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Pietro I d'Alençon e il culto di s. Anna

Pietro I di Francia - detto d'Alençon (Château-Pèlerin 29/6/1251 - Salerno 6/4/1283) - conte di Alençon, Chartres, Perche e Blois, visconte di Trun, signore di Guise, Essay, Avesnes, Bernay, Sées, Montaigu, Ecouché, Mortrée, Mortagne-au-Perche, Bellême e dell'appannaggio di Cotentin, fu il quinto figlio di Luigi IX di Francia e Margherita di Provenza. Nel 1272, con il matrimonio di Giovanna de Chatillon, il principe Pietro entra in possesso, tra gli altri beni, anche di Chartres, uno dei maggiori centri religiosi di pellegrinaggio mariano. Nella cattedrale di Chartres erano conservati il Velo di s. Maria vergine e, in particolare, la testa di s Anna, madre di Maria, reliquia quest'ultima che ritroveremo successivamente nel possesso dei conti di Ventimiglia. Sulla documentata autenticità della reliquia di Chartres - a differenza della leggendaria presenza altomedievale dei resti di s. Anna in Apt; derivata da una elaborazione del tardo Trecento - si veda E. Panou, The Cult of St Anna in Byzantium, Abingdon, New-York 2018, p. 39-40. Del resto, soltanto dall'ultimo quarto del XIII secolo è documentata la liturgia relativa a s. Anna nella cattedrale di Apt: Si nous pouvons découvrir l'époque où ce livre fut écrit, nous serons en droit de conclure qu'à cette même époque l'Église d'Apt était en pleine possession de célébrer la fête de sa patronne. Or ce livre a été écrit sous l'épiscopat de Raymond II de Bot, qui occupa le siège d'Apt de 1275 à 1303 ( P.-V. Charland, Madame saîncte Anne et son culte au Moyen âge, Parigi 1911, p. 20 ).


Riproduzione della statua di Pietro I d'Alençon in Saint-Louis de Poussy ( A. Erlande-Brandenburg, L'identification de la statue de Pierre d'Alençon, provenant de l'église du prieuré de Saint-Louis à Poissy, “Bulletin de la Société nationale des antiquaires de France”, 1 (1968-1970), p. 154-160 ).


Sia Pietro I d'Alençon, sia il suo successore Carlo I di Valois, subirono l'interdetto e la scomunica da parte del potente Capitolo della cattedrale di Chartres, per non averne osservato i privilegi, e forse non fu estranea alla vicenda la traslazione a Reims e poi la scomparsa della sacra reliquia di s. Anna. ( L. Amiet, La juridiction privilégiée spirituelle du Chapitre cathédral de Chartres, "Revue historique de droit français et étranger", s. 4., 2 (1923), p. 242 ). 

Et per simile modo vennero in Firenze a di 24. di Novembre vegnente [ 1282 n.d.r. ], il Conte di Lanzone, fratello del Re di Francia, con molti Baroni e Cavalieri, i quali lo Re Filippo di Francia, mandava per soccorso del Re Carlo. Soggiornati alquanti dì in Firenze, et da' Fiorentini veduti honorevolmente se n' andarono a Corte di Roma al Re Carlo. ( G. Villani, Historie fiorentine, in Storie di Giovanni, Matteo e Filippo Villani, Milano 1729, 1., col. 295 ).

Pietro d'Alençon - detto conte Lanzò, Lanzola dai cronisti catalani e siciliani - fu ferito mortalmente a Catona, in Calabria, lunedì 18 gennaio 1283, nello scontro con un contingente da sbarco di duemila almogaveri che, partito da Messina con otto galee, massacrò la sua scorta, secondo i cronisti, di trecento cavalieri, – re Pietro d'Aragona in una epistola parla di 450 fra militi e armigeri uccisi - ammassando un enorme bottino, dopo che il conte di Alençon ebbe a offrire agli assalitori 15.000 marche d'argento per la sua vita. La spedizione aragonese fu organizzata con l'obiettivo di vendicare la morte di Manfredi di Svevia, suocero di Pietro III d'Aragona ( consanguineo del conte Giovanni Làscaris di Ventimiglia come discendenti entrambe da re Andrea II d'Ungheria ): Ganeremos la Catona adonde se halla el conde de Alanson hermano del rey de Francia con todo el poder del exercito y vengaremos las desgracias de vuestro suegro el rey Manfredo ( De rebus Regni Siciliae (9 settembre 1282 – 26 agosto 1283). Documenti indediti estratti dall'Archivio della Corona d'Aragona, a cura di I. Carini, Palermo 1882, p. 296-297; N. Feliu de La Penya i Farell, Anales de Cataluña..., Barcellona 1709, 2., p. 82 )


Lo scopo di questa ricerca è comprendere come poté dileguarsi il capo della madre di Maria dalle cattedrali di Chartres e Reims, e come poté ricomparire a migliaia di chilometri di distanza in Sicilia, alla fine del XIII secolo. In assenza di una documentazione autentica e di prove dirette, che esplicitino il passaggio di consegne della preziosa reliquia, mi limiterò a riproporre una ricostruzione circostanziale delle vicende che poterono favorirne la traslazione. Nondimeno, possiamo osservare che la descrizione fisica della reliquia di Chartres/Reims corrisponde esattamentre a quella conservata oggi a Castelbuono in Sicilia - come del resto testimoniato già nel 1672 dal sacerdote dell'Istituto Serafico Antonino Della Piana, che visionò il frammento all'epoca ancora conservato in Chartres e lo ritenne complementare al teschio di Castelbuono -:

P. Antonino della Piana, Religioso Sacerdote dell'Istituto Serafico, il quale l'anno 1672 [...] trovò nel Tesoro di quella Cathedrale una mezza statua d'argento della Santa, nel cui capo v'era ingastata quel pezzo di Reliquia del cranio di detta Santa, senza però il cristallo, indi havendola molto bene osservata, vidde che quel pezzetto di Reliquia non era più di quanto pareva, e di misura appunto quanto manca nel Cranio del Santo Capo che si mostra ed adora in Castelbuono D. Monacò Amodei, Il Trionfo della Fecondità. Vita de' ss. patriarchi Gioacchino ed Anna..., Parte prima, Palermo 1690, p. 203-204 ).


Il sacro teschio di s. Anna nel reliquiario cinqucentesco dei marchesi di Geraci

Le chef de sainte Anne, auquel manquaient d'ailleurs la mâchoire inférieure et quelques parties de la supérieure, avait été donné à l'église de Chartres, en 1205, par Louis, comte de Blois, qui l'avait envoyé de Constantinople comme la plus précieuse partie de son butin. C'était sur cette relique que les chanoines prêtaient serment lors de leur réception. Cartulaire de Notre-Dame de Chartres, a cura di E. de Lepinois, L. Merlet, Chartres 1862, 1., p. 60 )


1. Il reliquiario sulle vetrate della SS. Trinité de Vendôme e il reliquiario vuoto di Reims

2. Et benedictus fructus ventris tui Iesus, et benedicta sit sancta Anna mater tua ex qua sine macula caro tua processit virginea....

3. Luigi, conte di Blois e duca di Nicea e la Confraternita di S. Anna di Gand

   3.1 La Confraternita di S. Anna di Gand nell'Autunno del Medioevo

   3.2 La conquista della Bitinia/Ducato di Nicea da parte di Luigi di Blois

   3.3 Il culto carmelitano del teschio di s. Anna e l'arrivo in Occidente nel XIII secolo

4. L'estinzione delle case imperiali Staufen e Doukas Vatatze Làskaris e il ruolo dei conti di Ventimiglia tra Aragona, Capeti e Paleologi

5. I conti di Ventimiglia e il sangue imperiale dei Làscaris

6. La fondazione della Mare de Deu di Montblanch di Eudossia Làscaris e Santa Ana di Montornés/Montblanch

7. La Cappella di S. Anna dei Giacobini di Parigi, il sepolcro dei conti di Alençon e Valois nei secoli XIII e XIV

8. L'arrivo della reliquia di sant'Anna a Geraci e Castelbuono dalla Francia, secondo la leggenda

   8.1 Culto e leggenda di s. Anna: dal Trinubium alla Vita sancti Servatii

9. Movente, mezzi e opportunità: il culto di s. Anna e Maria d'Ungheria, regina di Sicilia, cugina di Eudossia Làscaris

   9.1 La diffusione del culto di s. Anna e di s. Maria Maddalena

     9.1.2 La centralità del culto di s. Anna nella famiglia di Maria Arpad regina di Sicilia, Gerusalemme, Ungheria e contessa di Provenza

      9.1.3 Carlo II d'Angiò fondatore e patrono di S. Massimino di Provenza e S. Anna in S. Lorenzo Maggiore di Napoli

         9.1.3.1 I conti di Ventimiglia visconti di Marsiglia e le reliquie di s. Anna da Montrieux a Apt

10. Grassatores et capud proditionis facte contra nos

   10.1 Carlo d'Angiò e il commercio del sale

   10.2 I conti di Ventimiglia, cospiratori, capi della sedizione e alleati dei Faydit provenzali

   10.3 Il secondo esito della cospirazione, dopo i Vespri siciliani: la fine del sogno imperiale di Carlo I d'Angiò

11. La prigionia di Carlo II d'Angiò nel castello "ventimigliano" di Cefalù, dal giugno 1284 al novembre 1285, e la prigionia dei nipoti di Luigi IX

   11.1 I debiti per la liberazione di Carlo II d'Angiò

      11.2  I nipoti di Luigi IX di Francia, 'affidati' a Eudossia Làscaris di Ventimiglia

      11.3  Qui en Xàtiva volrà entrar sobre nós haurà de pasar. Jaume I – Crónica. La Hermita de Santa Anna de Jativa

      11.4 Donna Vatatza di Ventimiglia e i poteri taumaturgici delle reliquie

         11.4.1  Les rois thaumaturges contro i conti taumaturghi

            11.4.1.1 Una guerra non-convenzionale: la potente arma dell'ideologia capetingia

12. L'avvicinamento dei conti di Ventimiglia ai Capetingi e il loro ruolo diplomatico nella Guerra del Vespro

13. Il Trattato di Tarascona e il cardinale-vescovo di Sabina, Gerardo da Parma, reggente di Napoli e legato apostolico a Reims

   13.1 Il compromesso tra i conti di Ventimiglia e Carlo II d'Angiò, 1285-1290

14.  I conti d'Ischia e il culto di s. Anna sin dall'XI secolo

   14.1 San Guglielmo da Polizzi, i Ventimiglia e la teofania dei Nebrodi

   14.2 Dalle Marche a Palermo: Ugo da Talacchio e la fondazione di S. Anna delle Scale

   14.3  S. Maria del Parto di Messina: la confraternita dei terziari francescani  e lo spiritualismo siciliano

   14.4 Le ossa di s. Anna a Messina e l'Ordine delle sorores penitentes di S. Maria e Tutti i Santi di Acri

   14.5 I Filangeri di Candida, la contea di Geraci e le reliquie di s. Caterina d'Alessandria

15. Gerardo da Parma e le reliquie di s. Maria Maddalena trasportate da S. Massimino in S. Giovanni in Laterano

16. La seconda legazione di Gerardo da Parma in Sicilia

17 Enrico II di Ventimiglia richiede a Carlo II d'Angiò l'investitura delle contee di Ischia e Geraci.

18. Conclusioni: i conti di Ventimiglia de excelso et magno genere...de alta sanch et de grand linatge

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1.Il reliquiario sulle vetrate della SS. Trinité de Vendôme e il reliquiario vuoto di Reims

    La sensibilità di Pietro I d'Alençon nei confronti delle reliquie è testimoniata in una vetrata dell' abbazia della Trinità di Vendôme, dove è rappresentata la consegna, da parte del principe capetingio all'abate, del reliquiario della Santa Lacrima di Cristo, ovvero di un prezioso manufatto racchiudente una delle lacrime, secondo la leggenda, profuse dal Salvatore in occasione della morte di s. Lazzaro fratello si s. Maria Maddalena. ( J.-B.Vaivre .Une représentation de Pierre d'Alençon sur les verrières de la Trinité de Vendôme (circa 1280), "Bulletin Monumental", 140 (1982). 4., p. 305-313 ). Il Lazzaro della leggenda visse a Cipro fondando il monastero di Kykkos dove fu conservato un frammento del teschio di s. Anna. Vendôme, dove appare l'immagine del conte d'Alençon e della reliquia, appare molto lontana dalla contea siciliana di Geraci, dove finì la reliquia di s. Anna. Ma è solo un'impressione; i luoghi in realtà sono prossimi. Vendôme alla fine del Duecento - quando nascono le vetrate della Trinità - è la casa della contessa Eleonora de Montfort, sorella di Giovanni, conte di Geraci nel 1271, al posto del filo-svevo Enrico II di Ventimiglia, futuro proprietario del teschio di s. Anna. Non solo, altra sorella di Giovanni, Laura, fu la contessa di Comminges moglie di Bernardo VII, in lotta con la contessa Làscara di Ventimiglia, per il controllo della contea pirenaica di Pallars. Giovanni de Monfort, signore di Castres-en-Albigeois, la Ferté-Alais e Bréthencourt, aggiunse nel Regnum alla paterna contea di Squillace, quella di Montescaglioso oltre a molti altri castelli (Alba, Soverato, Satriano, Gravina, Belvedere, Salandra Camarda, Pomarico, Craco, Uggiano, Montepeloso etc.) divenendo come regio vicario generale uno dei più stretti collaboratori degli Angiò di Napoli, sino alla morte dell'1 dicembre 1300. Eleonora de Montfort fu moglie, dopo il 5 maggio del 1295, di Giovanni V conte di Vendôme, il quale segue Pietro d'Alençon in Sicilia nel 1282. Inoltre, il conte Giovanni de Vendôme fu fratello di Pietro, canonico della cattedrale di Tours, forse da identificare con l'omonimo Pietro da Tours, arcidiacono e poi vescovo di Cefalù dal 1269 al 1274, in strette relazioni con il conte Enrico II di Ventimiglia. ( A. de Sainte-Marie, A. de Sainte-Rosalie, Histoire genealogique et chronologique de la Maison Royale de France..., Parigi 1726, 1., p. 432).

    Per Pietro d'Alençon molto più rilevante della reliquia di Vendôme, anche per gli intensi pellegrinaggi, fu l'acquisizione del controllo del santuario di Chartres, dove negli anni a seguire è testimoniata la presenza solo di reliquie secondarie di s. Anna, come alcuni frammenti di una costola e del teschio.

    La présence de quelques reliques insignes est bien sûr attestée, et on a justement souligné l'omniprésence de l'iconographie mariale dans une cathédrale qui conservait la « chemise » ou «voile » de la Vierge. On a aussi mis en relation l'arrivée du chef de sainte Anne en 1205 et la représentation de la mère de la Vierge au trumeau du portail central au nord du transept et au centre des cinq lancettes placées sous la rose nord...La relique la plus célèbre de la cathédrale de Chartres après la chemise de la Vierge est le chef de sainte Anne, envoyé de Byzance par Louis de Blois en 1205, année de sa mort devant Andrinople. La relique fut reçue à la cathédrale en grande cérémonie des mains de sa femme Catherine, comtesse de Chartres, Blois et Clermont. Le chef était enveloppé dans un riche « pallium » d'or, et trois autres « palliums » furent offerts à la cathédrale en même temps que la relique, comme l'indique l'obit de la comtesse Catherine. Le chanoine Estienne situe le reliquaire « dans la place la plus honorable » du second trésor.

    Le chef était « dans un buste (hauteur 20 pouces), de vermeil doré, dont le visage est peint jusqu'aux lèvres de couleur chair: le reste en est couvert d'une mentonnière de vermeil, qui se perd sous une grosse draperie en tortillon, qui forme la coiffure, et dont le bout tombe sur l'épaule gauche ». Estienne nous informe également que le reliquaire bénéficia de deux donations, l'une en 1343 de cent livres parisis par Jean, sous-doyen, pour « faire le chef», l'autre en 1344 de quarante livres par Jean de Chantemesle, chanoine, pour « rétablir le chef ». Il est donc probable que l'on réalisa au milieu du XIV e siècle un nouveau reliquaire pour la tête de la mère de la Vierge, car on jugeait peut-être que le réceptacle primitif n'était pas assez précieux [ o semplicemente perché restava un frammento del teschio, che doveva essere celato nell'immagine scultorea del trecentesco busto-reliquiario, n.d.r. ].

    Pianta della cattedrale di Chartres

    Una parte consistente del capo di s. Anna sembra sia stato accolto nella omonima cappella - attestata prima del 1240 – della cattedrale di Reims fatta erigere dall'arcivescovo capetingio Enrico di Dreux (1227-1240), ma già in epoca antica il relativo reliquiario in rame dorato risultava vuoto. Potrebbe dunque trattarsi della reliquia traslata in potere dei conti di Ventimiglia. Naturalmente resta da comprendere le circostanze che poterono portare alla trasmissione della reliquia dai Capetingi ai conti liguri. ( G. Marlot, Histoire de la ville, cité et université de Reims métropolitaine de la Gaule Belgique, Reims 1846, 3., p. 526; J.-P. Ravaux, Les campagnes de construction de la cathédrale de Reims au XIIIe siècle. "Bulletin Monumental", 137 ( 1979 ). 1., p. 9, 56: Archives Marne, dépôt annexe de Reims, G 414: chapellenie fondée entre 1230 et 1239. Elle se trouvait dans la chapelle rectangulaire sud  ).

    Il nipote dell'arcivescovo Enrico, Giovanni di Bretagna, nel 1236 aveva sposato Bianca di Navarra, accedendo al trono navarrese. La nipote di Giovanni, Alice di Bretagna, diverrà la suocera di Pietro I d'Alençon. Si è pure ipotizzato che il monastero di Ourscamp presso Noyon avesse ricevuto le reliquie di Reims mancanti, ma queste in realtà provengono da Apt in Provenza, e in epoca molto più tarda, alla fine del Quattrocento:

    l'antique abbaye d'Orcamp, près Noyon en Picardie , garde avec beaucoup de vénération une autre portion du crâne, qu'elle tient de Mathieu de Boys, à elle léguée par testament de son père Simon de Hoye, qui l'avait reçue lui-même du Chapitre d'Apt en 1496, étant lieutenant‘ du roi en Provence; un titre authentique l'atteste ( X. Mathieu, De la dévotion a sainte Anne mère de la vierge Marie, ou du culte que l'on rende a ses reliques dans l'ancienne cathédrale d'Apt en Provence, Apt 1861, p. 23 ).



    Il reliquiario vuoto del capo di s. Anna, proveniente dalla cattedrale di Reims



    2. Et benedictus fructus ventris tui Iesus, et benedicta sit sancta Anna mater tua ex qua sine macula caro tua processit virginea....

    L'obituario di Chartres così rammenta i benefattori Luigi e Caterina di Blois, donatori del capo di s. Anna, e il canonico Giovanni Lambert, fondatore della cappella di s. Anna, defunto intorno al 1260:

    Obiit Ludovicus, illustris comes Blesensis, qui ad partes transmarinas in servicium Dei iter aggrediens, septem libras et dimidiam nobis dédit et assignavit, in molendinis suis de Carnoto annuatim percipiendas, ad suum et matris sue Adelicie et uxoris sue Katerine anniversaria in hac ecclesia celebranda, scilicet quinquaginta solidos pro unoquoque. Qui etiam caput sancte Anne, matris béate Virginis genitricis Dei, apud Constantinopolim acquisivit et huic sancte ecclesie cum

    pallio precioso transmisit. Unde ex tali presentatione thesauri et susceptione materni capitis in domo filie, facta leticia magna in populo, clerus hujus ecclesie et comitissa Katerina, que ex parte predicti comitis viri sui caput presentavit, in id concorditer convenerunt, pro intuitu statuendo, ut singulis annis de oblationibus factis predicto sancto capiti centum solidi in augmentum et ampliorem venerationera anniversarii ejusdem comitis adderentur; ex qiuibus distribuerentur sex denarii singulis non canonicis et residuum canonicis qui anniversario intéressent, et preterea conferrentur ex eisdem oblationibus centum solidi, pro remedio prefati comitis, ejusdem die obitus, ad refectionem pauperum de Elemosina Carnotensi.

    Et multa alia huic ecclesie bona fecit. ( Item habemus L solidos per argentarium seu receptorem comitis Carnotensis, et debent reddi in medio mensis aprilis ). Et Katerina , nobilis comitissa Blesensis et Clarimontis, que caput beate Anne, matris beatissime Virginis Dei genitricis Marie, a viro suo, illustri comite Ludovico, apud Constantinopolim acquisitum et huic missum ecclesie, cum precioso pallio presentavit et tria alia pallia preciosa eidem ecclesie dédit; ad cujus anniversarium in hac ecclesia celebrandum dictus comes vir suus quinquaginta solidos assignavit, sicut in obitu ejusdem comitis suprascripto plenius continetur; et ad augmentum ejusdem anniversarii Theobaldus, comes, filius suus, quinquaginta solidos superaddidit, sicut in obitu ejusdem comitis suprascripto plenius continetur. Obiit magister Iohannes Lamberti, quondam canonicus Carnotensis; pro cujus anniversario habemus quatuor trituratores in granchia de Clausovillari; item residuum redditus, exitus et proventus terrarum quas ipse acquisivit in territorio de Vovis, deductis et solutis presbitero altaris béate Anne qui pro tempore erit, quod idem magister fundavit, duodecim libris annui redditus, quas idem presbiter habet quolibet anno in terris predictis, occasione fundamenti altaris predicti Cartulaire de Notre-Dame de Chartres, a cura di E. de Lepinois, L. Merlet, Chartres 1865, 3., p. 62, 89, 178 ).

    le porche nord de la cathédrale paraît commémorer par une de ses statues la récente acquisition de cette précieuse relique. On voit, en effet, adossée au trumeau du portail central, non pas la Vierge portant l'enfant, comme le voudrait l'usage, mais sainte Anne portant la Vierge. Cette singularité se reproduit a l'intérieur, où un des vitraux de la claire-voie placée sous la rose du nord nous montre aussi sainte Anne tenant la Vierge enfant dans ses bras. Il est visible qu'on a voulu honorer d'une façon toute particulière la mère de Marie et que la présence de son " chef" dans l'église peut seule explicjuer la place insolite qu'elle occupe P.-V. Charland, Le culte de sainte Anne en Occident. Seconde Période: de 1400 (environ) à nos jours, Quebec 1921, p. 336 ).

    La fondazione della cappella di s. Anna in Notre-Dame di Reims, è posta sotto il patronato di Giovanni, conte di Roucy, cognato dell'arcivescovo Enrico, per averne sposato la sorella Isabella, e nel secolo successivo sotto quello di Giovanni II di Chatillon-Porcéansignore de Dampierre, Sompuis e Rollaincourt, pronipote di Gaucher V de Chatillon-Porcéan, che reincontreremo in conclusione.

    Cette chapelle fut fondée en 1239, par Guichard de Château-Porcien, chanoine de Reims, constituant en dot au chapelain de la quatrième chapelle de l'autel de Saint-Anne, 57 septiers à prendre sur les moulins de Neufchâtel, que lui avait laissés son oncle Ebale de Roucy, autrefois chanoine de Reims...Cette donation est confirmée par une charte de Jehan, comte de Roucy, du mois d'Octobre de l'année 1239. ( Pouillé de Reims. — Lay. 28, lias. 47, n° 2. )

    La seconde chapelle était de l'ancienne congrégation, à la nomination du tournaire. Le titulaire avait droit à une des stalles du choeur, du côté droit; il était chargé de quinze messes, et payait 22 livres 11 sols de taxe sur l'estimation de 150 livres aux décimes. Cette chapelle fut fondée par le même Guichard de Château-Porcien. Il créa 10 livres de rente sur le vinage de Chasteau, en faveur des chapelains de la troisième chapelle de Sainte-Anne. ( Pouillé de Reims. — Lay. 28, lias. 46, n° 1. )

    Cette chapelle fut l'occasion de quelques contestations, car, en 1281, le doyen et le chapitre faisaient une convention entre eux pour la présentation du chapelain. ( Lay. 28, lias. 46, n° 2. )

    Cette chapelle et les 10 livres de rente furent confirmées par Jehan de Chastillon, comte de Porcien, le 1er Juin 1350. ( Charte avec scel, lay. 28, lias. 46, n" 5. ) ( Ch. Cerf, Histoire et description de Notre-Dame de Reims, Reims 1861, 1., p. 447-448 ).


    Le vestigia dei manieri ventimigliani di Ollioules e Evenos presso la foresta di Montrieux, dove, nella locale Certosa, si conservavano dal 1252 alcuni frammenti del teschio di s. Anna.


    Le trésor de la cathédrale possédait d'autres reliques de sainte Anne, en particulier sa « pantoufle » dont le chanoine Estienne dit qu'elle avait été « rapportée du Levant avec la relique ». Elle était conservée dans une châsse d'argent jusqu'en 1563, quand la châsse fut saisie et la pantoufle remisée dans une simple galoche en bois. La châsse dite « de Tous les saints », qui rassemblait des reliques ayant perdu leur écrin, contenait également une relique identifiée par une authentique: « De beata Anna, matre beatae Mariae », et une autre encore de la Porte dorée : « De Portis Aureis ». La date d'arrivée de ces deux dernières reliques est indéterminée, et l'on ne peut affirmer avec certitude qu'elles ont eu, comme le chef, une incidence réelle sur les choix iconographiques [ tuttavia nel 1232 il cavaliere Geoffroy du Soleil introduce in Francia alcune reliquie di s. Anna autenticate dal patriarca di Gerusalemme, altri frammenti del capo di s. Anna sono presenti nel 1252 nella certosa di Montrieux presso Tolone, fondazione quest'ultima collegata al santuario della Sainte Baume e al culto di s. Maria Maddalena sin dal XII secolo ( R. Wyche, A Provençal Holy Land. Re-reading the Legend and the sites of Mary Magdalene in southern France, “Collegium medievale”, 29 ( 2016 ), p. 115: Et de capite sancte Anne matris gloriose uirginis Marie ), n.d.r. ]

    Sainte Anne, n'était pas fêtée à Chartres au XIII siècle, ainsi qu'on le constate dans le Veridicus. Après l'arrivée du chef, elle fut célébrée au siècle suivant avec faste le 26 juillet avec le rang de fête double. Ce jour-là, on ornait entièrement l'église et l'on se rendait en procession au chef de la sainte. Il apparaît donc clairement que la présence de la relique a provoqué un changement spectaculaire dans la liturgie. Immédiatement après l'arrivée de cette relique majeure, le programme iconographique sculpté fut modifié, tout comme celui des vitraux, ce qui témoigne avec éloquence de l'importance qu'on accordait aux précieux restes. En effet, une figure de sainte Anne est sculptée au trumeau du portail central du bras nord du transept, là où on attendrait une statue de la Vierge puisque le linteau et le tympan sont consacrés à Glorification de la Vierge-Eglise. Pour le vitrail, au centre des cinq lancettes situées sous la rose nord, on a de nouveau représenté sainte Anne portant Marie enfant ( baie 121 ) ( fig. 8 et 49 ), qui fait ainsi face à l'image de la Vierge à l'Enfant placée au centre des lancettes placées sous la rose sud ( baie 122 ) ( fig. 56 ).

    Dans les autres verrières, il ne faut pas mésestimer la place de sainte Anne dans la partie basse de la Vie de la Vierge (baie 28b). En effet, au-dessus des panneaux consacrés aux donateurs, qui montrent les vignerons devant Thibaud comte de Chartres, huit scènes se rapportent à l'Histoire d'Anne et de Joachim et à la Naissance de la Vierge (fig. 51 et 52). Une lancette de la baie 125, dans le bras nord du transept, est également consacrée à Anne et Joachim. Actuellement, le vitrail est moderne, puisqu'il s'agit d'une réalisation de Coffetier de 1880.Néanmoins, les sujets choisis par le peintre-verrier correspondent à la description du vitrail primitif que donnait Pintard au début du XVIIIe siècle: au-dessus de la donatrice sont représentées l'Annonce à Joachim et la Rencontre à la Porte dorée, qui reprennent les épisodes racontés dans la verrière du XIIL siècle disparue. ( C. Lautier Claudine, Les vitraux de la cathédrale de Chartres. Reliques et images, “Bulletin monumental”,161 ( 2003 ), p. 57 ).

    Nondimeno, l'affermazione che s. Anna non sia festeggiata nella liturgia di Chartres nel Duecento è priva di fondamento - e peraltro contrasta sonoramente con il fiorire duecentesco dell'iconografia a lei dedicata nella catttedrale -: nel 1280 la festività di s. Anna è tra le dieci principali del calendario liturgico, e i canonici di Chartres introducono la celebrazione dell'immacolata concezione di Maria, sulla scorta delle teorie del teologo/filosofo francescano Duns Scoto, che coinvolgono direttamente la madre s. Anna. Inoltre, almeno dal 1260, è pur documentato l'altare di s. Anna: Pro quolibet duplici festo, quando ponitur candelabrum, V. cereos, et ponitur candelabrum ad Pascha, ad Penthecosten, ad festum sancte Anne, ad Assumptionem, ad Nativitatem beate Marie, ad Dedicationem, ad festum Omnium-Sanctorum, ad Natale Domini, ad Purificationem, ad Annuntiationem.

    Il 29 dicembre 1250 moriva l'arcidiacono Guglielmo, che lasciava alla cattedrale di Chartres duecento lire di capitale, per creare una rendita utile all'acquisto delle candele nelle solennità maggiori:

    faciendum luminare circa altare ad honorem gloriose Virginis et filii sui; quod ardebit in sollempnitatibus inferius annotatis: primo in vigilia Natalis Domini, et ardebit in tota sollempnitate, et in die Circoncisionis, Epyphanie, Purificationis et Annunciationis; secundo renovabitur in Pascha, et ardebit tota sollempnitate paschali et tribus diebus sequentibus et in Ascensione et tota sollempnitate; tercio renovabitur in sollempnitate Penthecostes, et ardebit in tota sollempnitate et tota ebdomada sequenti ad completorium, et in die Trinitatis et in festo beate Anne; quarto renovabitur in Assumptione béate Marie,- et ardebit in tota sollempnitate, et simili modo in Nativitate ejusdem et in festo Dedicationis.

    Il 14 marzo di un anno vicino al 1260 era morto il canonico Giovanni Lambert, fondatore della Cappella di S. Anna, dotata di un reddito annuo di 12 lire. ( Cartulaire de Notre-Dame de Chartres, a cura di E. de Lèpinois, L. Merlet, Chartres 1862, 1., p. CXLI; 3., p. 5, 62 ).

    3. Luigi, conte di Blois, duca di Nicea e la Confraternita di Gand

    Il primo elemento che lega i possessori del capo di s. Anna e i conti di Ventimiglia, imparentatisi e eredi degl imperatori bizantini di Nicea, è il comune interesse a rivendicare i possessi e titoli imperiali niceni.

    Lors du partage du butin et des terres, Louis de Blois eut une part en rapport avec son rang et l'importance de ses troupes. Il reçut donc le chef de sainte Anne, qu'il fit envoyer à Chartres, et des reliques de saint Pierre et de saint André, que la comtesse Catherine apporta à Beauvais en 1206. Baudouin lui remit également le duché de Nicée, à l'est de Constantinople, pour la conquête duquel il envoya deux de ses meilleurs vassaux, Pierre de Bracheux et Payen d'Orléans. Mais en mars 1205 les Grecs de Thrace se révoltèrent. Sans attendre l'arrivée de ses vassaux, Louis marcha sur Andrinople (l'actuelle Edirne) avec cent quarante chevaliers seulement et planta son camp devant la ville. Or une forte armée de Coumans, qui soutenaient la ville rebelle, se présenta devant la troupe des croisés. Le 14 avril 1205, dans une manoeuvre inconsidérée qui faillit provoquer la ruine du jeune empire latin, Louis de Blois, suivi de l'empereur Baudouin et d'un grand nombre de chevaliers, se lança à la poursuite des Coumans. Mais ceux-ci les attirèrent dans une embuscade au cours de laquelle Louis périt, ainsi qu'Etienne du Perche, Renaud de Montmirail et un grand nombre de chevaliers. Baudouin de Flandre fut pris vivant et il mourut prisonnier vers 1206. Son frère Henri de Hainaut prit alors la régence de l'empire d'Orient, puis fut couronné empereur. L'obit de Louis de Blois est inscrit au 15 avril dans le nécrologe de la cathédrale de Chartres. ( C. Lautier, Les vitraux de la cathédrale de Chartres, p. 3-93 ).

    La sorella di Luigi, Margherita di Blois, aveva sposato, nel 1190, Ottone Senzaterra di Hohenstaufen conte palatino di Borgogna e rimasta vedova nel 1200 era passata al matrimonio con Gauthier II d'Avesnes nel 1204, dal quale nacque Maria d'Avesnes moglie di Ugo I di Chatillon, da cui discese la moglie di Pietro d'Alençon e altri eredi che incontreremo di seguito. Ottone, quartogenito del Barbarossa, regnava tra Strasburgo e lo splendido palazzo alsaziano di Hagenau, dove giunsero alcune fra le prime reliquie di s, Anna in Occidente, nel corso del XII secolo ( J.-Y. Mariotte, Les Staufen en Alsace au XIIe siècle d’après leurs diplômes,  "Revue d’Alsace" 119 ( 1993 ),  p. 43-74 ). 

    3.1 La Confraternita di S. Anna di Gand nell'Autunno del Medioevo

    A mezzo tra una pia istituzione e un'ordine cavalleresco dinastico-militare, l'Arciconfraternita di S. Anna credo costituisca un unicum straordinario nel panorama storico, almeno a mia conoscenza. Se non altro, per tal motivo, val la pena soffermarvi l'attenzione, per misurare la portata dell'argomento trattato. Le prime reliquie, in assoluto,in Occidente della santa gerosolimitana, probabilmente giunsero a Gand, in Fiandra, il 15 aprile del 1101. Ne fanno fede un decreto del 18 luglio del 1101 di Pasquale II – antecedente una dozzina d'anni l'istituzione dell'Ordine di S. Giovanni Battista di Gerusalemme del medesimo pontefice – poi ripreso in privilegi e indulgenze di Alessandro VI e Urbano VIII. In tal modo, un'iniezione determinante al culto di s. Anna fu offerta al Paese - le Fiandre - a cui Goffredo di Buglione, duca della Bassa Lorena e Avvocato del Santo Sepolcro, donò, prima di morire nel luglio 1100, un' importante reliquia della santa, posta nella chiesa di Sint Niklaas di Gand, sulla Schelda, in onore del compagno d'armi Roberto II conte di Fiandra, cognato di Ruggero Borsa d'Hauteville duca di Puglia. Roberto, dopo il successo della prima crociata e la conquista di Gerusalemme, rinunciò a ogni possedimento conquistato in Terrasanta e rientrò in patria, affidata al governo della moglie Clemenza di Borgogna. La volontà di Goffredo fu realizzata dal fratello, re Baldovino I di Gerusalemme, e tra i primi confratelli della neonata istituzione fiamminga il papa iscrisse i medesimi donatori; Baldovino e il defunto Goffredo. Si può forse dubitare di una data tanto remota di fondazione della pia confraternita, ma è indubbio che la diffusione della liturgia relativa a s. Anna si sviluppa in nord Europa e nell'Inghilterra normanna proprio tra la fine dell'XI e i primi decenni del XII secolo, contemporaneamente all'arrivo presunto delle reliquie in Fiandra, contea strettamente saldata alla monarchia normanna, avendo contribuito alla conquista dell'isola e pretendendo un tributo annuo per tali ragioni dagli stessi sovrani normanni:

    The earliest surviving liturgical texts for the feast were composed in the 1130s by Osbert of Clare, prior of Westminster, for Worcester Cathedral [ … ] ThProtevangelium Jacobi waalspresent at the abbeof Bury SEdmunds by 1100, wherearound thsame timethTrinubium text appeared for thfirst time in England ( K. Ihnat, Early evidence for the cult of Anne in Twelfth-century England,“Traditio”, 69 ( 2014 ), p. 1, 5 )

    Dopo i sovrani di Gerusalemme, il registro confraternitale annovera fra i membri più illustri l'imperatore Federico I Hohenstaufen, nel 1153, e il suo pronipote re Enrico VII nel 1224, già conosciuti come appassionati ospiti del palazzo alsaziano di Hegenau, dove, nella cappella del S. Salvatore, almeno dal 1183 si conservava altra reliquia di s. Anna. Seguono poi in parata un lungo elenco di sovrani e duchi di Borgogna, Brabante e Lorena. Nel 1315 entrano nell'esclusiva confraternita di s. Anna la regina Giovanna di Borgogna e nel 1351 il figlio Giovanni II di Francia, fondatore nello stesso anno dell'Ordre de Notre-Dame de l'ÉtoileL'ordine della Stella che forse ispirò nel Quattrocento l'ordine della Stella fondato da Alfonso il Magnanimo e, in Messina, dal marchese Giovanni I di Ventimiglia. E sicuramente quello del Nodo, fondato nel 1352 da re Luigi I di Sicilia, figlio di Filippo I di Taranto. La lista della nobile Confraternita di S. Anna è però molto affollata:

    Nous pouvons cependant y démêler encore les noms de Philippe le Hardi et de sa femme, Marguerite de Flandre ( 1384 ); de Phihppe le Bon, duc de Bourgogne; d'Isabelle, fille du roi Jean de Portugal ( 1477 ); de Charles le Téméraire avec sa femme Catherine, fille de Charles VII, roi de France; de Marguerite, sœur du roi Edouard d'Angleterre ( 1477 ); du noble seigneur Jean de Luxembourg, lieutenant de Philippe le Bon; de Philippe II, roi des Espagnes et des Indes; de Marguerite de Parme, régente des Pays-Bas; de Marie, reine d'Angleterre; des sérénissimes Albert et Isabelle, archiducs d'Autriche et ducs de Bourgogne; du très excellent Don François de Mello, suprême régent des Pays-Bas, rendu célèbre par sa défaite à Rocroy, etc. ( Charlande, Le culte de sainte Anne en Occident, p.111 ).

