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Giovanni I Ventimiglia, Marchese di Geraci (1383 - 1475)
















































































Enrico III Ventimiglia, padre del marchese Giovanni, sposo di Giovanna Tocco dei Conti di Cefalonia e Duchi di Leocadia

La dimensione "mediterranea" dei Conti di Geraci è sottolineata dal matrimonio, in seconde nozze, fra il padre di Giovanni e la contessa Giovanna Tocco. Questa è figlia di Leonardo Tocco, investito nel 1357 della contea dell'isola di Cefalonia, da re Roberto d'Angiò.  La madre di Giovanna fu invece Maddalena Buondelmonti e Acciaiuoli. Leonardo Tocco fu inoltre signore delle isole di Itaca e Santa Maura e della fortezza continentale di Vonitza, conquistata nel 1362. 

Sappiamo del matrimonio tra la contessa di Cefalonia e il conte di Geraci da un atto che rammenta l'aiuto prestato da Enrico III Ventimiglia al cognato Leonardo Tocco, consistente in alcune galee e navi da trasporto.

Attraverso le sorelle e i fratelli della moglie, il conte Enrico III fu cognato di Nicolò Dalle Carceri-Sanudo, duca di Naxos e dell'Arcipelago, di Nicolò Venier - Balio di Negroponte e figlio del Doge di Venezia -, di Francesca di Neri Acciaiuoli - Duca d'Atene -, nonché zio di Asano Centurione II Zaccaria - Barone di Arcadia -. Giovanna Tocco, attraverso la nonna materna Margherita Orsini d'Epiro, discendeva dalle dinastie bizantine dei Comneni, Paleologi e Cantacuzeno.

Riprendiamo il tratto genealogico, qui a lato,che mostra il legame tra i Tocco di Cefalonia e Leocadia e i Ventimiglia, risalente agli ultimi anni del XIV secolo. 
La presunta moglie di Nicolò Ruffo, marchese di Crotone, ovvero Susanna Tocco, potrebbe essere la stessa Giovanna vedova del conte Enrico III di Geraci, defunto intorno al 1400. Il misterioso patrigno del giovane Giovanni I, che ebbe a tentare l'occupazione dello stato ventimigliano ai danni del figliastro e pupillo, sarebbe così identificabile con il potente dinasta calabrese, viceré di Calabria dal 1384 al 1390.

La lapide sepolcrale del marchese Giovanni ricorda che il giovanissimo erede di Geraci, a capo di una comitiva di fedelissimi, scacciò dalle sue terre il patrigno all'età di nove anni, ma si tratta forse di un errore di scrittura dove va inteso 19 anni, cioé un riferimento al più probabile anno 1402, un anno dopo il matrimonio del Ruffo con Giovanna-Susanna Tocco.

Ladislao I di Durazzo, re di Napoli,  cercò di giungere ad un accordo con il ribelle Nicolò Ruffo e il 4 aprile 1404 gli confermò tutti i privilegi.  Nondimeno, il re verso la fine del giugno 1404  dovette muovere da Napoli, e all'inizio di agosto era già di ritorno, privando il marchese di quasi tutti i suoi possedimenti comprendenti più di 15 terre e  40 castelli, tra i quali Santa Severina, Bisignano, Seminara, Grotteria e Castelvetere. Crotone fu assediata ma resistette a lungo, grazie anche al soccorso prestato dal re Luigi II D'Angiò che, accogliendo la richiesta di aiuto del marchese, aveva inviato due navi dalla Provenza, cariche di armati, per presidiare Crotone e Reggio. Dopo un lungo assedio cadeva la città di Crotone e Nicolò Ruffo, catturato nelle sue retrovie siciliane, era consegnato dagli Aragonesi a Luigi II in Provenza.

Negli Anales de la Corona de Aragon - libro 10. del Zurita, leggiamo della presenza del Ruffo in Sicilia, proprio in quegli anni, e la centralità del suo allontanamento dall'Isola, ai fini di mantenere buone relazioni con Ladislao I di Durazzo e Luigi II d'Angiò, che si contendevano Napoli:

Estavan en este tiempo el rey don Martin de Sicilia y el rey Ladislao en tregua, y porque el marques de Cotron se rebelò contra el rey Ladislao y se recogiò a Sicilia y se començò a poner en armas contra el rey Ladislao parte de la Provincia de Calabria, el rey procurò que el rey de Sicilia su hijo enbiasse al rey Luys el marques de Cotron porqué por averle amparado en su Reyno no fuesse ocasion que se moviesse otra guerra entre ellos. Esto era al veintequatro dias del mes de enero del año MCCCCV. y estava el rey en Barcelona esperando su hijo...




1. Donald M. Nicol, The despotate of Epiros. 1267 - 1479.  A Contribution to the History of Greece in the Middle Ages, Cambridge: Cambridge University Press, 1984, p. 256.





Luigi II d'Angiò re di Napoli, a cui fu consegnato prigioniero Nicolò Ruffo, marchese di Crotone, in Provenza all'inizio del 1405, durante il viaggio della flotta siciliana che portò il giovane Giovanni Ventimiglia alla corte di Barcellona. Il Ruffo è forse da identificare con il patrigno del Ventimiglia occupante lo stato di Geraci negli anni precedenti.


Giovanni alla corte di Martino il Vecchio d'Aragona


1405 agosto 10, Barcellona.

Giovanni Ventimiglia - da identificare con il "Comte de Vintemilla...de Cicilia" - insieme allo zio Antonio Ventimiglia, conte di Collesano - e all'ex tutore Giacomo de Prades - parteciparono alle feste in onore di re Martino d'Aragona, presso il palazzo reale. Lo scenario è immediatamente seguente ai fatti che abbiamo accennato, relativi all'allontanamento del Ruffo dalla Sicilia e ai tentativi di pace della corona aragonese con Francia e Napoli. Il brano è tratto dal quattrocentesco Chronicon Mayoricense  di Matheus Lazet.





 



La storiografia trascura le relazioni di vecchia data tra il conte Geraci e il re Martino d'Aragona, collocando gli inizi del rapporto di Giovanni con la Corona nei successivi tempi di Alfonso il Magnanimo:

"al servizio della casa d’Aragona sin dai tempi di re Alfonso, per il quale aveva militato, come condottiero, durante la guerra per la conquista del regno. Durante la guerra di successione si conservò sempre fedele al re; governatore di Napoli, gli venne affidata la difesa della città dal giugno del ’60 e, dall’agosto, la reggenza, in assenza del re e in uno con la regina Isabella: A. da Trezzo a F. Sforza, Calvi 7.V.1460, ivi, 154; Isabella d’Aragona a F. Sforza, Napoli 14.VI.1460, ivi, 204; A. da Trezzo a F. Sforza, Napoli 30.VIII.1460, ivi, 204, 106-107; G. Galasso, Il Regno di Napoli. Il Mezzogiorno angioinio e aragonese (1266-1494), in Storia d’Italia, diretta da G.Galasso, XV,Torino 1992, p. 654; Nunziante, I primi anni, XX (1895), pp. 246-51." 1

Per inciso, osserveremo che Giovanni I Ventimiglia fu Governatore dell'intero Regno di Napoli già nel 1435, e non soltanto della città di Napoli, nonché Capitano Generale del Regno medesimo. Infine, non può sottacersi il decisivo contributo del Ventimiglia alla battaglia di Sanluri e alla riconquista aragonese della Sardegna nel 1409. Queste imprecisioni denotano, in generale, la scarsa conoscenza storiografica sui Ventimiglia e il limitato interesse per questi fatti e relativi protagonisti: un danno alla ricostruzione di un equilibrato  modello storiografico, prima che all'argomento 'Ventimiglia'. 

Sostanzialmente vero il fatto che Giovanni fu sempre fedele al re, anche se, nondimeno, il marchese di Geraci fu protagonista di un celebre casus giuridico, accusato e poi assolto per tradimento a Alfonso, per aver scritto una lettera - senza inviarla - ai danni del suo grande compagno d'armi e sovrano.2 Dettagli ? Può darsi, però quanto utili per definire una temperie politica...


1. Marialuisa Squitieri, La battaglia di Sarno, in Poteri, relazioni, guerra nel regno di Ferrante d’Aragona. Studi sulle corrispondenze diplomatiche,  a cura di Francesco Senatore e Francesco Storti, Napoli: ClioPress, 2011, p. 15 - 40, 20.

2. Nicolas FouquetFactum de Monsieur Foucquet pour servir de response aux objections de fait & de droit que l'on a formées contre l'escrit dudit sieur, in Recueil des defenses, 14., [Paris: s. e.], 1666, 1., p. 464-465. Il Ventimiglia fu difeso dall'accusa di lesa maestà dal "magnus advocatus" Tafarello.



Giovanni nel Consiglio di Reggenza della regina Bianca di Navarra (1387 - 1441)

1411 settembre 12, Nicosia.

Bianca di Navarra, Vicaria del Regno <di Sicilia>, scrive allo Stratigoto e ai Giurati di Messina affinché diano esecuzione all'elezione del conte Giovanni <I> Ventimiglia nella carica di membro del Reggimento <o Consiglio di Reggenza del Regno di Sicilia>, insieme a quella dell'altro rappresentante del baronaggio siciliano, il conte Matteo Moncada, e in sostituzione di Bartolomeo Gioeni, Gran Cancelliere del Regno, rinunciatario per motivi di salute.

Secretarius. Dirigitur Stratigotus et Juratis Messane

Archivio di Stato di Palermo, Regia Cancelleria, Collectanea, 7., 1., f. 124v.

Raffaele Starrabba, Saggio di lettere e documenti relativi al periodo del vicariato della regina Bianca, Palermo: Stab. Tip. Francesco Lao, 1866, p. 46 -47.


