rifiuterà come corpo estraneo quanto gli fu fatto fare inautenticamente sul piano dell'esperienza o sul piano della motivazione.

    D'altra parte è questo l'unico modo per formare la coscienza, la quale si risveglia al senso del dovere con le progressive esperienze positive dei valori e legandosi ad essi. Il nobile sentire, l'elevatezza dei sentimenti, l'ardimento per il bene e l'ideale, l'impegno di fedeltà, ed ogni altra aspirazione al meglio sono avvertiti come doverosi proprio perché l'essere ontologico del soggetto, nella sua dinamica costruttiva ed espansiva, va trovando la linfa giusta e benefica. Si sottolinea, così, che il valore "adatto" al soggetto, proposto e sperimentato, dischiude nei suoi riguardi la coscienza del dovere.

    Tocca alla società, oltre che ad ogni educatore in particolare, non proporre falsi valori. Sappiamo bene quanto ideologie e miti hanno causato sofferenze; così come le proposte dei genitori suggerite o imposte ai figli col criterio dei propri miraggi più che con quello del servizio personale ai figli, hanno portato e sono continuamente destinate a portare apprensione, condizionamento e alienazione

  2. L'apparato

    La società oggi minaccia ancora la libera volontà dei soggetti con tutto il suo apparato di modelli, di tecniche, e di consumismo. Negli ultimi decenni questo apparato ha assunto un peso che va gravando come una serie di ipoteche sull'esercizio della libera volontà dell'uomo. Si tratta di un progressivo ingresso dell'altro nell'interiorità propria a deformare l'originalità; si tratta della dilatazione della sfera del pubblico nel privato per condizionare le scelte; si tratta di esigenze extra-inidividuali cui il soggetto viene asservito mortificando l'autonomia della volontà.

    Arieti, d'accordo con Keniston, osserva: "L'applicazione di modelli scientifici a tutti gli aspetti della vita, la codificazione dei pensieri e delle idee della gente in espressioni numeriche, la produzione di massa e il consumismo, tutto questo ha contribuito alla deformazione graduale, ma costante, del sé. Questo atteggiamento sociale si nasconde spesso sotto il nome di "laissez faire" democratico. Un sistema competitivo, travestito da libera iniziativa, porta al disprezzo per gli sconfitti. L'etica della fratellanza è sostituita dall'ansia di fare meglio del vicino. Manovrato e persuaso con metodi subdoli, l'individuo si abitua a reagire, anziché ad agire; la sua volontà si atrofizza, anche se egli conserva una illusione di libertà. La reazione si confonde con la spontaneità, la promiscuità con l'amore, l'intrusione nella vita privata con la sincerità e il cameratismo" (Ib.,p.128)

  3. Il riflusso nella primitivizzazione

    Altra offesa al libero arbitrio è inflitta da un certo modo di porsi della società rispetto ai singoli, quando causa il fenomeno della "primitivizzazione". Il termine ha un suo significato tecnico ma già sta ad indicare un certo fallimento della ragion d'essere della società, o più esattamente del potere pubblico: quando questo non opera in favore di una evoluzione in meglio, di un avanzamento della civiltà, esso opera per un regresso. Il rilievo è in parte noto e suole essere espresso nei termini di riconoscimento del progresso tecnico disgiunto da quello etico; qui anzi si parla del regresso in valore dell'uomo sospinto a muoversi nella sfera degli impulsi e degli istinti. Le operazioni più elevate, come l'uso della razionalità e della libertà, sono sempre più sostituite da poteri esterni: c'è chi pensa e sceglie per noi esonerandoci da preoccupazioni responsabili e ricacciando l'attività dell'uomo nelle sfere più basse della personalità.

    "Primitivizzazione" riguarda l'insieme di tutti quei meccanismi e abitudini che fanno leva sulle funzioni primitive della psiche e le favoriscono a scapito di funzioni di livello più elevato. I più diffusi di questi meccanismi sono la liberazione degli istinti sessuali e aggressivi, il desiderio di soddisfazione immediata e il ritorno alla magia e allo sciamanesimo (Ib)

    La rassegna testé fatta dei tre fattori sociopsicologici avversi all'esercizio libero e maturo della volontà dell'uomo può considerarsi soltanto indicativa di una serie di condizionamenti che il potere esterno può esercitare sull'individuo.

    Per altro verso, la rassegna intende essere completa in quanto tocca i tre stadi della personalità, secondo la terminologia freudiana. Possiamo dire che il surplus endocratico schiaccia e distorce il Superego; l'apparato introducendosi nei meccanismi interiori del soggetto altera l'Ego; la primitivizzazione esalta l'Id a scapito delle altre parti della psiche. La plasticità dell'uomo, che in termini pedagogici significa aspettativa positiva, può essere raggiunta dal potere, il quale la vede e la tratta come vulnerabilità. Plasticità e vulnerabilità sono aspetti di una medesima realtà, guardata e trattata diversamente. La scelta antipedagogica del potere, comportando rifiuto delle aspettative del soggetto, inferisce un vero e proprio "vulnus". Il potere sociale o pubblico che si muove nella direzione dello sfruttamento della plasticità del soggetto, lo faccia subdolamente o palesemente, impedisce alla volontà dei singoli, attraverso condizionamenti endocratici, di maturare capacità di autonomia, di critica e di progresso: l'ideologia prende il posto della pedagogia; l'endocrazia prende il posto dell'educazione (nello stretto significato di "educare"); la volontà altrui si sostituisce alla propria.

    Luigi Secco

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