    A Gand si incontra il marchese di Geraci, Simone II di Ventimiglia, nel novembre del 1556 al giuramento prestato da Filippo II d'Asburgo di rispettare i privilegi di Palermo, al cospetto di altro esponenete di ramo distinto dei conti di Ventimiglia; ovvero di Vincenzo del Bosco di Ventimiglia, inviato della capitale siciliana. Ramo familiare quest'ultimo che nei primi decenni del secolo seguente ottenne brevetto dell'Ordine del Toson d'Oro. Il marchese di Geraci  si trasferì alla corte fiamminga "per fermarsi continuamente et risieder appresso questa Regia Maestà" sin quasi alla fine del 1558, partecipando con il fratello Carlo - futuro conte di Naso, gentiluomo di camera regia e cavaliere di S. Giacomo della Spada - alla Battaglia di S. Quintino dell'11 agosto del 1557, come membri dello Squadrone Reale. Il marchese siciliano non ottenne il collare del Toson d'oro, ma forse d'allora, in sua vece prestigiosa, i marchesi di Geraci iniziarono a indossare la catena d'oro regggente il reliquiario di un dente di S. Anna, successivamente documentata. Poi, fra il 1588 e il 1590, Francesco di Ventimiglia, figlio del conte di Naso, fu ancora nel Brabante come capitano del Tercio Lombardo. Nondimeno, la Confraternita di S. Anna fu aperta alla partecipazione delle maggiori case sovrane europee: 

    Les reliques de sainte Anne et celles des compagnes de sainte Ursule sont conservées dans une châsse hexagone de bois d'ébène, incrustée d'écaillé et garnie de ciselures d'argent. Cette esquisse historique, quoique succincte, suffira pour faire apprécier l'importance d'une confrérie qui remonte à une haute antiquité et qui compte parmi ses membres, depuis son origine jusqu'à la fin du XVIIIe siècle, les princes les plus puissants de l'Europe. 

    Una pubblicazione del XVIII secolo, tratta da un manoscritto del 1642, annovera tra i membri della Confraternita di S. Anna lo stesso Filippo II d'Asburgo e il padre Carlo V, ( nel 1552 ) - nativo di Gand - oltre un lungo elenco di duchi di Borgogna e notabili fiamminghi, a proseguire dal capetingio Filippo II l'Ardito di Borgogna:

    Illustrissimus et potentissimus D. Philippus Audax, dux Burgundiae, comes Flandriae, etc. Primus in dignitate inter Belgarum comites primus in pietate erga mag. matrem Annam cura lectissima sua coniuge Margareta, anno Domini 1384.

    Joannes dux Burgundiae etc. cum nobilissima coniuge Margareta Alberti ducis Bavariae filia anno Domini 1407.

    Philippus Bonus dux Burgundiae et cum dilectissimae coniugibus Michaela, Caroli VI. Gallorm regis filia: Bonna; et Isabella, Joannis Regis Lusitaniae filia, anno Domini 1437 [ Filippo III il Buono, fondatore dell'Ordine del Toson d'oro nel 1430 n.d.r. ].

    Carolus Audax, dux Burgundiae, etc. cum coniugib. Catharina Caroli VII Francorum regis filia: Isabella, Caroli ducis Borboniae: et Margareta sorore Edoardi Anglorum regis, hunc confraternitatem illustravit anno Domini 1473...

    ( O. Cancila, I Ventimiglia di Geraci ( 1258 - 1619 ), 2., Palermo 2016, p. 310; K. De Volkaersbeke, Les églises de Gand, 2., Eglises paroissiales et oratoires, Gand 1858, p, 170-171, 198; T. Brandenbarg, W. Deeleman-van Tyen, L. Dresen-Coenders, Heilige Anna, grote moeder. De cultus van de Heilige Moeder Anna en haar familie in de Nederlanden en aangrenzende streken, Nimega 1992, p. 69; Oorspronck beginsel ende audtheyt der devotie tot de H. Reliquien ende Beeldtvan de H. Moeder Anna, Gand 1725, p. 25 - 27 ).

    3.2 La conquista della Bitinia/Ducato di Nicea da parte di Luigi di Blois

    Lors dona l'empereres Baudoins au comte Loeys la duchée de Niqué, qui ere une des plus hautes honors de la terre de Romenie, et séoit d'autre part del Braz [ oltre il Bosforo rispetto a Costantinopoli n.d.r. ] Joffrois de Vile-Hardoin, La croisade de Constantinople, 67. ).

    Mais celui qui fit le plus grand rôle en Asie, et qui perpétua chez les Grecs la succèssion impériale, fut Théodore Lascaris. Au moment de la prise de Constantinople, après la fuite de Murzuphle, lorsqu'on n'attendait que le saccagement et le carnage, Théodore avait osé prétendre au nom d'empereur, et semblait ne l'avoir reçu de ses malheureux compatriotes que comme un titre de funérailles. Échappé cependant au glaive et aux fers des Latins, il avait passé le Bosphore avec sa femme Anne Comnène, qui, étant fille d'Alexis III, lui donnait des droits à la souveraineté. Il se présenta avec elle aux portes de Nicée, ne s'annonçant que sous le nom de despote Alexis son beau père. Les Grecs, maîtres de la ville, refusèrent d'abord de le recevoir; et ce ne fut qu'à force de prières qu'il les engagea enfin à donner du moins un asile à sa femme, fille de leur prince légitime. Il la confia entre leurs mains et partit pour rassembler les Grecs fugitifs. Il forma une petite armée, avec laquelle il fit des courses aux environs de Pruse, et s'empara de quelques châteaux. Trop faible pour se soutenir long-temps, il eut recours au sultan d'Icône, dont il était ami, et en obtint des secours qui le rendirent maître de Nicée, de Pruse et de presque toute la Bitliynie.


    Sant'Anna di Chartres con la Vergine e il libro, secondo la classica iconografia della madre di Maria, che ricorda l'effige con libro della Mare de Deu de la Serra. La vetrata di Chartres fu commissionata e offerta negli anni 1226 - 1234 dalla regina reggente di Francia, l'anscarica Bianca di Castiglia, madre. tra gli altri, di re Luigi IX e Carlo I d'Angiò.

    Louis, comte de Blois, avait été investi du domaine de cette province, sous le titre de duc de Nicée, fit partir, vers la Toussaint, Pierre de Bracheux et Payen d'Orléans, avec cent chevaliers, qui, s'étant rendus à Gallipoli, passèrent l'Hellespont, et prirent port à Pèges, ville maritime, possédée par les Latins dès le temps des empereurs grecs. Ils fortifièrent le château de Palorme sur la Propontide, et, après y avoir mis garnison, ils entrèrent plus avant dans le pays. Cependant Théodore Lascaris, prince grec de Nicée, avec ce qu'il avait de Grecs rassemblés de toutes parts, et les secours du sultan d'Icône, se mit en campagne pour arrêter leurs progrès. Les deux armées se rencontrèrent le 6 décembre, dans une plaine au-dessous de Pénamène, sur les confins de la Mysie et de la Bithynie. Les troupes de Théodore, quoique plus nombreuses, furent défaites après un combat opiniâtre, et cette victoire rendit les Français maîtres de Pénamène, de Lopade et presque toute la Bithynie jusqu'à Nicomédie; mais Pruse résista à leurs efforts. Peu de jours après le départ de Pierre de Bracheux, deux autres corps partirent de Constantinople.

    L'un avait chef le prince Henri, frère de l'empereur, qui descendit dans l'Hellespont et s'empara d'Abydos. Il en fit sa place d'armes, et reçut d'utiles se cours des Arméniens dispersés en grand nombre aux environs de l'ancienne Troie, et mortels ennemis des Grecs. L'autre corps d'armée passa le Bosphore vis-à-vis de Constantinople, sous la conduite de Macaire de Sainte-Menehould, accompagné de Mathieu de Valincourt et de Robert de Ronçoy. Ils marchèrent droit à Nicomédie, qu'ils trouvèrent abandonnée, et où ils mirent garnison. Henri, suivant le conseil des Arméniens, traversa ensuite la Troade, et arriva en deux jours à Adramytte, qui se rendit aussitôt. Peu de temps après, Théodore Lascaris parut devant la place avec une nouvelle armée; mais, attaqué par les Français, il fut encore vaincu, et sa défaite entraîna la soumission de tout le pays. Les Français se trouvèrent ainsi maîtres des côtes du Bosphore, de la Propontide, de l'Hellespont, et de toute l'Asie Mineure jusqu'à l'ancienne Eolide. Malheureusement, les vainqueurs furent rappelés en Europe par un ordre de Baudouin, que menaçaient les Bulgares. ( C. Le Beau, Histoire du Bas-Empire, a cura di M. Brosset, Parigi 1835, 17., p. 202-205 ).

    3.3 Il culto carmelitano del teschio di s. Anna e l'arrivo in Occidente nel XIII secolo

    Quo vero delatum postea sit idem S. Annae cranium, accipite. Est igitur in Asia regio, quam Maryandinum vocant, Bithyniae contermina, in qua nobilissima stetit urbs Acone, veneno aconito dira, quae tempore longo Christiana tandem per Othomannum Turcarum tyrannum sub annum Domini millesimum trecentesimum destruitur, & Machometum agnoscere cogitur, ubi & fratrum Carmelitarum, ad quatuor miliaria huic oppido vicinum concrematum est monasterium, fratribus adhuc ibidem inventis pro fide Christi crudeliter trucidatis: aufugerant attamen prius aliquot, qui ossa sacra permulta, & inter alia cranium В. Annae matris Deifaerae virginis in Europam asportaverunt: nam ( ut Usuardus in Martyrologio scribit ) in civitate Aconensi dormitio seu mortis dies B. Annae septimo Calendas Augusti a multis saeculis religiose & celebriter colebatur. [ ... ] Hodie Beatissimae Annae Chrifti aviae caput, seu cranium, in Alemania inferiori, oppido Marco-duri, quod Marcus quondam Agrippa ante Chriftum natum condidit, in Ducatu nunc Iuliacensi, quod brevitate gaudens vulgus Duren appellat ritibus piis colitur & asseruatur, quinto-lapide ab Ubiorum Colonia Agrippina ( L. Cupero, Beatae Annae Christi servatoris nostri aviae maternae genealogia et vita, Antverp 1592,  p. 140 - 142 ).

    Secondo Cupero, provinciale dei locali Carmelitani, l'arrivo a Düren di una porzione del teschio di s. Anna si situa nel 1300, ma altre fonti la pongono nel novembre del 1500, a seguito di un furtum sacrum della reliquia proveniente da Magonza. Qui sarebbe giunta dalla Palestina nel 1212. Interessante comunque la presunta relazione con la Bitinia e quindi l'Impero lascaride di Nicea, origine anch'essa presunta della reliquia. Anche se appare chiara una confusione tra Accon in Palestina - dove è documentato l'insediamento dei Carmelitani - e il monastero di S. Anna di Leukate - a occidente della capitale religiosa Nicomedia - dove il Synaxarion di Costantinopoli pone reliquie della santa - ma si tratta di un'omonima Anna vissuta nel IX secolo -. Regione questa recuperata ai Latini da Giovanni III Doukas Vatazte nel 1240, colui che nel 1212 aveva sposato Irene Làscaris assumendone il cognome. ( Panou, The cult of s. Anna in Byzantium, p. 60 ).

    L'Ordine dei Fratelli della B. Vergine Maria del Monte Carmelo è sorto, alla fine del secolo XII e inizio del XIII, da un gruppo di uomini che, attratti dal richiamo evangelico dei Luoghi Santi si "consacrarono in essa a Colui che vi aveva effuso il suo Sangue" in una vita di penitenza e di preghiera. Essi si stabilirono al Monte Carmelo, presso la Fonte di Elia e ricevettero, su loro richiesta unaForma di vita da Alberto, patriarca di Gerusalemme ( 1206-1214 ) che li costituì in unica comunità di eremiti, attorno a un oratorio dedicato a Maria. Dopo la conferma di Onorio III ( 1226 ) e Gregorio IX ( 1229 ), Innocenzo IV ( 1247 ) completò il loro cammino di fondazione e, con alcune modifiche alla Forma di vita, li inserì tra i nascenti Ordini di Fraternità Apostolica ( Mendicanti ) chiamandoli a unire alla vita contemplativa la sollecitudine per la salvezza del prossimo.  Nel 1238/1242 - a seguito del fallimento della crociata di Federico II di Svevia - i Carmelitani fondarono il convento di Messina, in Sicilia, che fu considerato la casa madre delle istituzioni europee. Secondo Vincenzo da Beauvais, che scrive a metà del Duecento, la grande migrazione dei Carmelitani in Europa risalirebbe proprio al 1238: Post haec anno Domini 1238 propter paganorum insultus compulsi sunt ab illo loco per varia regiones Mundi dipergi; la fonte del Cinquecento che attribuisce al 1300 l'abbandono della Terrasanta e l'arrivo della reliquia di s. Anna non trova piena conferma; anche perché Accon, dove insisteva uno dei più importanti conventi carmelitani, fu occupata dai Turchi nel 1291. ( L: M. Saggi,Storia dell'Ordine carmelitano, Roma 1962-63, p. 37: Vita di S. Anna madre di Maria vergine genitrice di Dio, protettrice dell'Ordine carmelitano, in  G. M. Fornari, Anno memorabile de' Carmelitani..., Milano 1690, 2., p.232 ).

    Probabilmente già dal 1235, a causa delle difficili condizioni politico-religiose della Terrasanta, alcuni carmelitani avevano fatto ritorno in Occidente. Alcuni avevano preso la strada del deserto di Fortamia a Cipro, altri erano giunti in Sicilia, in Francia meridionale e in Inghilterra. Sicuramente le fondazioni più antiche sono quelle di Valenciennes del 1235, di Cipro del 1238, di Les Aygalades presso Marsiglia in Provenza intorno al 1238, di Aylesford e Hulne in Inghilterra del 1242 e di Messina probabilmente degli anni ’30 del XIII secolo [...] 

    A mio avviso, si è voluta sintetizzare la Visione di Emerenziana sul Monte Carmelo (Fig. 17), soggetto già rappresentato in ambito carmelitano. Emerenziana, madre di S. Anna, desiderava consacrarsi a Dio, ma non sapendo cosa decidere poiché il padre l’aveva promessa ad un uomo “ricorse per tanto à divoti Romiti del Carmelo per ottenere, mediante le loro orationi, qualche sollievo à suoi sospiri: da quali ben subito essaudite le dilei domande, furono trè di questi rapiti in spirito, e viddero rapresentarsegli avanti gli occhi una radice, dalla quale ne pullulavano, due tronchi: Dal primo n’usciva una verga bellissima, sopra cui spiccava un fiore d’inestimabile bellezza, e fragranza che col suo odore riempiva d’inesplicabile consolatione l’universo: dall’altro pure una verga bellissima, da cui si vedeva uscire un’ fiore odoroso, che da se solo pensato era mirabile; mà in paragone del primo sembrava un nulla. N’uscivano poscia dal primo tronco due altri rami, che in varij getti si dividevano, tutti belli; mà al pari del primo restava la loro fragranza anientata. Quando frà queste visioni sentissi una voce dal Cielo che disse: Haec radix est Emerentiana nostra, magnae propagationi destinata”. In seguito a questa visione Emerenziana comprese di dover sposare Stollano, dal quale avrebbe avuto Anna, madre di Maria da cui sarebbe nato Gesù, e Ismeria, da cui nacque S. Elisabetta, moglie di Zaccaria e madre di Giovanni Battista. ( L. Turi, I carmelitani di Puglia e la memoria della Terrasanta, "Ad limina. Revista de investigacion del Camino de Santiago y las peregrinaciones", 6 ( 2005 ), p. 177 ).

    I Carmelitani rivendicarono la loro presenza nel monastero di S. Anna di Gerusalemme nel XIII secolo, come si può dedurre da questi passi sull'origine dell'ordine: 

    Nel Comuento poi di S. Anna in Gierusalemme, doppo il P. Priore Gieronimo, che diede della regola nostra i primi documenti al sudetto S. Angelo, al fratello suo Giouanni, soggetto di vita esemplare, e di innocenza singolare, vi successe il P. Ilariane Prouinciale di Terrasanta, morto per mano de' Saraceni, del quale parlando il nostro Generale Gio: Grossi nel suo Viridario, lo dimanda Santo; soggiongendo, che il suo corpo si troua in Cipro in un certo luogo, o sia Castello detto di S. Ilarione, riposto in nobile tomba sotto la custodia del Re di Cipro, che tiene di quella gelosamente le chiavi. Di questo Ilarione fanno memoria molti nostri Autori riferiti nel tomo quarto de nostri Annali sotto l'anno 1256.

    S. Anna di Gerusalemme carmelitana: Che se poi hebbe Maria in Gerusalemme un'altra Casa, in cui fu concetta, e nacque, come stimano altri: se è vero, ciò che molti dicono, che altra stanza sua, e de suoi Genitori fosse in Gierusalemme, situata in Porta aurea; iui parimente ſuccessero al possesso li Carmeliti con un loro Monastero nuovo, del quale fra molti altri discorre Hildesino lib. de princip. Ordin, Fratr. Beatae Mariae de Monte Carmelo contra Detractores. cap. 14. Traditum tenemus ex Patribus, quod primus Conventus Ordinis, post montis Carmeli Collegium fuit in loco, qui porta aurea dicitur, in quo Ioachim, et Anna convenerunt, o in illam coniunctionem consenserunt, ex qua gloriosa Virgo concepta fuit, et nata quasi diceret Beata Virgo, ibi debent morari Fratres mei, ubi primo tractatum est de conceptione mea, Così anche Balduino Laertio Atrebatense in collestan. Exemplorum, ei miraculorum cap. 1. disse Alium Comventum fecerunt in Porta aurea, vbi beata Virgo fuit concepta. Dehoc habetur in quadam cronica Romana, ubi dicitur, Tempore predicationis Domini nostri Ieſu Chriſti Heremita de Monte Carmeli in Hierusalem accesserunt, quorum quidam anno septimo a passione Domini regnante Romano Imperio vsque ad tempora Titi, et Vespasiani imperatorum, apud Hierusalem in Porta aurea consederunt religiose vivendo. ( Fornari, Anno memorabile, p. 90, 728 ).

    Se queste tradizioni dovessero indicarci una pista di ricerca, in una prima parziale conclusione, dovremmo concludere che a Magonza il frammento di s. Anna giunge pochi anni appresso l'arrivo della parte principale del teschio in Chartres ( 1205 e 1212 le datazioni ) e le due parti potrebbero esser dunque saldate a una comune origine, non esattamente connessa a Costantinopoli, ma, attraversato il Bosforo, a Nicomedia e all'impero di Nicea, passato inizialmente sotto l'autorità del conte di Blois, né si può escludere che le reliquie di Mainz siano riferite a una omonima s. Anna del IX-X secolo. Vedremo al punto 14.4 che a Messina alcune parti del cranio di s. Anna e altre ossa e reliquie della santa giunsero - da Accon e Terrasanta - nei locali monasteri dell'Ordine di S. Maria e Tutti i Santi e S. Maria di Monte Alto, il primo insediato contemporaneamente ai Carmelitani nella città siciliana, intorno al 1238-1242. L'arrivo e ricongiunzione della parte principale del sacro teschio negli anni a seguire in Sicilia, probabilmente intorno al Giubileo del 1300, potrebbe dunque esser saldato alla consanguineità e successione dei conti di Ventimiglia dagli imperatori di Nicea, i Làscaris. Vedremo ora in qual misura e in quali termini e ciorcostanze.

    4. L'estinzione delle case imperiali Staufen e Doukas Vatatze Làskaris e il ruolo dei conti di Ventimiglia tra Aragona, Capeti e Paleologi

    Eudossia Làscaris di Ventimiglia, 'infanta' di Grecia ed erede porfirogenita del padre Teodoro II, ebbe lontana origine comune con la moglie di Pietro d'Alençon, come discendente di Gaucher I di Chatillon, nonno della sua trisavola femminile Anna-Agnese di Chatillon, principessa d'Antiochia. Gaucher I, infatti fu pur il nonno di Gaucher II di Chatillon, trisavolo di Jeanne, consorte del d'Alençon.

    Ambas victorias fueron logradas por Carlos de Anjou, y al extinguirse la línea directa sucesoria masculina de los Hohenstaufen, Constanza se convirtió para los gibelinos en legítima heredera de la corona de Sicilia. De este modo e inesperadamente Pedro el Grande se convirtió por su matrimonio en el paladín de la causa gibelina, circunstancia coyuntural que abría las puertas del Mediterráneo central a la Casa real de Aragón y condal de Barcelona, y hacía coincidir las ambiciones mercantiles de sus súbditos catalanes, y en especial barceloneses, con su proprio programa, en el que la fe y los derechos feudales tienen una destacada importancia. Tras la muerte de su suegro, Manfredo, y de su cuñado [ recte primo n.d.r.], Conradino, e incluso unos meses antes de la muerte de éste, Pedro el Grande se había dejado comprometer recibiendo una embajada de Enrico de Ventimiglia en 1268 [conte di Ischia, Geraci, Collesano e Maro n.d.r.]; un año después un cierto número de barones se comprometió a defender los derechos de doña Constanza, a la vez que acoge a un importante grupo de gibelinos sicilianos en Aragón, que, llaman a Constanza, “Regina”. Entre ellos, los Prócida, Lanza, Loria, incluso princesas imperiales de la dinastía de Nicea [Eudossia Làscaris contessa di Ventimiglia dal 1261 n.d.r.], todo un símbolo para Pedro. Todo ello hizo que al llegar al trono Pedro el Grande, no tuviera ninguna duda sobre su compromiso gibelino y el papel que le tocaba representar. De esta manera se iniciaba la verdadera expansión mediterránea, en que Pedro el Grande, gracias a un matrimonio coyuntural, va diseñando un plan de intervención cuyo objetivo era Sicilia, pero las tenazas eran Mallorca y el Magreb. ( S. Claramunt Rodriguez, La politica matrimonial de la casa condal de Barcelona y real de Aragon desde 1213 hasta Fernando el Catolico, "Acta historica et archaeologica mediaevalia", 23-24 (2002-2003), p. 203-204 ).

    Quién fue la infanta doña Láscara que llegó al rey en Calatayud. Estando el rey en la villa de Calatayud vino a su corte la infanta doña Láscara, hija del emperador Teodoro Láscaro, mujer que fue del conde Guillermo de Veintemilla ( J. Zurita y Castro, Anales de Aragòn, 4., 5. )

    5. I conti di Ventimiglia e il sangue imperiale dei Làscaris

    La quatrième fille de Théodore II Laskaris se prénommait Eudocie, selon Georges Acropolite; Nicéphore Grégoras doit faire erreur une fois de plus en la nommant Irène, qui était certainement le prénom de la fille aînée de l'empereur, mariée à Constantin Tich, le tsar de Bulgarie. Le tableau dressé au début du chapitre invite à voir en elle la femme de Guillaume de Vintimille (Vintimiglia), que Georges Pachymère donne comme conjoint de la quatrième fille de l'empereur. Les nouveaux époux durent quitter Constantinople pour Gênes en 1262. La femme de Guillaume-Pierre, comte de Vintimille, est bien connue grâce aux sources occidentales. J. Miret y Sans a exhumé des archives du royaume d'Aragon de nombreux documents où il est question de la princesse. De même que Constance de Hohenstaufen, la veuve de Jean III Batatzès, elle fut entretenue royalement à la cour d'Aragon; le roi d'Aragon semble avoir gratifié les deux princesses d'importantes largesses, dans l'espoir d'acquérir des droits sur leur succession éventuelle en Orient, comme le montrent les documents dont il sera fait état dans le chapitre suivant. ( A. Failler,.Chronologie et composition dans l'Histoire de Georges Pachymère, “Revue des études byzantines”,38 (1980), p. 71 ).

    Heirs of Emperor Alexios III Angelos who ruled from 1195-1203:

    1) Emperor Alexios III Angelos.

    2) Anna Komnene Angelina (1175/80?-1212) daughter. Married first Sebastokrator Isaac Komnenos (died soon after 1196); married second Theodoros Komnenos Laskaris (1171/74?-1221) Emperor Theodore I Laskaris at Nicaea.

    3) Theodora Angelina Komnene. Daughter. Married Ivanko, a relative of Bulgarian Tsar Ivan Asen I. No known children;

    Iscrizione di autentica del cranio di s. Anna posseduto dai conti di Ventimiglia, in caratteri greci del XII sec: "Il Capo di sant'Anna madre della madre di Dio".

    4) Irene Doukaina Komnene Laskarina (died 1239) Oldest (?) Daughter. Married First Despot Andronikos Palaiologos ( died 1216? ), no known children, married second emperor John III Doukas Batatzes ( 1192 ?-1254 ). Maria Laskarina married Bela IV king of Hungary, the son king Stephan V of Hungary. the niece Maria of Hungary married king Charles II of Naples.

    5) Emperor Theodore II Doukas Làskaris (1221?-1258), son.

    6)Emperor Saint John IV Doukas Làskaris (1250-1305?) Deposed by Michael VIII Palaiologos. Childless.

      7) Eudoxia Laskarina Asenina (1245/48-1311) 4th oldest sister, wife of Count Guglielmo Pietro I of Ventimiglia and Tenda (1230-1283), she is cousin of Maria Arpad of Hungary wife of king Charles II of Naples. Step-niece of Anna-Constance of Hohenstaufen empress of Nicaea, daughter of Frederick II emperor. Mother of Eudoxia is Helen Asen Arpad, niece of Andrew II king of Hungary, father of Yoland queen of Aragona, wife of king James I the Conqueror. Therefore Kings Peter III and James II, of Aragon and Sicily, are cousins consanguine of Eudoxia Làscaris of Ventimiglia. Isabel of Aragon wife of Philip III the Bold king of France makes Eudoxia Làscaris of Ventimiglia as cousine of Peter I of Alençon - brother of king – as consanguine of Charles of Valois count of Chartres (1290) and Alençon (1285), king of Aragon

      (1280), pretender emperor of Byzantium. Eudoxia is cousine of Theodora Ducena Vatatzaina - niece of Alexio brother of Jhon III her grandfather - wife of emperor Michael VIII Palaiologos, and couisine consanguine of emperor Andronikos II Palaiologos (1282-1328), their son, husband of Violante/Irene of Monferrato.

        1. - Giovanni I Làscaris di Ventimiglia, Count of Ventimiglia, Vermenagna and Tenda, son

          - Jaime/Giacomo di Ventimiglia, son

          - Ottone di Ventimiglia, bishop of Ventimiglia, son

          - Làscara di Ventimiglia, countess of Pallars and Bergueda, daugther

          - Beatrice di Ventimiglia, viscountess of Montcada lady of Fraga, daugther

          - Violante di Ventimiglia, lady of Ayerbe, daugther

          - Vatatza di Ventimiglia, lady of Santiago do Cacém, Panòias, Sines, Castro Verde, Huelva etc., daughter

        6. La fondazione della Mare de Deu di Montblanch di Eudossia Làscaris e Santa Ana di Montornés/Montblanch

        Di poco posteriore all'arrivo dell'imperatrice Anna-Costanza di Hohenstaufen in Aragona, cioé all'anno 1269, si pone l'ingresso di Eudossia Làscaris e dei figli alla corte aragonese, per considerazione - secondo lo storico cinquecentesco Zurita - della sua parentela con Maria di Montpellier - figlia di Eudossia Comnena nipote dell'imperatore Manuele Comneno - regina madre del regnante Giacomo I il Conquistatore. Ma questi, più direttamente, era anche marito di Yolanda/Violante Arpad di Ungheria, cugina consanguinea della contessa Làscaris.( C. Nique, Les deux visages de Marie de Montpellier (1182-1213), “Academie des Sciences et Lettres de Montpellier”, (2014), p. 

        casi en el mismo tiempo vino tambien a estos Reynos la infanta hya del Emperador Theodoro Lascaro, que se llamo Irene [ recte Eudossia n.d.r. ]: y aviala casada el Emperador Paleologo con el Conde Guillen de Veintemilla .- por tener mucho deudo con el infante D. Pedro de Aragon, quanto io creo, por parte de la Rejna donna Maria su Aguela Señora de Mompeller, se vino a estos rejnos con tres hjas, que tuvo del Conde de Veintemilla su marido ( Zurita y Castro, 3., 75. )

        Intorno al 1295 in Montblanch, in Aragona, la principessa Eudossia Làscaris fonda il convento di clarisse della Mare de Deu de la Serra, donando la statua-reliquia miracolosa della Madonna con bambino, di scuola gotica francese. L'edificio delle clarisse sorse presso il duecentesco Hospital de la Serra.

        La primera referència històrica del santuari de la Serra es troba en un document del 20 de gener de 1296, en el qual els síndics de Montblanc cedeixen el lloc de Santa Maria de la Serra a la infanta Irene [recte Eudossia n.d.r.] Làscara, porquè s'hi pugui edificar un monestir de monges clarisses, de l'orde franciscana (M. Solé Maseras, M. D. Mestres Solé, Principals restauracions del Santuari de la Serra (1811-1995), p. 205).

        In realtà, già dal 1295 il cappellano della pieve di Montblanch lamentava la perdita delle sue rendite a favore della Mare de Deu, che dunque fu attiva prima della cessione a Eudossia della proprietà del luogo, forse da tempo occupato da una comunità di mulieres religiosae, non ancora aderenti al secondo ordine francescano. Nel 1288, alla morte del figlio Giacomo, Eudossia aveva ricevuto la città di Jativa in signoria al fine di utilizzarne le rendite per la fondazione di un monastero in onore del giovane cavaliere defunto. Non conosciamo i dettagli della morte del giovane, forse nei disordini nobiliari di Saragozza che condussero, a fine 1287, al Privilegio de la Uniòn o nella campagna del 1288 di Alfonso III nell'invasione di Cerdanya – la contea a nord della signoria ventimigliana di Bergua - contro lo spodestato re di Mallorca. La dedica del nuovo monastero è alla Madre di Dio, la Theotokos a cui il nonno del defunto, l'imperatore Teodoro II, insigne poeta e teologo, aveva dedicato la sua composizione liturgica del Grande Canone della Paraklesis. Teodoro moriva trent'anni prima del nipote, il 18 agosto del 1258, dopo esser entrato – negli ultimi giorni - come monaco, nel monastero di Sosadron.


        La porta e i bastioni di S. Anna di Montblanch


        Montblanch è pur un centro cultuale di sant'Anna sino, almeno, dal 1340, quando è documentato per la prima volta l'ermita de santa Anna de Montornes, chiesa gotica dipendente dal monastero di Poblet e poi dai canonici del Santo Sepolcro di S. Anna di Barcellona. Sul sacro luogo si manifestarono molti miracoli e la pretesa apparizione della Madonna, come ricorda un documento di Alfonso il Magnanimo del XV secolo.

        Dopo la morte di Eudossia, nel 1311, esplode il culto di s. Anna in Montblanch; oltre la fondazione di Montornés le mura della città alta volute da Pietro il Cerimonioso prendono il nome di muralles de santa Anna, attorno all'omonimo barri e portale cittadino, e nella chiesa-ospedale di S. Magdalena – nel raval di S. Anna - è eretta la cappella di S. Anna attorno all'immagine di una statua policroma della madre di Maria. Invero, la chiesa di s. Magdalena risale almeno all'anno 1266 secondo un testamento conservato nella parrocchia locale.

        La primera referència a l’hospital de Santa Magdalena data de 1266. El 6 de novembre se signava el testament de Ramon Sala, habitant de la Guàrdia dels Prats. Entre les donacions fetes a favor de diverses esglésies de la vila, destaca una deixa de dotze diners per a la capella de l’hospital de Sant Bartomeu i una altra d’idèntica quantitat per a l’hospital de Santa Magdalena (A. Conejo da Pena,L’antic hospital de Santa Magdalena de Montblanc, “Locus amoenus”, 6 (2002-2003), p.131).

        7. La cappella di S. Anna dei Giacobini di Parigi: il sepolcro dei conti di Alençon e Valois nei secoli XIII e XIV

        Entré la chapelle du rosair, et la chapelle Sainte-Anne, dite d'Alençon, on voyoit le tombeau de Charles de Valois, II du nom, comte d'Alençon, etc., surnommé le magnanime, pair de France, et second fils de Charles I de Valois, et de Marguerite, sa première femme. Il étoit représenté sur ce tombeau, armé de toutes piéces ,avec une cotte d'armes sans blason ; il n'avoit point de couronne, et il portoit sur son écu ses armes, qui étoient de France à la bordure de gueules, chargée de huit besans d'or. Charles de Valois, deuxième du nom, surnommé le Magnanime, succéda en 1322 à son père, Charles I, aux comtés d'Alençon , et du Perche. Il accompagna le roi Philippe, son frère, dans la guerre de Flandres, et fut blessé dangereusement à la bataille de Cassel, gagnée sur les flamands. Au retour de la campagne le roi, pour récompenser sa valeur, lui fit don de la seigneurie de Fougère, et du comté de Porhoët. Philippe le gratifia encore de la terre de l'Aigle, confisquée sur Jean de Bretagne, comte de Montfort. A la bataille de Crécy, donnée le 26 août 1346, il commandoit l'avant-garde; il s'exposa témerairement, il y fut tué et peu regretté, parce que son imprudence avoit été cause de la perte de la bataille. Il avoit épousé d'abord Jeanne, comtesse de Joigny, morte sans enfans; et en secondes nôces, Marie d'Espagne, fille de Ferdinand II, seigneur de Lara , dont il eut quatre fils, Charles qui lui succéda, Philippe, archevêque de Rouen et cardinal, Pierre et Robert. Dans le tombeau de Charles II de Valois repose le corps de Marie d'Espagne, sa deuxième femme, veuve, en premières nôces, de Charles d'Evreux, comte d'Estampes, et fille de Ferdinand d'Espagne, II du nom, et de Jeanne héritière de Lara. Sa statue est à-côté de celle de son mari: elle a la tête nue. Les cheveux nattés, et une couronne à fleurons; son long surcot traîne jusqu'à terre: sous ses pieds sont deux chiens, qui rongent des os. Autour du tombeau on lit:

        cy-gît le vaillant et noble prince monseigneur CHARLES frère germain du roi de France, jadis comte d'Alençon, comte du Perche, sire de Verneuil, et Dampfront, qui mourut à la bataille de Crécy, l'an M CCC XLVI le XXVI, jour d'août. Et cy-gist MARIE D'ESPAGNE, sa compaigne, comte d'Alençon, du Perche, et d'Estampes, laquelle trepassa, l'an de grace Mil CCC LXXIX, le XIX de novembre. Priez Dieu pour les ames d'eulx.

        Aux deux angles de la chapelle d'Alençon, on voit deux figures debout sur des piliers. Le père Texte a cru que ces deux figures étoient les statues de Charles , comte d'Alençon, et de Marie d'Espagne, son épouse. Celle qui est à-droite, en entrant, vis-à-vis le tombeau, pourroit bien être une seconde statue de cette princesse, car elle ressemble beaucoup à celle qui est sur le tombeau; mais ce père s'est trompé au sujet de celle qui est à-gauche: elle représente un jacobin avec tous les habits de l'ordre. Ce pourroit bien être Charles III, comte d'Alençon, pair de France, fils du prince et de la princesse dont nous venons de parler. Il se fit religieux de l'ordre dans ce couvent, fut ensuite archevêque de Lyon, et mourut dans son château de Pierre-Cise le 5 juillet 1375, environ quatre ans avant la mort de sa mère. C'est probablement Marie d'Espagne qui a fait élever ce tombeau au prince, son mari: en effet elle avoit choisi elle même cette chapelle pour le lieu de sa sépulture: elle y fit sa statue, avec celle de son fils, archevêque de Lyon, mort avant elle, et apparemment dans le temps de l'érection du monument; enfin, après sa mort, Pierre II, comte d'Alençon, son fils, fit faire une seconde statue de cette princesse, pour la placer sur le tombeau, à côté du prince, son ſil [...]


        Particolare del sepolcro di Carlo II il Magnanimo di Valois, conte di Alençon, Perche, Chartres e Jogny, nella Cappella di S. Anna – detta d'Alençon - ai Giacobini di Parigi, a sinistra sua moglie Maria de La Cerda, pronipote di Alfonso X di Castiglia e figlia di Fernando de La Cerda, prigioniero, sino al 1288, nel palazzo di Jàtiva, citttà regia valenzana concessa dal 1286 a Eudossia Làscaris, contessa di Ventimiglia e infanta dell'impero di Bisanzio.