Rex <Aragonum et Sicilie> etc. Consiliarii nostri dilecti, prosequendu lu beneficiu universali incommenzatu quantu sia possibili secundu ki li casi occurrinu vi significamu comu vui siti ja informati facta la elecioni di li dui baruni, zoe lu nobili Conti Matheu di Moncata et misser Barthulu di Juveniu, Canchilleri di Sichilia, per accaxuni di lu felichi Regimentu. Lu prefatu Canchilleri plui fiati ni supplicau ki ni plachissi non li dari graviza di la causa predicta, pero ki la etati et ancora lu non essiri ben sanu di la persuna, per li affanni li quali si riquedinu a lu factu, non su bastanti a la exequcioni continua ki sinchi riquedi. Et eciam, vui ben sapiti, ki da lin di Tavurmina fichi li excusi predicti non aceptandu la elecioni di si facta, pregandoni ki ni plachissi premoviri oy providiri di altru. Per la qual cosa la nostra Maistati, volendu prochediri continuandu cum quillu debitu ordini ki si conveni, vi pregamu tantu affectuasamenti (sic) quantu potimu ki digiati exligiri, loco predicti Cancellarii, lu nobili Conti Johanni di Vintimigla, consigleri nostru dilectu, vostru honorabili conchitatinu, li meriti et virtuti di lu quali, tantu racione generis quantu per operi, su notorii a tuttu lu Regnu. Et quista causa e quilla ki principaliter ni movi ad promoviri a vui lu prefatu nobili Conti, comu persuna benemerita, notabili, digna et di li princhipali di lu Regnu. Et in quistu a nostru singulari plachiri vuglati dari effectivu et prestu spachamentu, la quali cosa sirra principiu et causa di grandi et universali beneficiu di la Repuplica, comu effective vidiriti. Data Nicosie XII. septembris quinte indicionis. 

La Reyna.




















Giovanni Ventimiglia alla corte di Alfonso d'Aragona, Principe di Girona.


1415 giugno 1, Valenza. 

Il testo riportato a lato, rappresenta una delle prime testimonianze dei Ventimiglia alla corte dei Trastamara, sino a oggi trascurata dalla storiografia ventimigliana. Gli storici - a cui sfugge la dimensione mediterranea della signoria dei Ventimiglia - normalmente pensano a Giovanni "al servizio di Alfonso" solo dall'anno 1420, trascurando le fonti che - a esempio - vedono il Ventimiglia presente in Aragona con lo zio Antonio, conte di Collesano, già nei primi anni del XV secolo. Come visto di sopra.

L'atto riprodotto qui a lato consiste nel consenso del principe e futuro re Alfonso alla cessione del ducato di Villena da parte della moglie.

 Tra i testimoni un Ventimiglia in cui non è difficile riconoscere Giovanni, allora sui trentadue anni (Guilio malamente trascritto).1









1. Aurelio Pretel Marin, Algunas acciones militares de Albacete  y sus comarcas en las luchas de los infantes de Aragon  ( 1421 -1444 ),  "Al-Basit. Revista de estudios albacetenses", 10 (1981), p. 57.

http://biblioteca2.uclm.es/biblioteca/CECLM/ARTREVISTAS/ALBASIT/Alb10Pretel.pdf



1422 maggio 10, Castellammare di Stabia - Il conte Giovanni alla corte della regina Giovanna II d'Angiò, in qualità di Camerario Maggiore di re Alfonso.


Il documento che pubblichiamo è importante poiché definisce il cursus honorum del giovane Giovanni I Ventimiglia, che acquisisce la qualifica di gran camerlengo del re aragonese; incarico prestigioso e delicato, che lo poneva a capo dell'amministrazione economico-finanziaria aragonese, e che la storiografia ventimigliana non ha considerato.

 Il medesimo documento1  è riferito al solenne addobbamento cavalleresco di Polidoro Sculco da Crotone, alla presenza della Regina, di re Alfonso e di tutta la corte dei proceres dell'impero aragonese, tra i quali spicca pur Federico Ventimiglia, Usciere d'Arme Maggiore del Regno, cugino di Giovanni I e fratello dell'arcivescovo di Monreale.














1. Antonio Chiarito, Comento istorico-critico-diplomatico sulla costituzione 'De instrumentis conficiendis per curiales' dell'imperador Federigo II, Napoli: Vincenzo Orsino, 1772, p. 35 - 36.


1423 - Giovanni Ventimiglia di Geraci nominato Grande Ammiraglio del Regno di Sicilia




Deinde lo Magnifico Artali Conti di Luna Admiraglo di la Insula di Sicilia , fo fattu Retturi et Gubernaturi di tutta la Costa di Malfi per anni X. essendo cuntati, e numerati tutti li Universitati di la ditta Costa di Malfi . In quistu tempu supravinni la pesti in Napoli et in tri jorni in lo misi di Decembru, anno prima Indictionis [1422] fo morto di pesti lo ditto Conti Artali in la ditta Gitati di Napuli, di la quali morti lo dicto Re Alfonsu ni appi gran dolu  e displachiri. 

Et di poi che fo morto lo ditto Conti Artali, lo dittu Re Alfonsu creau Amiraglo di lo Regno di Sicilia alo Magnifico Conti Johanni de Vintimigla Conti sichilianu; deinde sindi vinni in Sicilia lo ditto Conti Johanni 16. Madii prima indictionis [1423]. Et in fine mensis Aprilis incomenzau la pesti in la Gità di Cathania, e per la morti di lo Magnifico Messer Benardo Ingrapera, lu quali era Mastru Justitieri di lo Regnu di Sicilia, lo ditto Re fichi Mastro Justizeri di lo ditto Regno di Sicilia alo Magnifìcu Misser Johanni di Moncata in la Gità di Napuli.1

1423 maggio 21, Messina.

I maestri calafati Nardo Budaro e Basilio de Romania s'impegnano con Andrea De Castris a recarsi per lavoro a Gioia in Calabria e, quando lì avranno finito, a recarsi presso il conte di Geraci e a stare al suo servizio, facendo tutti i lavori che saranno da lui richiesti. Avranno vitto e alloggio gratis ed Andrea s'impegna a provvedere al viaggio da Messina alle località della Calabria e a dare loro il salario di 2 tarì al giorno.2



1. Fragmentum Siculae Historiae, in Ludovico Antonio MuratoriRerum Italicarum scriptores, Milano: Typographia Sociatatis Palatinae in Regia Curia, 1738, 24., col. 1093.
2.  Archivio di Stato di MESSINA Notarile (F70000) "R.Tommaso Andriolo A.1416-1418 Vol. 2" (AT2) UD36001145



La celeberrima disfida - nel 1430 - del conte Giovanni I Ventimiglia al conte Federico d'Aragona nella memoria del Don Quijote di Cervantes e negli Annali del Zurita

Nel capitolo 51. della prima parte del capolavoro della letteratura ispanica il Cervantes accenna a tre duellanti, conosciuti per antonomasia per lor singolari tenzoni. Uno di questi duellanti è tale Luna:

"[...] había muerto más moros que tiene Marruecos y Túnez, y entrado en más singulares desafíos, segun el decía, que Gante y Luna, Diego Garcia de Paredes y otro mil que nombraba".

Il grande filologo romanzo Martin de Riquer - nel 1965 - nella sua prolusione d'ingresso alla Real Academia Española, identificò, con ricchezza di dettagli, il Luna con il conte Federico di Luna, figlio illegittimo di Martino I d'Aragona re di Sicilia, protagonista di una nota tenzone cavalleresca con il conte Giovanni, allora viceré di Sicilia.
Gran parte del capitolo 13. degli Annali del Zurita sono dedicati agli intrighi e ribellione del conte Federico d'Aragona, che millanta l'appoggio dei Ventimiglia per cercare di impadronirsi della corona siciliana. Cosa che provoca una carta de desafio del conte Giovanni, inviata tramite Aragon, Rey de Armas, ossia un araldo reale. Pubblichiamo un estratto in lingua originale:

"Causa de una sospecha que del conde de Luna se tuvo.  En el mismo tiempo fueron por orden del conde a Castilla Hernando de Veintemilla hijo de Juan de Veintemilla conde de Girachi: y era el mayor recelo que se tenía dél, aunque no se publicaba tanto la inteligencia que tenía con diversas personas en Sicilia y que procuraba de embarazar el servicio que el rey esperaba de las cortes, fundándose en que el rey movía la guerra muy injustamente contra el seguro que habían dado los estados de sus reinos.  

Dio causa a esta sospecha porque desde que se partieron de Sigüenza los infantes don Enrique y don Pedro cuando el rey volvió a Aragón toda la gente se le fue despidiendo, que no le quedaron mil y quinientos de caballo cuando había deliberado de dar la batalla al rey de Castilla; y entonces viendo la determinación del rey todos le protestaron que no la diese y no halló quien le quisiese seguir tan declaradamente que no pudo ejecutar su propósito hasta que el rey de Castilla fue partido.  
 [...]
Deliberación del rey [de Aragón].  Viendo entonces el rey que la gente se le comenzaba a derramar deliberó de tener ciertos a su sueldo mil y cuatrocientos de caballo y dos mil peones; y con esto entró la segunda vez, cuando se ganaron algunos castillos de la frontera.  
  
El rey [de Aragón] se quedaba sin gente de guerra.  Y habiendo deliberado de pasar adelante a Soria y entrar por Castilla todos se le fueron despidiendo, de manera que no pudo alargarse más; y cuando tornó a su reino no se halló con setecientos de caballo y con quinientos peones, y éstos luego se fueron que no quedó sino con sola la caballería; y cuando tornó a Navarra apenas halló quien le quisiese seguir. Por esta causa hubo de dejar la empresa de Alfaro que estuvo en punto 
de haberse, y se volvió a su reino.  
[...]
Que el rey de Castilla procedió contra el rey de Navarra y contra el infante don Enrique a privación de los estados que tenían en aquel reino; y de las condiciones que el conde de Luna pidió al rey para reducirse a su obediencia. 
 [...]
Los estados del rey de Navarra y de su hermano se reparten en Castilla.  Después de haber tratado Galcerán de Requeséns con el conde de Luna para asegurarle en el servicio del rey si fuera posible, no teniendo fin de reducirse según después pareció, sino esperando ocasión para declarar su rebelión pidió algunas cosas por vía de concordia; y con aquella resolución volvió al rey 
Galcerán de Requeséns y envió el conde con él un caballero del reino de Valencia de quien hacía muy gran confianza que se decía Mateo Pujades.  
La Torre dei Ventimiglia e, in basso a destra, il Castello di Gangi, assegnati nel 1452 dal marchese Giovanni al figlio secondogenito Ferdinando Ventimiglia, in occasione del matrimonio con la cognata Castellana Perapertusa.
  
Condiciones que pedía el conde de Luna al rey [de Aragón].  Estos caballeros traían cédula escrita de mano del conde, y por ella pidía seguridad para sí y para los suyos que la quisiesen por la mayor firmeza que pudiese ser, declarando que su intención era que no pudiese ser forzado a ir delante del rey sino de su voluntad. Quería que el rey diese orden que los parientes y amigos de la condesa su mujer del principado de Cataluña (sin que se declarase que lo pidía él) le asegurasen; y con esto también pidía que el rey le diese la isla de Ibiza, y si no la pudiese enajenar se le encomendase o se le diese Peñíscola; y para esto ofrecía de dar seguridades de castillos o de lo que el rey ordenase.  

Pidía también que ninguno se entremetiese en el hecho de doña Valentina de Mur su cuñada, considerando que tenía marido y no debía ser por aquel camino infamada; y el matrimonio era que el conde había procurado que casase con don Hernando de Veintemilla hijo mayor del conde de Girachi teniendo en su poder los hijos del conde de Girachi; aunque se entendió después que fue aquello fabricado por el conde de Luna con poderes falsos que se presentaron en nombre de don Hernando de Veintemilla.  

En lo que tocaba a las tenencias de los castillos del conde de donde se recelaba que podía resultar algún daño en deservicio del rey, decía que sería contento que los alcaides que entonces los tenían hiciesen la seguridad que el rey quisiese, guardando el rey lo que fuese prometido; y no se lo cumpliendo, los alcaides guardasen la fidelidad al conde y fuesen obligados de entregar al rey 
los castillos cuando quiera que la corte de Cataluña declarase que él faltaba contra su fe; y de otra manera quedasen obligados por el homenaje al conde y faltando el rey quedasen libres.  
  
Lo que el rey [de Aragón] otorgaba al conde de Luna. Vino el rey en otorgar todo esto tan cumplidamente como el conde lo pidía, excepto que en lo que tocaba a la isla de Ibiza en su lugar se le diese el castillo y villa de Colibre por todo el mes de enero deste año para habitación suya continua o por el tiempo que quisiese; y que se le hiciesen los homenajes de guardarle fidelidad de la misma suerte que al rey.  
 [...]
Con la reina de Nápoles se confederó el conde de Luna.  No podía pensar el rey que se moviese el conde tan livianamente como ello fue, sino con orden y gran favor del rey de Castilla que por consejo del condestable tuvo secreta confederación con la reina de Nápoles por el medio del gran senescal. Y túvose mucha sospecha que hubiese algún movimiento por esta causa en Sicilia; y 
como en esta sazón fue el rey avisado que don Hernando y don Juan de Veintemilla hijos del conde de Girachi eran idos al conde de Luna y se decía que fueron detenidos por él y los llevaba engañados para seguir su mal propósito, habiendo ofrecido de darlos en rehenes al rey de Castilla y que era uno de los que se entendían con el rey de Castilla y con el conde para en todas cosas de Sicilia, don Hernando de Veintemilla, y ofrecía que por su medio y del conde su padre se reduciría aquel reino a recibir al conde por su rey, proveyó el rey que fuese a Sicilia Pedro de Ferreras y con él se dio aviso de lo que acá pasaba a los visorreyes para que en caso que allá aportasen o el conde de Luna o los hijos del conde de Girachi.  
  
Orden en los castillos de Sicilia.  Dióse orden que todos los castillos y fuerzas que estuviesen en Sicilia en poder de caballeros y alcaides del reino de Castilla o de otros sospechosos se pusiesen en guarda y tenencia de personas de confianza, declarándose que esto no se entendía en los castillos que tenía el maestre justicier de aquel reino y otro caballero castellano llamado Gutierre 
de Nava. Y proveyóse entonces que el marqués de Oristán enviase a Sicilia a Salvador Cubello su hermano con docientos de caballo.  
[...]
Lo que con parecer del [rey] de Navarra respondió el rey [de Aragón] al de Portugal.  Después de haber el rey consultado y deliberado sobre ello con los de su consejo, avisó al rey de Navarra que a él y a los de su consejo parecía que se debía dar lugar a que cesase la guerra por todo el mes de marzo; y encargóle que le escribiese lo que le parecía. Esto fue el segundo día del mes de enero; y dentro de tres días se dio al embajador la respuesta; y fue que al rey y al rey de Navarra su hermano placía de dar y otorgar tregua al rey de Castilla y a sus tierras y vasallos, otorgándola el rey de Castilla a ellos y a sus reinos y dando bastante seguridad de no permitir que se hiciese alguna novedad en lo que tocaba a las personas y bienes de la reina su madre ni de los infantes sus hermanos ni de los que estaban con ellos ni a sus tierras y vasallos, y que durase la tregua hasta por todo el mes de marzo deste año.  
 [...]
De la vana y desatinada recuesta que don Fadrique de Aragón, que fue conde de Luna, hizo al rey. Poca prudencia de don Fadrique de Aragón.  Así como pareció a todos amigos y enemigos auto de muy valeroso caballero lo que hizo Ramón de Perellós en responder al conde de Benavente de la manera que lo hizo, así se tuvo por cosa vana y de gran desatino la recuesta que don Fadrique de Aragón hizo al rey. Porque antes desto, estando don Fadrique en Agreda por capitán general de aquella frontera, a 8 del mes de junio, para declarar más su rebelión envió no solamente a desafiar a don Juan de Veintemilla conde de Girachi (a quien el rey había hecho visorrey y almirante del reino de Sicilia) pero al mismo rey.  
  
Rematado atrevimiento de don Fadrique de Aragón. Agreda, fuerza principal de Castilla.  Puesto que su rebelión pasó tan adelante que él se fue quitando la esperanza de su remedio no estaban las cosas sin alguna confianza que concertándose los reyes fuese restituido en su estado si los infantes don Enrique y don Pedro cobrasen los suyos. Pero como él en su rebelión había llegado a lo postrero de su atrevimiento, visto que se tenía entera noticia de sus inteligencias y tratos que había movido no solamente en Castilla pero en Sicilia, como el que llegó a lo profundo de su condenación, no se contentando de haberse puesto en la villa de Agreda (que era la más principal fuerza que el rey de Castilla tenía en aquella frontera y más opuesta a lo de Aragón) y hacer de allí guerra como frontero la más cruel que podía, teniendo él tanta naturaleza en la casa real de Aragón, olvidándose de sí mismo, fue más descubriendo sus cosas porque no se pusiese duda ninguna que el rey no se hubiese movido en su causa muy justamente y que no fuesen más hondas las raíces de su rebelión de lo que se pensaba, y él mismo diese el mayor testimonio de sus culpas; y hubo esta ocasión."  


Nel 1451 il consuocero di Giovanni Ventimiglia, Giovanni Catellar de Perapertusa, dovette sostenere una lite con il fisco, che lo obbligò a restituire al demanio regio la baronia di Mussomeli, costituita da ventinove feudi. Dopo aver perso la lite, però, Giovanni di Perapertusa ottenne da re Alfonso l'autorizzazione a poter riscattare la baronia, dietro corresponsione di 16.000 fiorini, di cui una parte in contanti e una parte dilazionata in rate.
Ma, sempre nel 1451, non potendo pagare quanto pattuito, fu costretto a vendere la terra a Federico Ventimiglia. 
Sembra che Mussomeli fu recuperata dal Castellar negli anni a seguire, probabilmente grazie al matrimonio della figlia con Fernando Ventimiglia. Infatti, Giovanni Castellar di Perapertusa, barone di Favara, si obbliga il 18 febbraio 1460 di pagar, entro otto anni, ottomila fiorini a Giovanni Ventimiglia, marchese di Geraci, impegnando a garanzia  i suoi beni mobili e immobili cioè la terra e il castello di Mussomeli.1 
Nel 1467 Pietro Del Campo, altro genero di Giovanni Castellar, riscattò i territori che erano stati del suocero per la somma di 37.245 fiorini.

1. Archivio di Stato di Palermo, Diplomatico, Pergamene Trabia, perg. PT009


Ammiraglio del Regno di Sicilia

1431 gennaio 24, Trapani. 

Il nobile Antonio Fardella, Viceammiraglio di Trapani, agendo per conto di Giovanni da Ventimiglia, Ammiraglio del Regno di Sicilia, protesta formalmente contro i nobili trapanesi Giovanni de Ferro, Americo Tallada, Pietro Corso e Guglielmo de Crapanzano, giurati per il presente anno, in merito alla emanazione di un bando con il quale i giurati invitavano i marinai di Trapani a continuare a ricorrere nei tribunali della curia cittadina, secondo l'uso consolidato, contravvenendo alle disposizioni di re Alfonso che aveva concesso all'ammiraglio ed al suo vice la giurisdizione civile e criminale su tutti i marinai - e richiede che il detto bando venga revocato. 
Archivio di Stato di Trapani, Fondo notarile, Not. Giovanni Scanatello, c. 35.



Giovanni I Ventimiglia, Governatore del Regno di Sicilia Citra Farum/Napoli, Vicegerente del Principato di Capua

1435 dicembre 21, Capua.

I canonici e il capitolo della cattedrale dell'Arcivescovado di Capua, consegnano al "Magnificum Dominum Donnum Ioannem deVigintimiliis militem comitem Geracii, regni Siciliae Ultra Farum Ammiratum et Citra Regnum Gubernatorem, ac praefatae civitatis Capuae suique districtus Vicegerentem" once d'oro 41 e tarì 20 per le spese militari inerenti la difesa della fortezza di Capua.1
Il documento che riproduciamo - tratto dall'Archivio episcopale di Capua - assume il massimo rilievo, poiché sottolinea il ruolo primario - come Governatore del Regno di Sicilia/Napoli - assunto dal Ventimiglia alla morte della regina Giovanna II d'Angiò, in qualità di successore dello stesso re Alfonso V il Magnanimo, Governatore Generale del Regno di Napoli durante la vita della sovrana, colei che lo aveva adottato e designato alla successione. 
L'istrumento capuano - anch'esso completamente assente dalle moderne sillogi storiografiche sui Ventimiglia - suffraga e precisa l'iscrizione tombale del marchese Giovanni I - probabilmente dettata dall'umanista Lucio Marineo - in cui si fa cenno al viceregno napoletano del Ventimiglia. La figura del Governatore catalano-aragonese, infatti, è assimilabile nelle funzioni a quella di un viceré.
In particolare il Governatore fungeva da giudice ordinario e delle appellazioni del Regno, con poteri politici che si estendevano all'amministrazione militare e alla gestione dei rapporti della Monarchia con le autorità rappresentative locali, con particolare competenza nell'imposizione dei donativi necessari al funzionamento della macchina amminitrativa e bellica.
La serie di incarichi di assoluta responsabilità e preminenza assolti onorevolmente dal Conte-Marchese di Geraci, all'interno dell'impero mediterraneo dei Trastàmara, può spiegare l'enorme prestigio accumulato dal Ventimiglia nei decenni di prezioso e fedele servizio. Sino alla dominante influenza nel Regno di Napoli che gli ambasciatori del Duca di Milano attribuirono a Giovanni, allorquando Ferrante I e la regina solevano veder le cose e interpretar la politica con gli occhi del Ventimiglia:

«lo re et la regina non vinano per altro ogio che per quello de lo conte Janni, et in vero… ogni omo dice che lo conte Janni è re et regina".2 






1. Il documento è estratto da Giuseppe Cappelletti, Le chiese d'Italia, dalla loro origine ai nostri giorni, Venezia: Editore Giuseppe Antonelli, 1866, 20., p. 96 -97.
2. Dispacci sforzeschi da Napoli, a cura di Francesco Storti, Salerno: CAR, 1998, 4., 1 gennaio - 26 dicembre 1461, p. 346.