        Le coeur de Pierre de France, comte d'Alençon, cinquième fils de Saint-Louis est dans le même tombeau. Il fut transporté de Salerne à Paris; son corps fut porté aux cordeliers, et son coeur dans ce couvent , comme il l'avoit or donné par son testament , qui est assez curieux:

        J'eslis ma sépulture de notre ordre, charogne aux Cordéliers, et celle de mon mauvais coeur aux frères Prêcheurs de Paris, veut que la tombe, qui sera sur mon corps, ne soit pas de plus grande dépense que cinquante livres, et celle qui sera sur man caur de trente livre

        Pierre de France , comte d'Alençon , de Chartres et de Blois , cinquième fils de Saint - Louis , se trouva avec son père, au siége de Tunis. Après la mort du roi, il passa en Sicile, et mourut à Salerne. Son corps fut porté aux Cordeliers, et son coeur aux Jacobins. Dans le même tombeau est le coeur de Jeanne de Châtillon, comtesse de Blois et de Chartres, fille unique de Jean de Châtillon , comte de Blois et d'Alix de Bretagne, et femme de Pierre de France , comte d'Alençon. Elle mourut le 29 janvier 1291. Son corps fut enterré à l'abbaïe de la Guiche, et son coeur aux Jacobins, ainsi qu'on l'apprend d'une relation de la mort de cette princesse, rapportée par dom Materne. ·On y trouve enfin les corps de Louis de France, comte d'Evreux , et de Margueritte d'Artois, sa femme, fille de Philippe d'Artois, et de Blanche de Bretagne. (A.-L. Millin, Antiquités nationales, ou recueil de monumens pour servir à l'Histoire générale et particulière de l'empire François..., Parigi 1792, 4., p. 74

        8. L'arrivo della reliquia di sant'Anna a Geraci e Castelbuono dalla Francia, secondo la leggenda

        Secondo il frate cappuccino Domenico Monacò Amodei, nel XVII sec., era opinione diffusa che la reliquia del capo di Anna fosse arrivata in potere del conte Guglielmo di Ventimiglia nell'anno 1242. Il frate rileva tale informazione nel Memorial genealogico pubblicato dal principe Giovanni IV di Ventimiglia nel 1660. Ma questi a sua volta si basa sul Martirologio del Maurolico. Tale reliquia non sarebbe stata estranea a quella conservata a Chartres. Il frate cappuccino assicura, come accennato, che questa sarebbe stata solo un frammento del cranio della santa, complementare al teschio conservato dai conti di Ventimiglia. A Guglielmo di Ventimiglia la reliquia sarebbe stata consegnata da un non meglio identificato nobile o duca di Lorena. Una reliqua di s. Anna era conservata sin dal XII secolo nella Heiligenforst/Foresta Sacra che incoronava come meravigliosa e sterminata riserva di caccia e delizie la cappella palatina del SS. Salvatore di Hagenau, in Alsazia, nella sontuosa residenza degli Svevi, preferita in particolare da Federico II.  Quindi saldava il culto della santa al parentado dei conti di Ventimiglia, i quali, sia attraverso il sangue degli Hauteville sia attraverso quello degli Aleramici, condividevano il retaggio spirituale e politico con gli Hohenstaufen ( V. Nixon, Mary's Mother: Saint Anne in Late Medieval Europe, Pennsylvania 2004, p. 167 ).

        è molto antica e сomunе traditione, che l’habbiano cambiato con alcune Terre, e ricche possessioni, che havevano, come beni Patrimoniali nella Lorena Prouincía della Francia. nella forma che siegue. Si trovava in quella provincia un nobilissimo Cavaliere che haveva in suo potere il preziossimo tesoro del santo Capo...hor sapendo ciò il pietoso Guglielmo Ventimiglia...lo cambiò con quelle sue terre che erano di sua Casa e Dominio in quella Provincia...( D. Monacò Amodei, Il trionfo della fecondità, p. 214; Giovanni di Ventimiglia, Memorial genealogico..., Madrid 1660, p. 8).

        Leggendaria, peraltro, resta da considerare la presenza della reliquia in Geraci, nella cappella castrale fondata o rifondata nel 1311 dal conte Francesco I e dedicata alla vergine Maria. In realtà, la prima attestazione documentaria sulla sede del prezioso oggetto di culto risale alla metà del XVI secolo ed è riferita a Castelbuono: Castello Bono caput S. Annae matris beatae Virginis in arce oppidi, eiusque Sacello, secondo quanto affermato da F. Maurolico, Martyrologium secundum morem sacrosanctae Romanae et universalis Ecclesiae, Venezia 1576, p. 125, opera composta nel 1564. Maurolico, grande scienziato, umanista e riformatore religioso, in contatto con gli ambienti spiritualisti siciliani e europei, fu dal 1552 abate di S. Maria del Parto presso Castelbuono: Ricorda il nipote Francesco ( 1613 ) che Maurolico si rinchiuse dentro il Monastero ad habitar in commune con quei devoti monaci sotto regolar osservanza, ristorovvi le mura di già distrutte e smantellate, vi fabricò sagrestia, camere, corridoij, volte, & officine domestiche ( G. Giorgianni, La festa della Madonna assunta a Messina. Storia, macchine, architettura ed evangelismo. Francesco Maurolico e altri interpreti: Guido delle Colonne, Bartolomeo da Neocastro, Nicolò Speciale, Matteo Caldo, “Archivio storico messinese”, 68 (1995), p. 160).


        La cappella di Sant'Anna nel castrum di Cefalù, probabilmente la prima sede della reliquia giunta in Sicilia, prima del trasferimento in Castelbuono, quando la città di Cefalù fu ceduta dai marchesi di Geraci al demanio, nel 1451. La cappella di Cefalù e la Cappella palatina di Castelbuono sono gli unici istituti medievali della diocesi cefaludana dedicati alla madre di Maria. Si trattava dell'unico edificio religioso a intitolarsi a s. Anna, in tutta la diocesi di Cefalù. Nella contermine diocesi di Patti un solo edificio - come osserveremo al punto 14.1 - si intitola a s. Anna ma risale al 1118.


        la cappella e il castello di Geraci restarono in uso almeno fino al 1454, quando, secondo la tradizione, Giovanni I Ventimiglia elevò Castelbuono a capitale dei suoi domini (ora divenuti marchesato) e vi trasferì pure il teschio di Sant’Anna […] Va comunque rilevato che nell’iscrizione interna suddetta non si fa menzione della reliquia e la cappella risulta intitolata alla Vergine; tale intitolazione è confermata anche nel testamento del conte Francesco I Ventimiglia del 22 agosto 1337, nel quale si dispone che dopo la sua morte un sacerdote avrebbe dovuto celebrare per l’anima del testatore giornalmente e in perpetuo, per un salario di quattro onze l’anno a carico delle rendite di Geraci, una messa e gli uffici divini nella cappella sepolcrale di «Sancte Marie de castro Geracii» ( G. AntistaLe cappelle ventimigliane in epoca medievale: Cefalù e Geraci, in Alla corte dei Ventimiglia: storia e committenza artistica, 'Atti del convegno di studi'Geraci Siculo, Gangi, 27-28 giugno 2009, a cura di G. Antista, Geraci Siculo 2009, p. 59 ).

        A metà Quattrocento, la nobile dinastia risiede, prevalentemente, a Cefalù, ma, quando il vescovo riscatta la città al demanio, Giovanni, primo marchese di Geraci, ritiene preferibile trasferirsi a Castelbuono e porta lì la capitale del marchesato. Un atto tanto importante non può farsi senza idonee solennità e, intorno al 1454, il passaggio nella nuova dimora è sancito con la traslazione nel castello della reliquia che “consacra”, ormai, la gloria e il prestigio dei Ventimiglia. Tuttavia, nonostante sia un perfetto uomo della Rinascenza e apprezzi nel giusto valore le opere d’arte, Giovanni I non sembra preoccuparsi di decorare la cappella in cui si conserva il sacro teschio che, nel suo lungo e dettagliato testamento del 1474, non è neppure menzionato. Qualunque sia la cagione della singolare dimenticanza, bisogna osservare che prosegue al tempo di Antonio e di Enrico IV e che, probabilmente, non è possibile ricondurla esclusivamente alle gravi traversie giudiziarie e politiche che vedono la confisca e il passaggio al demanio del marchesato e l’esilio di Enrico a Ferrara, presso Ercole I d’ Este col quale la famiglia è imparentata. Del resto, neanche la restituzione dei beni e del titolo a Filippo Ventimiglia, avvenuta nel 1491, per quanto ne sappiamo, determina alcuna attività a favore della cappella e della reliquia in essa custodita. Questa scarsa attenzione verso la madre della Vergine è, però, destinata a cessare nel corso del primo quarto del sec. XVI. ( F. Martino, Religiosità “patetica” e culto mariano tra “vor-reformation” ed età barocca. A proposito di un reliquiario siciliano, “Heliopolis”, 14 (2016), n. 2., p. 20 ).

        Quindi, non sussistendo testimonianze della precedente presenza in Geraci della reliquia – se non la vox populi del 1687 riferita dal Monacò Amodei, trasformata poi in certezza storiografica – resta possibile, e conveniente, ipotizzare che la reliquia fosse tenuta nella diretta disposizione dei conti presso Cefalù – vera capitale e residenza preferita dei conti-marchesi almeno sino al XV secolo – o presso un'istituzione religiosa come S. Maria del Parto nelle vicinanze di Castelbuono.


        Il capo di s. Anna conservato in Castelbuono, con iscrizione di autentica greca del XII secolo: CAPUT  SANCTAE MATRIS DEIPARAE
        .

        Inoltre, di fatto, i conti di Ventimiglia non possedettero beni in Lorena e la cessione a Carlo d'Angiò dei beni liguri fu ricompensata con beni provenzali nel 1258. In Lorena detenne beni l'erede dei conti di Chartres, che portarono in Francia la reliquia del capo di s. Anna. Pietro d'Alençon nel 1272 sposa Giovanna di Chatillon, che gli porta in dote oltre Chartres, le contee lorene di Guise e Avesnes. Se deve darsi un qualche credito alla leggenda dell'arrivo della reliquia in Sicilia, si deve quindi posporre almeno al 1272 la consegna della stessa ai conti di Ventimiglia. Il Guglielmo di Ventimiglia della leggenda avrebbe sposato una fantomatica Stemma figlia naturale dell'imperatore Federico II, ma nella realtà storica Guglielmo Pietro I di Ventimiglia sposa Eudossia figlia di Teodoro II imperatore, a sua volta configlio/figliastro di Anna Costanza di Hoehenstaufen, ella sì effettivamente figlia di Federico II. La protagonista dell'arrivo del capo di s. Anna in possesso dei conti di Ventimiglia potrebbe dunque identificarsi con Eudossia Làscaris, e la rinuncia dei diritti sulle presunte terre lorenesi sarebbe invece la rinuncia dei diritti dei conti di Ventimiglia sul ducato di Nicea, rivendicato dai discendenti dei conti di Blois e Chartres. In realtà, osserveremo che le cose furono più complicate, anche perché i conti di Geraci, che nel 1311, alla morte di Eudossia Làscaris, fondarono o rifondarono la cappella del castello di Geraci – ove si presume conservata la reliquia -, discendono da Enrico II, figlio di Filippo e non del cugino Guglielmo Pietro.

        I conti di Ventimiglia sono sempre in guerra con gli Angiò, se si eccettua la tregua del 1278 – e dopo il 1285-1290 in alcune circostasnze che analizzeremo - quando Eudossia è gia da diversi anni in Aragona e Maria di Brabante/Lorena, pur dal 1275, è regina di Francia e cognata quindi di Pietro conte di Chartres. Il padre di Maria, Enrico III duca di Brabante e Lorena, è accomunato in una allocuzione del re Alfonso X di Castiglia al conte di Ventimiglia - probabilmente Guglielmo Pietro - fra i sostenitori della candidatura imperiale del re castigliano. Alfonso a Toledo - nel 1275 di fronte all'assemblea dei ricos hombres - recita un'allocuzione densa di espressioni di gratitudine per il continuo ausilio politico e il sostegno morale dei proceres che in tutta Europa sostengono la sua candidatura all'Impero. Tra i maggiori leader europei della parte ghibellina il re di Castiglia pone Guglielmo Pietro e il duca Enrico III di Brabante e Lorena, quest'ultimo all'epoca però già defunto:

        « Considerati poi i diritti che ho e la parentela, essendo tanto stretto con le casate dell'Impero. Non solo per mia madre, che è della nobilissima Casa di Svevia, dalla quale furono creati cinque imperatori che tennero quella dignità con grande maestà - dall'imperatore Corrado III - e furono duchi di Svevia e di Franconia. Nondimeno per discendere in linea legittima maschile dai conti di Borgogna, che traggono successione dai re di Borgogna e Francia. E d'altronde, ben sapete, con la mia abituale franchezza ho guadagnato alla mia causa grandi principi e signori, che non soltanto son stati miei amici, ma molti d'essi son miei vassalli come sono Ugo duca di Borgogna, Guido conte di Fiandra, Enrico duca di Lorena, Gastone conte di Béarn e Guido visconte di Limoges, tutti questi, principi e signori di gran stato. E il Marchese di Monferrato mio genero e il Conte di Ventimiglia e altri signori lombardi e tedeschi, ai quali io devo grande e crescente riconoscenza, poiché mi incoraggiano da molto tempo e mi scrivono continuamente affinché mi decida di uscir dalla Spagna per insistere nelle mie pretese [alla corona imperiale n. d. r.]; assicurandomi il lor favore e offrendomi la certezza che da un mio ritardo può derivar gran danno [trad. orig. d. r.]

        8.1 Culto e leggenda di s. Anna: dal Trinubium alla Vita sancti Servatii


        San Servazio vescovo di Tongres e primo re dei Franchi, nella leggenda del XII-XIII secolo, consanguineo della Sacra Parentela di s. Anna ( anonimo del 1480 ca.).


        The names of Mary’s parents are mentioned for the first time in the Protevangelium of James (second century A.D.) as part of the story of the birth and maternal ancestry of Jesus. The Protevangelium was widely spread in the East and it had the role of giving information about what was omitted in the officially approved, canonical Gospels. It efficiently popularized the story of Mary’s childhood and resulted in liturgical feasts. Anne was celebrated in the Eastern liturgy connected to Marian feasts: the Nativity of Mary (seventh century), the Presentation of Mary in the Temple (fifth century), the Conception of Anne (eighth century). The Protevangelium of James was not known in the West until the sixteenth century. Thus the saint’s vita was propagated in the West by a Latin version of the Protevangelium, the Gospel of Pseudo-Matthew, also known as the Liber de Ortu Beatae Mariae et Infantia Salvatoris (ca. 550-700), and works derived from it, of which the most important was De Nativitate Sancte Mariae, also called The Gospel of the Birth of Mary. The gospel on Mary and her parents spread to the West in the Carolingian Empire (eighth, ninth century), and the number of texts increased considerably in the Ottonian Empire (tenth century) ( N. Emoke, Narrative and visual sources of saint Anne's cult in late medieval Hungary ( 14th-16th centuries ) in a comparative perspective, Doktori Disszertáció,  Eötvös Loránd University Faculty of Humanities in co-tutelle with Babeş-Bolyai University Faculty ofHumanities, Budapest 2015, p. 17-18 ).

        L'albero di Jesse, ossia la genealogia di Gesù e s. Anna 
        ( Città di  Tallinn 
        Archives.TLA Cm 4, 71v., sec. XIII-XIV )


        Alongside the Franciscans, 
        the Carmelites also became important disseminators of St 
        Anne’s cult. The 
        foundation of the Holy Kinship lies in the so-called Trinubium legend or that 
        of St Anne’s three marriages. According to the legends, St Anne was married 
        three times: following the death of the Virgin Mary’ father Joachim, she married 
        a further two times and had daughters from both marriages. Both daughters 
        were named Mary, but, to distinguish them, they are called by their fathers’ 
        names – Mary Salome and Mary Cleophe. According to the legend, five children 
        of the Virgins sisters became the disciples of Jesus: James the Great, John 
        the Apostle, Jude Thaddeus, James the Less, and Simon. During the Middle 
        Ages, the Holy Kinship was further elaborated upon: the family of St Anne’s 
        sister Esmeria, whose youngest members were John the Baptist and the 
        Bishop of Maastricht Servatius, was also included ( M. Kurisoo, 
        Sancta Anna ora pro nobis. Images and veneration of St Anne in medieval Livonia, "Acta historiae artium Balticae",2 ( 2007 ), p. 19 ).

        Ainsi donc, en reprenant ces données ou, plus exactement, en les résumant, Jean d’Outremeuse n’innovait guère. Il travaillait sur des traditions soigneusement mises au point avant lui. On les rencontre en effet, sous des formes diverses et souvent même avec plus de détails, dans des ouvrages aussi différents que les commentaires de Pierre Lombard ( Patrologie Latine, t. 192, col. 101-102 ), l’Histoire scolastique de Pierre le Mangeur ( ch. XLVII : De electione duodecim apostolorum ), la Conception Nostre Dame de Wace ( vv. 1135-120 ), Li Romanz de Dieu et de sa mered’Herman de Valenciennes ( vv. 3094-3133 ), quatre auteurs du XIIe siècle ; ou encore Le Livres dou Tresor de Brunetto Latini ( I, 64 : Dou parenté Nostre Dame), La Légende dorée de Jacques de Voragine ( ch. 127 : La Nativité de la Vierge Marie, fêtée le 8 septembre ), deux auteurs écrivant autour des années 1265 ; ou encore L’histoire de Hainaut de Jacques de Guise ( V, 50 : de tribus maritis, filiis et filiabus beatae Annae ), un écrivain un peu plus tardif, du XIVe siècle, exact contemporain de Jean d’Outremeuse. Bien sûr, comme c’est souvent le cas, Jean d’Outremeuse ne reproduit pas fidèlement les textes antérieurs. Ainsi par exemple Jacques de Voragine est plus précis et plus complet que lui dans son énumération des enfants issus du mariage d’une Marie avec Alphée : Marie eut quatre fils d’Alphée : Jacques le Mineur, Joseph le Juste, appelé aussi Barsabas, Simon et Jude. Par contre le chroniqueur liégeois sera le seul à attirer l’attention sur la variété des noms attribués à l’épouse d’Alphée : Marie Cléophas, comme dans la liturgie du 8 décembre, précisera-t-il, mais aussi Marie Jacques ou Marie Joseph. Il y a toutefois plus intéressant à relever en matière de variantes.
        3. L’introduction de saint Servais dans la famille de Jésus ( § 1 )
        On songe notamment ( § 1 ) aux allusions de Jean d’Outremeuse, d’abord au père d’Anne et d’Émérie, Achar, mais surtout à un frère d’Élisabeth, qui se serait appelé Éliud, lequel aurait engendré un Émyb, père de saint Servais, évêque de Tongres. Les mobiles de cette seconde addition sont clairs : il ne s’agit plus de mettre au point la « Sainte Parenté », mais de rattacher à cette dernière, et ainsi à Jésus, un personnage du IVe siècle qui fut très populaire au Moyen Âge, en l’occurrence saint Servais qui fut evesque de Tongre, mais, précise immédiatement Jean d’Outremeuse, le siege astoit seant à Treit sour Mouse, aujourd’hui Maastricht ( § 1 ). On sait en effet que saint Servais est « le premier évêque attesté de la Civitas Tungrorum, district romain qui allait de la Toxandrie jusqu’à l’Ardenne et qui deviendra plus tard le diocèse de Liège », qu’« à la cité romaine de Tongres, il préféra la ville mosane de Maastricht, établie à l’intersection des deux principaux axes de communication de la région, l’antique route Bavais-Cologne et la Meuse » et que cette dernière cité abrite aujourd’hui son sarcophage et ses reliques, qui sont encore objets de vénérationLa simple insertion dans la « Sainte Parenté » d’un frère d’Élisabeth, du nom d’Éliud, permettait à saint Servais de devenir le petit-fils du frère de sainte Élisabeth, et d’être ainsi apparenté à saint Jean Baptiste et à Jésus.Jean d’Outremeuse ne fait ici qu’une allusion rapide à cette généalogie, mais elle lui tenait à cœur. Lorsqu’il traitera de cet évêque beaucoup plus loin, à sa place dans la ligne du temps ( Myreur, t. II, p. 64 ), il la reprendra, en insistant d’ailleurs sur sa valeur : Enssi fut à Jhesu-Crist prochain sains Servais et sains Johan-Baptiste, et à sains Johan ewangeliste, et à sains Philippe, et à sains Jaque, et à toute la lignie Jhesu-Crist ; et issit de la droite lignie royal le roi David, et des plus grans des juys, et de Judas Machabeus. Saint Servais s’inscrivait ainsi dans une prestigieuse lignée biblique. Élargissement fantaisiste bien sûr, qui fait songer aux généalogies fictives des grandes familles du monde romain antique, lesquelles tenaient à se donner d’éminents ancêtres et n’hésitaient même pas, à l’occasion, à se rattacher à des divinités. ( J. PoucetL’Évangile selon Jean d’Outremeuse ( XIVe s. ). Autour de la Naissance du Christ ( Myreur, I, p. 307-347 passim ). Texte, traduction et commentaire in  Épisodes évangéliques vus par un chroniqueur liégeois du XIVe siècle [ Jean d'Outremeuse ] Folia electronica classica ", 28 ( 2014 ) ).

        Vos saveis que sainte Anne, qui fut mere à la benoite Virgue Marie, oit une soreur qui oit nom Esmeria. Celle Esmeria oit de son marit une filhe et 1 fis; car sainte Elizabeth, la mere sains Johans-Baptiste, fut la filhe, et ly fis fut nommeis Elyud 1 por son propre nom. Elyud oit oussi I. fis qui oit nom Emyb, qui oit à femme sainte Manceline. De ches II issit sains Servais, de quoy nos volons parleir. Enssi fut à Jhesu Crist prochain sains Servais et sains Johan-Baptiste, et à sains Johan Ewangeliste, et à sains Philippe, et à sains Jaque, et à toute la lignie
        Jhesu-Crist; et issit de la droite lignie royal le roy David, et des plus grans des jujys et de Judas Machabeus. — Quant sains Servais nasqui ly angle |y apportât son nom que Dieu ly avoit eslut à son pere et a sa mere; et enssi fut nommeis, par le revelation del angle, Servais, qui vault ortant que wardeurs, car ilh devoit encor wardeir mult de gens, et oussi son pays aprèschu , de grandes tribulations, enssicom vos oreis, et feroit oussi à nostre loy aiide en gardant fermement ( Jean de Preis dit de Outremeuse, Ly mireur des histors, a cura di A. Borgnet, Bruxelles 1869, 2., p. 64vedi anche C. Chabaneau, Le romanz de Saint Fanuel et de Sainte Anne et de Nostre Dame et de Nostre Segnor et de ses Apostres, Parigi 1889
         ).

        9. Movente, mezzi e opportunità: il culto di s. Anna e Maria d'Ungheria, regina di Sicilia, cugina di Eudossia Làscaris

        Alla morte di Pietro I d'Alençon in Salerno, già sceso in Calabria con un centinaio di cavalieri francesi per appoggiare lo zio Carlo I d'Angiò nella Guerra del Vespro, si verifica, nel 1283, una particolare coincidenza. Come osservato, il cuore del principe è inviato per la sepoltura nella cappella parigina di S. Anna dei Giacobini o Domenicani a Parigi; ma a pochi chilometri da Salerno nella omonima arcidiocesi, il vescovo di Capaccio, Pietro II ( 1275-1286 ), Maestro razionale del Regno, inviato a papa Martino IV per raccogliere trentacinquemila once d'oro per la guerra siciliana, decide di fondare un grande monastero di canonichesse lateranensi o intitolato a s. Anna, situato nella terra natale di Nocera dei Cristiani. La scelta del presule e funzionario angioino non è individuale ma il frutto di una strategia religioso-politica della corte reale, guidata dalla regina Maria Arpad - figlia del re ungherese Stefano V e pronipote della bisnonna di Eudossia Làscaris di Ventimiglia -. Agli inizi del Trecento, sempre da S. Anna di Nocera, sorgerà il monastero domenicano femminile di S. Pietro a Castello in Napoli:

        L’iniziativa della nascita del convento si deve presumibilmente a una comunità di mulieres religiosae che verso il 1282 ebbero come primo centro di aggregazione la chiesa di Sant’Anna di Nocera. Un grande sostegno alla comunità di queste donne arrivò dal vescovo Pietro di Capaccio il quale nel suo testamento espresse la volontà di costruire un monastero femminile in cui sarebbero arrivate le monache agostiniane, dal monastero di San Paolo di Poggio donato Dona Dei oggi Poggio Nativo, monastero dipendente da Farfa n. d. r. ] in Sabina. Tuttavia il primo documento che attesta la costruzione del monastero è la bolla emanata da Niccolò IV nel 1288 e indirizzata alla prima priora Perna. Nell’atto si ripercorre la storia della fondazione legata appunto alle ultime volontà del vescovo Pietro che invoca la venuta delle monache agostiniane dalla Sabina «monialis monasteri Sancti Pauli de Podio Dona Dei ordinis Sancti Augustini, Sabinensis diocesis» e dispone che tutti i suoi beni vadano alla comunità monastica insieme ad un credito di 260 once che lui vantava nei confronti del conte di Marsico, Ruggero Sanseverino. Nello stesso anno, il 7 novembre, il legato apostolico nel Regno, il cardinale Gerardo da Parma, esecutore testamentario del vescovo di Capaccio, affidava il monastero alla guida dei frati Predicatori.

        Cosa spinse la regina Maria a fondare un monastero domenicano femminile nella capitale del regno agli inizi del XIV secolo e perché nell’area urbana più vicina alla nuova residenza reale da poco terminata? Non è semplice rispondere, ma possiamo proporre delle riflessioni che forse aiutano a capire le motivazioni di questa fondazione che – come le altre di origine reale – contribuiva a comporre la rete istituzionale sulla quale si basava la gestione del sistema del sacro, vero capitale simbolico, intorno al quale si strutturarono buona parte dei processi sociali, culturali e politici del mondo urbano basso medievale. Quasi nulla conosciamo sul primo periodo di vita di Maria d’Ungheria, ma possiamo di certo affermare che trascorse una parte della sua adolescenza nelle residenze di Buda e Visegrád, frequentate peraltro da numerosi frati predicatori che da anni insieme ai francescani erano i protagonisti della vita religiosa e culturale a corte. Molto probabilmente visitò e frequentò il monastero domenicano dell’Isola delle Lepri sul Danubio, anch’esso di fondazione reale in cui visse e fu sepolta sua zia, Margherita,sorella del padre, il re Stefano V a cui si deve peraltro l’inizio del processo di canonizzazione della prima santa domenicana ungherese.

        La futura regina, appartenente alla beata stirpe, si formò spiritualmente tenendo ben presente i modelli da imitare: quelli di Elisabetta [sua prozia s. Elisabetta Arpad fondatrice dell'ospizio di S. Anna a Eisenach nel 1226 n.d.r.] e di Margherita. Fu educata alla pratica dei principi e valori di quella nuova pietas religiosa che si andava diffondendo nelle corti dell’Europa intera e che prevedeva la fondazione di una propria comunità da parte delle regine e delle principesse, monasteri dunque al servizio della famiglia reale, dove si cercava di dare una forma duratura alla prefigurazione terrestre della corte celeste, e dove, peraltro, ci si poteva ritirare per poter trascorrere gli ultimi anni seguendo il modello di vita monastico imposto dalle regole dell’ordine con il fine di riparare i possibili peccati commessi durante la vita ed aspirare alla salvezza della propria anima. A questi valori risponde la nota fondazione del monastero clariano di Donnaregina, ma anche la volontà di creazione di uno spazio monastico da affidare ad una comunità di domenicane la cui affinità spirituale Maria aveva avuto modo di conoscere da fanciulla in Ungheria, e di condividere da regina, durante i suoi lunghi soggiorni nella cittadina di Nocera dove era in contatto con la comunità di Sant’Anna.

        L’atto che portò alla trasformazione di un monastero maschile benedettino, quello di San Pietro a Castello, nella sede del primo cenobio femminile domenicano nella capitale del Regno fu una supplica da parte della regina Maria d’Ungheria al papa Bonifacio VIII. Il pontefice, infatti, il 15 febbraio del 1301 dona il monastero benedettino di San Pietro a Castello di Napoli con tutti i beni e i diritti connessi insieme alla facoltà di insediarvi un numero opportuno di monache per fondare un nuovo convento domenicano, concede inoltre alla comunità la libertà di elezione della priora e tutti gli altri diritti e privilegi che la Santa Sede conferisce ai conventi dell’ordine dei predicatori. Questa donazione vincolò, inoltre, il pontefice a imporre a Giovanni, arcivescovo di Capua, di cedere alla regina il monastero di San Pietro a Castello con i beni e i diritti connessi e di trasferire i monaci benedettini in esso dimoranti in altri monasteri napoletani: San Sebastiano, Santi Severino e Sossio e Santa Maria a cappella. Ottenuto lo spazio, la regina si adoperò per la ristrutturazione degli ambienti e per la concessione di tutti quei privilegi e beni che avrebbero portato la comunità a poter vivere nelle condizioni di autonomia economica prevista dalle norme papali. La famiglia di Carlo II d'Angiò e Maria Arpad La struttura fu pensata inoltre per poter ricevere dall’Ungheria la cognata, Isabella d’Angiò, ripudiata da Ladislao IV, e la sorella di Maria, Elisabetta d’Ungheria, vedova del re serbo. Per accogliere e assistere le regine che si ritirarono nel monastero napoletano furono chiamate alcune consorelle da Sant’Anna di Nocera. Nel 1303 Carlo II nel concedere a Rolando, priore di San Pietro a Castello il diritto di pesca sul tratto di litorale di Napoli che si estende da San Vincenzo a Capo Transverso, sottolinea la presenza nel cenobio di suor Elisabetta, figlia del re d’Ungheria.

        Il forte legame spirituale, intensificatosi negli anni, con questo luogo che la Regina poteva spesso raggiungere per poter visitare la cognata e la sorella e vivere momenti di ritiro dalla impegnatissima vita di corte, traspare da un documento del 1319 in cui dichiara che le monache le hanno concesso la facoltà di utilizzare una casa coperta di paglia, detta lisca, situata nell’orto del monastero. Una parte della storiografia ritiene che Maria risiedette in Castelcapuano, che le era stato destinato come residenza da Carlo II nel testamento del 16 marzo 1308, o in una casa nel giardino del convento di San Pietro a Castello fatta costruire da lei negli ultimi anni di vita. Anche nelle sue ultime volontà la regina si ricorda della comunità e lascia alla priora di San Pietro a Castello «crucem cum pede de argento deaurato cum imaginibus beate Virginis et s. Joannis evangelisti et brachium b. Blasii munitum argento» (G. T. Colesanti, Le fondazioni domenicane femminili nel Mezzogiorno medievale: problemi e prospettive di ricerca (secoli XIII-XIV), in Clarisas y dominicas. Modelos de implantación, filiación, promoción y devoción en la Península Ibérica, Cerdeña, Nápoles y Sicilia, a cura di G. T. Colesanti, B. Garí, N. Jornet-Benito, Firenze 2017, p. 80-84).

        9.1 La diffusione del culto di s. Anna e di s. Maria Maddalena

        Se il culto di s. Anna in Europa orientale risaliva all'alto medioevo, in Francia abbiamo notato che prende spunto e vigore proprio dall'arrivo del teschio della santa in Chartres agli inizi del Duecento, e dai legami che si crearono con la beata stirpe capetingio-angioina, attraverso la parziale traslazione del teschio in Reims, sede primaziale dell'episcopato franco.

        Or, moyennant les hymnes, séquences, offices rimes que l'on peut trouver encore en très grand nombre de nos jours dans les anciens bréviaires, missels, livres d'heures, livres d'offices quelconques, nous pouvons fournir la preuve que la fête de sainte Anne était célébrée dès le XIII siècle, à Notre-Dame et à Saint-Victor de Paris, à Chartres, Saint-Chéron-les-Chartres, Avignon, Apt, Toulon, Marseille, Senez, Sens (ou Senones — Breviarium Senonse), Jouarre-en-Brie, Soissons, Saint-Lô, Douai, Reims, Nevers, Sainte-Barbe-en-Auge, diocèse de Lizieux. Nous avons vu ailleurs que, vers le milieu du XIII siècle, la fête de sainte Anne était célébrée à Notre-Dame de Paris. Petrus de Columna, disait le texte, instituit duplum in festo beatae Annae, et que faut-il entendre au juste par là ? Faisaiton déjà à cette époque les distinctions de rite simple, semidouble, double, etc.? Quoi qu'il en soit, il s'agit bien d'une fête, et d'une fête plus ou moins solemnelle, peut-être très solemnelle, puisque trentesept cierges devaient être allumés pendant les matines et les deux premières messesSi, pour le bénéfice d'un article plus complet, il nous est permis encore ici d'infliger au lecteur des répétitions, nous lui rappellerons que, à la même époque, et déjà dès longtemps, Notre-Dame de Paris avait en pleine façade une porte dite de Sainte-Anne ornée de sculptures historiées qui racontaient à leur manière la légende de cette Sainte; que la même Notre-Dame possédait autour de 1270 une chapelle de Sainte-Anne, "ou brûlait une lampe à perpétuité..." ( Charland, Le culte de sainte Anne en Occident, p. 323-324 ).

        9.1.2 La centralità del culto di s. Anna nella famiglia di Maria Arpad regina di Sicilia, Gerusalemme, Ungheria e contessa di Provenza.

        L'importanza del culto di s Anna per Maria Arpad e la sua famiglia non è riscontrabile solo con la fondazione del convento domenicano di Nocera. Uno dei massimi capolavori dell'arte duecentesca fu la cappa di s. Luigi, vescovo di Tolosa, terzogenito di Maria, nato proprio a Nocera (1275-1298).

        1. Dans celui qui sert comme de point de départ et de jalon pour se reconnaître, se trouve un ange au nimbe rouge; c'est là le céleste hérault qui précède le cortège; c'est peut-être aussi l'invocation de l'artiste chrétien au début de son oeuvre, comme autrefois le poète à la muse antique.

        2. Le premier médaillon après celui de cet ange renferme la conception de la sainte Vierge ; c'est, comme on le voit, commencer tout-à-fait par le commencement. Un ange, tenant un phylactère de la main gauche, apparaît à sainte Anne en prières et semble lui adresser la parole: l'ange et la sainte ont le nimbe rouge.

        3. Un ange annonce à saint Joachim la grossesse de sainte Anne; Joachim est à genoux, il porte une barbe de vieillard ; il est sans nimbe, quoique saint : il est ici considéré comme patriarche, homme de l'ancienne loi.

        4. L'entrée de la Vierge au temple. Saint Joachim et sainte Anne marchent derrière elle. Joachim est

        encore sans nimbe : sainte Anne est nimbée de rouge, et la sainte Vierge de vert. Marie monte joyeusement les degrés du temple, un cierge à la main; elle paraît avoir plus de trois ans. Le temple se trouve sur une élévation; il est petit, simple et sans ornements d'architecture.

        5. Le travail de la Vierge dans le temple. Marie, nimbée de rouge et vêtue de vert, est placée entre deux compagnes sans nimbe ; elles tiennent à elles trois un voile déployé qu'elles ont travaillé de leurs mains. La tradition rapporte que la sainte Vierge s'occupait à faire de la tapisserie dans le temple: a tertia usque ad nonam , textrino operi vacaret, dit la Légende dorée. (M. L. Rostan, La chape de saint Louis, évèque de Toulouse, conservée dans l'église de Saint-Maximin ( Var). Chalon-sur-Saone 1855, p. 4)


        Riproduzione di un disegno nella preziosa cappa di broccato duecentesco di s. Luigi d'Angiò terzogenito di Maria Arpad, rappresentante i santi Gioacchino, Anna e Maria.

        San Luigi d'Angiò fu educato dai padri spirituali francescani negli stessi ambienti catalani, e nei medesimi anni, frequentati da Eudossia Làscaris, fondatrice del convento francescano della Mare de Deu. Dopo i famosi Vespri Siciliani del 30 marzo 1282 che avevano cacciato gli Angioini dalla Sicilia, il re Carlo I d'Angiò voleva impossessarsi dell'isola ribelle. Già nel maggio del 1282, fece costruire a Marsiglia una flotta comandata da Jean de Vivaud, che mandò a Messina. L'anno seguente, l'ammiraglio Barthelemy Bonvin raccolse diverse navi, ma i risultati furono deludenti. In primo luogo, Guglielmo Cornut fu battuto dagli Aragonesi l'8 luglio 1283 durante la Battaglia di Malta, poi la flotta marsigliese e napoletana fu nuovamente sconfitta il 5 giugno 1284 da Ruggero di Lauria. Durante quest'ultima battaglia, il padre di Luigi, Carlo II, che è solo principe di Salerno ma erede della corona di Napoli, viene fatto prigioniero. Carlo I d'Angiò morì in Foggia il 7 gennaio 1285, il principe di Salerno divenne re di Napoli con il nome di Carlo II, ma restando in carcere. Seguendo il trattato di Oloron (Pirenei atlantici) di fine luglio 1287 e dopo varie trattative, Carlo II fu rilasciato nel 1288 ma a condizione che tre dei suoi figli, Luigi, Roberto e Raymond Bérenger, fossero consegnati in ostaggio al re d'Aragona, insieme a sessanta signori provenzali e venti notabili marsigliesi.