Il titolo di Marchese di Geraci


Riportiamo il documento in cui, per la prima volta - nell'aprile 1436 - è riferito a Giovanni I Ventimiglia il titolo di Marchese di Geraci, concessogli nei mesi precedeti in Gaeta.1 Alla morte della regina Giovanna II d'Angiò, Alfonso V Trastamara, il Magnanimo, invia il conte Giovanni Ventimiglia nel Napoletano, alla conquista del regno. Il Ventimiglia - in qualità di Governatore del Regno di Sicilia/Napoli2 - batte le truppe del condottiero angioino Giacomo Caldora a Gioia del Colle, Turi e occupa la Torre di Francolise. Poi conquista l'importante fortezza di Capua. 

Incoraggiato da questi successi il sovrano aragonese organizza la spedizione navale per conquistare Gaeta, ma il 25 agosto del 1435 l'intervento della flotta genovese, presso l'isola di Ponza, tramuta l'iniziale successo  in una débacle clamorosa: re Alfonso è catturato insieme ai fratelli Giovanni re di Navarra e Enrico, Gran Maestro dell'Ordine di Santiago. Insieme a loro cadono prigionieri dei Genovesi i figli del conte di Geraci; Antonio, Ferdinando e Giovanni. 


Liberati i fratelli Trastamara e, successivamente, i Ventimiglia - per intervento di Filippo Maria Visconti duca di Milano - Pietro d' Aragona - il quarto fratello viceré e luogotenente generale di Sicilia - parte dalla Sicilia con la flotta per prelevare i congiunti in Portovenere. Una tempesta spinge la flotta siciliana nel porto di Gaeta, dove finalmente l'infante Pietro riesce a conquistare la fortezza, si installa nella piazzaforte e fa proseguire parte dell'armata per recuperare i fratelli. 


Nel febbraio del 1436, re Alfonso giunge in Gaeta e organizza la spedizione per l'assedio di Napoli. Giovanni I Ventimiglia conquista Sarno e pone l'assedio a Castellamare di Stabia, continuando a difendere Capua dagli assalti del Caldora. Nello stesso mese il conte Giovanni riceve dal sovrano, in allodio esente da tasse, la gabella degli zuccherifici di Palermo, che va ad aggiungersi ai duemila ducati annui di rendita già promessigli sulla dogana di Napoli. 


1436 aprile 11, Gaeta.

Pietro, infante d'Aragona e Sicilia e duca di Noto, nomina il fratello Giovanni, re di Navarra, suo procuratore per rappresentarlo nelle trattative di pace con il cugino Giovanni re di Castiglia e Leon. Giovanni I Ventimiglia, marchese di Geraci, interviene come primo testimone. [Detta procura è in funzione del patto matrimoniale – a suggello della pace - tra Enrico di Castiglia, principe delle Asturie, e Caterina infanta di Navarra. Alla sposa dovranno andare in dote – da parte del suocero, il sovrano castigliano - 50.000 fiorini d'oro aragonesi, altri 150.000 fiorini in dieci anni e la signoria delle città di Medina del Campo, Aranda de Duero, Roa, Olmedo e Quoqua, oltre al Marchesato di Villena, comprendente la città di Chinchiella e altri luoghi. Al consuocero re di Navarra il re di Castiglia dovrà una rendita annua di 31.500 fiorini d'oro, oltre a rendite annue di 15.000 fiorini alla regina di Navarra, 6.000 a Carlo, infante di Navarra, 5.000 a Pietro, infante d'Aragona e Sicilia.].

Pamplona, Archivio Municipal, caja 1 – 2, doc. 207 inserto.

Documentación medieval del Archivo Municipal de Pamplona (1357-1512), a cura di Ricardo Cierbide, Emiliana Ramos, Donostia : Eusko Ikaskuntza, 2000, 2., p. 217 – 219.

Manifiesta cosa sea a todos los que la present veran e oyran como nos don Pedro, Jnfante d’Aragon e de Sicilia e Duch de Noto, considerantes que en las cosas deyuso escriptas nos buenament no podemos personalmente entender e aquellas ser tales que otras njngunas personas non las podemos mas fiablemente encomendar que a vos, el muy jllustre principe don Johan, por la gracia de Dios Rey de Nauarra, Jnfant d’Aragon et de Sicilia, nuestro muy caro e muy amado senyor e hermano, el quoal entre las personas deste mundo singularmente amamos, preciamos e del quoal avemos muy especial confiança.

Por tanto a vos, dicho senyor don Johan, Rey de Nauarra, absent, suplicamos que el cargo desta nuestra procuracion querades prender e de buen grado la carta de aquella acçeptar e seer procurador nuestro, cierto, especial, e a las cosas deyuso escriptas general, segunt que por thenor de la present vos fazemos, constituymos, creamos e ordenamos. Convien assaber, pora que por nos et en nombre nuestro podades tractar, praticar, apuntar, concludir, capitular, prometer, pactar, convenir, acçeptar, firmar, ratifficar e confirmar e de nuevo otorgar, jurar e votar pazes, treguas, ligas o alianças, jntelligencias, consideraciones e otros quoalesquiere pactos, avinencias e convenciones, fechas e fazederas por part del serenissimo e jllustrisimo senyor Rey d’Aragon, nuestro muy caro et muy amado reverent hermano senyor, e segunt la forma de aquellas, las quoales prometiedes obseruar por nos e en nombre nuestro et que nos obseruaremos aquellas tanto quoanto seran obseruadas por el dicho senyor Rey d’Aragon, nuestro reverent hermano, siempre seyendo nos conformes a su volundat e mandamjento, con el muy excelent Rey de Castilla, nuestro muy caro primo, por si e por sus regnos, subditos e vassallos e naturalles e otros quoalesquiere magnantes, duques, condes e otros varones e personas d’estado en el dicho regno de Castilla, con quien el dicho Rey de Castilla, nuestro primo, querra, exceptado sea Gutierr de Soto e los secaces de aquell, los quoales fueron en la capcion de nuestra persona, et segunt los capitoles, pactos, aviniencias, promissiones, composiciones, calidades, condiciones, juramentos, votos, pleitos, homenages e jmposiciones de quoalesquiere penas spirituales, pecunjarias e temporales, clausulas, obligaciones, seguredades, renunciaciones, e [serie] de paraulas, quoantoquiere fuertes, rigidas, amplas e graues que vos poredes con aqueill o aquellos concordar con cartas e jnstrumentos e otras escripturas auttenticas e aquellas ende requerir e mandar seer fechas, espachadas en manera auttentica e las cosas por ende concluydas e firmadas, pactadas, convenidas e juradas, segunt dicho es, complir, seruar, proueyr, mandar e fazer seer executadas, obseruadas, complidas e a effecto deduzidas podades. 

Otrossi uno o muchos procuradores a las dichas cosas o quoalquiere dellas substituyr no res menos vos damos potestat que podades por vos o vuestros substituydos recebir, auer e tener en nuestro nombre possession de todas e quoalesquiere villas, tierras e castillos e de otras rendas nuestras que fuessen libradas e rendudas a nos por el dicho Rey de Castilla o otras personas por vigor de la dicha paz e aun de otras tierras, por la muy excelente senyora Reyna Dona Elionor, de gloriosa memoria, nuestra muy cara e muy amada reuerent madre senyora, a nos dexadas et en aquellas e quoalquiere dellas ordenar, poner e jnstituyr alcaldes e otros quoalesquiere officiales a nuestro beneplacito e de aquellos e de quoalquiere dellos tomar e recebir sagrament e homenage, a usso e costumbre d’Espanya, segunt que a vos sera meior visto. 

E aun mas podades demandar, recebir e cobrar por nos e en nombre nuestro quoalesquiere quantidades de pecunnjas e bienes mobles, tanto del tiempo passado quoanto del advenjdero, assi por razon de las mercedes nuestras en Castilla como otras quoalesquiere razones por el dicho Rey de Castilla o por otras quoalesquiere personas e uniuersidades que a nos sean o seran dexadas e de la reçepcion de aquellas fer fazer e atorgar por nos e en nombre nuestro, quoalesquiere apocas, quitanças, absoluciones, difinjciones e otras seguredades, segunt que a vos, dicho senyor Rey de Nauarra sera bien visto e generalmente en e cerqua todas las dichas cosas e quoalquiere dellas, con sus dependencias e emergençias, podades dezir, atorgar, firmar e fazer mandar e procurar en nombre nuestro e por nos que nos por ende porriamos personalmente constituydos aunque fuessen tales que de drecho o de fecho requiriessen especial mandamjento, aunque fuessen mayores de las cosas sobredichas et sin las quoales las dichas cosas o alguna dellas non pudiessen seer deduzidas a plenero effecto, que nos a vos, dicho senyor don Johan, Rey de Nauarra, e a los por vos segunt dicho es substituydores en aquesto e sobre las dependientes, emergentes e anexas de aquellas e en e sobre aquellos e cada una dellas vos damos e encomendamos todo nuestro poder con libera e general adminjstracion e plenissima facultat, metiendo vos de todo en todo en lugar nuestro.

 Prometientes, en nuestra buena fe jurantes e votantes a Dios, e a esta senyal de cruz [+] e a los sanctos quoatro Evangelios, por nuestra mano drecha corporalmente tocados e fazemos pleyto e homenage de manos e de boca en poder del secretario e notario deyuso scripto como a publica e auttentica persona, por nos e todos aquellos de quien sea o seyer pueda jnteres, stipulante e acçeptante aver por firmes, ratas, gratas e valederas e jnviolablement obseruar e complir, goardar e fazer seer complidas, seruadas e goardadas, quoalesquiere cosas que por vos, el dicho senyor don Johan, Rey de Nauarra, e los substituydores por vos a las dichas cosas e a cada una dellas en nombre nuestro por vos seran prometidas, attorgadas, acceptadas, ratifficadas e confirmadas, loadas, aprouadas, juradas, votadas, recebidas, avidas, tenidas, ordenadas, jnstituydas, demandadas, cobradas, fechas e atorgadas e non las reuocar nj aquellas contradizir, dyus obligacion de todas nuestra persona e bienes doqujere que sean o sten, quoantoquiere que fueren privilegiado (sic).