        Luigi sarà prigioniero in Catalogna per sette anni, dai quattordici ai ventuno anni. Fu prima imprigionato nel castello di Montcada vicino a Barcellona, poi in quello di Siurana, nella provincia di Tarragona. Le condizioni di detenzione in quest'ultimo luogo furono particolarmente dure e probabilmente contrasse la tubercolosi, che lo portò a morire pochi anni dopo. Durante la prigionia Luigi annunciò la sua intenzione di diventare un prete, senza obiezioni di suo padre. Sempre durante la detenzione, papa Celestino V lo nominò nell'ottobre del 1294 vescovo di Lione - dove la leggenda poneva la sepoltura delle reliquie di s. Anna da parte di s. Longino - ma questa consacrazione non fu efficace. Grazie al forte coinvolgimento di Papa Bonifacio VIII, un trattato di pace fu firmato ad Anagni tra il re di Aragona e il re di Napoli il 12 giugno 1295. Carlo II si stava preparando ad andare in Catalogna quando ricevette la terribile notizia della morte del suo primogenito Charles Martel che fece di Luigi d'Angiò l'erede della corona di Napoli se non si fosse ritirato a beneficio di suo fratello Roberto. Il 31 ottobre 1295 a Figuières, un incontro ebbe luogo tra il re Giacomo II d'Aragona e Carlo II d'Angiò durante il quale i prigionieri furono liberati. Luigi rinunciò alla successione in favore del fratello minore Roberto.

        9.1.3 Carlo II d'Angiò fondatore e patrono di S. Massimino di Provenza e S. Anna in S. Lorenzo Maggiore di Napoli

        La testa di Maria Maddalena - dissotterrata nel 1279 dal principe di Salerno - era stata portata ad Aix e posta in una cappella del palazzo dei Conti di Provenza. Carlo di Salerno si proponeva di farla racchiudere in un reliquario particolare ancora più bello e sontuoso di quello d’argento. Suo padre, Carlo I d'Angiò, appresa la scoperta delle reliquie, aveva mandato al figlio dall’Italia la propria corona reale con l’ordine di porla sulla testa stessa della santa, che egli considerava ormai patrona e protettrice di tutti i suoi Stati. Questa corona restò sulla lenatesta di Maria Madda fino alla rivoluzione quando nel 1793 Barras la confiscò per retribuire gli eserciti della Repubblica in pericolo. Andando per le lunghe l’esecuzione del busto d’oro, il principe Carlo - per timore di non potere egli stesso portare a conclusione il suo progetto - aveva fatto venire ad Aix gli arcivescovi di Arles, Aix ed Embrun, col vescovo di Carpentras, per comunicare loro le sue intenzioni. Il verbale di quella riunione recita:

        Noi, per grazia di Dio, arcivescovi di Arles, Aix ed Embrun, facciamo conoscere a tutti coloro che leggeranno le presenti lettere che siamo stati invitati personalmente ad Aix presso l'illustre e magnifico signor Carlo, primogenito del re di Gerusalemme e di Sicilia, principe di Salerno. Egli ci ha mostrato e noi abbiamo visto coi nostri occhi (nella cappella del suo palazzo) il capo della beata Maria Maddalena separato dal mento o mandibola inferiore. Affinché la verità non venga alterata in seguito, ci ha confidato segretamente, a voce, qual era il suo progetto relativo a questa insigne reliquia. Egli voleva e prometteva di riportare nella chiesa di St.Maximin la testa della santa, separata dalla mandibola, e conservata onorevolmente in un reliquario d'oro, d'argento e di pietrepreziose, a condizione che tale chiesa fosse assegnata a dei servitori più idonei al culto divino e alla lode della santa. Altrimenti - ci disse - egli aveva l'intenzione di deporre altrove quella testa, in qualche onorevole chiesa dove si compisse specialmente una funzione a lode e gloria della gloriosa Maddalena, chiesa che egli dovrebbe costruire nel modo migliore. Dato ad Aix, nella cappella del palazzo superiore, nell'anno del Signore 1281, l'11 giugno.

        Le rapprochement de la piété nobiliaire et de la piété princière s’exprime enfin par la dévotion aux saints protecteurs de la dynastie angevine. Dans ce domaine nous devons nous contenter d’attestations ponctuelles, mais qui nous semblent riches de sens. Ces indices concernent tout d’abord le culte envers sainte Marie-Madeleine, dont Charles II, alors encore prince de Salerne, a exhumé les reliques à Saint-Maximin en décembre 1279 et mai 1280. La dévotion du roi envers la pécheresse repentie est bien connue. C’est pour abriter ses reliques qu’il fait élever le couvent dominicain de Saint-Maximin à partir de 1295, couvent avec lequel lui, puis son fils, entretiennent des relations très particulières, assez éloignées des principes des Constitutions de l’ordre des frères prêcheurs. Les autres sanctuaires favorisés par le roi sont à leur tour associés au culte magdalénien: Notre-Dame-de-Nazareth bénéficie d’une relique et l’église San Domenico Maggiore de Naples reçoit le vocable de Sainte-Marie-Madeleine. De part et d’autre de la Méditerranée, un lien privilégié est ainsi créé entre saint Dominique, sainte Marie-Madeleine et le souverain, un lien qui contribue symboliquement à unifier la Provence et le royaume dans une commune dévotion, étroitement associée à la personne royale: rappelons-nous que le corps de Charles II est lui-même partagé, distribué, à l’instar des reliques de sainte Marie-Madeleine, et plus tard de celles de saint Louis d’Anjou, entre les sanctuaires provençal et napolitain de Notre-Dame-de-Nazareth et de San Domenico Maggiore. Dans ce contexte, le roi semble se soucier d’associer la noblesse provençale à sa dévotion. Plusieurs membres des Baux de Marignane, de Puyricard et de Berre sont témoins de la translation du crâne de sainte Marie Madeleine en 1283, et de donations solennelles du roi à Saint-Maximin et à Notre-Dame-de-Nazareth, en 1297 et en 1307. Par ailleurs, il est remarquable que dans le Livre des miracles de Sainte-Marie-Madeleine, composé par Jean Gobi senior, prieur du couvent de Saint-Maximin, entre 1313 et 1328, pour soutenir l’essor du pèlerinage, le seul miracle (sur un total de 85) qui fait référence à une personne clairement identifiée concerne Agatha de Mévouillon ( 1283-1313 ), seconde épouse de Bertran de Baux, comte d’Avellino ( 1244 - 1305 ) ( F. Mazel, Piété nobiliaire et piété princière en Provence sous la première maison d’Anjou ( vers 1260 - vers 1340 ), in La noblesse dans les territoires angevins à la fin du Moyen Age, a cura di N. Coulet - J.-M. Matz, Roma 2000, p. 533 ).

        Nei pressi di S. Massimino, a una quarantina di chilometri da Marsiglia, si elevavano i castelli dei conti di Ventimiglia discendenti da Bonifacio - figlio di Emanuele I nipote abiatico di Guglielmo III conte di Ventimiglia (1200-1214) - che il 28 marzo 1258 aveva ceduto i propri diritti sulla contea ligure a Carlo I d'Angiò, in cambio di un'ampia signoria nella valle del Verdon, con i manieri di La Verdière, Bézaudun, Ansouis, Varages, Valensole, Tourves, Saint-Martin-de-Pallières, Le Broc, a nord di S. Massimino. A seguito della transazione del 1258, Bonifacio conte di Ventimiglia lasciò Ventimiglia e si trasferì in Provenza. Dopo il 1290 - deceduto il cognato di Emanuele II di Ventimiglia, Guilhem VI de Signes, visconte di Marsiglia e padre di. Delphine morta ad Apt nel 1360 - Emanuele entrò in possesso dei beni della moglie Sybille de Signes sposata il 9 febbraio 1266, aggiungendo ai propri i feudi la viscontea della città e territorio di Marsiglia, in particolare le castellanie di  S. Anna di Evenos, Ollioules, Beausset, Six-Fours, siti a sud del territorio di S. Massimino. Sibylle era figlia di Guilhem V e della cugina di Emanuele, Beatrice di Ventimiglia - figlia a sua volta di Ottone -. Guilhem V de Signes - suocero di Emanuele II di Ventimiglia  - il 4 marzo del 1239 fissava i confini tra il suo territorio e quello del priorato certosino di Montrieux - dove si conservavano dal 1252 i frammenti del teschio di s. Anna e che condivideva con i Signes la signoria di Méounes, Foncimaille, Cancerilles , Romegos, Signes-Barrayrenque, Néoules etc. - il 13 novembre 1246 donava ai certosini il diritto di passaggio e pascolo sui suoi territori.  Emanuele II  di Ventimiglia fu padre di Bonifacio II, e questi a sua volta padre di Emanuele III. Altri figli di Emanuele II furono: Caterina sposa di Blacas IV de Blacas, signore di Aups e celebre poeta occitanico, autore del poema La maniere de bien guerroyer; Bonifacio II il quale sposò Philippine de Sabran signora di Turriers e di Montpezat e fu padre di: Emanuele III, marito di Béatrix d'Esparron capostipite del ramo di Turriers e Montpezat; Sibilla, moglie di Boniface le Jeune de Castellane signore di Salernes e Villecroze; Giovanna, moglie di Boniface l'Aîné de Castellane signore di Fos; Bertrando III marito di Margherita de Pontevès e capostipite del ramo Vintimille de Marseille e Renato marito di Sybille de Castellane. ( Analyse par ordre chronologique des chartes contenues dans le cartulaire de la Chartreuse de Montrieux, aux archives du Var, a cura di Vienne, Teissier, BnF ms. Lat. 1156, f. 151r, 161r; per i de Signes-Evenos vedi R. Boyer, La chartreuse de Montrieux aux XIIe et XIIIe siècles, Marsiglia 1980; G. Démians d'Archimbaud, Les Fouilles de Rougiers ( Var ): contribution à l'archéologie de l'habitat rural médiéval en pays méditerranéen, Parigi, Valbonne 1980, p. 35-64, in particolare il tratto genealogico a p. 47 ). 

        9.1.3.1 I conti di Ventimiglia visconti di Marsiglia e le reliquie di s. Anna da Montrieux a Apt

        Trovare ad Apt, sino al 1360, la nipote della moglie di Emanuele II di Ventimiglia, la beata Delphine de Signes - sposa virginale di Eleazaro de Sabran, conte di Ariano per matrimonio voluto da Carlo II d'Angiò - ovvvero quando nasce in loco la leggenda della scoperta delle reliquie di s. Anna - autrice dell'Immacolata concezione di Maria -, considerata la stretta relazione dei Signes con Montrieux - frequentata pure dal grande Francesco Petrarca - fa ipotizzare una translatio delle stesse reliquie da Montrieux alla cattedrale di Apt. I Signes furono fra i maggiori benefattori della fondazione cartusiana di Notre Dame de Montrieux, come si evince da numerosi atti del relativo repertorio di attestati ufficiali ( G. Larghi, Per l’identificazione del trovatore Bertran de Puget, "Cultura neolatina", 67 ( 2007 ), p. 92 ).

        La promessa di nozze fra la de Signes e il de Sabran si svolge a Marsiglia nel novembre del 1295 in presenza di Carlo II e Maria Arpad: Envoya ledict roy, aux parens de la damoiselle que lon luy amenast, car il luy vouloit donner Aulzias de Sabran. Cy fustfait le commandement du Roy et amenée la dicte damoiselle estant en l'aage de XII ans et ledit en l'aage de X, en la cité de Marseille et fut faicte promesse, entre les parens d'une chascune partie, demariage, present ledict roy et reyne. Promessa seguita dal matrimonio del 5 febbraio 1298 nel castello di Puymichel. Delphine, terziaria francescana che vive ai margini del convento francescano di Apt, ha come confessore e padre spirituale André Durand canonico primicerio della cattedrale di Apt. Translatio delle reliquie di s. Anna in Apt, credo, avvenuta posteriormente, nell'ambito dei dispendiosi tentativi della corte provenzale e napoletana di Luigi II d'Angiò di far canonizzare la beghina Delphine - fra gli anni 1372 e 1376 a seguito della canonizzazione del marito nel 1369, promulgata però soltanto al 5 gennaio 1371 -   moglie sospettata di catarismo nella curia avignonese e dallo stesso vescovo di Apt - e collegata agli ambienti francescani spirituali della regina Sancia e del fratello Filippo di Maiorca. Il vescovo di Apt, Raymond III de Bot, nipote dell'omonimo presule che abbiamo incontrato come iniziatore del culto di s. Anna nella sua cattedrale intorno al 1300, infatti presentò alla Curia una poco entusiata relazione sullo sposo Elzear vécut pendant vingt-sept ans dans la même couche avec son épouse, tout en gardant son intégrité, à tel point que le caractère sublime de cette vertu paraît plus étonnant qu'imitable. In altri termini, i sovrani angioini avevano tutto l'interesse di riportare nel solco della tradizione cattolica l'esperienza spirituale della dama di compagnia della moglie di re Roberto d'Angiò, presentando il singolare matrimonio di Delphine e Elzear come ispirato dal virginale modello dell'Immacolata Concezione rappresentato da s. Anna. La prima richiesta di santificazione di Delphine fu inutilmente presentata nel 1363 a Urbano V, figlio della sorella di Elzear. Rapporti diretti tra Delphine e i certosini iniziali custodi delle reliquie - sino al tragico epilogo della strage per peste dei monaci del 1348, descritto pur nelle Familiari del Petrarca - non mancarono, anche attraverso la cugina germana di Delphine, la beata Rosalyne de Villeneuve che fu priora certosina nel monastero di Celle-Robaud, sottoposto a Montrieux. Nondimeno, il culto taumaturgico di Delphine, fu certamente collegato a quello di s. Anna sin dal Trecento, e le reliquie di s. Elzear e della beata consorte furono riposte nella cattedrale di Apt, insieme ad altri testimoni del loro vivace culto locale: Dans la chapelle de Sainte-Anne d'Apt se trouve un autre petit tableau du quatorzième siècle représentant les funérailles de la bienheureuse Delphine, et les miracles de guérison opérés par l'attouchement de son corps ( A. Vauchez, Aux origines de la fama sanctitatis d’Elzéar ( †1323 ) et de Delphine de Sabran (†1360): le mariage virginal, in Le peuple des saints, "Mémoires de l’Académie de Vaucluse", s. 7, 6., p. 154-163; R. Forbin d'Oppéde, La Bienheureuse Delphine de Sabran et les saints de Provence au XIVe siècle, Parigi 1883,  p. 41, 94, 277, 284 ).

        Sull'ambiente spirituale incontrato e influenzato da Delphine alla corte napoletana vedi pur le pregnanti considerazioni del Gaglione, a proposito della regina Sancia d'Aragona, e la centralità di Montrieux nella costruzione liturgica del culto della Maddalena ( e del fratello s. Lazzaro ) e la sua relazione con quello di s. Anna, centrali rispettivamente per le spiritualità di Angiò e conti di Ventimiglia:

        Sancha conoció a su futuro marido, Roberto de Anjou, quizás ya en el otoño de 1295, en el castillo de Siurana de Prades en Barcelona, donde el príncipe, junto con sus hermanos Ramón Berenguer y Luis, fue hecho prisionero por los aragoneses. La princesa, a partir de 1300, se instaló con sus padres en la isla de Mallorca, donde su educación fue confiada a los tutores franciscanos, sometiéndose a la influencia espiritual de Arnau de Vilanova y Ramon Lull.  [ ... ] Otras dos cartas que fueron dirigidas a Sancha por el papa Juan XXII, a principios de septiembre de 1316 y el 4 de abril 1317. Probablemente eran debidas a que la soberana había solicitado la disolución de su matrimonio, tal vez para emitir los votos religiosos o para adaptarse a los valores de castidad franciscana, practicada por la beata Delfina de Signe, esposa de San Eleazaro de Sabran, o bien, según otros autores, como reacción a una traición de Roberto ( M. Gaglione, Sancha de Aragòn-Mallorca una reina franciscana, in  "Memòries de la Reial Acadèmia mallorquina d'estudis genealògics, heràldics i històrics", 27 ( 2017 ), p. 9, 11 ).

        The charterhouse Montrieux was located directly near Sainte-Baume, the place of Mary Magdalene’s dwelling. The monastery possessed her relics ( her bones, her hair, and her rod ), together with the relics of St Lazarus and St Anne. Mary Magdalene’s connection with Sainte-Baume was first mentioned in a twelfth-century manuscript from Bern ( Municipal Library, Ms. 133, fol. 1r ), containing Vita eremitica beatae Mariae Magdalenae, where her hermit’s dwelling was described as being located “not far from Montrieux”: “Explicit vita vel transitus beate Marie Magdalene. Spelunca ejus, in qua vixit solitaria xxx annis, dicitur esse episcopatu Massiliensi non longe ab heremo  Montis Rivi.” Saxer further retells a legend connected to the foundation of the charterhouse Montrieux in 1117. The founder of the charterhouse, an Italian nobleman, had made a pilgrimage to Sainte-Baume where he had made a vow to found a charterhouse in the region if he would get well. After that he founded Montrieux and became a monk himself. The time of the foundation of the monastery seems probable regarding the existing documents, but the story of an Italian nobleman might have been made up; the pilgrimages to Sainte-Baume were not yet popular in that time. However, for Saxer the legend could be “an echo of the Carthusian tradition,” but probably it was not only a result of the Carthusian endeavours. Because of Montrieux’s connection to Marseilles and the saints of Marseilles, the story might have come from there, before it was exploited by the hermits of Montrieux. But even with such important relics in possession, there seemed to be no special liturgy for the feast of St Mary Magdalene in Montrieux [ ... ] On October 15, 1252, the main altar of the Charterhouse Montrieux was consecrated. It was dedicated to St Lazarus, “the first bishop of Marseilles.” His bones were inserted into the altar, along with the relics of St Mary Magdalene and St Anne. The relics probably came from Provence and therefore had a connection with the Provençal tradition of Mary Magdalene’s cult and with the legend of St Lazarus being the first bishop of Marseilles. Th cult of St Anne is also of Provençal origin ( thirteenth century ).K. Šter, Mary Magdalene, the Apostola of the Easter Morning: changes in the late medieval Carthusian Office of  st Mary Magdalene, "Musicological Annual", 53 ( 2017 ), p. 13-14 ).

        La nostra non é una semplice ipotesi. Nel 1407, Jean Fillet, vescovo di Apt nipote del cardinale Jean de la Grange d'Amiens, dava seguito a una disposizione testamentaria di Delphine de Signes, che aveva legato cento fiorini per contribuire alla fattura di un busto reliquiario, pomposamente definito repositorium capiti divae Annae, riempito poi, oltre che con quattro denti e altri frammenti del teschio della santa, anche con le reliquie di s. Auspicio, s. Castore e s. Marziano:

        L'évêque Filheti invita en 1407 ses diocésains à contribuer de leurs aumônes à la confection d'un buste ( repositorium capitis divae Anna ) où devait être enfermé le chef de la sainte Patrone, et qui fut fait des 100 florins légués à cette intention par Delphine de Sabran, des offrandes des fidèles et des joyaux de quelques pieuses dames. En 1425 on ajouta quelques ornements à ce buste qui contenait, en outre, les reliques de saint Auspice, de saint Castor et de saint Martian, et qu'on voyait dans la thrésorerie du chapitre érigée en chapelle depuis qu'on les y avait transférées, et aujourd'hui appelée la vieille Sainte-Anne. Une charte de 1425 mentionne une côte de sainte Anne enfermée dans un reliquaire d'argent dont les chanoines firent présent à la comtesse de Sault. Sous l'épiscopat de Pierre Nasondi ( 1450-1467 ), il fut fait un bras de sainte Anne, où fut déposé l'os du pouce, de quelques pièces d'argenterie léguées à la Sainte par un chanoine ( Pierre Guichard ). En 1475, le roi Réné confirma le chapitre d'Apt dans la jouissance de tous ses priviléges, en considération de ce qu'il était dépositaire du corps de sainte Anne. Divers évêques obtinrent des indulgences en faveur des fidèles qui visiteraient ces mêmes reliques. Vers 1527, sous l'évêque Jean Nicolaï, fut composé par Jean de Rom ( voy. Roma ) l'office de l'invention du corps de l'aïeule du Christ. En 1554, César Trivulce, évêque d'Apt, obtint un jubilé de 5 ans pour ceux qui s'approcheraient du corps de la sainte patrone avec les dispositions requises; ce qui attira dans la ville un si grand concours d'étrangers, que le chapitre fut obligé d'établir un receveur pour recueillir les sommes énormes qui en résultèrent ( C.-F.-H. Barjavel. Dictionnaire historique, biografique et bibliographique du Départment de Vaucluse, Carpentras 1841, 1., p. 66 ).

        Nel XVII secolo una invenzione del presunto "intero corpo" della santa gerosolimitana conservato in Apt, certificava la presenza solo di alcuni frammenti, riavvolti in origine in un "velo di s. Anna", una presunta reliquia risalente in realtà alla tessitura fatimitide degli anni 1096/1097, come testimoniato nelle iscrizioni accluse al manufatto in lino, tapezzerie e fili d'oro, forse ascrivibile al bottino dei nobili mercanti genovesi che, secondo la leggenda, riportata anche dal Petrarca, nei primi decenni del XII secolo fondarono Montrieux: 

        Un os appelé sacrum, presque tout entier; Une pièce des aperficies du genou; Deux os de la cuisse , appelés fémur: un de la longueur d'un pied, et l'autre d'un pied et demi; Quatre dents entières; Une pièce de l'os de la jambe, d'un pied et demi de long; Une autre pièce de l'extrémité des mêmes os; Un troisième os de la cuisse, appelé fémur, d'un demi pied; Un os de l'omoplate, avec une partie du jugal; Une pièce de la clavicule; Une autre partie du fémur ;Une pièce de la vertèbre, la plus base; Deux grosses pièces de la sommité de l'os fémur; Deux petites faucilles, l'une du bras et l'autre de la jambe; Plusieur’s ossements qui paraissent être les carpes et les métacarpes des pieds et des mains; Une partie de l'os pubis; Six vertèbres, dont l'une est tout entière; Une extrémité d'une partie de l'omoplate; Plusieurs pièces des côtes; Quelques pièces de l'os brachium; Quatre faucilles, et plusieurs autres petits ossements qui ne peuvent recevoir aucune désignation particulière, non plus que les fragments qui sont renfermés et scellés dans une urne en cristal ( X. Mathieu, De la dèvotion a sainte Anne mère de la vierge Marie ou de le culte que l'on rende à ses reliques dans l'ancienne Cathédrale d'Apt en Provence, Apt 1861, p. 58-59 ).


        Indubbiamente, i rami ocittanici dei conti di Ventimiglia - strettamente imparentati con Delphine de Signes - furono parte della corte provenzale dei sovrani Carlo II e Maria. E in tal ruolo forse giocarono un'influenza non secondaria nella mediazione tra gli Angiò e i cugini siciliani e liguri, con cui condividevano signorie nella Provenza orientale, anche per rafforzare il proprio ufficio nei confronti dei sovrani siciliani. Ad esempio, quando Maria d'Angiò – figlia dei re di Sicilia – sposa, nel 1304, Sancio d'Aragona, re di Maiorca – figlio di Giacomo II – tra i principali testimoni alle nozze nel palazzo reale di Collioure, nel Rossiglione, si contano il barone Bertrando III de Vintimille – visconte di Marsiglia figlio di Philippine de Sabran – e il donzello Bonifacio de Vintimille. Lo stesso Bertrando, esegue in presenza di Carlo II d'Angiò l'ordine regio di espulsione di uno scudiero da un torneo cavalleresco in Marsiglia nel 1307 ( A. Venturini, Un compte de l'hôtel de Marie d'Anjou, reine de Majorque, retirée en Provence, “Bibliothèque de l'École des chartes”, 146 (1988), p. 76; N. Coulet, Affaires d'argent et affaires de famille en Haute Provence au XIVe siècle. Le dossier du procès de Sybille de Cabris contre Matteo Villani et la compagnie des Buonaccorsi, (Archivio di Stato di Firenze, Mercanzia, 14143, Roma 1992, p. 77 ).

        Presso il sarcofago di s. Sidonio, contenente i capelli, un brano di pelle, parte del cranio e di un braccio della Maddalena ( il resto del corpo sembra finito in potere del potente cardinale Gerardo da Parma in Roma ), Carlo II di Salerno trovò, tra altre lapidi, una rappresentazione della vergine Maria bambina - apparentemente del V-VI secolo - con l'iscrizione Maria virgo minester de Tempulo Gerosale/La vergine Maria addetta al Tempio di Gerusalemme. La presentazione al Tempio di Maria, secondo gli Apocrifi, è uno degli atti più rilevanti di s. Anna, citato pur nella Historia de nativitate Mariae et de infantia Salvatoris, e questo potrebbe aver contribuito alla fondazione di una cappella dedicata a s. Anna nella nuova basilica di S. Massimino, fatta edificare da Carlo II, dall'anno 1295 in poi.

        E' possibile che la scoperta di questa lapide, nel corso del Trecento, abbia ispirato la definizione fantasiosa della presenza nell'Alto Medioevo delle reliquie di s. Anna in Apt, che sarebbero giunte in Gallia trasportate da Maria Maddalena e dalle sue compagne, le presunte figlie di Anna; Maria Salomé e Maria Cleopa. Nondimeno, al di là delle leggende del tardo Trecento - riprese dalla duecentesca Legenda aurea - un sicuro indice del successo del culto di s. Anna nella famiglia angioina, nella prospettiva spirituale di Carlo II e del figlio Carlo Martello, re d'Ungheria, principe di Salerno e vicario di Sicilia, fu l'edificazione intorno al 1293, con patrocinio regio, della Cappella di S. Anna, nella basilica francescana napoletana di S. Lorenzo Maggiore; chiesa che costituisce l'unico esempio di gotico francese in Italia. ( M. Camera, Annali delle Due Sicilie, dall'origine e fondazione della Monarchia..., Napoli 1860, 2., p. 182; M. Gaglione, Note su di un legame accertato: la dinastia angioina ed il convento di S. Lorenzo Maggiore di Napoli, "Rassegna storica salernitana", 50 ( 2008 ), n. s., p, 141-154, che riferisce, tra l'altro, della presenza nella cappella angioina di un'icona bizantina di s. Anna Metterza ).

        10. Grassatores et capud proditionis facte contra nos

        Cosi il 25 marzo 1276 Carlo I d'Angiò definiva i conti Pietro Balbo I e Raimondo Rostagno di Ventimiglia e il loro accolito e consanguineo Faraldo/Faraud Balb de Saint Saveur - signore di St. Saveur, St. Etienne, St. Dalmas e Rimplas - ponendo l'ordine di cattura al siniscalco di Provenza, il normanno Gualtieri V d'Aulnay, dandogli facoltà di spendere qualsiasi somma per chi li consegni, vivi o morti.

        Damus tibi potestatem expendendam et dandam pecuniam nostram illis qui Petrum Balbum et Raymundum Rostannum et Ferrandum de Sancto Salvatore et alios proditores nostros, qui fuerunt grassatores et capud proditionis facte cantra nos vel aliquos ex eis nóbis restituent et in potèstate nostra tradiderint vìvos vel occisos, secundum quod tibi et consilio nostro Provincie videbitur expedire.

        Nella condanna angioina non è incluso esplicitamente il conte Guglielmo Pietro, forse perché all'epoca residente in Aragona. Per inciso, Gualtiero/Gauthier d'Aulnay, signore di Teano, Moussy-Le-Neuf, Mesnil et di Grand Moulin, che portava uno scudo identico a quello dei Ventimiglia di Geraci - d'oro al capo di rosso – fu padre di Filippo e Gualtieri il Giovane, ossia degli amanti delle principesse di Francia, mogli del futuro Luigi X e del fratello Filippo. D'Aulnay che finirono loro sulla forca...al posto dei conti di Ventimiglia...a seguito del tremendo gossip causato dalle loro boccaccesche imprese.

        Dal settembre 1278 al 1282 Carlo II, principe di Salerno, conte di Lesina e signore di Monte S. Angelo, è nominato dal padre vicario nella contea di Provenza, ma, in visita alla corte di Parigi e nelle contee paterne del Maine e Anjou, soltanto nel 1280 il principe prende possesso della contea provenzale, soltanto a marzo infatti, dopo un anno di trattative, l'imperatore e re d'Arles, Rodolfo d'Asburgo, riconosce in feudo le contee di Provenza e Forqualquier ai due angioini. Carlo II è prescelto come mediatore nel conflitto tra Alonso X di Castiglia e Filippo III di Francia, ma le trattative tra i due sovrani a Tolosa nel luglio 1281 non sortiscono effetti concreti. L'argomento è il riconoscimento della successione sul trono di Castiglia di Alfonso de la Cerda, nipote di Luigi IX di Francia, detenuto nel dorato palazzo reale di Jàtiva, dal 1286 ceduto dai sovrani aragonesi in usufrutto a Eudossia, contessa di Ventimiglia, e poi, dal 1288, concesso totalmente in signoria alla medesima infanta Làscaris.

        Durante la permanenza in Provenza, il pio principe di Salerno, si dedica a compulsare libri e documenti antichi per individuare il luogo di sepoltura di s. Maria Maddalena. Guida gli scavi archeologici nella basilica di S. Massimino e al 3 dicembre del 1279 il principe Carlo scopre personalmente il sacello della santa in una cripta sotterranea. L'abbazia di S. Massimino è tolta ai Benedettini e affidata ai Domenicani nel 1295, i quali organizzeranno un grande centro di culto attirante folle di pellegrini. Durante la sua prigionia in Cefalù, nel 1285, si era giunti al trattato che poneva Giacomo II d'Aragona, il cugino consanguineo di Eudossia Làscaris, sul trono di Sicilia e la rinuncia di Carlo II ai suoi diritti sull'Isola. Nella primavera del 1286 Carlo II è internato nel castello di Siurana presso Tarragona, appartenente a Pietro II d'Ayerbe, futuro genero della contessa Làscaris:

        Assai trista era la condizione del principe Carlo II (che pel difetto portato in una delle sue gambe fu soprannomato il zoppo). Lontano dalla famiglia, dalla patria, e dal trono, e privo perfino del regio titolo, per chè non ancora incoronato, gemeva prigione in una bicocca di Catalogna, arx Siurana. Il re Alfonso d'Aragona avea deputato ad alleviarne gli ozii con la loro compagnia dodici signori, in apparenza per mitigarne la captività, ma in realtà per meglio assicurarne la custodia. ( Camera, Annali delle Due Sicilie, p. 10 ).

        Dal 1283 Eudossia è vedova e succede nella contea di Ventimiglia il suo primogenito Giovanni I, che abbiamo incontrato pochi anni appresso accanto alla regina Maria Arpad.

        De nouvelles négociations menées par le roi d'Angleterre Édouard aboutissent en juillet 1287 au traité d'Oloron-Sainte-Marie dont les dispositions principales prévoient la libération de Charles aux conditions suivantes: livraison des trois premiers fils comme otages ainsi que de 60 Provençaux et paiement d'importantes sommes d'argent. Mais ce traité est muet sur le règlement de la question sicilienne: Charles était simplement tenu de rétablir la paix dans un délai de trois ans. Dans le même temps Alphonse III d'Aragon est confronté à une révolte des nobles qui exigent une plus grande participation aux affaires du royaume. Pour s'assurer que le roi tiendra ses promesse ils exigent que leur soit livré Charles d'Anjou (janv. 1288) qui est interné au château de Mequinenza. La situation gagne en confusion avec l'élection du nouveau pape Nicolas IV qui invalide en mars 88 les traités de Cefalù et d'Oloron, invitant Jacques de Sicile à renoncer à son trône et Alphonse à libérer sans contrepartie le prince prisonnier. De nouvelles négociations s'engagent donc à Canfranc [ Huesca 28 ottobre 1288 n.d.r. ], au cours desquelles, à la demande d'Edouard, on sollicite l'avis de Charles de Salerne. Le traité de Canfranc ne fait que modifier et préciser certains points du traité d'Oloron; il est muet sur le règlement de la question sicilienne. Après sa libération en octobre 1288, Charles de Salerne se rend en Provence, puis rejoint Rome en passant par Marseille, Paris, Nice, Gênes, Florence. Le 29 mai 1289, il est sacré roi de Sicile par le pape Nicolas IV. ( J. Gandouly, Rec. a: A. Kiesewetter, Die Anfange der Regierung Konigs Karts Il. von Anjou( 1278-1295 ): das Konigreich Neapel, die Grafschafl Provence und der Mittelmeerraum zu Ausgang des 13. Jahrhunderts, 1999 Husum, Matthiesen, in Mémoires des princes angèvins, "Bullettin annuel" 2 ( 2001-2002 ), p.40 ).

        10.1 Carlo d'Angiò e il commercio del sale

        Le premesse del conflitto Angioini-Ventimiglia risalgono al nuovo quadro economico, e le ampie ripercussioni politiche determinate dalla cessione della zona orientale della contea di Ventimiglia al conte di Provenza:

        Il fatto era questo: il 19 gennaio 1258, in cambio di terre in Provenza dal reddito annuo di 5000 tornesi e 1000 lire una tantum, Guglielmo II conte di Ventimiglia, consigliato da Pietro vescovo di Nizza e da altri, promise di cedere a Carlo d’Angiò tutte le terre ereditate dal padre, che già teneva in feudo dal comune di Genova, e specialmente San Chianino, Gorbio, Tenda, Briga, Castellero, metà di Castiglione e di Sant’Agnese, ciò che possedeva nella valle Lantosca, i propri diritti su Roccabruna, Monaco, San Remo, Ceriana ed altri luoghi. Qual era, tuttavia, la motivazione reale della “risposta” genovese, concretizzatasi nel contratto per la costruzione di nuove saline? Forse il timore di Genova di perdere una parte delle proprie fonti di approvvigionamento del sale. E inoltre: ci furono, in merito, altre iniziative economiche o fiscali da parte ligure o angioina? Per ora non sappiamo: sicuramente, sull’argomento, occorrerà approfondire le ricerche. Certe sono invece le conseguenze politiche dell’alienazione di Guglielmo II, seguita il 7 aprile 1258 da quella dei conti Bonifacio e Giorgio di Ventimiglia, che vendettero a Carlo i loro diritti su Sospello, Roccabruna, Monaco, Saorgio, Breglio, Pigna, Dolceacqua, Rocchetta, Sanremo e Ceriana: con esse il conte di Provenza acquistò tutta quella regione che dalle rive del Mediterraneo giungeva fino alla sommità del colle della Cornia, oggi detto del colle di Tenda. Tale regione, per lo più montuosa, era però attraversata da una delle strade che da Nizza conducevano a Cuneo e Cuneo, o meglio “Cunis”, per dirla con il trovatore Bonifacio di Castellane, era la “porta” di Asti e della pianura padana. A Genova, che soprattutto potenziò in quegli anni le proprie fortificazioni ventimigliesi, dovette balenare anche l’idea di rivendicare per contro i propri diritti su Nizza, in cui pure sopravviveva un “partito” a lei favorevole, ma non se ne fece nulla. (R. Comba, Le premesse economiche e politiche della prima espansione angioina nel Piemonte meridionale (1250-1259), in Gli Angiò nell'Italia nord-occidentale (1259-1382), a cura di R. Comba, Milano 2006, p. 25-26).

        10.2 I conti di Ventimiglia, cospiratori, capi della sedizione e alleati dei Faydit provenzali

        Può esser una casualità, ma accanto a Eudossia Làscaris, in Aragona, incontriamo come suo procuratore Raimondo di Ventimiglia che potrebbe identificarsi con il Raimondo Rostagno sul cui capo pendeva l'ordine di cattura angioino sopra accennato, o con altro cognato; Raimondo di Ventimiglia, canonico di Embrun. Altro elemento di collegamento tra Aragona e politica provenzal-ligure-piemontese anti-angioina fu rappresentato dal conte Bonifacio di Ventimiglia. Si tratta probabilmente di Bonifacio figlio di Oberto II di Ventimiglia – da non confondere con l'omonimo figlio di Emanuele - il conte di Badalucco, ( con ampia signoria albenganese comprendente Bussana, Triora, Carpasio, Arma, Taggia, Pietralata, Baiardo, Montalto, Campomarzio, Dho, Rezzo, Mendatica, Villatalla, Cipressa, Ceriana ecc. ). Alcuni territori, come Pietralata e Mendatica, erano in comproprietà con Enrico II di Ventimiglia, conte d'Ischia, con il quale Bonifacio è presente il primo luglio del 1265 in Valenza, ospiti a pranzo della principessa Costanza di Svevia moglie dell’infante Pietro d’Aragona e figlia di Manfredi; probabilmente al fine di perorare la causa, presso il sovrano aragonese Giacomo I, del padre Manfredi di Svevia, in opposizione a Carlo d’Angiò, il quale, ottenuta l’investitura papale sul Regno di Sicilia, si preparava a invaderlo. (S. Tramontana, Gli anni del Vespro. L’immaginario, la cronaca, la storia, Bari, 1989, p. 191).