Dado e fecho fue aquesto en la ciudat de Gayeta, a onze dias del mes de Abril, en el anyo de la natividat de nuestro Senyor Mil Quoatrozientos Trenta Seys.

Senyal de nos don Pedro, Jnfant d’Aragon e de Sicilia e duch de Noto, quj las dichas cosas attorgamos, juramos, votamos e firmamos e a este publico jnstrumento mandamos ser puesto nuestro siello en pendient. Jnfant Pedro.

Testimonjos fueron presentes, clamados e rogados a las dichas cosas los magnifficos e expectables don Johan de Vintemilia, marques de Gerach[j], Almirall del Reyno de Sicilia, dalla de Faro, mossen Remon de Perillos, conde camarlench en este Reyno de Sicilia, e don Gilabert de Centellas, conde de Golisano, camarlench e conselleros del dicho serenissimo e jllustrissimo senyor Rey d’Aragon.

Signo de mj Bertholome Roiz, secretario del muy jllustre senyor don Pedro d’Aragon e de Sicilia, Jnfante suso dicho, e por auttoridat apostolica en quoalquiere lugar e del muy alto principe e jllustrissimo senyor, el senyor Rey d’Aragon, por todos sus regnos e senyoria, publico notario, quj a todas las sobredichas cosas present fue e aquellas recebj et de mj mano scriuj e por mandamjento del dicho muy jllustre senyor Jnfante cerre.


1. Orazio Cancila, I Ventimiglia di Geraci (1258-1619), 1., p. 130-131,"Il privilegio a favore del Ventimiglia, che comprendeva anche l’esercizio della giurisdizione civile e penale, fu emanato a Gaeta qualche giorno dopo, il 20 febbraio, e fu reso esecutivo a Palermo il 10 giugno successivo. L’interesse del documento va ben oltre il suo oggetto, ossia la concessione della gabella delle cannamele, che a quel tempo, stando a Gian Luca Barberi, fruttava ben 700 onze l’anno123: esso, infatti, ci consente di determinare con esattezza l’anno della concessione del titolo di marchese, che è ben più importante e che è alquanto controverso dato che il diploma originale è andato perduto nel 1485, quando le truppe viceregie posero a sacco il marchesato e ne distrussero gli archivi. Al momento della concessione del privilegio della gabella delle cannamele, nel febbraio 1436, Giovanni Ventimiglia era chiamato conte di Geraci e ammiraglio di Sicilia, mentre quattro mesi dopo(giugno 1436), all’atto della esecutoria del provvedimento, era indicato come marchese di Geraci124. Un documento dell’archivio municipale di Pamplona, pubblicato a cura di Ricardo Cierbide ed Emiliana Ramos e riportato recentemente da Carlo Fisber Polizzi su lsito del Centro Studi Ventimigliani, ci consente ora di potere affermare che la concessione del titolo di marchese avvenne esattamente tra fine febbraio e fine marzo 1436: il 2 aprile successivo Giovanni Ventimiglia fece infatti a Gaeta da teste in un atto notarile come «don Johan de Vintemilia, marques de Gerach[j], Almirall del Reyno de Sicilia dallà de Faro»" 

2. José Ametller y Vinias, Alfonso V de Aragon en Italia y la crisis religiosa del siglo XV, a cura di Jayme Collell, Gerona: Imprenta y Libreria de P. Torres, 1903, 1., p. 442.



1436 agosto 25, Gaeta.

Accordo matrimoniale tra Ramondetta, figlia del marchese Giovanni Ventimiglia, e Carlo Tocco, despota di Arta e Leocadia, conte palatino di Cefalonia, con il quale il marchese riconosce allo sposo della figlia la dote di 1400 once d'oro, delle quali mille in moneta e quattrocento in gioielli.
Notaio Giacomo d'Arrugulino.








Giovanni testimone alla nomina del procuratore che rappresenterà Raimondo Orsini nel matrimonio con Leonora de Urgel, nel ricordo di Giovanni Antonio Summonte

1437 dicembre 25, Somma Vesuviana.




































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1437 settembre 12, 








1437 dicembre 27, Somma Vesuviana.


 Si confermò la stipula della suddetta pace tra Aragona e Castiglia, e anche in questa occasione il ruolo del marchese Giovanni I Ventimiglia fu di primissimo piano. Re Alfonso V d'Aragona e l'infante Pietro giurarono - tre volte - attraverso le mani  del Ventimiglia    -  " en su poder " ovvero come procuratore - sui Vangeli e con voto solenne alla santa Casa di Gerusalemme, ad esecuzione dei capitoli del trattato. E lo stesso marchese fu posto al primo posto dei testimoni, grandi di Aragona, Sicilia e Navarra, chiamati a solennizzare e validare l'accordo.1 Anche questo documento è pressoché ignorato dalla storiografia ventimigliana. 



1. Fernan Perez de Guzman, Cronica del senor Rey Don Juan, segundo de este nombre en Castilla y Leon, a cura di Lorenzo Galindez de Carvajal, Valencia: Imprenta de Benito Monfort, 1779, p. 381 - 383.

http://books.google.it/books?id=mO5FAAAAcAAJ&pg


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Giovanni I di Ventimiglia, marchese di Geraci, viceré e luogotenente generale di Terra di Bari, Puglia e Calabrie, Capitano Generale del Regno di Sicilia e della Marca d'Ancona.

(Archivio della Corona d'Aragona, Serie Neapolis della Cancelleria di Alfonso V il Magnanimo)
 I REGISTRI PRIVILEGIORUM
DI ALFONSO IL MAGNANIMO
DELLA SERIE NEAPOLIS DELL’ARCHIVIO
DELLA CORONA D’ARAGONA
a cura di CARLOS LÓPEZ RODRÍGUEZ E STEFANO PALMIERI,
Napoli 2018.

1441 gennaio 6, Benevento.
Alfonso I allo stesso modo e nella stessa forma nomina il milite Giovanni Ventimiglia, marchese di Geraci, luogotenente in ambedue le province di Calabria.
Ivi, f. 66r.

1441 luglio 22, nell’accampamento regio presso il bosco di Cervaro.
Alfonso I nomina Giovanni Ventimiglia, marchese di Geraci, luogotenente generale, con pieni poteri civili e militari, giurisdizione civile e criminale alta e bassa, in tutta la provincia di Puglia e Terra di Bari e gli affianca il tesoriere Tristano de Queralt.
Ivi, f. 143r-v.

1441 ottobre 11, nell’accampamento regio contro Pontecorvo.
Alfonso I conferma, approva e ratifica il contratto rogato in Barletta il 20 settembre del 144135 tra Antonio Maramaldo di Napoli e Andrea  de Truglio di Napoli, procuratori di Landolfo Maramaldo, vicerè e maestro portolano di Puglia, e Giovanni Ventimiglia, marchese di Geraci, concernente la tratta pattuita di frumento, orzo e legumi di 1700 ducati, alla ragione di 10 carlini per ogni ducato, che non era stato possibile rivendere a causa del divieto regio.
Ivi, ff. 181r-183r.

1442 ottobre 4, nell’accampamento regio presso Corfinio.
Alfonso I, su richiesta di Giovanni Ventimiglia, marchese di Geraci, concede al nobiluomo Angelo delli Conti di Trani, capitano di giustizia e guerra della terra di Foggia, la proroga di un anno nell’esercizio della carica, con diritto di mero e misto imperio e potestà di gladio.
Ivi, ff. 104v-105r.

1444 gennaio 25, Pozzuoli.
Alfonso I concede il regio assenso, conferma e ratifica i capitoli matrimoniali stipulati tra Margherita di Clermont e Antonio Ventimiglia  ammiraglio del Regno di Sicilia Ultra, figlio primogenito di Giovanni Ventimiglia, marchese di Geraci, con istrumento dato a Lecce il 9 gennaio 14437, nel quale Giovanni Antonio Orsini del Balzo, principe di Taranto e gran contestabile del Regno, zio materno di Margherita, assegna in dote, ponendo a garanzia il proprio patrimonio, 10.000 ducati, di cui 7400 in carlini d’argento, il restante in beni mobili per un valore di 2600 ducati, e Sancia di Chiaromonte, duchessa di Andria e contessa di Chiaromonte e Copertino, sorella di Margherita, che assegna in dote 4400 ducati in carlini d’argento e altri beni mobili descritti e stimati in once, impegnando a garanzia il patrimonio ubicato a Barletta, Trani e Lecce, mentre la stessa Margherita assicura il dotario di 3000 ducati in carlini d’argento e altri beni mobili.
Ivi, ff. 56r-62r.

1444 gennaio 25, Pozzuoli.
Alfonso I concede il regio assenso a Margherita di Clermont, moglie di Antonio Ventimiglia ammiraglio del Regno di Sicilia Ultra, riconoscendo la validità dell’istrumento di dotario stipulato con Giovanni Ventimiglia, marchese di Geraci, padre di Antonio, e il medesimo marito il 13 gennaio 1443 in Lecce11, con il quale i Ventimiglia si impegnavano per 5000 ducati di carlini d’argento, alla ragione di 5 tarì per ogni ducato, nei confronti di Margherita, ipotecando tutti i loro beni mobili e stabili, inclusi quelli feudali.
Ivi, ff. 34r-37v.

1445 settembre 15, nell’accampamento regio preso Garrufo.
Alfonso I nomina Giovanni Ventimiglia, marchese di Geraci, consigliere del Collaterale, capitano generale tanto nel Regno quanto nella Marca Anconetana.
Ivi, ff. 135v-136r



La "memorabile strage" di "Turchi", nel 1444 in Acarnania, ad opera del marchese Giovanni I Ventimiglia - modello del miles crociato, per tutti i principi e prelati d'Europa riuniti nella dieta di Mantova del 1459 -. Il racconto del grande umanista Enea Silvio Piccolomini, ovvero del pontefice Pio II.



















































La campagna del 1445 nelle Marche di Giovanni I Ventimiglia - "praestantissimo copiarum duce" degli eserciti di Alfonso V d'Aragona, Filippo Maria Visconti duca di Milano e della Chiesa -. Il ricordo delle imprese belliche del Ventimiglia - Capitano Generale della 'Lega Santa' - nel ricordo dell'umanista quattrocentesco Bartolomeo Facio, De rebus gestis ab Alphonso primo Neapolitanorum rege.


Il Duca di Milano, il Papa e il Re di Napoli stipularono un patto il 4 maggio 1445, trasformato il 30 luglio in "Lega Santa" per abbattere Francesco Sforza. Per Milano scese nell'agone il condottiero Taliano Furlano, per la Chiesa il cardinale Ludovico Scarampi e Giovanni Ventimiglia per il Regno delle Due Sicilie.
Francesco Sforza  nell'ottobre del 1445 guada il fiume Potenza e arriva a Fermo con parte della fanteria e pochi cavalli leggeri.  L’arrivo in ottobre, sul fiume Potenza, pur di Federico da Montefeltro persuade Giovanni Ventimiglia - che minacciava Fermo - a ritirarsi, prima a Ripatransone       - con trasferimento notturno - e poi al di là del Tronto. Lungo la marcia il Ventimiglia si sofferma a espugnare Montelparo e Santa Vittoria in Matenano e a saccheggiare i castelli di Pedaso e di Campofilone. 

Giovanni Ventimiglia - secondo la testimonianza del Facio - è il 'dux' unico e incontrastato sia delle truppe aragonesi sia di di quelle dell'alleato Filippo Maria Visconti, Duca di Milano, che combatte il troppo ambizioso genero Francesco Sforza, nonché delle stesse milizie papali.

Lo Sforza si sposta a Pausola, dove è raggiunto dal Montefeltro e dal fratello Alessandro; vi aspetta pure Matteo da Sant’Angelo con la fanteria. Durante la notte, il condottiero Furlano - che non ottiene dal Ventimiglia gli aiuti sperati  - si allontana da Civitanova Marche, che sta assediando, e si rifugia a Potenza Picena.

 La ribellione contro Francesco Sforza di Ascoli Piceno  - in cui giorni prima ha inviato 6000 ducati per il soldo delle milizie - e di Osimo, lo obbligano a cambiare strategia. Francesco Sforza si allontana dal campo, alla disperata ricerca di denaro per le sue truppe: il Ventimiglia riprende allora l’offensiva, raggiunge Ascoli Piceno     - dove si ammala - insieme al cardinale Scarampo e le truppe papaline, supera i monti Sibillini, tocca Norcia e punta su Fabriano. Si incammina quindi verso Matelica per unirsi con il condottiero Furlano nel territorio di Cingoli.

Giovanni Ventimiglia e l'esercito papale si collegano a Fabriano e lo Sforza deve abbreviere le linee di rifornimento; aumenta a 1500 cavalli e 500 fanti il presidio di Fermo e rafforza Jesi. Il Malatesta entra per trattato in Arcevia; lo Sforza scende presso il Chienti, ripassa per Pausola, si accampa sotto Montefano e muove in soccorso del castello di Arcevia. Sulle rive dell’Esino sa che il castellano si è arreso; cambia direzione, si porta a Jesi e da qui nell’Urbinate.


A novembre Giovanni si volge verso Montecchio/Treia, conquista a patti Monte Milone/Pollenza, dopo molti giorni di assedio. Sempre con il Furlano si volge verso Fermo ma trova le porte chiuse a Sant’Angelo in Pontano. Espugna e mette a sacco il borgo, che è quasi completamente distrutto. Poi soggioga Mogliano e San Severino Marche.

Lo Sforza se ne sta lontano nell’Urbinate. Ottiene numerosi castelli a spese del Malatesta -Fermignano, Acqualagna, Piandimeleto (messo a sacco), Monterone, San Sisto e Piole - che consegna al Montefeltro. Incomincia a nevicare. Francesco si leva dal campo e distribuisce la cavalleria nei quartieri invernali in Toscana e nelle parti meno montuose dei territori di Urbino e di Gubbio. Fermo si ribella al fratello Alessandro e Francesco cerca inutilmente di portargli soccorso. San Severino Marche - pur con una guarnigione sforzesca di 600 fanti - si ribella e ritorna al Ventimiglia e alle truppe pontifice.




Alla notizia della ribellione di Fermo, il Ventimiglia punta con decisione sulla città. Alessandro Sforza si rinchiude nella rocca del Girifalco; il Ventimiglia stabilisce di ripassare il confine e di accamparsi nel Regnum. Francesco Sforza perderà la Marca di Ancona, definitivamente, nel 1447. Francesco Sforza diverrà nel tempo grande amico e estimatore del Ventimiglia - che fu alleato (1448) e poi condottiero (1451) dello stesso quando divenne Duca di Milano -. Lo Sforza tra l'altro gli donò una preziosa armatura.
































































































Anche la versione in italiano del Facio sottolinea il comando unico della 'Lega Santa' affidato al Marchese di Geraci, reduce dalla mirabolante impresa di Acarniana:
























La notevole importanza dell'operazione di liberazione della Marca d'Ancona dall'occupazione di Francesco Sforza non è stata inquadrata nella storiografia ventimigliana, che non ha considerato i meriti - e soprattutto il ruolo - del capitano generale Giovanni I Ventimiglia, nominato da Eugenio IV e dagli altri sovrani della Lega Santa. 





Su questa lettura 'minimalista' e, per noi, inadeguata delle fonti si veda a esempio il  Cancila, Castelbuono medievale, p. 129:
"Ritornato in Italia, nel 1445 Giovanni combatté ancora per la triplice pontificio-milanese-napoletana contro lo Sforza e i suoi capitani (appoggiati da Firenze e Venezia) in Abruzzo, nelle Marche, in Umbria e ancora nelle Marche, dove – con l’appoggio talora delle truppe pontificie del patriarca di Aquileia – espugnò e mise a sacco diverse città. In particolare, bloccò l’avanzata in Abruzzo di Francesco Sforza, contrattaccando vittoriosamente il nemico."


Per un inquadramento generale delle vicende si vedano i seguenti brani.

Vincenzo Buonsignori, Storia della Repubblica di Siena, Siena: Tip. G. Landi, 1856, 2., p. 25 - 27:

"Col mezzo del Conte Francesco Sforza fu pure conclusa la pace fra il Duca di Milano, i Fiorentini ed i Veneziani. 
Papa Eugenio non ne fu contento, siccome non fu in quel trattato couvenuto che fosse a lui restituita la città di Bologna tenuta dal Piccinino per conto del Duca di Milano, per lo che si decise di lasciare il soggiorno di Firenze per tornarsene a Roma, tanto più che erasi riconciliato col popolo, per cui era deciso di tentare il ricupero delle Marche allora occupate dallo Sforza. 

Egli adunque il 10 di Marzo 1442 giunse in Siena con un seguito di ventiquattro Cardinali; il popolo lo accoglieva con giubbilo e rispetto, e prima di progredir oltre nel suo viaggio fermossi per ben sei mesi in Siena, nel qual tempo fu visitato da molti Principi, fra i quali da quelli di Mantova, d' Urbino e dal celebre Capitano Niccolò Piccinino, che vi giunse con numerosa scorta di fanti e cavalli, e fatta reverenza al Pontefice ed alla Signoria, dalla quale venne solennemente ricevuto, e con quella distinzione che meritava la di lui celebrità, se n' andò ai Bagni di Petriolo, e quindi tornossene a Siena: ma tutta quella soldatesca da cui era seguito, oltre ad essere incomoda ad una città nella quale il concorso era tanto straordinario per la permanenza del Pontefice, dava ancora sospetto che qualche cosa si meditasse a danno della città stessa; del che fattone parola al Piccinino con quella franchezza propria dei repubblicani, rispose con egual franchezza ch' egli anzi era ben affetto alla città di Siena, e così pronto a soccorrerla al bisogno, mai ad opprimerla, ma che per togliere ogni sospetto, egli ne sarebbe partito il dì seguente; infatti si diresse verso Perugia, ove dopo aver riunito l' esercito militò ai servigi del Papa contro Francesco Sforza nella Marca. 

In Siena frattanto si concludeva la lega fra il Papa, il Re Alfonso ed il Duca di Milano, per la quale il Papa stesso ricuperò la Marca di Ancona ed altri possessi, che in tante tortuose vicende aveva perdute [...]

In quel tempo le idee della moderazione e della concordia nell'interesse generale d'Italia soppiantavano i principj faziosi, e lo spirito guerriero e turbolento che aveva tanto agitato i popoli ed i governi, per cui fu intimato un congresso generale da tenersi in Siena, per meglio stabilire ed intendersi sopra una pace generale. 

Infatti nei mesi di Febbrajo e Marzo 1444 vi si trovarono gli Ambasciatori del Re di Napoli, della Repubblica di Venezia, del Duca di Milano, dei Fiorentini e di altri Principi e Governi, e celebrata nella Cattedrale la Messa dello Spirito Santo, e fatta per la citta solenne processione si riunirono quei rappresentanti a trattare la proposta pace; ma gl' ingordi appetiti di dominio da ognuno maliziosamente celati, le ambizioni dei potenti furono ostacolo insormontabile al bene che reclamava l'interesse d'Italia, per cui restarono infruttuose quelle conferenze che si disciolsero uel successivo mese di Maggio con grave rammarico de' buoni, che aveano da quelle sperato tanti stupendi resultati [...]

Lo Sforza battuto dai capitani di Papa Eugenio e d' Alfonso Re di Napoli avea perduto tutto quanto possedeva, e fu costretto nella ritirata a transitare per il dominio di Siena dopo di avere dimandato alla Signoria passo e vettovaglie per la sua gente.

 Infatti egli si contenne da amico, e la Repubblica mandò Ambasciatori a complimentarlo, e quindi passò in quel d' Urbino. Nuova guerra si preparava in Italia, poiché lo Sforza negando al Duca Filippo Maria di restituire la città di Cremona che riteneva per sicurezza della dote di Rianca Visconti di lui moglie, non ostante che gli offrisse il pagamento di 60,000 ducati smascherava la celata ambizione al sospettoso Duca che gli dichiarò la guerra. I Veneziani allora si mossero contro il Duca per soccorrer lo Sforza. 

Il Duca dal canto suo trovandosi inferiore ai suoi nemici dimandò soccorso ad Alfonso Re di Napoli, il quale si mosse coli' esercito in persona ad attaccare i Fiorentini collegati coi Veneziani per obbligarli a richiamar le lor forze che aveano in Lombardia.

Al tempo stesso il Papa dimandava di partecipare a quella lega, e spedi a Siena il Cardinal Patriarca di Aquilea onde istigare la Repubblica ad unirsi in quella guerra. Mentre tutto questo si trattava, il Pontefice Eugenio moriva, ed il Re di Napoli che allora trovavasi coli'esercito a Tivoli si arrestò sotto colore di occuparsi della sicurezza di Roma, ma in realtà per esercitare maggiore influenza nel Conclave, e meglio conoscere le disposizioni del futuro Pontefice e quelle degli altri Governi e Principi d'Italia. 