        La sorella di Bonifacio, Veirana, aveva sposato il marchese di Ceva e insieme, i due fratelli e i Ceva, stavano liquidando la cospicua eredità di Oberto di Ventimiglia cedendola alla Repubblica di Genova. Il nonno di Bonifacio, Guglielmo III di Ventimiglia, aveva sposato Guillemette de Castellane, figlia di Bonifacio IV de Castellane, e aveva lasciato in dote a Oberto II, cugino dei potenti baroni provenzali de Castellane, le signorie provenzali di Clermont, Opio, Chateauneuf e La Gard. Inoltre, la madre di Bonifacio di Ventimiglia era una de Fos, altro casato di proceres provenzali, cosignori di Aix e padrone delle ricche saline di Hyères, passate nel 1259 sotto il controllo dell'arcigna amministrazione angioina. In sostanza Bonifacio – sposato a Giulietta de Advocatis, di un lignaggio leaderdella fazione guelfa genovese - fu al centro di rilevanti relazioni e interessi economici familiari che partendo da Genova e passando per il Piemonte raggiungevano la Provenza orientale. Lo stesso cugino Bonifacio VI de Castellane, il celebre trovatore figlio di una des Baux e sposato a una de Fos, nel febbraio 1265, bandito dalla Provenza, è segnalato a Huesca, ospite dei sovrani aragonesi, dopo esser stato a capo della rivolta di Marsiglia del 1261-1262, che prefigura, come movimento occitanico, per molti aspetti anti-francesi, le vicende dei Vespri Siciliani:

        Le seul appui de quelque fermeté aux révoltés provençaux vint d’Aragon. Jacques le Conquérant ne faisait pas de difficulté pour promettre à Louis IX, en juillet 1262, de ne soutenir ni Marseille ni Boniface de Castellane contre Charles d’Anjou, ni Manfred contre l’Église et ses ayants cause. Mais il y avait là un raccourci du système d’alliances que les Capétiens redoutaient. Louis IX voulait prévenir les conséquences du mariage de Pierre, fils aîné de Jacques Ier, avec Constance, fille de Manfred. Or, Pierre et son frère Jacques n’observaient pas la réserve de leur père. Ils continuaient de regarder vers la Provence. Le mariage de Pierre n’apportait pas qu’un appui potentiel à ses agissements. Il renforçait sa position idéologique, donnant une dimension gibeline aux entreprises catalanes. Après la mort de Manfred, Pierre apparaîtrait en héritier et en vengeur de celui-ci. En attendant, les Catalans entretenaient durablement de dangereux foyers d’opposition. Ils recevaient lesfaiditi («proscrits») de Provence. Bientôt néanmoins, le pays échappait définitivement à leur attraction ( La Provence au Moyen Âge, a cura di M. AurellJ.-P. BoyerN. Coulet, Deuxième partie1245-1380. L'éphémère paix du prince, Aix-en-Provence 2005, p. 226; vedi anche M. Aurell, Chanson et propagande politique: les troubadours gibelins ( 1255-1285 )in Le forme della propaganda politica nel Due e nel Trecento, a cura di P. Cammarosano, 'Relazioni tenute al Convegno internazionale di Trieste ( 2-5 marzo 1993 )', Roma 1994, p. 183 - 202 ).

        Il 9 luglio 1279, il conte Bonifacio di Ventimiglia ottiene dunque le credenziali e la defensio di Pietro III d'Aragona, salito al trono, nei confronti del potente comune commerciale di Asti, membro della lega ghibellina che dal luglio dell'anno precedente aveva nominato capitano di guerra Guglielmo VII di Monferrato – lega costituita da Milano, Genova, Alessandria, Torino, Pavia, Verona, Mantova etc. - affinché il conte Bonifacio fosse difeso e protetto dal Comune. Al 13 settembre 1277 risaliva una tregua decennale tra Asti e Cuneo, quest'ultima aderente alla lega guelfa (G. Adriani, Indice analitico e cronologico di alcuni documenti per servire alla storia della città di Cherasco..., Torino 1857, p. 44). L'epistola regia del '79, non casualmente, è materialmente dettata dal regio segretario – e medico – di antica fede sveva e grande coordinatore della diplomazia anti-angioina, Giovanni da Procida:

        Iam alias scripsisse per nobilem virum Guilelmum de Banyasch, vobis recolimus, ut nobilem virum comitem Bonifacium, dilectum affinem nostrum, precum contemplacione nostrarum, haberitis intime comendatum nulla molestia inferentes eidem nec ab aliis permittentes inferri, et adhuc adicimus preces nostra, attente rogantes ut comitem supradictum, nostri amoris instinctu, comendatum habentes, eundem a molestantibus quibuslibet deffendatis Diplomatari de Pere el Gran. 2. Relacions internacionals i politica exterior (1260-1280), a cura di S. M. Cingolani, Barcellona 2015, p. 241 ).

        Sappiamo che anteriormente alla battaglia di Roccavione del 1275 esisteva una lega che univa Asti ai marchesi di Monferrato, Saluzzo, Ceva e ai conti di Ventimiglia, insieme ai comuni di Genova, Mondovì e Pavia, attorno cui confluirono altri comuni dopo la schiacciante vittoria sugli Angioini. All'Astigiano si collegava pur la madre di Enrico II di Ventimiglia, Aldisia da Manzano/Cherasco, la signora di Carrù, castello nel cui territorio insistevano vaste proprietà livellarie e boschive dei vescovi astigiani. Un ramo dei conti di Ventimiglia poi sembra che tenesse in feudo dai marchesi di Ceva il vassallaggio di Rocca Ciglié, importante castrum a guardia della valle del Tanaro, contermine al distretto di Carrù, e con il cognome Sevenc/Sevengus fosse inserito nel ceto dei proceres del comune di Monteregale/Mondovì sino al 1275. Nel 1279 i conti – con l'avallo di Mondovì - ampliavano l'alleanza a elementi del partito guelfo, come il comune di Cuneo:

        Essendosi dimostrati nelle passate guerre tra Carlo I, re di Sicilia, vicario della chiesa in Toscana, e i Genovesi, gli abitanti di Cuneo interessati per il primo, ed alcuni dei conti di Ventimiglia per i secondi, e, dovendosi, dopo stabilita la pace tra quelli, anche concordar questi, Pietro Balbo conte di Ventimiglia e Filippo dei Gastaldi, agente per il Comune di Cuneo, fanno la pace coi seguenti patti : Che dovesse dall' ora m poi esser pace e fratellanza fra detto Pietro Balbo tanto per sé che per gli uomini del contado di Ventimiglia, abitanti nei luoghi di Tenda, Briga, Saorgio, Breglio, Pigna, Rocchetta, Castellaro, Bussana, Limone e Vernante ed il Comune di Cuneo, in modo che una parte fosse tenuta a dare aiuto all'altra, eccetto contro gli Astigiani, il re di Sicilia, il di lui figlio principe di Salerno, loro successori nel contado di Provenza, e Genovesi. Che occorrendo di far guerra, detto conte fosse in obbligo di fornire per ciascun anno in servizio dei Cuneesi 80 balestrieri, il simile facessero i Cuneesi in riguardo di detti conti e contado di Ventimiglia, mandando 80 clienti, ossia uomini di armi, pagati per 15 giorni, con obbligo di accrescere cotal numero ogni qualvolta fosse di mestieri aver aiuto, etc. Presta garanzia il Comune di Mondovì. In Cuneo. (A. Ferretto, Codice diplomatico delle relazioni fra la Liguria, la Toscana e la Lunigiana ai tempi di Dante (1265-1321), Roma 1903, Parte seconda, dal 1275 al 1281, p. 285).

        10.3 Il secondo esito della cospirazione, dopo i Vespri siciliani: la fine del sogno imperiale di Carlo I d'Angiò

        Dopo la schiacciante vittoria di Roccavione e il rafforzarsi del controllo della val Vermenagna da parte dei conti di Ventimiglia, segue un'altra sconfitta per gli Angioini. Le premesse per Carlo d'Angiò non furono positive neppure in Oriente. Ai primi di aprile del 1281 l'esercito angioino fu disfatto all'assedio di Berat, città epirota che controllava la principale via di comunicazione fra i possessi angioini dell'Adriatico orientale e Costantinopoli. ( A. Kiesewetter, L’acquisto e l'occupazione del litorale meridionale dell’Albania da parte di re Carlo I d’Angiò (1279–1283), "Palaver", n. s., 4 (2015), p. 293 ).

        Tuttavia, incoraggiato dalla svolta della politica del Papa, il 3 luglio 1281 a Orvieto, allora sede della Curia pontificia e quindi certamente d'intesa con il pontefice, Carlo definì una nuova alleanza per la conquista di Bisanzio con Filippo di Courtenay e Venezia. Quest'ultima intendeva così procurarsi una posizione di preminenza nel commercio con il futuro Impero latino di Costantinopoli (l'accordo di Orvieto fu ratificato a Venezia il 2 agosto 1281). Martino IV non fece attendere a lungo il suo appoggio ufficiale: il 18 novembre 1281 pronunciò la solenne scomunica di Michele VIII Paleologo protettore dello scisma e dell'eresia – peraltro già scomunicato dal patriarca ortodosso di Costantinopoli per aver fatto accecare e monacare, il Natale del 1261, il legittimo imperatore Giovanni IV Làscaris, fratello di Eudossia -. Carlo fece i preparativi con gran fervore e fretta: le forze alleate avrebbero dovuto riunirsi davanti a Corfù per l'attacco il 1º maggio 1282. A questo punto non si arrivò mai. Nel frattempo, infatti, i contatti tra Bisanzio, Aragona e l'opposizione antiangioina in Sicilia – e a Genova dove operava il conte Guglielmo Pietro di Ventimiglia nunzio imperiale di Costantinopoli - avevano portato a risultati tali da porre fine a tutti i grandiosi progetti di Carlo per crearsi un grande impero nel Mediterraneo orientale.

        Le campane di Pasqua di Palermo annunciarono nel 1282 non solo la fine della «bella monarchia», fondata di Ruggero II, ma anche l’ultima stagione della dominazione angioina nell’Albania meridionale. I Vespri Siciliani significarono nient’altro che il crollo di tutti i sogni ambiziosi di Carlo I d’Angiò di trasformare il Mediterraneo in un «lago angioino». Il sovrano fu allora costretto a rinunciare ad ogni progetto di espansione sulla penisola balcanica, visto che aveva bisogno di ogni armato per la riconquista dell’isola di Sicilia. Durante il vicariato del principe Carlo di Salerno, il futuro Carlo II, che gestiva gli affari di governo per il padre dal gennaio 1283 fino al giugno 1284, i possessi angioini in Albania furono più o meno abbandonati a se stessiKiesewetter, L’acquisto e l'occupazione del litorale meridionale dell’Albania, p. 294-295 ).

        11. La prigionia di Carlo II d'Angiò, nel castello "ventimigliano" di Cefalù, dal giugno 1284 al novembre 1285 e la prigionia dei nipoti di Luigi IX

        L'anno successivo, il 5 giugno 1284, poco prima del ritorno di Carlo I dalla Francia, il principe di Salerno osò attaccare la flotta aragonese comandata da Ruggiero di Lauria che incrociava nel golfo di Napoli; glielo aveva consigliato il conte di Acerra, ma sconsigliato il legato Gerardo di Sabina. Nella battaglia gli Aragonesi impiegarono metodi forse poco cavallereschi, ma che ebbero pieno successo; con sommozzatori aprirono falle nelle navi francesi facendole affondare. C. stesso dovette arrendersi a Ruggiero di Lauria con numerosi nobili del suo seguito. Dopo aver ottenuto la liberazione di Beatrice, cognata di Pietro d'Aragona, tenuta fino ad allora prigioniera a Napoli, l'ammiraglio aragonese fece ritorno a Messina, dove i rappresentanti delle città siciliane chiesero la morte di C. per vendicare la morte di Manfredi e di Corradino. Solo grazie alla mediazione della regina Costanza, moglie di Pietro d'Aragona e figlia di Manfredi, si riuscì a sottrarlo alla furia del popolo e a portarlo nel castello di Cefalù. Dopo la morte di Pietro d'Aragona avvenuta nel novembre 1285 (gli successero i figli Alfonso e Giacomo, il primo in Aragona e il secondo in Sicilia), C. fu trasferito in Catalogna, ma, prima della partenza, rinunciò ai suoi diritti sull'isola di Sicilia e sul territorio dell'arcidiocesi di Reggio; ancora nel febbraio 1287, mentre era prigioniero in Spagna, sollecitò personalmente papa Onorio IV a rispettare il cosiddetto trattato di Cefalù. (A. Nitschke, Carlo II d'Angiò, re di Sicilia, in Dizionario Biografico degli Italiani, 20 (1977))

        Secondo il cronista Bartolomeo di Neocastro gli Angioini temettero una vendetta per la morte di Manfredi e Corradino, anche se Margherita di Borgogna, moglie del re Carlo, non riteneva Costanza Staufen capace di tale delitto: Nec diffidendum est de nobili regina Constancia, quod velit fratris, patrisve animas de sanguine principis saciare. Ipsa enim cum proba et sapiens sit, cogitatus suos a conspectu Altissimi non declinat (Istoria sicula, in Cronisti e scrittori sincroni napoletani, a cura di G. Del Re, Napoli 1868, 2.p. 499-500). La stessa Margherita manteneva un rapporto speciale con la memoria del conte Pietro I d'Alençon, ucciso per vendicare Manfredi di Svevia, di cui conservava nel suo salterio un edificante racconto dei suoi ultimi istanti di vita: la forme et la manière comment monseigneur le conte de Lençon reçut le cors Jeshu Crist la derniere fois (X. Helary, La mort de Pierre, comte d'Alençon (1283), fils de saint Louis, dans la memoire capétienne, “Revue d'histoire de l'Eglise de France”, 94 ( 2008 ), p. 5-22).

        Alla battaglia, secondo la leggenda, avrebbe assistito dalle torri del Castelnuovo la moglie del principe, Maria d’Ungheria, confortata dal legato pontificio Gerardo da Parma, che pregava, con poco risultato, per la vittoria angioina. La cattura di Carlo da parte dei nemici fu confermata alla principessa da messi catalani che le recarono appunto una lettera del marito contenente la richiesta della consegna agli aragonesi della principessa Beatrice, figlia di Manfredi, da lungo tempo tenuta prigioniera nel castello del Salvatore. Il principe di Salerno fu quindi trasferito a Messina, dove i rappresentanti delle città siciliane chiesero la sua condanna a morte. Solo grazieall’intervento della regina Costanza, moglie di Pietro d’Aragona e figlia di Manfredi, si riuscì aevitare il linciaggio di Carlo che fu rinchiuso nel castello di Cefalù, e qui costretto a rinunciare ai suoi diritti sull’isola di Sicilia e sul territorio dell’arcivescovato di Reggio Calabria. Da Cefalù, dopo il novembre del 1285 fu trasferito in Catalogna. ( M. Gaglione, Converà ti que aptengas la flor. Profili di sovrani angioini da Carlo I a Renato (1266-1442), Milano 2009, p. 66).

        All’avviso funesto della morte del Re, tenutosi il gran Consiglio Reale, si fecero nella Chiesa Maggiore di Messìna i funerali, con tutta la pompa, e magnificenza, poscia si trattò di ciò, che far dovevasi della Persona di Carlo il Zoppo, che dalla Rocca Guelfonia si era trasportato prigioniero in quella di Cefalù. Varie erano le sentenze, ma la pia Regina Costanza, nel giorno del Venerdì Santo, supplicata con pietosa lettera dal Principe Prigioniero, acciò in memoria della morte del Salvadore del mondo, non volesse pigliar vendetta del sangue di Corradino, e Manfredi, di cui egli n’ era innocente, con eroica cristiana pietà, in memoria del Crocifisso Redentore, lo perdonò. Concorse al suo voto quello di Gio. di Procida Gran Cancelliero, contro quello degli altri Consiglieri, onde l’Infante Jacopo per dar gusto alla Madre, si parti per Cefalù, e di sua mano scarcerò il povero Principe, che stava in dubbio della vita, e consegnollo a tre Signori Catalani ma pria, che s’imbarcasse, stabilì seco la pace, per la quale Carlo rinunziava a tutte le pretenzioni, che avesse sù della Sicilia, ed lsole adiacenti, che Bianca sua Sorella si maritasse all’Infante Jacopo, a cui per maggior cautela fosse anche in riguardo di dote data la Sicilia; che l’Infante Federico togliesse in isposa Leonora altra Sorella di Carlo,colla dote del Principato di Taranto, e del Monte S. Angiolo; che tre fratelli minori del Principe Carlo restar dovessero per ostaggi, con altri Signori Francesi, ed Inglesi ſino all’adempimento del pattuito; che si stabilisse certa somma di danaro che a Jacopo pagar si dovesse per le spese sofferto della guerra; e che l’Infante Violante o Jolanda Sorella di Jacopo, che allora ritrovavasi nel monastero di Santa Chiara di Messina, fosse sposata a Carlo con dote del Ducato di Calabria , e che gli'accennati articoli fossero validati dal consenso del Re di Francia, e del Papa , e non adempiendo Carlo alle promeſſe nello spazio di tre anni, restituir si dovesse alla prigione. Ma era trascorso quel tempo degli Attilj Regoli; imperocché sciolto Carlo dalla Prigione passò in Francia, ove dimorò lungo tempo senza, per allora, più rammentarsi di tali promesse. ( C. D. Gallo,Annali della città di Messina capitale del Regno di Sicilia..., Messina 1758, 2., p. 141 ).

        Nel detto anno MCCLXXXIV. partiti i Cardinali Legati, ch’erano in Cicilia, et perché non haveano potuto trovare accordo, lasciarono molto aggravato il Reame di Cicilia di scommuniche, togliendo ogni beneficio et gratie spirituali al Re d’Araona, et a’ Ciciliani. Per questa cagione, et per la morte del Re Carlo quelli i Messina si mossono a furore et corsono alle prigioni dov' erano i Franceschi per ucciderli; e' prigioni si presono a difendere, onde i Messinesi missono fuoco nella prigione; et arsonvi dentro a gran dolore e stento i detti prigioni Franceschi. Et fu bene giudicio di Dio, che l'orgoglio et superbia de' Franceschi usata in Cicilia fosse punita, per così disordinata et furiosa sententia de’ Cicíliani, come fu questa, et quando si rubellò la Cicilia. Et fatto questo, tutte le terre di Cicilia feciono Sindaco con ordine, et congregati insieme di concordia condannarono a morte il Prence Carlo, il quale li aveano in prigione, et che li fosse tagliata la tesa, si come lo Re Carlo suo padre havea fatto a Curradino. Ma come piacque a Dio, la Reina Costanza moglie del Re Piero d’Araona, la quale all’hora era in Cicilia, considerando il periglio che al suo marito, et a’ suoi figliuoli ne potea avvenire della morte del Prence Carlo, prse più savio consiglio, et disse a' Sindachí delle dette terre, che non era convenevole, che la loro sententia procedesse senza la volontà del Re Piero loro Signore, ma parevale, che’l Prence fosse mandato in Catalogna a lui; et egli come Signore facesse di lui sua libera volontade, et cosi fue osservato suo consiglio. ( Villani, Historie fiorentine, col. 304 ).

        11.1  I debiti per la liberazione di Carlo II d'Angiò

          Nel frattempo continuò la guerra tra Francesi e Aragonesi, e fu solo grazie alla assidua mediazione del re inglese Edoardo I che nel 1288 fu stipulato ad Oléron un accordo con le clausole seguenti: a C. sarebbe stata accordata la libertà se avesse dato in ostaggio i tre figli maggiori e 50.000 marchi d'argento come garanzia. Doveva inoltre impegnarsi a indurre Carlo di Valois a rinunciare all'Aragona, che gli era stata conferita da Martino IV, e a sollecitare il papa a revocare tutte le pene; gli furono concessi tre anni di tempo per negoziare una pace tra la Chiesa, la Francia e l'Aragona che potesse soddisfare le esigenze degli Aragonesi. Se non fosse riuscito a osservare queste condizioni egli si doveva impegnare a tornare prigioniero. Il re di Francia, Filippo il Bello, impedì subito l'esecuzione del trattato, contro il quale protestò energicamente il 15 marzo 1288 anche papa Niccolò IV. Ma Inglesi e Aragonesi continuarono a negoziare, e venne così concluso il 28 ottobre, a Canfranc, un accordo non molto diverso dal primo. Questa volta anche Edoardo I s'impegnò ad adoperarsi per l'esecuzione del trattato, al quale però Niccolò IV oppose nuovamente il suo rifiuto. Nonostante ciò C. si dichiarò pronto ad accettare le condizioni postegli e fu così liberato dalla prigionia nel novembre del 1288.

          In un primo momento si fermò in Francia, sensibilmente disorientato dalla sventura che gli era capitata: chiese infatti ad Alfonso d'Aragona il permesso di intitolarsi re di Sicilia nelle trattative che si era impegnato a condurre, e Alfonso gli rispose il 26 genn. 1289 che non gli sembrava opportuno che assumesse questo titolo, visto che doveva trattare la pace anche con suo fratello Giacomo, il quale usava intitolarsi anch'egli re di Sicilia. Ma la corte francese e il papa spinsero C. a far valere i suoi diritti, e alla fine egli si trasferì in Italia e fu incoronato dal pontefice la Pentecoste del 1289 (29 maggio) nella cattedrale di Rieti, re di Sicilia e di Gerusalemme, insieme alla moglie Maria. Il 12 settembre dello stesso anno Niccolò IV dichiarò illegittimi gli accordi di Oléron e di Canfranc, perché conclusi in stato di necessità, sciogliendo C. II dal giuramento prestato. Ma questi non era affatto d'accordo con questa decisione pontificia, e già ora lo opprimeva il pensiero, di non essere in grado di indurre Carlo di Valois alla rinuncia all'Aragona e il papa a perdonare gli Aragonesi, visto che Niccolò IV faceva predicare nuovamente la crociata contro l'Aragona e più tardi anche contro la Sicilia.(A. Nitschke, Carlo II d'Angiò, re di Sicilia, in Dizionario Biografico degli Italiani, 20 (1977))

          Il periodo della lunga prigionia di Carlo II in Spagna fu difficilissimo per sua moglie. La Sovrana ricorse alle corti di Francia e d’Inghilterra chiedendo appoggio diplomatico per la liberazione del marito. Durante i negoziati, Maria si trasferì in Provenza e governò direttamente la contea, riuscendo anche a combinare il matrimonio del primogenito Carlo Martello con Clemenza, figlia di Rodolfo d’Asburgo. Inoltre ottenne dal re d’Inghilterra un finanziamento per il pagamento del riscatto di Carlo e ottenne l’assenso pontificio agli accordi per la liberazione del marito, quando il papa non aveva inizialmente accettato le condizioni poste da Alfonso d’Aragona. Maria, per pagare le ingenti spese sopportate in quel frangente, fu anche costretta a impegnare i gioielli personali al fine di ottenere un prestito dai banchieri Bonaccorsi di Firenze. In seguito, comunque, la Sovrana riscattò probabilmente solo parte dei suoi gioielli dietro il pagamento di 150 once d’oro. Finalmente, come si è detto, riuscì a rivedere il marito nel 1289, e i figli nel 1296.

          11.2 I nipoti di Luigi IX di Francia, 'affidati' a Eudossia Làscaris di Ventimiglia

            Nel 1288 viene liberato Carlo II, consegnando come ostaggi i figli Luigi, Roberto e Raimondo Berengario, oltre 60 cavalieri provenzali e venti cittadini marsigliesi. I principi reali furono detenuti nei castelli di Montcada e Siurana, appartenenti rispettivamente ai Montcada cugini del siniscalco Guglielmo de Montcada-Fraga, marito di Beatrice Làscaris di Ventimiglia e Pietro II d'Aragona-Ayerbe futuro marito di Violante Làscaris di Ventimiglia, ovvero ai generi di Eudossia, nonché agli ambienti culturali e religiosi dei francescani spirituali verso i quali la stessa Eudossia e le figlie propendevano, e che ispireranno la loro fondazione del convento della Mare de Deu. Sempre nel 1288 - a seguito del trattato di Lione del 13 luglio tra Sancio IV di Castiglia e Filippo IV di Francia - sono pur liberati dal castello di Xàtiva/Jàtiva - signoria di Eudossia Làscaris dal 1286 - dopo sette anni di ospitalità forzata, Alfonso e Fernando de la Cerda, eredi al trono di Castiglia, nipoti di Luigi IX Capeto e di Violante d'Aragona, cugina consanguinea della contessa di Ventimiglia. Già dal 1279 Eudossia. sul palazzo reale di Jativa, vantava una rendita di 14.000 soldi annui e l'usufrutto del medesimo palazzo reale - una imponente fortezza - era stato concesso a lei e a sua figlia Beatrice Làscaris di Ventimiglia. Eudossia e soprattutto la figlia Vatatza, raggiunta dalla madre in Castiglia nel 1304, sono al centro delle trattative tra Aragona – che difende i diritti dei La Cerda – e Castiglia.( A. Masià De Ros, La emperatriz de Nicea, Constanza, y las princesas Lascara y Vataza. Nuevas noticias acerca de sus relaciones con las Cortes de Aragón, Castilla y Portugal, "Boletín de la Real Academia de Buenas Letras de Barcelona", 20 ( 1947 ) p. 145-169, 148; G. Daumet, Mémoire sur les relations de la France et de la Castille de 1255 à 1320, Parigi 1913, p. 52, 184 ).

            Catturato, ottenne la libertà solo nel 1288, a patto di consegnare in ostaggio agli Aragonesi tre dei suoi figli. Nel corso della cattività Luigi risiedette in diversi castelli della Catalogna (Moncada, Ciurana, Barcellona) e fu in contatto con il grande teologo francescano Pietro di Giovanni Olivi, che il 18 maggio 1295 dal convento di Narbona indirizzò a L. e ai suoi fratelli una lunga lettera di esortazione, in cui spiegava che aveva preferito non incontrarli per non irritare Carlo II, il quale temeva che Olivi facesse di loro dei "beguini" ("eciam dominus pater vester timuerat vos inbeguiniri", cfr. Ehrle, p. 538). Già in quell'epoca, infatti, L. subiva l'influenza della sua cerchia formata da francescani provenzali, in particolare di François Brun e di Pierre Scarrier, quest'ultimo incaricato della sua formazione culturale e spirituale, e fu allora che fece segretamente il voto di entrare nell'Ordine dei frati minori.

            Pere (II) tingué cinc filis bastards. Un segon Garci Pérez, la mare del qual fou Mari Beltran de Lihuerre. El seu pare li deixá els llocs de Marcuello, Siurana i Riglos, aquest amb una condició: una germana del testador tenia uns drets a Riglos...La germana segona, Beatriu, s'havia casat amb Guillem de Montcada, senyor de Fraga, el 1282; féu testament el 1295 i morí vers el 1300, sense descendencia ( M.-M. Costa, La Casa dels senyors d'Ayerbe, d'origin reial, "Medievalia", 8 (1989), p. 121, 124 ).

            11.3 "Qui en Xàtiva volrà entrar sobre nós haurà de pasar”. Jaume I – Crónica. La Hermita de Santa Anna de Jativa

              In Aragona oltre alle figlie di Eudossia continuavano ad appoggiare la causa aragonese i figli di Enrico II, il conte di Ischia e Geraci. Morto nel 1289 Aldoino, restavano accanto agli Aragonesi i fratelli minori Giovanni, Nicolò, Guglielmo e lo stesso anziano Enrico II, perlopiù occupato ancora con le sue signorie liguri. Nel 1288 era deceduto pur Giacomo di Ventimiglia, secondogenito di Eudossia e del fu Guglielmo Pietro. Giacomo, addobbato cavaliere da pochi anni, prestava servizio militare alla corte aragonese – per circa 235 soldi mensili - e la sua dipartita fu sofferta da re Alfonso III, sino a fargli trasformare l'usufrutto del palazzo reale di Jativa in piena concessione signorile in favore della madre Eudossia Làscaris; affinché, con le rendite di Jativa - importante città commerciale e artigianale oltre che la più maestosa piazzaforte militare aragonese - essa potesse erigere un monastero in onore del figlio: ad construendum monasterium ob remedium anime dilecti Iacobi fili dicte lnfantisse. Da una epistola del sovrano aragonese apprendiamo che il servizio armato di Giacomo di Ventimiglia risaliva almeno al settembre del 1284, quindi il giovane doveva esser nato intorno al 1266. Il 17/18 novembre 1284 da Saragozza il re Pietro III ordina che sia pagato a Giacomo di Ventimiglia il servizio militare dei mesi da settembre a novembre con 702 soldi e due denari iacensi, nonché gli venga consegnato dal balivo di Tarragona il vestiario cavalleresco "cotum et tunicam panni coloris et calligans de preset vermel et petinas albas et frisium et erminia item detis eidem nobili una gramasiam panni coloris" ( Diplomatari de Pere el Gran. 2., p. 241, 289, 716-717 ). Altri regi ordini di pagamento a dompno Jacme de Vintimilla risalgono al 1285 e al 1286, quest'ultimo per 4772 soldi ( Miret y Sans, Nuevos documentos, p. 18 ). Inoltre, il 6 ottobre 1288 era deceduto, durante i colloqui di Canfranc, Arnau Roger I de Comenge, conte sovrano di Pallars e Bergua, genero di Eudossia, in quanto marito della figlia Làscara. ( M. P. Ostos Salcedo, Prestaciones de homenaje y fidelidad en el Contado de Pallars (1297), “Acta historica et archaelogica mediaevalia”, 25 (2004), p. 180 ).


              La Hermita de Santa Anna, sulla Sierra de Santa Anna, dominante Jativa, la splendida città-fortezza donata dai sovrani aragonesi a Eudossia contessa di Ventimiglia per la morte del figlio Giacomo, dopo aver costituito parte dell'appannaggio della regina Costanza Staufen.

              Che i conti di Ischia - come i cugini di Tenda - si ponessero come mediatori tra Aragonesi e Angiò, affiancati all'impegno delle cancellerie dal cardinale Gerardo da Parma, lo lascerebbero pensare tre documenti, uno del 1294 gli altri del 1300 - che analizzeremo al punto 18. e che ci porteranno a una prima parziale conclusione della ricerca -. Il primo di tali documenti risale al 12 ottobre 1294: scriveva Carlo II a Giacomo II invitandolo a Ischia - ancora in mano siculo-aragonese - come luogo ideale per intavolare una trattativa di pace:

              quod vos pro ipso accelerando negocio apud insulam Yscle personaliter veniatis. Provisum est etenim numquam aliter posse brevius et securius dictum negocium expediri... vobis Yscle ac domino papa et nobis Neapoli permanentibus ex vicinitate locorum et principalium concordia personarum remissa poterunt brevius firmius et caucius expediri.


              Nel giugno 1289 giunse ad Ischia re Giacomo, diretto a Gaeta, e vi fece sosta. Le trattative di pace che si svolsero tra angioini e aragonesi, con lʼintervento pontificio, prevedevano già alla fine del 1293 la restituzione immediata al re di Napoli di Ischia e delle altre isole citra Farum. In base agli accordi raggiunti con Carlo II dʼAngiò e con la sede apostolica il 30 ottobre 1295 Giacomo II dʼAragona consegnò formalmente al papa Bonifacio VIII la Sicilia con le isole ad essa adiacenti. Tutti gli altri territori occupati dagli aragonesi citra Farum, tra cui Ischia, vennero invece consegnati direttamente a Carlo. In realtà Ischia, come la Sicilia, passò in mano a Federico dʼAragona, fratello e luogotenente di Giacomo e prossimo re di Sicilia. ( S. Fodale, L’appartenenza d’Ischia alla Sicilia durante la Guerra del Vespro (1287-1299), "La rassegna d'Ischia", 24 (2002), 2., p. 22).

              Beatrice di Castiglia, regina di Portogallo (1325-1357) che acquistò intorno al 1337, dagli esecutori testamentari di Vatatza Làscaris di Ventimiglia, la corona imperiale ereditata dalla madre Eudossia. La precedente regina Isabella la Santa d'Aragona - sua suocera - aveva donato la corona del regno di Portogallo e Algarve al santuario di Compostela. ( Ms. Genealogia dos Reis de Portugal (na British Library), iluminado entre 1530 e 1534 por Simão Bening, sobre desenhos de António de Holanda, por encomenda do Infante D. Fernando, filho de D. Manuel I ).

              Vatatza - altra figlia di Guglielmo Pietro e Eudossia - nel 1282 si recò in Portogallo al seguito di donna Isabella la Santa d'Aragona andata sposa a Dionigi, il locale sovrano, e, giovanissima, si maritò con l'anziano cavaliere lusitano Martin Gil de Sousa. Come donna di corte e amica della futura santa Isabella/Elisabetta del Portogallo, con cui era imparentata come discendente di Andrea II d'Ungheria - padre di santa Elisabetta d'Ungheria – era stata incaricata dell'istruzione dei suoi figli. Rimase al servizio della regina Isabella del Portogallo e come domestica del re Alfonso IV del Portogallo. Vatatza fu creata signora dei feudi di Santiago do Cacém, di Sines , ecc. Vent'anni dopo si trasferì ancora, come dama di compagnia della giovanissima principessa Costanza, andata dodicenne in sposa al re di Castiglia. Sarà incaricata dell'istruzione di Costanza, figlia dei sovrani portoghesi, inviata sposa a re Ferdinando per sigillare il Trattato di Alcañices. Dal 1302 al 1313, Vatatza vivrà nella corte castigliana come ciambellana della regina fino alla sua morte. La fitta corrispondenza diplomatica con i re aragonesi dimostra la sua adesione alla lor causa – e il suo ruolo di di riferimento per la diplomazia aragonese in Castiglia -. Nondimeno la Ventimiglia riesce a esser nominata nella corte castigliana curatrice del neonato erede al trono, il futuro Alfonso XI.

              Los dos autores que hasta el presente se han ocupado de las actividades de Vataza coinciden en apreciar su influencia en las cancillerìas hispanas, su decidido apoyo a la causa aragonesa, y en considerarla como la verdadera representante y defensora en Castilla de los intereses de Jaime II, actuando de instructora, protectora y guía de los embajadores aragoneses en Castilla, quienes nunca dejan de entrevistarse con ella antes de llevar a cabo su mision oficial. ( A. Masià de Ros, La emperatriz de Nicea, Constanza, y las princesas Lascara y Vataza. Nuevas noticias acerca de sus relaciones con las Cortes de Aragón, Castilla y Portugal, “Butlletì de la reial Acadèmia de bones lletres de Barcelona”, 20(1947), p. 151; vedi anche J. C. Gimenez, A rainha Isabel nas estratégias polìticas da penìsula iberica: 1280-1336, Curitiba 2005. p. 123-124, 127. Però a p. 123: D. Vatação, Bataça ou Vataça, de origem Grega, era parente da rainha Isabel por via de D. Constança, mãe da rainha. No, era consanguinea del padre della regina: uno dei tanti esempi di come la storiografia affronti l'argomento...).

              È durante questo periodo che donna Vatatza sviluppa la sua azione diplomatica sulle tracce dei genitori. E attraverso di lei che la regina Isabella e re Dinis possono interferire nella politica iberica, contribuendo a risolvere le controversie concernenti le dispute tra i regni di Castiglia e Aragona sui territori conquistati ai Mori, e i conflitti insorti per la reggenza di Castiglia con i diseredati La Cerda, durante la minorità di Ferdinando IV, e la legittimità stessa di questo monarca. (M. He. Cruz Coelho, L. Ventura, Vatatsa – una Domina nella vita e nella morte, "Intemelion", 14 (2008), p. 52, ignorano del tutto Giacomo di Ventimiglia e la sorella Làscara, contessa sovrana di Pallars, che continuano a confondere con la madre Eudossia, e per giustificare il presunto matrimonio di quest'ultima, nel 1282 [ recte 1281 ], con il conte di Pallars, anticipano la morte di Guglielmo Pietro I di Ventimiglia al 1280 circa. Trascurano pure il cinquecentesco attendibile Zurita come fonte per la discendenza di Vatatza, che pare ebbe una figlia, Vatatza II, sposa di Pietro VI Jordan de Urries, barone di Alquezar, Biel, Murillo e Loarre, balio generale del Regno di Aragona: "sebbene la nostra ricerca non abbia trovato nella documentazione portoghese, castigliana o aragonese nessun riferimento alla discendenza di Vatatsa, esistono autori che menzionano una figlia, anche lei chiamata Vatatsa ( cfr. A. COELHO GASCO, Conquista, antiguidade... cit.; M. MACLAGAN, A byzantine princess... cit. )".  Per una più corretta e informata impostazione degli studi vedi A. P. Bravo Garcia, Documentos greco-bizantinos en España ( I ), "Erytheia. Revista de estudios bizantinos y neogriegos", 7 ( 1986 ), 1., p. 94-95 )

              11.4  Donna Vatatza di Ventimiglia e i poteri taumaturgici delle reliquie

              Vatatza di Ventimiglia fu percepita dai suoi contemporanei come una grande dama di corte, di non volgari intelligenza e attitudini diplomatiche, doti queste utilizadas no apaziguamento dos estados, que pelos seus serviços os reis a rodearam de mercês J. S. Ferreira Mata, Alguns aspectos da Ordem de Santiago no tempo de D. Dinis, in As Ordens Militares em Portugal, 'Actas do 1. Encontro sobre Ordens Militares', Palmela 1991, p.210 ). Alcuni dei numerosi e ricchi doni regi portoghesi riservati a Vatatza consistettero nelle commende - dell'Ordine militare di S. Giacomo della Spada - di Santiago do Cacém (1310-1336) e Panòias (1314-1336). Commende concesse in cambio di quella castigliana di Villalar ceduta – dopo cinque mesi di possesso, il 4 ottobre 1310 - all'Ordine di Santiago dalla nobildonna italo-greca. Il 2 novembre del 1310 l'Ordem de Santiago riconosce a donna Vatatza il vitalizio della città e castello di Santiago do Cacém per aver ella investito nell'anno precedente ventimilamaravedis nella lotta ai Mori. Ma alcuni beni della Ventimiglia in Santiago do Cacém risalivano al 1288, quivi la Ventimiglia fonda la chiesa matrice e l'Ospedale di Santo Spirito:



              Il reliquiario del Santo legno della croce di Cristo, in argento dorato, donato da Vatatza di Ventimiglia a Santiago do Cacém


              Estamos convictos de que em 1338 a Ordem de Santiago terá posto em causa as doações efectuadas por Castela a D. Vataça durante o Mestrado de D. Pedro Fernandes, de Panóias e Santiago do Cacém, o que levaria Rui Pais, testamenteiro da dona, a apresentar perante os representantes do Mestre as ditas cartas de doação. De facto, a 10 de Fevereiro desse ano, Pêro Gonçalves, freire da Ordem de Santiago e comendador da Arrábida, em representação do Mestre D. Garcia Pires, solicita a pública forma de duas cartas de doação feitas a D. Vataça. Assim, Rui Pais, testamenteiro da dita dona, faz 1er pelo tabelião Domingos Pires a carta de doação de uns lugares de Panóias e Santiago do Cacém, efectuada a 2 de Novembro de 1288, pelo Mestre de Santiago de Leão, D. Pêro Fernandes e duas cartas de emprazamento, de 2 de Novembro de 1321 e 25 de Fevereiro de 1314, feitas por D. Vataça. É ainda lida, a 10 de Fevereiro de 1338, a carta de doação de D. Pêro Gomes, comendador maior de Monte Molim e de uma possível doação da Ordem de Santiago em Leão a D. Vataça, por mandado de seu mestre D. Diego Moniz que a efectua. Este documento, não transcreve estas cartas de doação mas que o ramo de Castela alienara indevidamente, contribuindo para o delapidar do património. dá conta da preocupação da Ordem em recuperar os bens que lhe pertenceram e que o ramo de Castela alienara indevidamente, contribuindo para o delapidar do património.
              (
              M: C: Ribeiro De Sousa Fernandes, 
              A Ordem Militar de Santiago no século XIV , Dissertação de Mestrado no âmbito do Seminário de Ordens Militares do Curso Integrado de Estudos Pós-graduados em História Medieval e do Renascimento, Porto 2002, 1., p. 87-88 ).