Lo Sforza intanto manteneva segrete, corrispondenze col suo suocero Duca di Milano, il quale da una parte avrebbe voluto seco lui riconciliarsi per togliere ai Veneziani il di lui ausilio, dall' altra incominciava ad esser geloso della sua potenza, ed avrebbe voluto perderlo. Ai Veneziani non sfuggivano tali disposizioni, ed ordinarono al loro generale Michele Antendalo da Cotignola di occupar Cremona, ma il Luogotenente che la teneva per lo Sforza seppe serbarla, sventando il tradimento, e mantenendo la popolazione nella fede. Tale era lo stato delle cose quando fu eletto al Pontificato Niccolò V."


1448 giugno 16, Castelbuono

Il marchese Giovanni I Ventimiglia dona i proventi delle gabelle della dogana di Castelbuono al locale Convento di S. Francesco, in atti del notaio ser Giovanni de Amiata: 

Pietro Ridolfi, Historiarum seraphicae religionis libri tres seriem temporum continentes..., Venezia: apud Franciscum de Franciscis Senesem, 1586, p. 281.


1454 novembre, Gaeta. 

Il conte-marchese di Geraci riceve gli ambasciatori della Lega Italica e di Francesco Sforza, dopo aver ratificato la Pace di Lodi, il precedente 9 aprile

Riportiamo un brano dalle missive sforzesche, risalente al 22 aprile 1455, in cui si elencano le spese sostenute dagli ambasciatori del Duca di Milano, nel lungo viaggio diplomatico iniziato in settembre 1454, al fine di consolidare l'importante trattato di Lodi. Tra queste sono ricordate le spese sostenute dagli sforzeschi per i trombettieri di Giovanni I Ventimiglia che li accolsero a Gaeta (Archivio di Stato di Milano, Archivio ducale, SforzescoRegistri missivarum, 15., p. 438-439.):

Infrascripta è la spexa facta per lo reverendissimo monsignore de Novara et messer
Alberico Maleta et la legatione da Roma et da Neapoli; cioè in trombeti et pifferi:
primo in Bologna ali trombeti deli signori et del podestate, li quali venero al'incontro: ducati v;
item in Fiorenza ali trombeti deli signori, a quelli dela parte Guelfa del capitano et del
podestà et mazeri: ducati x;
item in Arezo ali trombeti dela comnunità et de Symoneto: ducati ii;
item in Perusa ali trombeti et ali mazeri deli signori: ducati iii;
item in Roma ali mazeri et uscieri del Papa: ducati iiii;
item a Sessa ali trobeti del duca: ducati i;
item a Neapoli ali trombeti dela mayestà del Re: ducati xii;
item dati ali trobeti del duca de Calabria: ducati iiii;
item ali trobeti del conte de Urbino: ducati i;
item ali trobeti del capitaneo dele galee: ducati i;
item ali trobeti del conte Iohanne da Vintimiglia: ducati i;
item a trombeti de messer Hercules da Est: ducati i;
item a pifferi et trobeti dela mayestà del Re: ducati iiii;
item ali portinari del Castelnovo de Neapoli: ducati i;
item dati ali araldi et tamborrini del Re e ad uno re d’arme dela mayestà predicta: ducati iiii;
item ali uscieri dela mayestà del Re: ducati i.


La nomina di Giovanni I Ventimiglia a Capitano Generale della Chiesa


1455 luglio 15, Roma.

Callisto III papa scrive al cardinale di Ragusa < Giacomo Bongiovanni da Recanati > comunicandogli la nomina di Giovanni Ventimiglia, marchese di Geraci, a Capitano Generale della Chiesa, affinché contrasti la ribellione di Giacomo Piccinino. Il cardinale ragusino è confermato nell'incarico di commissario e governatore dell'esercito, quale personale rappresentante del papa, con facoltà di derogare alle decisioni del Capitano Generale.1













1. Codex diplomaticus dominii temporalis S. Sedis, a cura di Augustin Theiner, Roma: Imprimerie du Vatican, 1862, 3., 1389 - 1793, p. 392-393.

Il ritorno di Giovanni nello scacchiere napoletano, dopo la morte di Alfonso V (1458)

1460 febbraio 7, Napoli.

Ferdinando I d'Aragona, re di Napoli, scrive allo zio Giovanni II d'Aragona, re d'Aragona, Navarra e Sicilia, comunicandogli l'entità e la composizione della ribellione dei baroni napoletani - alleati ai Francesi, Provenzali e Genovesi  - ringraziandolo inoltre dell'imminente arrivo della flotta catalana al comando di Giovanni Ventimiglia, marchese di Geraci, e Bartolomeo d'Aragona, nonché dandogli atto del deciso intervento diplomatico aragonese, presso tutte le corti, a favore della sua causa.1




















Questo registro della cancelleria ferrandina copre il periodo che va dal 1o luglio 1458 - a quattro giorni dalla morte del padre Alfonso V - al 20 febbraio 1460. Il manoscritto è conservato nella Bibliothèque Nationale di Parigi, sotto la sigla cote 113 del Fonds espagnol (ms. esp. 113 BNF). Dal suo luogo di conservazione è detto anche codice parigino. Lo leggiamo in un’edizione del 1912, curata da Armand-Adolphe Messer, filologo dell’Università di Dijon.

Luis Despuig, Gran Maestro dell'Ordine di Montesa e abilissimo diplomatico, al quale re Ferdinando indirizza altra missiva, lo stesso 7 febbraio 1460, ringraziandolo dell'informativa dell'imminente arrivo dei rinforzi del marchese Giovanni I Ventimiglia.















1. Le Codice Aragonese. Étude générale, publication du manuscrit de Paris. Contribution à l’histoire des Aragonais de
Naples, a cura di  Armand-Adolphe Messer, Parigi: Honoré Champion, 1912, p. 454, 457-460


L'Abboccamento della Torricella e la fondazione dell'Ordine dell'Ermellino: ovvero l'attentato a re Ferdinando I di Napoli, sventato il 29 maggio 1460 dal marchese Giovanni I Ventimiglia, nel racconto dell'umanista e bibliotecario Vespasiano da Bisticci. 


Morto re Alfonso d'Aragona nel 1458, sul trono di Napoli salì, il 14 febbraio 1459, il figlio illegittimo di questi, Ferdinando I d'Aragona, detto Ferrante, che cercò di limitare l’indipendenza e i privilegi acquisiti dai "Baroni", i potenti feudatari del Regno, sotto Re Alfonso d'Aragona. Ma i “Baroni” iniziarono una dura politica di opposizione culminata in due successive “congiure”.

Uno dei principali capi della “Prima congiura dei Baroni” fu Marino Marzano, cognato di Re Ferrante, del quale aveva sposato la sorellastra, nonché duca di Sessa. Secondo molti cronisti del tempo, il motivo dell’odio che il duca di Sessa riservava nei confronti del re non era da imputarsi a questioni di potere ma alla scoperta della relazione incestuosa di Ferrante con Eleonora, moglie appunto di Marino.

Marino e gli altri baroni ribelli invitarono alla riconquista del Regno di Napoli il principe Giovanni d’Angiò, figlio di Renato, ed erede di quel Luigi III che la regina Giovanna II aveva adottato dopo l’adozione di Alfonso. Giovanni d’Angiò, sbarcato alla marina di Sessa, fu ricevuto con i più grandi onori nella città che gli giurò assoluta fedeltà. A suggello dell’alleanza tra il duca di Sessa e l'Angiò questi tenne a battesimo il figlio di Marino, chiamato in suo onore Giovanni Battista. Intanto la guerra divampò cruenta in Terra di Lavoro, Abruzzo e Calabria. Non mancò un attentato ordito da Marino ai danni dello stesso Ferrante presso Torricella di Teano.

Il Pontano narra che Marino erasi recato al campo di Ferrante all'alba del 30 maggio 1460 per un colloquio. Entrambi avevano l'obbligo di condurre con sé non più di due cavalieri. Marino giunse con Deifobo dell'Anguillara e Giacomo di Montagano dopo che Ferrante era già arrivato - accompagnato dal vecchio Giovanni I Ventimiglia -. Ma la 'discussione' degenerò. Marino cercò allora di assassinare Ferrante estraendo un pugnale dalla punta avvelenata. Ferrante però si difese energicamente. Allora Deifobo si mosse in soccorso di Marino aggredendo anche lui Ferrante. Ma costui riuscì a mandare a terra il pugnale avvelenato di Marino che a questo punto se ne scappò insieme ai suoi due cavalieri verso Carinola e Teano.
 Catturato il duca di Sessa, prima fu spedito a Capua, quindi condotto a Napoli, dove ebbe salva la vita. 

L’Ordine dell’Ermellino sarebbe quindi stato istituito come analogia, ossia per rimarcare la volontà di non macchiarsi del sangue del cognato. L'ermellino, secondo la tradizione popolare, preferisce farsi catturare dai cacciatori, che lordano di fango e letame l'ingresso della sua tana, piuttosto che uscire e vedersi macchiare la pelliccia.Più particolareggiato, e realistico, il racconto di Vespasiano da Bisticci, qui riprodotto, ove si sottolinea l'intervento del Ventimiglia, confermato dalla versione dello stesso sovrano napoletano, nella sua corrispondenza privata.

Vespasiano da Bisticci, Le Vite, a cura di Aulo Greco, Firenze: Istituto nazionale di studi sul Rinascimento, 1976, 2., p. 317 - 321:


"Iscadè che un dì, trovando meser Piero [de' Pazzi n. d. r.] uno ch'era molto suo amico, et sì gli disse: e' non sarà oggi a quindeci dì che il duca Giovanni sarà re del reame sanza ignuna contraditione. Aspettando questi quindici dì, il principe di Rosano, Jacopo da Gaviano, et Deifebo, ch'erano nimi
ci del re et amici del duca Giovanni [d'Angiò n. d. r.], feciono dire al re che, se la sua maestà voleva perdonare loro, che verrebono a chiedergli perdonanza, et di poi sarebono a' sua servigi. Il re che in questo caso gli pareva aquistare assai, disse essere contento, et che diputassino il luogo et l'ora. La maestà del re venne al luogo diputato, et collui era uno conte, Giovanni Ventimiglia, ciciliano, uomo grave et prudente, et disse alla maestà del re che vedessi quello che faceva, che costoro erano uomini da non si fidare di loro. Il re diterminò andarvi, et menò seco quatro isquadre di cavagli et il conte Giovanni, et andò armato di tutti armi, et giunto presso al luogo diputato, lasciò discosto a una meza balestrata il conte Giovanni et le quatro isquadre, con ordine che, s'eglino sentissino nulla, subito andassino a socorelo. Partito il re, andò dove erano questi tre, i quali, giunto il re, si gittorono in terra ginochioni, per fare se-gno di fargli riverenza et domandargli perdonanza. Il re porse la mano. Fatto questo atto, subito si gittò uno di loro cor uno coltello in mano, per volere pigliare la redina del cavallo, et dare al re di quello coltello. Il re che era bene a cavallo, subito veduto questo atto, dette di sproni al cavallo, ch'era uno gentilissimo corsiere, et saltò il cavallo in modo che uscì loro dalle mani, et cadè il coltello a colui che gli volle dare. 