              Jorge Cardoso, O agiologio lusitano dos sanctos e varoens illustres..., Lisbona 1652, 1., p, 197-203, raccoglie la tradizione che donna Vatatza collocò le reliquie e le teste di s. Romano e s. Fabiano nella cappella del castello della commenda di Panòias. In Santiago do Cacém – castello di sua principale dimora - invece Vatatza collocò la reliquia della Vera Croce di Cristo contenuta in un reliquiario-crocifisso d'oro, inizialmente depositata in Sines, forse parte della dote materna proveniente da Costantinopoli o Nicea. Ma è pur possibile che il crocifisso-reliquiario provenisse dal lascito testamentario di Joana Gonçalves, altra dama della corte della regina Isabella la Santa. Joana nel suo testamento dell'anno 1331, in cui nominò esecutrici testamentarie la regina, Vatatza e la sorella badessa di Santa Clara de Coimbra, in particolare affida in legato alla Ventimiglia: un tapete novo, duas carvaçaes de estrado e ainda uma arqueta das relìquias ou outra de aljoufar como ella desejar, mentre a sua cugina Beatriz Alfonso lascia 100 libras e a sua cruz de relìquias que Dona Vataça nao quiser ( M. F. Pimentel de Carvalho Andrade, In oboedientia, sine proprio, et in castitate, sub clausura. A Ordem de Santa Clara em Portugal (Sécs. XIII – XIV), Lisboa 2011, p. 408).

              Quindi resta indeterminato se la commendatrice di Santiago do Cacem abbia accettato le due cassette e la croce contenenti reliquie dall'amica Joana. Se vi fu accettazione del legato, le due “arquete” potrebbero identificarsi con le “duas arquas de tijollo” di san Romano e s. Fabiano e la “cruz de reliquia” con la “cruz deaurada cum alguuas reliqujas” delle fonti di seguito citate. Siamo nel campo delle probabilità se non salteranno fuori altri documenti a confermare o negare la nostra ipotesi. In ogni caso, fonti dei primi decenni del XVI secolo confermano la tradizione e il ricordo di Vatatza come donatrice delle reliquie a distanza di due secoli dagli eventi: Es asy visitamos o lenho da Vera Cruz que estave demtro o dito sacrarjo emcastoado em huua cruz deaurada qum alguuas reliqujas de samtos demtro, o qual lenho e reliqujas se diz segundo memorja dos homeens que hj ha que ho trouxe ha dita jgreja dona Betaça quamdo a esta terra vejo.


              Il reliquiario argenteo di s. Fabiano dono di Vatatza di Ventimiglia all'Ordine di S. Giacomo della Spada.



              Secondo la leggenda, durante una navigazione, la nave di donna Vatatza fu colpita da un fortunale e la dama concepì un voto, nel caso si fosse salvata dalla tempesta: Dona Vataça salvou-se e a promessa foi cumprida: en Sines foi erguida a primitiva Ermida de Nossa Senhora das Salas; o castello de Santiago do Cacèm, cujo dominio viria a ter, ficou com o fragmento da Cruz de Cristo (N. M. Lopes Nunes, Dona Vataça e o culto das relìquas en Portugal, in Lors de metra en la voie...Mobilidade e Literatura na Idade Mèdia, a cura di C. F. Clamote Carreto'Actas do Colòquio internacional', Lisboa, 26-28 de outubro 2009, Lisbona, p. 71). Secondo lo scrittore lusitano Andrea Resendio, Vatatza di Ventimiglia superate le Colonne d'Ercole prese terra a Sines, ancora occupata dai Mori, e quivi guidò i cavalieri di S. Giacomo della Spada alla conquista del castello dove fondò la chiesa per ospitare la Vera Croce avuta da sua madre Eudossia (P. Gioffredo, Storia delle Alpi Marittime, Torino 1839, col. 681). La battaglia di Sines, con la sconfitta dell'emiro Kassen che diede il nome al vicino castello, avvenne il 25 luglio festa di s. Giacomo, ma pure festa di s. Anna secondo la liturgia bizantina, nonna dello stesso Giacomo Maggiore secondo la Legenda aureaLe reliquie furono celebrate dai fedeli per secoli nella comarca, per il potere di guarigione che esse avrebbero generato. Nella Ermida di S. Romano di Panòias, Vatatza depose le reliquie di Romano e Fabiano così descritte in una visita pastorale del 1511:

              Hestaa hum altar de pedra e caal e dentro no dito alltar estaao fejtas duas arquas de tijollo omde se diz que estao os osos de sam Romao e de sam Fabiam e estam tapadas com sacos de caall e soomente dos buracos os quaees os quaees sam tapados com suas rolhas de cortiça e pollos quaees buracos se tocam a ditas reliquias que estam demtro. ( Arquivo nacional da Torre do Tombo, Lisboa,Conventos diversos, Ordem de Santiago, 1517, b. 50-167 ).

              Per comprendere l'alone di sacralità promanato da tali reliquie e i fondamenti ideologici del potere rappresentatato dai conti di Ventimiglia stessi - e da Vatatza in primis - occorre rilevare come essi 'giocassero' la loro partita e fossero interessati a rivendicare per se il trono di Bisanzio. Per inciso, inoltre, nel seguente passo, lo Zurita ci informa che Vatatza ebbe una figlia del suo stesso nome, accasata con Pedro Jordàn Ximénez, dei dignori di Arenòs ( recte Pietro VI Jordan de Urries ) anche questa una pista di ricerca totalmente oscurata dalla storiografia:

              Casó también doña Vataza, que estuvo con la reina doña Isabel hermana del rey de Aragón mucho tiempo en Portogal, aunque no he leído con quién: y vino a Castilla con la reina doña Costanza y tuvo una hija de su mismo nombre. Y doña Violante de Grecia su tía trató de casarla con Pedro Jordán hijo de don Gonzalo Ximénez señor de Arenós. Y procuraban que el rey favoreciese a ella y a su hermana en la demanda y pretensión que tenían al Imperio de Grecia(Zurita y Castro, Anales, 5, 105).


              Il castello di Santiago do Cacem dominante il porto di Sines, sede della corte di Vatatza di Ventimiglia canonichessa e commendatrice dell'Ordine di Santiago.



              11.4.1 Les rois thaumaturges contro i conti taumaturghi

              Nel 1270 Giacomo II Gorgonio di Piacenza. Indi nel 1282 Guglielmo II [1273-1293 n.d.r.], ma Gioſfredo ne anticipa il vescovato, poichè dice che nel 1276 è nominato nell'aggiustamento per la chiesa di s. Nicolò di Sospello, fatto coll'abbate di s. Ponzio di Nizza. Al suo tempo e nel 1285 il capitolo generale dell'ordine di s. Antonio di Vienna ammise i cittadini di Ventimiglia alla partecipazione dell'opere buone del medesimo, in ossequio alla ventimigliese madre di s. Antonio abbate. Particolare divozione ebbero a tal santo non solo i cittadini, ma i conti di Ventimiglia, i quali digiunavano la vigilia di sua festa e imposero spesso il suo nome a propri figli. Alle di lui reliquie, che si venerano in Vienna del Delfinato, quasi tutti i conti di Ventimiglia fecero frequenti pellegrinaggi. La città d'Arles si gloria di venerare la testa di sì gran santo, e dice Gioffredo, che in memoria della di lui madre si dava la prelazione a cittadini di Ventimiglia, se trovavansi in quella città, di portare le aste del baldacchino, nel solennizzarsi la sua festa con processione. Il vescovo Guglielmo II nel 1287 intervenne al sinodo provinciale di Milano, e morì nel 1293. ( G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da s. Pietro sino ai nostri giorni..., Venezia, 1859, 93., p. 203 ).

              Cette mention du culte de saint Antoine trouve sans doute ses origines dans la dévotion lérinienne à un saint Antoine, homonyme du fondateur du monachisme et ermite à Lérins, dont la Vie fut écrite au début du VIe siècle par Ennode de Pavie. Plus important pour notre propos est de souligner que le culte rendu à Antoine par les moines de Vintimille prit une nouvelle ampleur à la fin du XIIIe siècle, lorsque, à la faveur sans doute d’une assimilation entre le saint lérinien du même nom, l’ermite égyptien fut considéré comme originaire de la cité de Vintimille, cette tradition étant pour la première fois attestée en 1285, lorsque le chapitre général de l’ordre de Saint-Antoine de Vienne affirma que saint Antoine était issu ex stirpe nobilis civitatis Vintimiliensis. De fait, ce fut à cette époque que le culte de saint Antoine entra dans la famille des comtes de Vintimille, puisque les différentes branches de ce vaste groupe de parenté introduisirent presque simultanément l’hagionyme dans leurs stocks anthroponymiques au cours de la première moitié du XIVe siècle ( L.. Ripart, L’identité lérinienne au miroir  de l’un de ses prieurés: la pseudo-donation du marquis Guy à Saint-Michel de Vintimille, in Lérins, une île sainte de l'Antiquité au Moyen Âge, a cura di Y. Cadou, M. Lawers, Turnhout 2009, p. 545-559).

              Fra il 1270, con il vescovo piacentino Giacomo II, e il 1293, con la salita all'episcopio ventimigliano di Ottone di Ventimiglia, figlio di Eudossia Làscaris, si definisce il ruolo taumaturgico dei conti, probabilmente in relazione a s. Antonino di Piacenza, san Antoni in occitanico, confuso con l'omonimo di Vienne e altro di Lèrins, come ho illustrato in passato (C. F. Polizzi, Corrado/Cono d'Ivrea il capostipite dei conti di Ventimiglia?, in Centro studi ventimigliani). Riesce difficile non rilevare in tale cronologia la corrispondenza con la fine - o il rallentamento - nel 1285, delle ostilità con la beata stirpe angioina. Del resto risulta innegabile che i momenti-chiave che scandiscono gli avvenimenti diplomatico-militari segnano in profondità l'esperienza religiosa dei conti di Ventimiglia e la loro stessa rappresentazione come mediatori e comunicatori del 'sacro'. In tale accezione le reliquie acquistano significato di strumento ideologico di verifica dell'autorità di chi si propone come interlocutore privilegiato del culto religioso. Per lungo tempo scomunicati, sin dall'epoca di Manfredi di Svevia, i conti cercano di recuperare una dimensione di legittimità spirituale e religiosa al loro potere, attraverso la virtus della reliquia taumaturgica. Le traslazioni di corpi santi e reliquie, il piu` possibile prestigiose, furono uno degli strumenti di cui la politica fin dall'epoca carolingia fece ampio uso ogni qual volta un’autorità – fosse essa imperiale, episcopale, aristocratica – ambisse a una legittimazione e riconoscimento sociale inequivocabili. Le chiese o i monasteri che ospitano i resti di un santo particolarmente sollecito nel dispensare miracoli ed attirare così uomini, donazioni, e riferimenti cultuali, diventano centri di aggregazione politica, economica e sociale, la cui rilevanza travalica la pura dimensione religiosa. Si riverberano, nel particolarismo giuridico di regni e signorie, antiche concezioni e prassi relative alla divina maiestas e alle sublimi iussones imperiali.

              Intorno al 1295 è fondata in Aragona la Mare de Deu in Montblanch, per la remissione dei peccati del defunto Giacomo di Ventimiglia, mentre in Sicilia, matura l'esperienza dell'anacoreta-profeta s. Guglielmo da Polizzi, nella fondazione monastico-eremitica di S. Maria del Parto, presso Castelbuono, voluta dall'altra grande vittima della guerra agli Angiò, lo scomparso Aldoino di Ventimiglia; fondazione portata a termine dal nipote Francesco II, con l'erezione ad abbazia. 

              Una traslazione di reliquie, che avvenga nella forma della inventio, della elevatio o della translatio vera e propria, indipendentemente quindi dall’ampiezza o non ampiezza della dislocazione spaziale comporta infatti un mutamento nello status cultuale delle reliquie, e del santo in esse presente, e quindi una sua “ri-attualizzazione” attraverso la “riproposizione” del culto in una nuova cornice, quanto meno architettonica. La cerimonia di insediamento delle reliquie è un evento liturgico e pubblico in occasione del quale viene sovente sottolineato dalle fonti un grande concorso di popolo. Un gesto, una narrazione, di pubblicistica cultuale. Il quadro nel quale ci si viene a muovere è dunque quello della lettura di un evento liturgico specifico in un quadro di funzionalità legittimante: è il santo, con la sua virtus presente nelle reliquie e capace di operare miracoli, ad agire, e questa azione avviene in un contesto spaziale di elezione, in un luogo del quale il santo assume in qualche misura la responsabilità, anche se questa responsabilità non sempre è identificata con la terminologia del patronato.(M. Caroli, Traslazioni delle reliquie e rifondazioni della memoria (secoli IX-X): Senesio, Teopompo e Rodolfo di Fulda, in Sant’Anselmo di Nonantola e i santi fondatori nella tradizione monastica tra Oriente e Occidente, 'Atti della Giornata di Studio'Nonantola, 12 aprile 2003, a cura di R. Fangarezzi, P. Golinelli e A. M. Orselli, Roma 2006, p. 303-204).

              11.4.1.1 Una guerra non-convenzionale: la potente arma dell'ideologia capetingia

              Pour comprendre les mécanismes complexes qui jouèrent, il suffit de revenir sur l’affaire des reliques de Saint-Maximin. Leur invention par le futur Charles II donnait un éclat encore inégalé à la principale des légendes pieuses du pays, à savoir l’apostolat provençal de la Madeleine et de ses compagnons, dont Marthe et Lazare. Tout le merveilleux sacré de la Provence se trouvait, de surcroît, conforté dans sa vraisemblance par la réalité d’un fait aussi extraordinaire. En même temps, Charles II recevait un profit d’autant plus facile de son invention qu’elle coïncidait avec une croyance déjà populaire. Il apparaissait comme celui choisi pour lui apporter la confirmation espérée. Il n’en tirait pas qu’un prestige personnel. Une convenance se révélait entre une famille et un pays également élus de Dieu. François de Meyronnes suggérait cette harmonie, dans son sermon sur Louis d’Anjou. Ce prince était saint grâce à ses ancêtres, mais aussi par son lieu de naissance: «Car il est né sur la terre que Dieu a sanctifiée devant les autres. En effet, dans cette patrie il y a sept saints qui ont vu le Christ de leurs yeux corporels.»

              De façon générale, la Provence se persuadait d’autant mieux de sa vocation à la sainteté que la nouvelle dynastie la ramenait vers ce destin providentiel. Le thème du redditus se lit en filigrane dans laVie de saint Honorat [spacciato per antenato di Maria Arpad come s. Antonio per i conti di Ventimiglia n.d.r.], tant latine que provençale. Elle montrait la lutte conjointe, en Provence, de Charlemagne et d’Honorat contre les Sarrasins. Honorat affrontait encore les hérétiques d’Arles, encouragés par la corruption du paganisme. Il se retrouvait, en fait, à la tête de tout le pays, puisque l’empereur le lui remettait. Les limites de cette prétendue libéralité coïncidaient avec les frontières mêmes du comté de Provence, selon la convention de 1125 entre Alphonse de Toulouse et Raimond Bérenger III de Barcelone. Bien entendu, cette sorte de «donation de Constantin» servait les prétentions du monastère de Lérins, présenté comme l’abbaye qui avait restauré le christianisme dans la région. Mais le récit indiquait, concurremment, qu’avec les Angevins la Provence retrouvait ses protecteurs et ses maîtres légitimes. Comprenons, avant tout, les Carolingiens et l’Église. Sous leur conduite, le pays récupérait son intégrité religieuse, menacée par la grande subversion anticléricale qu’il avait naguère connue, dans la première moitié du xiiie siècle, sous l’influence des Toulousains et du parti impérial. En faisant d’Honorat un Arpade, Raimond Féraut allait cependant plus loin que son modèle latin. La reine Marie de Hongrie avait également une prédisposition à veiller sur le pays, comme sa descendance. Cette espèce de retour vers une antique perfection se parachevait donc avec le règne de Charles II. Devant cet accomplissement, l’humiliation de sa longue détention s’effaçait. (J.-P. Boyer, De force ou de gré. La Provence et ses rois de Sicile (milieu XIIIe siècle-milieu XIVe siècle), in Les princes angèvines du XIIIe ou XVe siècle). Un destin européen, a cura di N.-Y. Tonnerre, E. Verry, Rennes 2003, p, 23-59).

              Il Feraut tradusse in provenzale dal latino, secondo quanto riferisce Jean de Nostredame ne Les Vies des plus celebres et anciennes poetes (1575), una Vita di Andronico Árpád, figlio del re d’Ungheria, che poi sarebbe stato canonizzato con il nome di sant’Onorato di Lèrins (Vida de Sant Honorat), proprio su incarico di Maria d’Ungheria. A lei, infatti, l’Autore dedicò l’opera nel 1300, ottenendone in ricompensa la concessione del priorato di Roquestéron dipendente dall’abbazia di Lèrins. In realtà, l’originario testo latino della Vita non contiene alcun riferimento alle origini ungheresi e arpadiane di sant’Onorato, sicché questa notizia deve attribuirsi a un’interpolazione escogitata dal Feraut per compiacere la Regina (Gaglione, Converà ti que aptengas la flor, p.161).

              Au vrai, Charles Ier n'était pas parvenu dans la Ville quand, vers 1264-1265, le troubadour génois Luchetto Gattilusi établissait un parallèle entre lui et Charlemagne qui conques Puilla. La réputation de la maison de France, accompagnée d'une «aura» de surnaturel, était implantée en Italie. Elle se reporta sur Charles Ier. Un courant prophétique se détourna vers lui, en Italie comme en Allemagne : le monarque de la fin des temps ne serait-il pas de sa race? En Italie, ce furent des poncifs que les thèmes convergents de la nature exceptionnelle de la dynastie française, de son caractère carolingien, de l'appartenance des Angevins à cette lignée. Les preuves sont nombreuses dans les milieux guelfes florentins, jusqu'au XVe siècle, alors que la maison d'Ajou s'était effacée de l'histoire. Le sentiment de l'extraordinaire contamina parfois même la propagande adverse [...] 

              La mort de Louis IX donna l'impulsion principale à l'exploitation du thème de la sainteté par les Angevins. Salimbene, Geoffroy de Beaulieu évoquent le transport des ossements depuis la Sicile, par la Calabre, jusqu'en Lombardie, les «processions solennelles et dévotes»,  les miracles. Dans cette «canonisation» anticipée, Charles Ier joua un rôle décisif. Il prit les initiatives devant Tunis, enparticulier pour le démembrement du corps. Il obtint les chairs, les entrailles, même le coeur. Il envoya les «saintes reliques» à la cathédrale - abbatiale de Monreale. Elles furent reçues avec «grande joie», «avec une très solennelle procession de tout le clergé et de tout le peuple» : un mois après le décès, Thibaud de Navarre écrivait que «nostre sire a ja commencé a fere moult de miracles». Le choix du lieu, une abbaye royale - au nom évocateur - édifiée par le dernier roi normand pleinement «légitime» et d'heureuse mémoire Guillaume II, dans une île indocile, ne semble pas fortuit. Charles s'appuya sur le prestige de Louis IX pour esquisser même un modèle de sainteté familiale, lors de sa déposition au procès de canonisation: «La racine sainte a produit de saints rameaux». Il associait aux mérites du frère aîné ceux d'Alphonse et de Robert. Le propos, parfois trop sollicité, demeurait lié au contexte de la croisade, et la «racine sainte» ne désignait pas la souche capétienne, mais Blanche de Castille. Pourtant, une semence était jetée ( J.-P. Boyer, La «foi monarchique»: royaume de Sicile et Provence (mi-XIIIe-mi-XIVe siècle),  in Le forme della propaganda politica nel Due e nel Trecento,  'Relazioni tenute al convegno internazionale di Trieste (2-5 marzo 1993)', Rome 1994. p. 94, 96).

              12. L'avvicinamento dei conti di Ventimiglia ai Capetingi e il loro ruolo diplomatico nella Guerra del Vespro

                Abbiamo osservato alcuni dati di fatto, sino ad oggi ignorati - o sottovalutati - dalla storiografia: la parentela e consanguineità di Eudossia e della stirpe ventimigliana con i maggiori sovrani dell'epoca, dall'impero dei Paleologo, ai reali di Francia, Napoli, Ungheria, Maiorca, Castiglia e Aragona e in particolare con i Capetingi. Nondimeno, si è osservata la sensibilità dei Capeti al culto di s. Anna e la loro relazione stretta con i conti di Ventimiglia, in ragione della prigionia prima di Carlo II e poi dei suoi figli e cugini castigliani. La storia ha lasciato incisi due momenti e episodi di questa relazione tra Maria Arpad e Giovanni I Làscaris di Ventimiglia; nell'incontro a Arles, nel palazzo comitale, del 7 gennaio 1287 e in quello del gennaio 1290, nello scenario del palazzo arcivescovile di Sanremo. Ovvero il palazzo che sarà occupato dal 1292 dall'arcivesvovo domenicano di Genova, Giacomo da Varazze, autore della Legenda aurea, l'opera che, tra l'altro, potenzia e promuove il culto di s. Anna, esponendone coram populo la relativa narrazione dei Vangeli apocrifi. Ad Arles il conte Giovanni ottenne la restituzione del castello di Gorbio dalla principessa di Salerno e contessa di Provenza (Gioffredo, Storia delle Alpi Marittime, col. 651). In Sanremo, all'epoca il palazzo-fortezza arcivescovile, costruito su un antico monastero benedettino, era sotto il controllo dell'amministratore apostolico di Genova e patriarca di Antiochia, Opizzo Fieschi - di lignaggio leader dei Guelfi genovesi, cugino di Ottobuono Fieschi arcidiacono di Reims, e figlio di Giacomo conte di Lavagna -. Maria regina di Sicilia e reggente la contea di Provenza è in intimità con il primogenito di sua cugina Eudossia; il 15 gennaio del 1290, Giovanni Làscaris di Ventimiglia accompagna la regina da Genova al palazzo episcopale di Sanremo, ma scoppiano dei tumulti: infatti i partigiani ghibellini dei conti di Ventimiglia non gradiscono l'avvicinamento dei regoli locali alla beata stirpe:

                La Riviera era già da tempo in preda a lotte di partiti e litigi di singole famiglie si aggiungevano ai generali contrasti. I frequenti passaggi di membri della casa d’Angio offrivano occasione ai Guelfi per dimostrare la loro fedeltà alla causa del partito clerico-francese, mentre i Ghibellini se ne stavano astiosi da parte. I seri torbidi avvenuti a S. Remo il 15 gennaio 1290, quando la regina di Napoli, proveniente da Genova, vi arrivò, non furono certo effetto del puro caso. Gli abitanti locali

                avevano appoggiato i conti di Ventimiglia nella loro guerra con i Provenzali e ora il conte Giovanni accompagnava la regina. Un certo numero di persone, del partito degli Axentii, andò loro incontro, senz’armi, nel manifesto intendimento di rendere più fastoso il ricevimento. Ma il partito dei Bruscaporchi era intenzionato a turbare la festa. I suoi aderenti si posero davanti al palazzo dell'arcivescovo di Genova e quando il corteo fu vicino, si gridò: « di qui non si passa »; vennero lanciate pietre contro il corteo stesso ed al grido di « morte ai traditori » le spade furono tratte dal fodero. Nel tumulto che ne nacque Lercario Axentio perse la vita, suo fratello Ardizzone riportò una ferita mortale, il conte potè sottrarsi ad analoga sorte soltanto per la velocità del suo cavallo. Risulta però che la regina avesse preso stanza al palazzo arcivescovile senza impedimenti, giacché non era lei che nell’attacco era stata presa di mira, ma bensì il conte, il traditore della causa ghibellina. Gli Axentii pensarono subito alla vendetta e contornati dai loro amici diedero inizio alla battaglia per le vie, a cui pose argine l’intromissione del vicario generale genovese della riviera occidentale. Un figlio dell’ucciso sporse querela dinanzi a lui per l’assassinio del proprio padre e dello zio; nei giorni successivi vennero interrogati parecchi testimoni e il vicario fece citare i colpevoli; non abbiamo notizia di come sia finita la cosa. Soltanto un atto casualmente conservatosi dà notizia dell’accaduto; per quanto di poco rilievo esso possa essere relativamente alle condizioni del territorio genovese, tuttavia offre qualche luce. Se nella capitale il governo fosse stato diretto da una mano forte, tali incidenti sarebbero rimasti senza conseguenze; ma anche in Genova i partiti stavano l’uno di fronte all’altro con un’astiosità non minore che a S. Remo: era quindi possibile che potesse ripetervisi quello che era accaduto qui. (G. Caro, Genova e la supremazia sul Mediterraneo (1257 - 1311), Genova 1975, p. 113-114.)

                Sulla ribellione dei cittadini sanremesi contro il patriarca Opizzo Fieschi – che porterà alla creazione della signoria sanremese dei Doria - vedi D. Calcagno, Il patriarca di Antiochia Opizzo Fieschi, diplomatico di spicco per la Santa Sede fra Polonia, Oriente latino e Italia del XIII secolo in I Fieschi tra Papato e Impero, Atti del convegno di Lavagna, (18 dicembre 1994), a cura di D. Calcagno, Lavagna 1997, p. 228).

                Si stava preparando la tregua di Tarascona del febbraio 1291 che avrebbe dovuto porre fine alla Guerra del Vespro fra Carlo II d'Angiò e Giacomo II d'Aragona, e per cercare di convincere Sancio re di Castiglia ad accettarne le clausole fu inviata la stessa Eudossia Làscaris di Ventimiglia - la madre del conte Giovanni - non estranea al lavorio diplomatico necessario al difficile compromesso:

                No quiere el de Castilla ratificar la paz tratada con el rey. Después de las vistas envió el rey sus embajadores al papa como estaba acordado. Y vuelto para Barcelona casi en fin de abril se tornó a tratar con el rey de Castilla que se asentase entre ellos la tregua conforme a lo que fue mandado y concluido por los legados en Tarascón. Y esto le envió a requerir el rey con un caballero castellano llamado Martín Alvarez de Herrera. Pero ni éste ni otros que sobre ello fueron a Castilla pudieron alcanzarla del rey don Sancho, aunque intervino también en ello doña Láscara infanta de Grecia, hija del emperador Theodoro Láscaro, de quien arriba se ha hecho mención. Puesto que la reina doña María movió tal concierto que daba esperanza que se otorgaría la tregua por tiempo de un año, con tal condición: que el rey de Aragón en aquel término no saliese de sus reinos. Pero no se quiso por él aceptar, porque con aquello se contravenía a lo capitulado con los legados y parecía que el rey de Castilla deseaba quebrantase aquella concordia, porque le pesaba de la paz que se había firmado con la Iglesia y con el rey de Francia (J. Zurita y Castro, Anales, 4., 121).

                13. Il Trattato di Tarascona e il cardinale-vescovo di Sabina, Gerardo Bianchi da Parma, reggente di Napoli e legato apostolico a Reims

                Au cours de l'été 1289 s'engagent des négociations en vue de l'application des accords de Canfranc. Charles II fait des promesses aux Siciliens, mais, en fait, son objectif comme celui de la curie est de gagner du temps. Cependant Jacques d'Aragon débarque en Calabre, menace Salerne, et se replie finalement sur Gaète (juillet 1289) dont il entreprend le siège. En août, les troupes de Charles II, venues de Naples pour dégager la place, atteignent Gaete. Sur intervention de la curie, une trêve est signée [ 29 agosto 1289; il 5 settembre muore Aldoino di Ventimiglia, conte d'Ischia, in un naufragio, di ritorno, al comando di tre galee sulle cinquanta della flotta, dall'assedio di Gaeta, presso Capo Palinuro n.d.r ] et Charles II propose un projet de traité de paix. Les historiens modernes, mais aussi Robert d'Artois, ont critiqué le comportement de Charles II, l'accusant de faiblesse, c'est-à-dire de ne pas avoir attaqué afin de reprendre l'initiative sur le plan militaire et politique. A. Kiesewetter invoque la situation de l'armée napolitaine, mais insiste surtout sur le caractère scrupuleux de Charles II, qui s'estime lié par le traité de Canfranc et qui n'est pas insensible aux remontrances de l'émissaire anglais (O. von Grandson) lui rappelant la situation critique des Lieux saints. L'armistice (tregua) de Gaète met un terme aux actions militaires d'envergure jusqu'en 1298: Robert d'Artois mène seulement des opérations ponctuelles pour reconquérir la "terra ferma"; dans ce but on décide d'engager des troupes almugavares qui jusqu'alors se livraient au pillage. Après la levée du siège de Gaète, Charles II retourne à Naples, où il réunit un parlement général, donne en fief à son successeur Charles Martel la principauté de Salerne, le Honor Montis Sancti Angeli, et le nomme vicaire général (sept. 1289) avant de rejoindre Rome.

                Les négociations menées avec la curie portent sur le traité de paix avec Jacques d'Aragon et sur le dédommagement devant être accordé à Charles de Valois pour la renonciation éventuelle à la couronne d'Aragon. Concernant le premier point, A. Kiesewetter établit un lien avec le projet de croisade de Jacques d'Aragon. Il avance l'hypothèse que Charles II et le pape proposèrent au roi d'Aragon de renoncer à la Sicile, lui offrant en compensation le royaume de Jérusalem. Pour régler le second point Charles II se rend en France, se présente en application des accords de Canfranc à la frontière espagnole (nov. 1289) et fait constater l'absence de Jacques d'Aragon (retenu ailleurs), accusé aussitôt de non respect du traité. La réussite de cette intrigue redonne confiance au roi. Il propose à Jacques d'Aragon un traité de paix (mai 1290), convoque un parlement en Provence et signe en décembre 1289 le traité de Corbeil-Essonnes. Ce traité prévoit que Charles de Valois épouse la fille aînée de Charles II, Marguerite, qui apporte en dot les comtés d'Anjou et de Maine (en contrepartie Philippe IV s'engage à fournir une aide financière de 150.000 onces d'or pour la poursuite de la guerre). Le 23 avril 1290 a lieu à Figuères entre Charles II et Alphonse d'Aragon (frère de Jacques) la rencontre, qui prépare le traité de Brignoles, mais, avant la signature de ce traité, Charles II cède officiellement aux Capétiens, par le traité de Senlis ( 18 août 1290), les comtés d'Anjou et de Maine. Le traité règle également la question du financement de la guerre de reconquête de la Sicile (prélèvement d'une décime au nom de la France de juin 1292 à juin 1294). Du traité de Brignoles (19 fév.1291) on retiendra qu'il écarte le danger d'une paix séparée avec le roi d'Aragon et de plus qu'il isole Jacques de Sicile: Alphonse III d'Aragon s'engage en effet à respecter une stricte neutralité en cas de conflit. Alors que Charles II peut s'attribuer un succès diplomatique qui le place dans un rapport de forces favorable dans le conflit sicilien, la mort d'Alphonse d'Aragon en juin 1291 remet tout en cause. (J. Gandouly, Rec. a: A. Kiesewetter, Die Anfange der Regierung Konigs Karts Il. von Anjou (1278- 1295), p. 34-52).

                L'incontro tra il conte Giovanni Làscaris di Ventimiglia e la regina Maria si pone dunque un mese dopo il trattato di Corbeil-Essonnes che vede la nomina di Carlo I di Valois a conte di Anjou e Maine e prossimo marito di Margherita, figlia di Carlo II e Maria. Carlo di Valois è l'erede della reliquia del teschio di s. Anna, come conte di Chartres. Al gennaio 1291 risale la morte di Giovanna di Chatillon vedova di Pietro I d'Alençon ma questa aveva fin dal primo luglio1286 venduto Chartres a re Filippo IV il Bello, fratello del Valois. Carlo di Valois è inoltre investito del regno di Aragona fin dal 1280 da parte della Chiesa e sarà posto successivamente a capo di una crociata contro gli Aragonesi. Il reggente di Napoli, insieme alla regina Maria e a Roberto II d'Artois - sino al novembre 1288 - fu il cardinale di Sabina, Gerardo da Parma, che intorno al 1290 fu inviato in Francia in missione diplomatica e dovette giudicare come delegato apostolico la grave vertenza insorta a Reims, fra il 1288 e il 1290, tra i canonici e l'arcivescovo Pietro Barbet, interdetto dai suoi canonici che avevano bloccato gli uffici divini per violazione dei loro diritti da parte del presule. Lo stesso Gerardo da Parma partecipò alla stesura del trattato di Brignoles-Tarascona del 19 febbraio 1291 e fu sempre vicino come consigliere politico-militare prima a Maria e, dopo la liberazione, a Carlo II. Dalla Sabina, ricordiamolo, sede episcopale di Gerardo da Parma, provenivano le suore agostiniane insediate in S. Anna di Nocera, ed alle suore domenicane lo stesso cardinale Gerardo nel 1288 aveva affidato S. Anna. A Reims si conservava parte principale del teschio di s. Anna proveniente da Chartres, teschio successivamente e oscuramente scomparso dalla cattedrale di Reims, sede dell'arcidiacono Ottobuono Fieschi, cugino di Opizzo che ospita il Ventimiglia e la Arpad nel proprio palazzo di Sanremo ( G. Marlot, Histoire de la ville, cité et université de Reims metropolitaine de la Gaule Belgique, Reims 1846, 3., p. 654 ).

                Peraltro, un possibile passaggio dalla contea di Ventimiglia del teschio di s. Anna potrebbe esser segnalato dalla presenza dei conti di Ventimiglia sul territorio della contea ceduto agli Angiò, attraverso l'autorità espiscopale su quelle zone. Ad esempio sulla chiesa di S. Maria de Virgis/Notre-Dame de Verx, priorato leriniano. Infatti, si trattava di istituto religioso di patronato comitale, nato dalle donazioni dei conti di Ventimiglia. Il 19 dicembre del 1304, Ottone Làscaris – figlio di Eudossia – come vescovo di Ventimiglia restituiva all'abate di Sant'Onorato di Lèrins la collazione della nomina dei priori della basilica di S. Maria di Verx e S. Martino di Carnolès che gli stessi monaci lerinensi avevano ceduto intorno al 1260 al conte Manuele di Guglielmino di Ventimiglia:

                considérantes fervorem devote religionis et karitatis perfecte que viget sinceriter in sancto monasterio Lirinensi, et gratiam liberalem quam venerabilis pater dominus Ganselmus [Gaucelme de Mayereris professo a Saint-Chaffre n.d.r.], Dei gratia abbas, et fratres conventus monasterii memorati, fecerunt Manuello, filio quondam illustris viri domini Guillelmini, comitis Vigintimiliensis, ex collatione ecclesie Sancti Martini de Carnolesio, nostre diocesis, que per priores eorum monachos regebatur […] promittimus et concedimus in presenti ut, quocienscumque ecclesias Sancti Martini de Carnolesio et Beate Marie de Verx, nostre diocesis, ad ipsum monasterium pertinentes, vaccare contigerit, dictum monasterium possit in dictis ecclesiis in priores suos monachos ordinare, et episcopus et canonici qui in Vigintimîliensi ecclesia pro tempore fuerint teneantur per dictum monasterium in ipsis ecclesiis monachos institutos et ordinatos ac presentatos eisdem, absque contradictione aliqua, recipere et admittere in priores. (Cartulaire de l'Abbaye de Lèrins, a cura di He. Moris, E. Blanc, Parigi 1883, 2., p. 195-196; vedi anche Histoire de l'abbaye de Lérins, a cura di M. Labrousse [et al.], p. 189, 195, 209).