Veduto il conte Giovanni questo, subito si gittò egli con tutte le squadre che v'erano a socorrere la maestà del re, et quegli traditori si fugirono, et lasciorono il coltello, il quale la maestà del re fece ricorre, et provò mise v'era suso medicame adosso a uno cane, il quale subito, tòco il sangue, cascò morto, ch'era avelenato, che se vede che questi traditori venono per fare a fatto. Ora iscoprendosi questo tradimento di costoro, fra il tempo di quindici dì il duca Giovanni arebbe il Reame, lo trovò, et sì gli disse: meser, questa non era fede di giusto prencipe d'avere uno regno per questa via, non è questa la consuetudine de' reali di Franza, ma averlo fatto per forza d'arme, di questo ne meritava grandissima loda et commendatione, ma per via di tradimento no; et questo, me-ser Piero, non si può negare, ch'eglino non abino presa questa via chi l'ha avuto a fare, perché si concorda con le parole vostre de' quindici dì, che il duca arebbe il reame sanza ignuna contraditione, ma questo atto solo sarà cagione ch'egli noll'arà, perché l'Onipotente Idio non lascia queste cose impunite. 

Iscadè dopo questo caso che Giovanni Coscia, gentile uomo napoletano, ch'era istato et era a' servigi del duca Giovanni, sendo domandato un dì, dopo la rotta di Troia, chi egli credeva che avessi a tenere il reame, fece una gentile risposta, che fu in questo efetto, che mentre ch'e' pecati loro pesavano più che quegli degli avversarii, il reame sarebbe loro ma quando i loro pesasino più alloro il reame sarebbe loro. Seguitorono dopo questo caso molti casi aversi al duca Giovanni, 
che sempre andò all'ingiù, infino a tanto che fu costritto partirsi del reame, et lasciare 
Lunette delle porte bronzee di Castel Nuovo - risalenti all'anno 1475 - in Napoli, raffiguranti l'attentato a re Ferdinando I del maggio 1460.


tutto quello ch'egli aveva preso, et ogni cosa si mutò in poco tempo, che parve tutto fussi promissione di Dio, dopo questo tradimento ogni cosa andassi loro a traverso, di natura che il re s'era condutto in luogo che gli pareva non avere rimedio ignuno, sendosi ribellati la maggiore parte de' Signori et non avendo né gente né danari; dopo questo caso sempre la maestà del re andò all'insù, et in poco tempo si può dire ch'egli s'insignorissi del reame, come si vede." 



L'intervento decisivo del Ventimiglia al fianco di Ferdinando è ripetuto - tra gli altri - pur dal cronista quattrocentesco Alfonso de Palencia, Gesta Hispaniensia, ex annalibus suorum diebus collecta, a cura di Brian Tate, Jeremy Lawrence Madrid: Real Academia de la historia, 1998, 1., 1.-5., p. 195, 220:



























Il Marchese di Geraci come Reggente del Regno di Sicilia/Napoli a fianco della regina Isabella de Guilhem Clermont-Lodève, cognata del figlio Antonio Ventimiglia (agosto 1460)




















1467 luglio 12, Venafro

Ferdinando d'Aragona, re di Napoli, scrive a Giovanni I Ventimiglia, Marchese di Geraci, condolendosi della malattia sofferta dal Marchese. Inoltre, si scusa di non aver potuto dimostrare la sua gratitudine per gli atti di fedeltà e sostegno economico-politico profusi in suo favore dal Ventimiglia. Impedimenti dovuti ai dispendiosi impegni delle guerre italiane. Infine, aggiorna il Marchese sui movimenti di truppe e alleanze che sta disponendo contro il condottiero Bartolomeo Colleoni.

Rex Sicilie etc. Illustrissimo Marchio tanquam pater carissime. 

Visto quanto per una vostra ne scriviti de li XII. de Iunio havimo havuto gran despiacere per intendere la vostra lunga malatia, che, per l'amore ve portamo, desideramo et amamo la vostra salute como de bon patre, secundo sempre ve havimo tenuto et reputato et al presente più che mai tenemo et reputamo. Dio sia quello che ve reduca presto in bona sanità como voi proprio desiderati che veramente haverimo tanto piacere sentire che siati sanato, quanto de qualsevoglia altra cosa. Che invero per le virtù vostre, per li optimi consigli et servitii receputi da vui in tempo de le nostre prosperità et adversità, et per lo grande amore quale sempre harite portato a noi et tucta nostra casa, ve havimo amato et amamo como proprio patre. 

Et se fin al presente, como scriviti, non havimo facto verso vui, et anche de li altri quali ne hano aiùtato et ben servito in le nostre necessitate et adversitate, quello se conveneria et che seria et é de nostra firma intentione, non credati sia stato ne sia per essere noi ingrati; né che ne siamo dementicati de li boni servicii receputi, ma solo lo have causato li grandi affanni et dispendii che ne sono sopravvenuti, quali evidentemente vedevamo essere imminente, et le preparatione che et in secreto et palese se faceano per li nostri inimici. Noi, per non ce reducere a provare le necessita como fecimo in le proxime passate guerre, mai havimo studiato ne curato in altra cosa più che in questa, cioe de fare tale provisione che ne troviamo provisti, si et tale che al bisogno ne possiamo valere contra nostri inimici, et ponere el Stato nostro in securo et in quiete, a ciò che allora possiamo essere gratissimi verso ciascuno nostro amico benemerito et servitore, secundo recerca la virtù et grado de ciascuno. Et questa è stata et è la nostra intentione et voluntà.

La quale speramo in Dio che presto venerà ad executione in modo che ciaschuno nostro servitore se porrà chiamare da noi ben satisfacto, che cum la gratia de Dio speramo per le optime provisione facte et che facemo tucto di avenga, siamo cum intollerabili dispendii in breve sequire victoria contra quelli che hanno cercato et cercano turbare el nostro Stato et la comune quiete de tutta Italia. Et essendo voi qua simo certissimi serissivo in contraria opinione de quello che scriviti, perché vederessivo et intenderessivo apertamente essere stato megliore parte fare cossì per intendere a la salveza del Stato nostro quale como sapete cum tanti affanni havimo posto et reducto in questo loco et a la commune salute et pace de tutti li stati colligati et de tutta Italia, che havere voluto in tanti et si imminenti periculi intendere a satisfare et poi ne trovassimo sprovisti da essere oppressi da nostri inimici. Nui et tutti nostri amici et servitori, che tale satisfactione seria nulla et porriasse chiamare più presto disfatione. 

Cossì speramo in Dio che perfino in mo havimo tanto obviato avenga che cum grandissime spese che li inimici non porrano malignare, non solo al Stato nostro, ma a nissuno de nostri colligati et amici et bisognando difensarimo lo nostro et porrimo dannificare altrui. Et per havere noi inteso a questo fine e stato forse causa che ad alchuni have paruto siamo ingrati, ma come diceti in la vostra lettera Dio è sopra tutti et vede la nostra bona in tentione quale è directa a bono et optimo fine. Voi attendati a recuperare la vostra bona valitudine et come è nostro desiderio che venendo de qua pigliarimo grandissima consolatione poterve vedere, et allora cognosceriti che quanto se è facto et face è stato cosa necessaria et expedientissima a la salute del nostro stato et de tutta Italia. 

Et per ve advisare breviter de le occurrentie de qua Bartholomeo da Bergamo havea facta provisione de circa octanta squatre de gentedarme et de circa VI.m fanti per invadere lo stato de la excelsa comunita de Fiorenza, tenea anche mano in Romagna, havea già facto rebellare da la nostra liga lo Segnor Astorre de Faenza et vene contra Imola. Noi cum grandissema celerità mandamo lo Ill. conte d'Urbino cavalero Ursino et Barone de la Torella cum circa XXI. squatre et ben mille cinquecento provisionati che reparassero et obstessero non se perdesse Imola. Interim se sono uniti lo Ill.mo Duca de Milano cum circa XXXX. squadre, lo Segnor Roberto de Santo Severino cum altre gente et fantarie de Fiorentini et Don Alfonso d'Avalos cum circa sedece altre nostre squatre cum lo prefato conte de Urbino. Et hano facto retrahere el dicto Bartholomeo dal terreno de Imola et havese posto in li burgi de Faenza dove se è assectato. Li nostri sono vicini a mezo miglio et tutto li dì lo vanno a visitare. In modoche per fino in mo li hano rotte la maiore parte et tucti li soi mali penseri che non reussirano al voto suo. Misser Hercules et lo Segnor Alexandro Sforza sonno andati a iungerse cum lo dicto Bartholomeo Coglione cum altre gente et nui per essere pia vicini andamo in Abruzo et mandamo al presente lo Ill.mo Duca de Calabria cum XX. squatre adiongerse cum lo Ill.o Duca de Milano et cum le altre nostre gente, et noi ponerimo in ordine l'altre nostre gentedarme et farimo tale provisione che speramo in Dio serano tale che renderimo securo lo nostro Stato et de nostri colligati et amici, et cum maiore comodità porrimo satisfare a tutti nostri servitori amici et benemeriti. 

Datum in civitate nostra Venafri die XII. Iulii MCCCLXVII. Rex Ferdinandus. 

A. Secret. Marchioni Geracii.1



1. Codice aragonese, o sia lettere regie, ordinamenti ed altri atti governativi de sovrani aragonesi di Napoli, riguardanti l'amministrazione interna del Reame e le relazioni all'estero, a cura di Francesco Trinchera, Napoli: Stab. Tip. Giuseppe Cataneo, 1866, 1., p. 228 - 230 (Archivio di Stato di Napoli, Registri Exterorum 1., f. 109).
(http://books.google.it/books?id=C1FKAAAAYAAJ&printsec==frontcover#v=onepage&q&f=false)



Il marchese Giovanni tra i più illustri personaggi della storia siciliana nella Descrittione della Sicilia di Leandro Alberti  (1479 - 1552)
















Uno dei due arieti bronzei del III sec. a. C. che ornarono il sepolcro del marchese Giovanni I Ventimiglia in Castelbuono.



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Pagine secondarie (1): Recensioni analitiche
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