                Il cardinale Gerardo Bianchi rappresentato nel 1302 nel Battistero di Parma – la cui collegiata canonicale è fondata dal medesimo presule -. 
                In basso a destra s. Anna, s. Gioacchino/Heliachin e s. Maria nello stesso Battistero, secondo l'iconografia già espressa nella cappa duecentesca di s. Luigi d'Angiò vescovo di Tolosa.

                Il cardinale Gerardo, affiancato dal suo collega Benedetto Caetani – il futuro Bonifacio VIII - condannò beffardamente canonici e arcivescovo di Reims a porre due statue d'argento, effigianti gli stessi delegati apostolici, sull'altare maggiore nelle solennità liturgiche, per il valore di cinquecento lire ciascuna, senza possibilità di porle in vendita...Non sarei meravigliato dal pensare che per evitare l'esborso di mille lire i prelati di Reims abbiano potuto chiedere commutazione della pena cedendo la sacra reliquia della testa di s. Anna – trattenendone qualche frammento - anche in considerazione che dopo la vendita di Chartres a re Filippo il Bello del 1286 - probabile causa della traslazione della reliquia in Reims, sede dell'unzione con la Sacra Ampolla e incoronazione reale - nel 1290 tornava in Chartres un conte titolare nella persona del fratello del re, Carlo I di Valois, e quindi la preziosa reliquia probabilmente sarebbe comunque ritornata nella sede primigenia.

                Gerardo da Parma è profondamente saldato al tessuto ecclesiastico di Reims. In prima istanza, Gerardo dunque possiede il movente per appropriarsi della reliquia di s. Anna - la sua devozione dimostrata nella fondazione domenicana di S. Anna di Nocera e S. Anna di Viterbo - detiene i mezzi - come delegato e giudice apostolico condannante le locali autorità ecclesiastiche nonché esso stesso locale prelato - e dispone delll'opportunità - fornita dai suoi titoli di legato apostolico, già reggente delRegnum di Sicilia, e di mediatore diplomatico tra Angioini, Aragonesi e poteri aritocratici incarnati dai Ventimiglia nella Guerra del Vespro. Sui mezzi notisi quanto accertato dalla storiografia, in relazione alle infule prelatizie di Gerardo; arcidiacono di Beauvais dal 1255 - sede del priore Vincenzo di Beauvais altro domenicano propagatore con lo Speculum historiale del culto di s. Anna - ma anche canonico di Liegi, Arras e Laon, oltre alle prebende di suo nipote Ilario da Parma, canonico di Reims come il camerario del cardinale parmense, Uberto de Advocatis. Nondimeno, l'intervento di Gerardo a Reims non appare episodico, ma denota un profondo potere esplicato nelle più rilevanti vicende dell'arcidiocesi francese:

                Tre sono le aree che interessano le investiture beneficiali del curialista parmense: la diocesi di Parma, alcune diocesi francesi al tempo suffraganee della diocesi di Reims e alcune diocesi ungheresi. Le prime due aree sono un chiaro indizio della diretta influenza fliscana mentre l’ultima area geografica può essere ricondotta, invece, allo stretto vincolo instaurato tra il cugino di Gerardo, Alberto, e il cardinale prenestrino Stefano da Vancsa di cui quest’ultimo fu cappellano. Altre due lettere del pontefice indirizzate al Bianchi sono state registrate nelle fonti cancelleresche del pontificato di Giovanni XXI. Si tratta ancora del conferimento di due benefici ecclesiastici a un certo magister Ruggero de Marlomonte, precisamente di un canonicato della Chiesa di Laon nella diocesi di Reims e di un canonicato con relativa prebenda nella Chiesa di Verdun.

                Tra il maggio e il luglio del 1278, infatti, fu coinvolto insieme ad altri due cardinali in una commissione che valutasse diverse vertenze circa alcune nomine vescovili: il 15 maggio esaminò la contestata elezione di Guglielmo in qualità di vescovo di Laon, diocesi suffraganea di quella di Reims, in seguito confermata dal papa. Il 31 agosto del 1283 Gerardo si trovava certamente a Napoli. Qui confermò la nomina di tre procuratori presso il capitolo della chiesa di Reims fatta dal celebre scienziato di Curia, Campano da Novara, che a quel tempo doveva aver iniziato a godere della protezione del Bianchi. Nel 1301, per esempio, Ilario da Parma, nipote del cardinale e canonico di Parma e di Reims, ottenne dei privilegi dal pontefice (P. Silanos, Gerardo Bianchi da Parma. La biografia di un cardinale duecentesco, Tesi di Dottorato di ricerca in Storia21. Ciclo, Università degli studi di Parma, a.a. 2007- 2008, p. 110-111, 135, 151, 195, 273)

                Nel suo testamento il grande scienziato Campano da Novara, nel 1296, legò a Gerardo da Parma la costruzione della cappella di S. Anna dove fu sepolto, nella chiesa della SS. Trinità di Viterbo, Campano fu canonico di Reims, grazie all'arcidiacono maggiore e cancelliere di Reims, il cardinale genovese Ottobuono Fieschi, protettore in Curia di entrambi. A Ottobuono succedette nell'arcidiaconato maggiore di Reims il nipote, figlio del conte di Lavagna, Alberto Fieschi, dal 29 dicembre 1280 al gennaio 1307, cappellano papale (O. Grandmottet, Les officialités de Reims. "Bulletin d'information de l'Institut de recherche et d'histoire des textes”, 4 (1955), p. 89).

                13.1 Il compromesso tra i conti di Ventimiglia e Carlo II d'Angiò, 1285-1290

                Nella primavera del 1289 Carlo II, nel suo viaggio alla corte papale, si fermò a Genova. Non abbiamo dati per conoscere se egli vi avesse avuto trattative mentre il papa non lo aveva ancora sciolto dal giuramento prestato ad Alfonso; egli si diede comunque subito da fare per suscitare nella cittadinanza - del cui appoggio egli intendeva valersi in appresso - disposizione favorevole all’accoglimento di eventuali sue richieste. Il 23 aprile egli entrò in città. Per suo desiderio il giorno dopo si radunò il Consiglio nella chiesa di San Siro, dove aveva posto quartiere. Uno dei suoi consiglieri tenne un discorso, nel quale diede ampio risalto alle particolari cure del suo signore volte a rendersi gradito al Comune concludendo con la dichiarazione che Carlo II era pronto a restituire a Genova il castello di Roccabruna con tutte le sue dipendenze. Certo Carlo II era ben lungi dall’idea di adempiere a siffatta promessa. La pace del 1276 lo autorizzava allo scambio di Roccabruna per ottenere la restituzione dei castelli occupati dai conti di Ventimiglia, che Carlo I non era riuscito a togliere loro. L’armistizio, al quale quest’ultimo aveva finalmente aderito, doveva porre un argine alla guerra di soli pochi anni e allorché essa scoppiò nuovamente, i sudditi genovesi della riviera occidentale fino ad Albenga si tennero dalla parte dei conti; ma la fortuna fu loro tanto poco propizia che, probabilmente, perdettero allora Saorgio; il 18 dicembre 1285 condiscesero ad una pace definitiva col Siniscalco di Provenza. Pietro Balbo, Giovanni e Jacopo, figli di Guglielmo Peire, morto nel frattempo, insieme con altri delegati, si obbligarono di fronte al re di Napoli a prestare il giuramento di vassallaggio per i loro possedimenti nella contea di Ventimiglia e nel Piemonte, però i loro paesi non dovevano essere soggetti alla piena sovranità del re; in particolare essi non dovevano sottostare alle imposte da cui erano gravati gli altri vassalli.

                Una tale sovranità puramente nominale non poteva costituire idonea contropartita alla mancata consegna dei castelli e il passo del Colle di Tenda era rimasto nelle mani dei conti. Se dunque Carlo II rinunziava senza riserva alcuna alla preziosa località di Roccabruna sulla costa, l’apparente generosità nascondeva certamente ben ponderati segreti disegni. La politica elastica del figlio era destinata a diventare un giorno più pericolosa di quella dura e aggressiva del padre. In quel momento Carlo II non poteva pensare ad agire da solo e tanto meno ad attentare all’indipendenza di Genova. Egli si affrettò a ricevere dalle mani del papa la corona del suo regno ereditario. Poi, di ritorno dalla spedizione intrapresa contro Giacomo di Sicilia, conclusa con un armistizio, al suo ritorno in Francia, il re toccò nuovamente Genova, senza peraltro soffermarvisi.

                La via più diretta da Napoli per la Provenza passava del resto lungo la costa ligure. Gioffredo, 649; cfr. 644. Non è chiaro quando la guerra fosse nuovamente scoppiata, in ogni caso prima del 12 ottobre 1283: v. Rossi, Statuti, App., p. 36. Si può ammettere che vi avessero giocato intrighi di Pietro d'Aragona: cfr. Gioffredo, 645. Probabilmente i conti avevano mantenuto le loro antiche relazioni con gli avversari della casa d'Angiò: un Aldoynus de Vingtimilliis, comes Yscle maioris, apparteneva ai 40 cavalieri che giurarono che Pietro avrebbe mantenuto le condizioni per il duello con Carlo: De rebus Regni Siciliae. Tanto si dovrebbe dedurre con Gioffredo, 644, dal documento da lui estratto; inoltre i conti perdettero i castelli di Castellar e Gorbio (presso Roccabruna): ibid., 649. Il documento in Rossi, Statuti, App., p. 31 e sgg., del 12 ottobre 1283, deve essere inteso nel senso che il Siniscalco della Provenza, uno dei partigiani del re che erano stati banditi dal territorio della contea di Ventimiglia appartenente ai conti, dimorava nel castello di Castellaro or ora preso; che in esso vi fossero dei banditi, cfr. Gioffredo, 648. I castelli di Castellare e Gorbio furono restituiti ai conti. ( Caro, Genova e la supremazia sul Mediterraneo ).

                14. I conti d'Ischia e il culto di s. Anna sin dall'XI secolo

                Addì 12 maggio [1036], indizione quarta, Insula maior...noi l’illustre conte Marino e la regalissima consorte contessa Teodora: figlio e nuora del defunto inclito signor conte Gregorio Mellusi di buona memoria e di eminente nostra rinomanza, avemmo in animo di eseguire un dipinto in onore di Gesù Cristo, nostro signore e salvatore, e dell’intemerata sua genitrice, la sempre vergine Maria, di Benedetto, beatissimo confessore di Cristo, di Santa Restituta, vergine e martire, e di sant’Anna; dipinto nel quale far ritrarre le sacre immagini dei medesimi, dotarlo dei nostri beni e sostanze, e collocarlo nella chiesa del nostro monastero e della Madre del Signore sito sul monte Cementara, per la redenzione delle anime nostre, dei nostri genitori,figli e nipoti tutti...Da questo giorno con fermissima volontà confermiamo ed offriamo a voi signor...


                La festa di s. Anna che da tempo immemorabile si rinnova in Ischia

                14.1 San Guglielmo da Polizzi, i Ventimiglia e la teofania dei Nebrodi

                La xeniteia/peregrinatio del beato Gugliemo, santo eremita e profeta, riuscì, nella seconda metà del XIII secolo, a delimitare e determinare spiritualmente la grande signoria nebrodense di Enrico II di Ventimiglia, con una vivacità di novelle fondazioni eremitico-cenobitiche che sono caratterizzanti la spiritualità basiliana italo-greca. Normalmente si avvicina la figura di Guglielmo da Polizzi al monachesimo benedettino, ma osserveremo che l'eremita fu persino priore per alcuni anni del monastero basiliano di Santa Maria del Rogato presso Castel Turio e Alcara Li Fusi. Non per questo si può pur etichettare semplicisticamente l'esperienza di Guglielmo - frate mendicante - nell'ambito del monachesimo basiliano.


                Intorno al 1271, a qundici anni circa, Guglielmo lascia la famiglia e la terra di Polizzi abbracciando la vita eremitica. Si ritira presso il santuario della Madonna dell'Alto sulla catena montuosa delle Madonie, vi restaura la chiesa trascorrendovi quattro anni in penitenza e vita contemplativa: 
                parvulam aediculam de Alto appellatam Virginique dicatam, laetus adivit ( presso Petralia Sottana ). Normalmente si pone in relazione la Madonna dell'Alto di Petralia con la omonima chiesa ispirata alle  presunte apparizioni della Vergine a Messina - nella Guerra del Vespro, la "Dama Bianca" che difende le mura cittadine assediate dagli Angioini - e all'omonimo santuario cistercense di monte Caperrina - S. Maria di Monte Alto -  fondato da Costanza d'Aragona e Federico III tra il 1286 e il 1297 ( Bartholamaeus de Neocastro, Historia Sicula ab anno MCCL. usque ad MCCXCIV, in Ris, Milano 1728, 13., col. 1047 ). Ma quella fondata o rifondata dal beato Guglielmo anticipa di almeno 11 anni le apparizioni di Messina e non ne può esser quindi un riflesso. Semmai il contrario, visto pure che S. Maria di Monte Alto di Messina conserva - tra le altre  - le reliquie di due denti provenienti dal teschio di s. Anna ( P. Samperi, Iconologia della gloriosa vergine madre di Dio, Maria protettrice di Messina, Messina 1644, p. 397 ).

                La seconda tappa della xeniteia mariana di Guglielmo, che qui  preme maggiormente sottolineare, è quella relativa a Galati Mamertino - all'estrema propaggine orientale dell'ampia foresta di Caronia dominata dai conti di Geraci - dove insistevano due istituti basiliani: S. Basilio del Tormento, San Pietro di Mueli e un terzo monastero, appartenente all'ordine gerosolimitano di S. Maria di Valle Giosaphat, dedicato sin dal 1118 a s. Anna. L'eremo di Guglielmo fu dedicato chiaramente al culto di Maria e la Vergine fu la patrona dell'Ordine di Valle Giosaphat, originato dalla sede tombale di Maria; dalla Vita di Guglielmo apprendiamo: eremi Galeati ingreditur...Mariam virginem devotione praegrandi vindicavit, suum inquam profugium, suam unicam matrem. Sant'Anna di Galati fu una diretta emanazione di illustri pellegrini di Terrasanta, provenienti dall'omonimo monastero di S. Anna di Gerusalemme, edificato sulla casa di Anna e Maria; a Galati l'eremita ritrovava dunque eco dell'Immacolata Concezione e della Dormitio di Maria. Eléazar Maulévrier – probabilmente vassallo di Adelasia del Vasto - fonda, dopo il 1118, S. Anna di Galati - donata poi nel 1123 all'ordine benedettino ospedaliero di S. Maria di Valle Giosafat - per esaudire un voto della regina e gran-contessa Adelasia del Vasto, - ritornata con lui dalla Terrasanta, dopo il matrimonio con re Baldovino II - cugino di Baldovino I, fondatore della Confraternita di S. Anna come sopra accennato -, dove,  ripudiata, era brevemente entrata nel locale monastero di S. Anna di Gerusalemme: 

                in honore sancte Anne, auctoritate atque iussu comitisse Adalasie, edificavi in territorio meo Galat – antequam in mare intrasset, si cum prosperitate remearet, duas ecclesias, unam ad honorem sancte Anne, aliam vero ad honorem eius filie Dei scilicet genitricis Marie semper virginis edificare Deo vovit. Et predictam ecclesiam Sancte Anne, precepto ipsius comitisse Adalasie dedi ecclesie de Valle Josaphat...( donazione confermata da Innocenzo II con lettera del maggio 1140: He.-F. Delaborde, Chartes de Terre Sainte provenant de l'Abbaye de Notre Dame de Josaphat, Parigi 1890, p. 38-40; He. Bresc, Parallelismi e relazioni fra la Sicilia normanna e sveva e la Terrasanta, “Incontri. La Sicilia e l'altrove”, 3 (2013), 5., p. 4-6 ). 

                Federico II di Svevia aveva costituito la Camera reginale della moglie Costanza d'Aragona in Caronia, S. Filadelfo, Olivieri, più i suffeudi di Galati, S. Pietro di Ficarra e Ficarra, Montalbano, S. Maria, Militello ecc. ( R. Gregorio, Considerazioni sopra la storia di Sicilia dai tempi normanni sino ai presenti, Palermo 1833, 2., p. 435 ). La camera reginale passò poi presumibilmente a Bianca Lancia - che in effetti ereditò almeno parte di essa costituita dall' honor di Monte S. Angelo in Puglia - e da questa ai suoi fratelli zii di Manfredi di Svevia, privati intorno al 1270 dei beni feudali al pari di Enrico di Ventimiglia dai nuovi padroni; gli Angioini.

                Altra tappa, la terza, fu S. Maria del Rogato: decrevit Tragudum accedere, ubi observantiae rigorem vigeret perceberat, ibique sub obedentiae vexillo Domino militare ( monaci basiliani pochi Km a ovest di Galati ). Siamo ad Alcara Li Fusi (Rocca Troara, Castel Turio, Tauriano); dove ammiriamo i coevi affreschi della Kimesis o Dormizione della Vergine. ( Per l'identificazione di Tragudumvedi Codex diplomaticus Regni Siciliae. 1. Diplomata regum et principum e gente Normannorum. 2., 1., Rogerii II. regis diplomata Latinaa cura di C. Brühl, Böhlau, 1987, p. 165, 355 ). Sulla contermine Rocca Kalanna ( nome greco derivato da Anna ) fu posto l'Eremo di S. Nicolao Politi, eremita del XII secolo confratello del vicino monastero di Santa Maria del Rogato, al cui esempio si ispirò probabilmente Guglielmo da Polizzi, eletto priore, appena ventenne, dai confratelli basiliani.

                Nel 1277 circa l'eremita si trasferisce nel feudo di Gonato nel territorio di Ypsigro, già possesso dei conti di Ventimiglia, occupato dagli Angioini. A Gonato costruisce una chiesetta in onore della Vergine Maria presso il monastero basiliano dei SS. Cosma e Damiano, già visitato mezzo secolo prima, secondo la leggenda, da s. Antonio da Lisbona. Siamo al tempo della morte nell'isola di Gerardo da Borgo San Donnino, lo spirituale gioachimita formatosi in Sicilia e a Parigi. Lo stile di vita di Guglielmo e la sua sequela di Cristo nella vita eremitica affascinano e coinvolgono; la scelta di assoluta povertà, che si traduceva in rifiuto di qualsivoglia gerarchia, e lo spiritualismo, intriso di misticismo e nomadismo, erano visti dal “popolo” come tratti salienti di una comunità libera e aperta, rinnovatrice del messaggio cristiano, così comincia a radunarsi attorno a lui una piccola comunità di compagni desiderosi di seguire il Signore nell'austera vita ascetica condotta da Guglielmo. Da eremita Guglielmo diviene animatore di tale piccola comunità di uomini dediti alla contemplazione attraverso la meditazione, l'ascesi, la mendicità e le opere a favore degli ultimi.

                Tragudum deserere, quod annis quatuor incoluerat; & a Gonatum, sibi cælitus præparatum, adire studet. Quod ubi effecit: perpulcrum ibi sacellum erexit, ac patronæ suæ Virgini dedicavit; nonnullisque cellulis quantocius instructis, plurimos fratres domi aggregavit, cum quibus tam lætissime crucem Domini baiulabat, quam clarissime noverat impune sibi insidiari inimicum.

                Affresco della fine del Duecento in S. Maria del Rogato presso Castel Turio/Alcara - il Tragudum/Rocca Troara della "Vita" di san Guglielmo - dove il santo dei Nebrodi entra nell'Ordine basiliano, ne diviene priore, e vi permane per quattro anni, prima di uscirne e spostarsi a Gonato e fondare una nuovo istituto dedicato a s. Maria. La pregevolissima opera, raffigura il transito della beata vergine Maria e, l’ignoto artista, probabilmente uno degli stessi monaci del cenobio, si attiene fedelmente a precisi canoni iconografici bizantini provenienti dall’area macedone e balcanica. La Vergine, abbigliata con una veste color porpora ed avvolta da un manto scuro, ha le mani incrociate sul ventre, ed il suo corpo è rigidamente composto su di un catafalco color amaranto decorato da volute semplici ed essenziali. Attorno alla Vergine, figurano gli Apostoli e i Dottori della Chiesa orientale che indossano il tipico pallio liturgico - una donna aureolata si asciuga le lacrime e tiene in mano un volumen - . In alto, due angeli schiudono un portale nel quale appare il Redentore che tiene tra le braccia la beata Vergine bambina - o la sua anima - avvolta in fasce, simbolo dell'Immacolata Concezione e dell'assenza del Peccato Originale che rende immortale pur il corpo di Maria. Lo sfondo presenta edifici con bifore ed in alto, è riportata l’iscrizione greca “Dormitio della santissima Madre di Dio” e ai lati del Cristo, troviamo rispettivamente, alla sua destra “IC” e dal lato opposto “XC”.



                La Dormitio della Vergine nel Salterio (circa 1280)  di Iolanda da Soissons - contessa di Loreto nel Regno di Sicilia -  nipote dei conti di Chateau-Porcéan che fondarono la cappella di  S. Anna in Reims (1239), come si può notare dallo scudo burellato oro e rosso di dieci pezze ripetuto sulla destra della cornice, stemma dei Chateau-Porcéan. Iolanda fu figlia di Raoul de Soissons, visconte di Coeuvres, e reggente del Regno di Gerusalemme come marito di Alice regina di Cipro (  I. Hardy, Les chansons attribuées au trouvère picard Raoul de Soissons. Edition critique électronique, Thèse électronique soumise a la Faculté des études supérieures et postdoctorales, Département de français, Faculté des arts, Université d'Ottawa, 2009, p. 11 ).


                Dopo undici anni di permanenza a S. Maria di Gonato,  intorno al 1288, l'eremita è testimone di una apparizione che l'invita alla quinta tappa della peregrinatio.

                Commorato per undecim fere annos servo Dei Guilelmo in Gonati monasterio, apparuit matrona quædam omni venustate venustior, & fulgore fulgentior; eique oranti talia exorsa est: Guilelme, surge , & eum locum adito, qui a Mydoniæ montis radicem complectitur, quique vulgo ab omnibus accolis Fabaria appellatur. Hic autem appulsus, templum mihi, ad exemplar quod videtis ædificato. Surgit e vestigio assecla Virginis, Gonatoque alacer egressus circumspectare coepit ubi ex postulatam ædiculam fundet. En haud procul, mirabile visu! perpulcrum & ingens atrium contuetur; quo verus innumeram puerorum aciem cernit ab Oriente effervescere, quos candentibus stolis amictos gemmatisque socalibus distinctos, per aera glomerare, illucque tandem ovantes ingredi conspectat. Tali ingredientium pompa exhilaratus, quam devote decantare coepit, Salve Regina. Illi autem candidati parvuli, aliquanter ibi gloriati, ad superas auras evaserunt. Hymno deinde dicto, peritus beatæ Virginis architectus ad locum properat: eumque fore præsagiens ubi intemeratæ Matri sacellum erigat, flexis humi genibus supinisque ad sidera manibus, gratias Deo agit [...] Postremo vox ex alto hæc ipsa sibi edita est. Hic habitabis Mydonem. Quo compertum habuit, quod illic gratam Virgini aedem fundaturus esset: quam quidem continuo, suppeditante illi partem sumptus illuftri & pio Alduino Hieracii comite, ex amussi & mirifice cum nonnullis cellulis construxit: ibique non paucos fratres brevi colligens, vitam suam, velut lucernam super montem positam, componebat [...]

                Dum autem in Gonato moratur Guilelmus, apparuit oranti mulier habitu regali; quæ illi, Perge, inquit, ad scaturiginem fontis sub radicibus montis Nebrodis. Ibi, sicut tibi monstrabitur, aedem extrue. Parere cupidus, ad locum properat, præstolatur indicium. Hoc illuc non cogitatione solum, sed oculis abeunti, visum ibidem est ubi nunc aedicula Virginis sita, ingens palatium, & pueri de ortu solis ad se maximo numero accedentes, stolis induti niveis, vario decore ac gemmis ornati. Coepit Guilelmus Virginem alacer salutare, recitantemque Salve Regina, pueri illi, paulisper in palatio commorati, in caelum abeuntes, deservere. Ergo ad locum accessit, gaudio cumulatus incredibili vir Dei, quo in loco palatium ceteraque providerat: & ecce, secum ipse inquit, locus, ubi Virgini aedificetur ecclefia. Cumquę tam de visis quam de commonstrata area grates Deo referret, sublatis in altum oculis, vidit Dominum maiestate mirabili; mulierem vero , quæ antea sibi apparuerat, eodem regio ornatu, & senem canitie venerabilem, qui magno Antonio similis videbatur, Domini latera protegentes. Vox vero ad eum missa eft: Hic, inquiens, manebis. Ac si diceret: Hæc est toties tibi nuntiata sedes, in qua quoad vives, in Dei obsequio, famulatuque perseverabis. Sed cum fundandæ, struendæque fabricae nequaquam suppeterent opes; adfuit liberalitas Aldoini Vigintimilii, comitis Hieracii, cuius eleemofynis adjutus aedem perficit, & in honorem divæ Virginis a Partu dicat. 

                Et ecce ex insperato sublimis arbor suis obtutibus offertur, in cuius comato vertice tres præfulgidas sedes conspexit: in medio autem duas, unam vero radici affixam conspicatus est. Cuius arboris mysterium perscrutanti, vox ex arbore emissa concrepuit: Medius inter duas medias requiesces. Quo audito omnis illa visio ab oculis statim elapsa. Quidam aliquando anachoreta Petrus, ex Provincia veniens, viro Dei ramum salviae, quinque virentibus foliis vernantem, detulit: quem sibi oranti matronam quamdam, spectabili vultu & cultu regio redimitam, dedisse; ac eumdem illo suo nomine donatum ire iussisse, fatebatur.

                Dies erat Paschatis celeberrimus, quo etiam, ut anni ratio ferebat, Virginis Annuntiatæ memoria celebrabatur. Guilelmus tantum diem orando intra ædem transigebat, accidit, ut eodem quoque die, a Fridericus Aragonius in Siciliae Regem coronaretur [ 25 marzo 1296 n.d,r, ]. Itaque oranti servo Dei voces de eo cælitus sunt auditæ: ad has Guilelmus cohorruit, & fratribus postea suis enarravit. Adjecit etiam tamquam prophetiae spiritu multa de Italiae, præcipueque Siciliæ vastatione, locorumque aliorum eversione. Acta sanctorum aprilis, a cura di G. Henschen, D. Papebroch, Venezia 1738, 2., p. 469, 470, 472 ).


                Dopo S. Maria del Parto, Guglielmo fonderà S. Maria della Misericordia sul monte S. Angelo presso Cefalù e S. Felice sul monte Pizzo Cane, nell'attuale comune di Caccamo, nell'entroterra del porto di Termini. Come si può osservare, per S. Maria del Parto, non siamo a fronte di una semplice fondaziane ecclesiastica. una delle numerose ascrivibili a s. Guglielmo. Ma a una vera e propria rappresentazione sacra, una teofania incentrata sull'apparizione della Vergine, del Figlio e s. Antonio Abate - antico patrono dei conti liguri -. Il santo patrono della famiglia, nella nuova dimensione siciliana, diventa Guglielmo, epigono di Antonio. La sacra fondazione di S. Maria del Parto è poi espressa nella ierofania del Palazzo celeste - axis Mundi - a cui il monastero-romitaggio ispira la propria immagine e significato. Il luogo si trasforma così in una fonte inesauribile di forze e di sacralità, concesse all’uomo, all’unica condizione di penetrarvi per condividere quella forza e la comunione con quella sacralità. I sette palazzi celesti - nella mistica ebraica della Merkabah ripresa da Gioacchino da Fiore nella figura del Carro di Ezechiele - sono ancora rivelazioni eterne della volontà divina. Le sette chiese fondate o riformate da s. Guglielmo nel suo viaggio nebrodense sembrano incarnare il mistico viaggio spirituale del santo polizzano. Si pensi pur alla teofania del Polizzano e al paralleloLiber Figurarum gioachimita delle Sette Età e all'Albero dei due Avventi: "Vedrete il Figlio dell'Uomo venire nelle nubi con grande potenza e maestà". 

                Non sembra inoltre casuale la centralità della quinta fondazione - S. Maria del Parto - in rapporto alle sette fondazioni guglielmite, anzi sembra un preciso contrappunto alla teologia gioachimita: il passaggio dal cinque al sette, molto frequente nel simbolismo numerico gioachimita, rappresenta l'evoluzione verso una fase più avanzata  della storia della salvezza. Di più: nell'organizzazione dell'abbazia gioachimita di S. Giovanni in Fiore - come preconizzato dall'abate Gioacchino - fu prevista precisamente la fondazione di sette priorati florensi in uno schema di vita religiosa per il tempo dello Spirito, riassunto nella tavola XII del Liber Figurarum. Questa descrive una congregazione religiosa, organizzata nei sette priorati, raggruppata in un insediamento denominato Monasterium, articolato  in persone di diverse categorie con distinte attitudini sociali e spiritualità, includente i laici e realizzante la Nuova Nazareth V. De Fraja, Dai Cistercensi ai Florensi, in Il Ricordo del Futuro. Gioacchino da Fiore e il Gioachimismo attraverso la storia, a cura di F. Troncarelli, Bari 2006, p. 33 - 39 ). Naturalmente, queste osservazioni generali necessitano di una più approfondita indagine della vicenda del beato Guglielmo.

                Per iniziarla, se leggiamo la vicenda di Guglielmo con il filtro della lezione magistrale di Adolphe Dupront, ovvero della sua classificazione del sacro, identifichiamo il transfert del sacro nella riproduzione del locus ad immagine di quelli visitati e riconosciuti da Guglielmo: Hic autem appulsus, templum mihi, ad exemplar quod videtis ædificato...la sacralità deriva al luogo, in prima istanza, da un avvenimento straordinario, una particolare epifania del divino. In seconda istanza sono luoghi sacri quelli dove è accaduta una ierofania, una manifestazione impersonale del divino: tale un miracolo collegato a un’immagine sacra, a un “corpo santo”, o a reliquie più o meno insigni ( il teschio di s. Anna? ). Non meno significative le sacralizzazioni, come “ricordo collettivo”: tale la memoria del monastero dei SS. Cosma e Damiano, già frequentato da Antonio da Lisbona, o di altri luoghi anticamente consacrati, ma la cui storia è ormai scomparsa per sempre. La sacralizzazione primaria può essere partecipata – o derivata – mediante un vero e proprio transfert di sacralità da uno ad altro luogo il quale, a sua volta, diviene partecipe della virtù particolare legata alla primaria ierofania. Il transfert si verifica mediante la fedele riproduzione di un’immagine o la costruzione di un edificio sul modello del prototipo, ma anche tramite la concessione da parte della suprema autorità della Chiesa delle stesse indulgenze legate alla fonte primaria. Entrambi i luoghi – quello primario e quello derivato – risultano, di fatto, equivalenti rispetto alle funzioni e ai poteri sacrali e, a loro volta, provocano pellegrinaggi, dando luogo a un santuario vero e proprio. In particolare, la visione dell'albero di Guglielmo da Polizzi ( Medius inter duas medias requiesces sembra tratta dalla figura gioachimita dell'Albero dei due Avventi, significativa poi la sua relazione con la profezia di sventura connessa all'incoronazione del re gioachimita Federico III d'Aragona, il giorno stesso della visione guglielmita; il 25 marzo 1296, festa dell'Annunziata. Non trascurabile neppure il riferimento guglielmita all'anachoreta Petrus, ex Provincia veniens, identificabile forse con il raffinato patriarca del gioachimismo contemporaneo: il provenzale Peire de Joan Oliu/Pietro di Giovanni Olivi, massimo teologo tra i fautori dell'anacoretismo, ovvero dell'imitazione dell'assoluta povertà di Cristo e dei primi apostoli. Ma non si può escludere neppure Peire Scarrier, allievo del precedente, istitutore dei figli di Carlo II prigionieri in Catalogna e poi confessore di Sancia d'Aragona-Maiorca, seconda moglie di Roberto d'Angiò, vescovo di Rapolla dal 1308.

                Siamo all'epoca in cui Dolcino da Novara aveva indicato in Federico III il futuro imperatore che avrebbe sterminato il clero corrotto, e la sua figura alimentava talune speranze dei beghini provenzali. Siamo pur al tempo, ad esempio, di s. Angela da Foligno - del locale convento di S. Anna culla del Terz'ordine laico femminile - la beghina francescana  dei trenta passi - secondo il suo Liber ispiratore del gioachimita Ubertino da Casale - ovvero del percorso che l'anima compie raggiungendo l'intima comunione con Dio, attraverso la meditazione dei misteri di Cristo, sull'Eucaristia, e intorno alle tentazioni e alle penitenze.  ( Sul contemporaneo francescano Ramon Llull e lo spiritualismo alla corte di Federico III d'Aragona vedi A. Oliver Montserrat, Filosofia y heterodòxia en la Mallorca de los siglos XIII-XV, " Bolletí de la Societat Arqueològica Lul·liana" 79 ( 1963 ), p. 157-175; J. M. Pou y Martí, Visionarios, beguinos y fraticelos catalanes (siglos XIII-XV)Madrid, 1991; Gioachimismo e profetismo in Sicilia ( secoli XIII-XVI ), a cura di C. D. FonsecaRoma 2007; Il Mediterraneo del '300: Raimondo Lullo e Federico III d'Aragona, re di Sicilia. Omaggio a Fernando Dominguez Reboiras, 'Atti del Seminario internazionale di Palermo, Castelvetrano - Selinunte (TP)', 17-19 novembre 2005, a cura di A. Musco, M. Romano, Turnhout 2008 )

                In tale ricco contesto spirituale, legato alla tradizione bizantina e occidentale, il luogo dove si andò a conservare la sacra reliquia del teschio di s. Anna poté esser proprio identificato nella fondazione di S. Maria del Parto promossa dai conti di Ventimiglia, o, ancora, nel castello di Cefalù, dove furono imprigionati i reali angioini, tra il 1284 e il 1302, e dove i conti di Ventimiglia - come già osservato - eressero la cappella dedicata a s. Anna. Peraltro, dal 1290 il vescovo di Cefalù fu scomunicato, morì nel 1300 e sino all'elezione del successore, nel 1304 la diocesi nebrodense rimase orfana. Giovanni Colonna, arcivescovo di Messina e metropolita di Cefalù, esautorato dagli Svevi, fu incaricato dell'amministrazione apostolica della diocesi di Osimo negli anni in cui nelle Marche fu Enrico II di Ventimiglia, vicario generale di Manfredi. Pur l'arcidiocesi di Messina dal 1296 al 1304 fu vacante. L'unica autorità cittadina in Cefalù - in particolare dal 1296 al 1304 - fu dunque personificata proprio da Enrico II di Ventimiglia; questi portò a termine il duomo cefalutano, consacrato nel 1267, sbrigativamente definito come "usurpatore" dell'episcopio dalla locale storiografia, dimentica del processo canonico che aveva affidato il castrum di Cefalù all'autorità civile in epoca federiciana. 

                Possiamo spingerci oltre e identificare nella visione del Palazzo celeste di fra' Guglielmo una precisa immagine liturgica nel linguaggio del mito. Fin dal XII secolo la liturgia del culto di s. Anna identificava la santa con il Palazzo celeste accogliente Maria:

                In columnis vero summorum patriarcharum Abrahae et David soliditas principalis ostenditur, ad quos de Christo facta promissio specialiter declaratur. Ezechias et Iosias gloriosi reges et incomparabili sanctitate fulgentes, quasi preciosi lapides immensos vibrant radios: et in regiae genitricis Dei domus artificio, fulgore mirabiliter preminent copioso. Salomonis aurum quod insignis Annae vestit aedificium, ita preciosos lapides circundat in opere: ut dulcis eius eloquii vernet sublimiter eximia claritate. Colores preterea diversi resplendentes in hac aula regia genitricis Dei, sacra nimirum prophetarum series apparet: quae de mysterio incarnationis Christi una eademque fide diversa vaticinia preconari solet. Duodecim autem filii Iacob huius fundamenti supportant materiam, et in sublime regiam insigniter erigunt structuram. In illis Iuda et Levi potissimum preminent, ex quibus regnum et sacerdotium eiusdem gentis prodiit: eosque quasi duos parietes lapis Christus angularis in beatae matris Annae celebri formatione colligavit. Ceterum pro marmore quod aream pavimenti condecorat in aedificatione huius regalis Palacii, omnium pene regum Iuda in sacra genealogia series est conputata. Quorum quidam quamvis essent in perversis operationibus coram domino reprobi: extiterunt tamen insignes praecelsa maiestate sanguinis generosi. Et haec est preclara et sublimis structurae tantae materia, ex quorum propagine Deus pater gloriosae genitricis unigeniti sui singulare et novum fabricavit Palacium. Quod quidem iure beatam Annam dixerim, in cuius thalamo ornaretur sancta et perpetua virgo: ut prima caelestium idonea fieret copulae nuptiarum. ( K. Ihnat, Early evidence for the cult of Anne in Twelfth-century England, "Traditio", 69 ( 2014 ), p. 18-19 ).

                Guglielmo moriva il 16 aprile 1317, quando da pochi mesi Francesco I di Ventimiglia - il figlio di Aldoino - ebbe a iniziare i lavori di edificazione del Castrum Belvidiri de Ypsigro, ovvero nasceva la futura Castelbuono che assunse s. Anna e s. Guglielmo quali compatroni. Del resto, nella Montalbano non lontana da S. Anna di Galati, Federico III, nei primi anni del Trecento ospitava i fraticelli toscani - guidati dal maestro generale Enrico da Ceva - insieme ai beghini catalani, come l'illustre francescano Arnau de Villanova, rettore dell'Università di Montpellier, che proprio a Montalbano Elicona fu sepolto; mi domando dunque se tali prossimità al gioachimismo millenarista potrebbero aver influenzato le profezie di s. Guglielmo ( F. Costa, Eleonora d'Angiò  (1289-43), regina francescana di Sicilia (1303-43),  in I francescani e la politica, 'Atti del Convegno internazionale di studio, Palermo, 3-7 dicembre 2002, a cura di A. Musco, Palermo 2007, 2., p. 199-201 ). Del resto, anche attraverso le credenze intorno alla figura di Federico III re di Sicilia, protagonista delle profezie di s. Guglielmo, e discendente per parte di madre dalla casata sveva, vediamo come la  tradizione gioachimita fosse mutata col mutare della situazione politica. Federico III combatterà così il potere secolare della Chiesa, sconfiggendolo, e non sarà più identificato, come il bisnonno Federico II, nell'Anticristo. (  M. Russo, I Fraticelli in Sicilia nella prima metà del secolo XIV, in  Francescanesimo e cultura in Sicilia ( secoli XIII-XVI ), 'Atti del convegno internazionale di studio nell'ottavo centenario della nascita di san Francesco d'Assisi', Palermo 7-12 marzo 1982, Palermo 2002, p. 88 - 92;R. Backman, Declino e caduta della Sicilia medievale. Politica, religione ed economia nel regno di Federico III d'Aragona rex Siciliae (1296-1337)a cura di A. Musco, Palermo 2007; G. Messina, G. Scammacca, 1. Convegno Internazionale di studio su Arnaldo da Villanova. Giornate di studio in memoria di Alessandro Musco, Montalbano Elicona [Messina], 7-9 maggio 2015"Mediaeval Sophia. Studi e ricerche sui saperi medievali", 17 ( 2015 ), p.245-269 ).

                Se per i Capitoli di Giacomo II per il regno di Sicilia non è rintracciabile, al contrario, alcun intervento diretto della curia romana, non va trascurato il fatto che già da tempo gli ambienti della corte catalano-aragonese erano il luogo di un’imponente elaborazione di pensiero teologico e politico di ispirazione mendicante, che ha fra i suoi esponenti maggiori Arnau de Vilanova e Ramon Llull, entrambi profondamente implicati nelle vicende politiche della ‘questione siciliana’ e entrambi profondamente influenti presso il re di Sicilia e poi d’Aragona Giacomo II e il suo successore nell’isola Federico III ( PCorrao, Crisi e ricostruzione del consenso nel regno di Sicilia fra dinastia angioina e aragonese, in Autorità e consenso. Regno e monarchia nell'Europa medievale, a cura di M. P. Alberzoni, R. Lambertini, Milano 2017, p. 313 ).

                Ruderi del mastio federiciano e della Rocca di Cefalù, nei pressi dei quali fu costruita - secondo la tradizione dai conti di Ventimiglia - la cappella di S. Anna, e dove furono ospitati i prigionieri Carlo II d'Angiò e Filippo I di Taranto. La cappella del mastio fu dedicata a S. Michele, mentre nel borgo bizantino che occupava la cima del monte, attorno al mastio,  fu edificata pur la chiesa di S. Venera. (  V. Auria, Dell'origine ed antichità di Cefalù, città piacentissima di Sicilia. Notitie historiche, Palermo 1656, p. 63:  "Evvi la Chiesa di S.Anna, che si crede essere stata edificata dai Conti Ventimiglia, devotissimi di quella Santa, il di cui Capo si conserva nella Città di Castelbuono loro principato. Vedesi ancora vn'altra Chiesa di Santa Venera Verg. e Martire Siciliana, la quale pure si stima essere stata fondata dai su detti Conti Ventimiglia. In questo Castello vi son grotte sotterranee, dentro di cui dalle stille dell'acque si fanno alcune pietre degne di lavoro."  )

                14.2 Dalle Marche a Palermo: Ugo da Talacchio e la fondazione di S. Anna delle Scale

                Come appresso osserveremo, nel 1294 giunsero nelle Marche alcune reliquie della casa natale di Maria e della madre Anna, che saranno al centro del famoso Santuario di Loreto. All'epoca vicario di Roma fu il domenicano Salvo, vescovo di Recanati nelle Marche, che contribuì a porre le sacre reliquie nella sua diocesi, nel periodo della drammatica rinuncia al pontificato di Celestino V, a 13 dicembre 1294 - pochi giorni dopo l'arrivo delle reliquie in Loreto - e la successione al 24 dicembre di Benedetto Caetani, il nuovo pontefice Bonifacio VIII. Siamo nell'ottava indizione cioé negli anni 1294-1295. Lo stesso giorno dell'arrivo delle reliquie in Recanati, guarda caso, Gerardo da Parma e Benedetto Caetani - i due colleghi della sentenza di Reims appunto...anche questo puramente incidentale - inducevano Celestino V all'emissione del decreto Constitutionem che poneva tempi strettissimi per l'elezione del successore di Pietro, anche in caso di abdicazione del pontefice, non solo di morte come già previsto dalla precedente costituzione Ubi periculum. L'ottuagenario Celestino fu quindi consigliato dai due cardinali al gran rifiuto, poi catturato a Vieste nel giugno 1295 da Carlo Martello d'Angiò - figlio di Carlo II e Maria Arpad - mentre tentava di raggiungere l’eremo di Sant’Onofrio, fu consegnato a Bonifacio VIII e imprigionato nel castello di Fumone, presso  Frosinone, dove rimase fino alla morte, nel 1296. Carlo Martello, re d'Ungheria, nello stesso torno di tempo, fondava la Cappella di S. Anna nella francescana S. Lorenzo Maggiore di Napoli, e al primo gennaio del 1295 - sempre in ottava indizione - sorgeva presso Palermo l'eremo-convento dei penitenti laici francescani di S. Anna delle Scale. Forse è il caso di soffermarsi rapidamente sull'autore della fondazione siciliana, per afferrare il senso profondo - sul piano culturale, spirituale e politico - del culto alla madre di Maria.

                Ugo da Talach, o Talacchio, l'autore della fondazione palermitana, come giustamente osservato in passato, sembra provenire dall'Urbinate, nelle Marche. Talacchio è una terra del comitato di Urbino, dominato dalla famiglia castellana dei Montefabbri, signori pur di Colbordolo, Casarotonda, Coldazzo, Ferrocotto, Corte Pila, Castel Buzone, Palino, Mondi Porzi, Lanza Molino, Falconino, Monte Santamaria, Pittiano, Ripe, Copaldo, Fundro, Corgnale, Coldelce etc. ( C. Clementini, Raccolto istorico della fondatione di Rimino e dell'origine e vite de' Malatesti..., Rimini 1627, p. 441 ). Da Talacchio distava una ventina di chilometri Fano, una sede della 'camera' del vicario generale delle Marche, il conte Enrico II di Ventimiglia, che teneva sua principale curia in Macerata, nel palazzo di Muluccio di Mulo, ricco castellano guelfo in esilio. Il signore di Urbino all'epoca è Guido da Montefeltro, già capitano dell'esercito svevo agli assedi di Faenza e Parma e leader dei Ghibellini, poi podestà di Iesi e vicario di Manfredi all'epoca in cui il regio vicariato generale di Marche, Romagna e Ducato di Spoleto, negli anni 1260-1261 fu retto da Enrico II di Ventimiglia. I Ghibellini di Romagna colli usciti di Bologna feciono loro capitano di guerra Guido conte di Montefeltro, savio e sottile d’ingegno di guerra più che niuno che fosse al suo tempo ( Villani, Nuova cronica,  1990-91, VIII, 44 ). 

                Enrico, peraltro, fu sicuramente in contatto con gli spirituali francescani. Fra il luglio 1260 e l'agosto 1261 si pongono le investiture del vicario Enrico di Ventimiglia in favore di Rinaldo il Grande di Brunforte, degli Offoni, che ricevette il castello di Montalto - nel contado di Camerino - e quelli di Castelfidardo, Montefiore e l'intera curia regia del comitato di Fermo. Il Brunforte, leader marchigiano dei Ghibellini fin dai tempi di Federico II, fu titolare di una quarantina di fortilizi intorno a Brunforte, ( Loro, Sarnano, Gualdo, Amandola, Terro, Cardine, S. Angiolo, Malvicino, Poggio S.Michele, Castelvecchio, Ischito, Piobbico, Podalle, Castelgismondo, Castelleone, Collonalto, Monteragnolo, Isola etc. ) e già podestà di Perugia nel 1258-1259. Rinaldo è alleato di Guido da Montefeltro, podestà di Urbino quando lui lo è di Perugia nel 1259, e nel 1260 riesce a portare Ascoli alla lega ghibellina. Inoltre, Rinaldo è padre del francescano spirituale Ugolino di Brunforte autore o compilatore degli Actus beati Francisci et sociorum eius da cui sono tratti i Fioretti di s. Francesco. Ugolino fu eletto vescovo di Teramo da Celestino V, ma dovette rinunciare per l'opposizione di Bonifacio VIII. Durante il vicariato marchigiano di Enrico II di Ventimiglia i Brunforte fondarono il convento e trasportarono i resti di s. Liberato di Loro, presso l'eremo di Monte Santa Maria. Liberato, gia castellano di Loro, congiunto dei Brunforte, fu convertito da s. Francesco e fu ispiratore dei poveri eremiti spirituali. Altri figli di Rinaldo - deceduto nel 1282 come podestà di Pisa rifiutando l'appoggio a Carlo d'Angiò contro i Siciliani - furono Corrado, cappellano di Niccolò IV, Ottaviano tra il 1289 e il 1292-94 rettore pontificio di Campagna e Marittima e podestà di Terracina, milite familiare di Nicolò IV e vicario di Bonifacio VIII in Todi, sposo di Beatrice d'Antiochia, pronipote di Federico II di Svevia, cognata dei Della Scala di Verona; Rinaldo il Giovane nel 1290 fu podestà di Viterbo, nel 1296-97 di Todi, nel 1301 di Mantova, e Gualtieri tra il dicembre del 1288 e il maggio del 1289 podestà di Pisa, carica che doveva cedere a Guido di Montefeltro ( I. Walter, Brunforte, Rainaldo da, in Dizionario biografico degli Italiani, 14., 1972; A. Sancricca, I «fratres» di Angelo Clareno. Da Poveri eremiti di papa Celestino a Frati Minori della provincia di s. Girolamo «de Urbe» attraverso la genesi del Terz’ordine regolare di s. Francesco in Italia, Macerata 2015, p. XV-XVI; vedi anche F. Allevi, Tra Piceni devoti dell'aquila sveva: Fildesmido da Mogliano e Rinaldo da Brunforte, in  Federico II e le Marche,  a cura di C. D. Fonseca,  'Atti del convegno di studi'; Jesi, Palazzo della Signoria, 2-4 dicembre 1994, Roma 2000, p. 263-314 ).

                Durante l'esplosione del movimento dei disciplinati perugini, ispirati al pensiero gioachimita, fra il giugno e il luglio del 1261, a seguito della morte di Alessandro IV, Enrico di Ventimiglia aveva lasciato le Marche e iniziata l'invasione del ducato di Spoleto. Enrico minacciava Perugia come risulta dalla lettera ai Perugini, dotata di otto sigilli cardinalizi del 4 luglio, ovvero da parte del collegio cardinalizio in sede vacante, in cui si richiede di non accettare trattative con gli Svevi e di prendere le armi contro il re di Sicilia: 

                Nunc vero, cum de novo ad eorum pervenisset auditum, quod Manfridus, quondam princeps Tarentinus, Henrigeto, dicto comiti, in Anconitana Marchia executori sue pessime voluntatis per suas nuper iniunxerat litteras, ut ducatus Spoletani fines invaderet, ad ejus occupationem totis viribus intendendo, dignum fore providerant animorum eorum promptitudinem ad resistendum dicto Manfrido. suisque officialibus iteratis exhortationibus excitare. Quapropter universitatem eorum rogant attente, et districte precipiendo mandant, quatenus pravis cuiusdem Manfridi conatibus resistendo, et confidelibus eorum de ipso ducatu opportunum tribuendo auxilium et favorem, a dicti Manfridi verbis fallacibus aures suas penitus avertentes nequaquam deinceps ejus reciperent litteras vel nuntios, et prefate Ecclesie matri eorum fideliter et constanter assistere studerent.

                Manfredi, secondo il testamento federiciano amministratore d'Italia, nomina suo vicario generale per il ducato, la Marca e la Romagna Percivalle Doria. Nell'agosto 1259 questi riceve l'omaggio di Fermo e di Gubbio e riesce a entrare per tradimento a Spoleto, che viene posta a ferro e a fuoco. Non ha successo un tentativo di Alessandro IV di organizzare un forte esercito con un'alleanza militare dei propri sudditi del Patrimonio e del ducato per contrapporlo alla lega ghibellina che s'era formata nello stesso 1259. Successo avrà invece il trattato che il suo successore Urbano IV conclude con Carlo d'Angiò. Non trovando infatti l'appoggio necessario nelle proprie terre, aumenta l'inclinazione per la Francia. Come risposta, un esercito di tedeschi e di saraceni condotto da Percivalle Doria provenendo dagli Abruzzi entra nel ducato e opera in Valnerina. ( Ha. Zug Tucci, Spoleto, Ducato di, in Federiciana, ( 2005 ).

                Scomunicato una seconda volta il 26 marzo 1282, Guido da Montefeltro sconfisse angioini e papali a Cesena e Faenza fra aprile e maggio, ma non riuscì a creare un collegamento militare con Pietro III d'Aragona che nel frattempo aveva occupato Sicilia e Calabria. L'apparire di Guido da Talacchio in Sicilia, e proprio nella contea di Geraci accanto a Enrico II di Ventimiglia, in qualità di giustiziere, potrebbe esser legato a tali tentativi di coordinamento tra Montefeltro e Sicilia aragonese. All'epoca, Aldoino di Ventimiglia, assieme a Ugo da Talacchio, conduce le operazioni militari contro gli Angioini. Sembrerebbe, dall'aprile 1282, come capitano di una delle otto circoscrizioni giudiziarie e militari in cui fu suddivisa l'isola; probabilmente quella di Cefalù, Termini e Geraci.

                Dal Zurita, Annali d'Aragona, lib. 4, cap. 18: Escribe Bartholomé de Nicastro de Mecina - que compuso una obra en verso de aquella conspiración y de las hazañas en que se señalaron los Mecineses en aquel cerco, en que este autor se halló presente - que se juntó parlamento general de toda la isla en Mecina; y que allí se juramentaron todos de obedecer a la Sede apostólica y no admitir ningún rey extranjero; y que nombraron ocho capitanes y gobernadores para su defensa.

                Oltre di ciò il Regno per comun consenso s'eresse anche quattro Governatori cioé ad Aldoino Ventimiglia Conte di Girace ed Ischia, Abbo Barresio, Alaimo Leontino, e Palmerio Abbate, i quali haveano per un anno il reggimento assoluto a guisa di Rè, ed havevano agregati con loro altri sessanta Consiglieri de' Principali del Regno, e senza i quali non poteano far deliberation veruna nelle cose graui del Regno, e'l suo Patrimonio. Ma nella giustitia haveano suprema autorità, e per questa via il Rè Carlo d'Angio perdé il Regno di Sicilia ( F. Mugnos, I raguagli historici del Vespro Siciliano..., Palermo 1645, p. 70 ).

                Guido da Talacchio e il figlio Ugo, sono tra i principali collaboratori di Pietro III d'Aragona in Sicilia, rivestono dal 1285 al 1289 l'ufficio di giustizieri del Vallo di Agrigento e del contado di Geraci, sono investiti delle baronie di Bivona e Arcudaci. Ugo già al 17 setttembre del 1282 è nominato giustiziare del Val di Mazara e dal febbraio 1284 risulta maestro secreto del Regno e nel 1286/1287 maestro portolano, mentre il padre Guido ha seguito Pietro III in Aragona e nel 1292 è nominato maestro giustiziere di Sicilia e dal 1298 stratigoto di Messina, quando il figlio Ugo è premorto.

                Ugo da Talacchio, fondò nel 1295 il romitorio e la chiesa di Sant'Anna delle Scale, vicino al monastero di San Martino delle Scale, alle porte di Palermo, per soccorrere i viandanti. Il suddetto romitorio fu donato ai Frati Continenti.  Conosciamo anche l'atto di fondazione, per il notaio Lorenzo Menna di Palermo, del 1 gennaio, ottava indizione, 1295. Continenti erano i frati del Terzo Ordine di san Francesco. Il culto di sant’Anna presso i Francescani è documentato almeno dal XIII secolo: il Caerimoniale vetustissimum attestava la festività già nel 1254. Il capitolo generale francescano quell'anno in Genova impone all'Ordine un ufficio in nove lezioni: Item novem lectiones fiant... de beata Anna matre Virginis, prescrizione rinnovata nel 1263. La predilezione per sant’Anna da parte dell’Ordine dei Minori, e in special modo dagli Osservanti, era motivata dall’esaltazione del ruolo di Maria e di sua madre Anna nel processo di Redenzione: il grembo di sant’Anna era tempio e tabernacolo di Maria Vergine e quindi, per proprietà transitiva, indirettamente strumento dell’Incarnazione ( L. Stagno, Sant’Anna nell’arte per i Francescani: iconografie e significati. Il caso genovese, in I Francescani in Liguria. Insediamenti, committenze, iconografie, a cura di L. Magnani e L. Stagno, 'Atti del convegno' (Genova, 2009), Genova, 2012, p. 195 ). I frati palermitani del Terz'Ordine non solo esercitarono l'ospitalità a beneficio di coloro che passavano da quelle parti, ma promossero la devozione verso la Madre sant'Anna, divenuta poi, insieme a san Gioacchino, patrona della provincia di Sicilia del Terzo Ordine Regolare. Il Wadding parla di questo romitorio abitato dai francescani del Terzo Ordine e della Chiesa dedicata a sant'Anna: «(Pio II) diede ai Frati del Terzo Ordine di Palermo la Chiesa di sant'Anna, fuori le mura della città, fondata e dotata per essi situata sopra il monastero di S. Martino delle Scale, nella quale abitarono per molti anni. Ma poiché avevano necessità di una casa nella città di Palermo, lasciarono quel luogo. . . ». La notizia è riferita anche dallo storico Francesco Bordoni: «Esiste ancora una Chiesa, ma poiché era troppo lontana dalla città e priva di fedeli, quindi di nessuna utilità per l'istituzione e per il pubblico, fu abbandonata dai nostri». Infatti, dal suddetto romitorio di sant'Anna delle Scale, i religiosi si trasferirono in città e presero in cura una modesta chiesetta dedicata a sant'Anna o sant'Annuzza nei pressi del castello della Zisa.

                L'ambiente marchigiano frequentato dal regio vicario Enrico di Ventimiglia e dal giustiziere da Talacchio si distingue per il passaggio delle reliquie provenienti dal teschio di s. Anna, alle origini della spiritualità francescana: un dente della santa è conservato a S. Anna di Camerino, un altro alle clarisse di S. Maria di Vallegloria Vecchio di Spello - sotto la protezione di Federico II dal 1240 -, altro ancora, di terziarie francescane, in S. Chiara di Città di Castello, già di Citerna.  Gli stessi ambienti sono i "due epicentri italiani della dissidenza religiosa trecentesca, nella Sicilia degli Spirituali toscani transfughi e nelle Marche dei fraticelli( L. Jacobilli, Vite de' santi e beati dell'Umbria..., Foligno 1661, 3., p. 74; P. Vian, L’interpretazione della storia nella Lectura super Apocalipsim di Pietro di Giovanni Olivi e i contesti della sua ricezione, in  Pietro di Giovanni Olivi frate minore, 'Atti del 43. Convegno internazionale, Assisi, 16-18 ottobre 2015, Spoleto 2016, p. 307-361; Sulla relazione tra spirituali umbro-marchigiani, ghibellinismo e Arnau de Villanova vedi M. Sensi, Cenacoli spirituali femminili nei secoli XIII-XIV. Gli esempi di Montefalco, Foligno, Cortona, in Santa Chiara da Montefalco monaca agostiniana     ( 1268 - 1308 )Nel contesto socio-religioso femminile dei secoli XIII-XIV,  'Atti del Congresso internazionale in occasione del 7. centenario della morte di Chiara da Montefalco ( 1308 - 2008 )', Montefalco - Spoleto 25-27 settermbre 2008, a cura di E. Menestò, Spoleto 2009, p. 58 - 64 ).

                14.3  S. Maria del Parto di Messina: la confraternita dei terziari francescani e lo spiritualismo siciliano

                Furono questi Prencipi sepolti, con l'habito del Terz'Ordine di San Francesco, anche non disdegnarono di portare in vita, imperoche erano scritti nel Catalogo antico della divota Confraternita di Nostra Signora del Parto, famosissima in quei tempi, nella quale molti Signori, e persone Titolate di questo Regno ambivano di essere ammessi, famosa, per le molte indulgenze, e gratie spirituali, che i Sommi Pontefici largamente, concedute l'haveano. Onde sin à tempi nostri si trovavano scritti in vna tavoletta molto antica i nomi di quei fratelli, nel cui principio era posto il Re Federico, tra nobilissime famiglie, e persone principali di Sicilia.

                Il convento dei terziari francescani in Messina fu intitolato alle loro patrone S. Maria della Misericordia e s. Anna, ma Santa Maria del Parto è pur il titolo attribuito da Francesco II di Ventimiglia alla fondazione abbaziale di Guglielmo da Polizzi presso Castelbuono; un richiamo, a mio modo di osservare, del legame dell'eremita polizzano con l'esperienza dei pauperes heremitae francescani. Ovvero  all'Ordo fondato da Celestino V nel 1294, di ispirazione gioachimita e spiritualista. La contraddizione apparente fra tradizione bizantina - accolta dal polizzano priore basiliano - e il pauperismo francescano nasconde in realtà una profonda relazione culturale e teologica, come osservato, in generale, da L. Parisoli, L'attesa escatologica in Pietro di Giovanni Olivi, in  Francescanesimo e cultura nella Provincia di Messina, 'Atti del convegno di studio', Messina, 6-8 novembre 2008, Palermo 2009, p. 252-253. Del resto, ancora in pieno Trecento, i sovrani siciliani furono ancora considerati protagonisti del millenarismo apocalittico, leader dell'anti-chiesa spirituale, come nel caso - peraltro poco studiato - di re Ludovico d'Aragona ( 1342 - 1355 ), come ci ricorda Giovanni da Rupescissa, nel Liber secretorum eventuum:

                Ipsi sunt de affectione populi gibelini, supra modum viros ecclesiasticos detestantes. Isti non adherebunt nec falso pape nec vero sed adherebunt generali monarche Siculo Ludovico. Isti sunt ex duplici heretico semine procreati, scilicet ex semine heretici Ludovici de Bavaria et solemnium hereticorum adhrentium sibi, dicentium quod dominus Iohannes papa XXIIus perdidit ecclesiasticam potestatem et quod cardinales suarum decretalium sententiis adhrentes perdiderunt ecclesiasticam potestatem. Ex hoc enim heretico fundamento, per predictos pseudo fratres hereticos inficietur proximus generalis Augustus, proximus scilicet Antichristus, ut dicat tempore scismatis memorati totam Christi Ecclesiam defecisse et nullum esse verum papam in Ecclesia Dei ( Iohannes de Rupescissa, Liber secretorum eventuum. Édition critique, traduction et introduction historique, a cura di C. Morerod-Fattebert, R. E. Lerner, Friburgo1994, p. 152-153 ).


                Fra Perugia e la Sicilia continuavano pur i rapporti epistolari tra Fraticelli - eredi degli Spirituali - in pieno Trecento, come nel caso di Francesco di Nicolò da Perugia, priore generale dei fraticelli di S. Maria del Sasso di Montemalbe:

                Franciscus…frequenter habuit dicere…quod suus ordo erat pauperior et strictior quocumque alio ordine mendicantium…portant unam tunicam de panno albo, scapulare de biscio cum parvo capucio et mantellum de biscio in modum fraticellorum, cum naticchia sicut portant fratres de tertio ordine beati Francisci…Franciscus dixit se recepisse ab illa pessima septa fraticellorum per ecclesiam dampnata que est in Sicilia,…quasdam cartas de papiro bictumine iunctas, in quibus cartis continebatur vita et doctrina et perversum dogma supradictorum hereticorum. Insuper ab eisdem recepit litteras secretas continentes predicta, quas cartas et licteras sepedictus frater Franciscus ostendit ipso qui loquitur. (  L. Oliger, Documenta inedita ad historiam Fraticellorum spectantia, "Archivum franciscanum historicum", 3 ( 1910 ), p. 79 ). 

                Secondo il cronista trecentesco Paolino da Venezia, dopo l'abrogazione dell'Ordo dei Poveri eremiti di Papa Celestino, l'8 aprile 1295, da parte di Bonifacio VIII, gli Spirituali recesserunt de nocte in Siciliam. Benedetto XI comunicava il 27 agosto 1304 a Federico III d'Aragona di aver inviato in Sicilia Tommaso d'Aversa e altri domenicani per "estirpare le pullulanti eresie". Ma gli Spirituali furono perseguiti dagli Angiò in Sicilia fin dal 1269 ( F. Rotolo, La prigionia di fra Angelo Clareno in Sicilia nel 1305. Vicende degli Spitrituali, in
                Francescanesimo  e cultura negli Iblei, 'Atti del Convegno di studio', Ragusa, Modica, Comiso, 10 - 13 ottobre 2004, a cura di C. Miceli, D. Ciccarelli, Palermo 2006, p. 237 - 240 ). Alla potente ideologia ecclesiatico-capetingia si contrappone, nella guerra non-convenzionale, l'ideologia pseudo-gioachimita del blocco di potere aragonese che giustifica, favorisce e prefigura l'egemonia nello scacchiere mediterraneo:

                L'utilisation politique de la prophétie est une pratique largement répandue dans la Couronne Aragon à la fin du Moyen Age Elle coïncide avec l'accroissement du pouvoir et des moyens d'action du roi capable de diffuser une propagande contribuant à sa victoire dans les guerres qu'il engagées à l'intérieur et à l'extérieur de son domaine. Elle place le monarque interprète attitré des paroles des prophètes et des observations des astrologues dans un monde supérieur éloigné de ses sujets. Là sont prises bon escient des décisions vitales conditionnant le futur du royaume. Récupéré par le prince le prophétisme appartient à ces catégories qui permettent de gouverner sans tenir compte des assemblées représentatives des organes intermédiaires ou des privilèges corporatifs; sa politisation accompagne l'accroissement du pouvoir royal. Dans la confédération catalano-aragonaise ces vaticinations au service du prince dépassent ailleurs le cadre étroit des luttes partisanes pour se situer dans un vaste contexte eschatologique inspiré des tendances extrêmes du franciscanisme.

                Plus que sur Jacques II l'influence de Arnaud de Villeneuve et de sa doctrine se fait sentir sur Frédéric III dont il devient le mentor dans la
                mise en ouvre de un vaste programme de réforme de la société sicilienne. 
                Protecteur de Ubertin de Casale et des autres rescapés spirituels des persé
                cutions de Jean XXII le roi de Trinacrie travaille au renouveau religieux 
                de la Sicile dans un contexte millénariste. Il proclame un code législatif 
                compilé par Arnaud imposant les exigences de la pauvreté stricte dans tout 
                son royaume. Il demande à ses courtisans une vie austère il prêche par 
                exemple de sa propre pénitence: sa femme vend sous le conseil d'Arnaud
                 
                de Villeneuve ses bijoux. L'équité et la justice surtout égard des pauvres deviennent les valeurs suprêmes de l'Etat. Les nécessiteux et les forains sont protégés par les autorités; des hôpitaux sont construits pour les Grecs razziés par les mercenaires catalans; la manumission des esclaves est encouragée, la pratique de la conversion forcée des musulmans siciliens est proscrite. L'évangélisme militant d'Arnaud de Villeneuve quitte ainsi le domaine des élucubrations théoriques; il se concrétise dans l'île par la poursuite de la politique volontariste de Frédéric II   ( M. Aurell i Cardona, Messianisme royal de la Couronne d'Aragon, "Annales. Histoire, Sciences sociales", 52 ( 1997 ), p. 124, 128-129; Vedi anche dello stesso Aurell, Eschatologie, spiritualité et  politique dans la confédération catalano-aragonaise ( 1282-1412 ),in '
                Fin du monde et signes des temps. Visionnaires et prophètes en France méridionale ( fin XIIIe-début XVe s. ), 'Actes du 27. colloque de Fanjeaux', Jul. 1991, Fanjeaux, 1992, p.190-235; Prophétie et messianisme politique. La péninsule Ibérique au miroir du Liber Ostensor de Jean de Roquetaillade, " Mélanges de l'Ecole française de Rome. Moyen Age, Temps modernes", 102 ( 1990 ), p.317-361 ).
                 

                14.4 Le ossa di s. Anna a Messina e l'Ordine delle sorores penitentes di S. Maria e Tutti i Santi di Acri

                Il corposo saggio di Cristina Andenna ( Da moniales novarum penitentium a sorores ordinis Sancte Marie de Valle Viridi. Una forma di vita religiosa femminile fra Oriente e Occidente [secoli XIII-XV], pp. 59-130), dedicato a tratteggiare la storia di questa forma di vita religiosa femminile nei primi secoli del suo sviluppo, nel tentativo di coglierne i tratti particolari permette appunto di chiarire le concause che spiegano l’approdo delle moniales nel Sud della penisola italiana. Attenta ad ogni elemento offertole dalle fonti coeve, la studiosa prova a far luce sulla dimensione istituzionale di questa piccola rete monastica che si sviluppò tra Oriente ed Occidente, anche attraverso una comparazione con altre esperienze penitenziali femminili sorte sullo scorcio del XII secolo nell’Europa centro-settentrionale. Innanzitutto, a partire dall’analisi della documentazione pontificia – due litterae gratiose di Gregorio IX del 1237 e un privilegio di Alessandro IV del 1255 – l’Andenna ricostruisce la rete di monasteri facenti parte la famiglia di sorores penitentes di Santa Maria e di Tutti i Santi di San Giovanni d’Acri: le domus dipendenti in Oriente sparse tra l’isola di Cipro, la Palestina e l’odierno Libano e quelle in Occidente, nel Regno di Sicilia, a Brindisi, Matera, Messina, Taranto e Barletta. Nei documenti pontifici, accanto ai monasteri dipendenti, si fa cenno anche alle numerose proprietà terriere – la maggior parte delle quali situate nell’isola cipriota – di cui furono messe in possesso le monache. Tale dotazione, eccezionale per quantità e qualità, fu il risultato di diverse donazioni da parte della corona di Cipro, in particolare nella figura di Alice di Champagne, e di due figure di spicco dell’entourage di Federico II, Werner di Egisheim e Baliano, signore di Sidone, entrambi nominati balivi del Regno di Gerusalemme dopo il ritorno dello Svevo dalla spedizione d’Oltremare. Proprio i rapporti – ricostruiti con precisione dall’Andenna – instaurati con l’alta nobiltà, appartenente alle famiglie dei Brienne e degli Ibelin, connessa agli ambienti federiciani e legata ai luoghi occidentali di provenienza ma allo stesso tempo proiettata nelle regioni crociate, permise la circolazione di questa esperienza di vita religiosa dalla Terra Santa, attraverso le sedi cipriote, alla Puglia e alla Basilicata fino alla Sicilia e il suo radicamento nelle diocesi dell’Italia meridionale. ( P. Silanos, Da Accon a Matera: Santa Maria la Nova, un monastero femminile tra dimensione mediterranea e identità urbana (XIII-XVI secolo), a cura di Francesco PANARELLI, Berlin, Lit, 2012 (Vita regularis. Ordnungen und Deutungen religiosen Lebens im Mittelalter, 50), XI-283 p., ill.. p. 3 ).

                La presenza a Messina delle penitenti agostiniane risale alla prima metà del XIII secolo, sotto il regno di Federico II di Svevia. Raoul de Soissons, il marito della regina Alice de Champagne che dota la casa di Messina, lascia Gerusalemme nel 1243, dopo essere stato esautorato dalla reggenza del regno palestinese, in favore dei rappresentanti di Corrado IV Staufen, per far ritorno in Europa. Alice stessa resse dal 1243 il Regno di Gerusalemme per Corrado IV, suo parente per parte della madre, Iolanda di Brienne, figlia di Maria, sorellastra di Alice. A noi interessa questo monastero, in relazioni con l'Oltremare, per la presenza delle ossa di s. Anna tra le reliquie di tale fondazione. Altre chiese tuttavia in Messina conservavano reliquie della madre di Maria: come S. Salvatore - presso la torre portuale di S. Anna e sede dell'archimandrita basiliano - e S. Agostino degli Eremitani.

                Fù assai celebre, e famoso negli andati secoli il Monasterio di S. Anna, era molto ricco, per essere stato accresciuto di molte entrate dalla pijssima Signora Regina di Cipri, come ne fà honorata mentione il Sommo Pontefice Alessandro IV in una Bolla dell'anno 1255, regnando in Sicilia Manfredi, ove conferma i Priuilegi del Monasterio, e fà un lungo catalogo delle possessioni, e feudi così in Cipri, come in Terra Santa al Monasterio di S. Anna donati, e da esso, per lunga serie di anni posseduti; ma poi per la lontananza, e per la inondatione dei Saraceni in quei santi luoghi della Palestina affatto perduti...vengo alle Reliquie di questo così antico Monasterio, dove si conservano, un buon fragmento del Legno della Santa Croce, Ossa di s. Anna... ( Samperi, Iconologia, p. 420 - 421 ).

                Raoul de Soissons, il marito della donatrice e patrona di S. Anna di Messina è personaggio di spicco del suo tempo, celebre troviere, in rapporti d'amicizia con i sovrani capetingi e navarresi e con l'aristocrazia del suo tempo. In lui iniziano a riannodarsi molti fils rouges della ricerca sulle reliquie di s. Anna. Vale la pena soffermarsi a conoscerlo rapidamente, per comprendere come poté nascere la leggenda dell'arrivo in Sicilia del capo della madre di Maria nell'anno 1242, dalla Lorena. 

                En ce point que li pelerin estoient a Acre, Aelis, la mere dou roi de Chypre, esposa un haut home de France, qui avoit nom Raol de Soissons, et estoit frere dou conte de Soissons. Et aprés ce que il l’ot esposee, il vint avant par l’assent de partie des gens dou païs 4et requist por sa feme la roïne la garde de la seignorie dou roiaume de Jerusalem. Et si le requereit, porce que ele estoit le plus dreit heir qui aparant fust a la terre des heirs dou roi Amauri, son aÿol, ne qui eust esté puis la mort de sa niece l’empereris Ysabel [...]  Raoul de Soissons, qui riens n’ot seu de cele emprise, quant il sot que Balian d’Ybelin et Phelipe de Monfort avoient et tenoient Sur, il mut d’Acre, lui et sa feme Aeliz, et vint a Sur. Quant il furent la venus, Raol requist a Balian et a Phelipe por lui et por la roïne la cité de Sur, que il voloient avoir en la maniere que il avoient les autres choses dou roiaume. Cil li respondirent que il ne li en livreroient point ne bailleroient, ains la garderoient tant que il seussent a cui il la devroient rendre, et fu l’une des achaisons porquoi Raol de Saissons s’en ala, si come vos avez oï Continuazione di Acri della Historia di Guglielmo di Tiro, 38., 41., in A. M. Di Fabrizio, Saggio per una definizione del francese di Oltremare: edizione critica della Continuazione di Acri dell’Historia di Guglielmo di Tiro, con uno studio linguistico e storico, Tesi di Dottorato di ricerca in Scienze linguistiche, filologiche e letterarie. Indirizzo Romanistica (24. ciclo), Università degli studi di Padova, Ecole pratique des hautes études, p. 377, 383 ).


                Il reliquiario cinquecentesco di Soissons che accoglie - fra le altre reliquie - i capelli di s. Anna, il cui culto risale al XIII secolo. Dal XIII secolo la cappella del palazzo episcopale di Soissons, diocesi suffraganea di Reims, fu dedicata alla madre di Maria. Ossa, capelli e abiti di s. Anna furono conservati nell'abbazia benedettina di Notre-Dame de Soissons (  M. Germain, Histoire de l'abbaye royale de Notre-Dame de Soissons de l'ordre de Saint Benoit: divisee en quatre livres, avec les preuves et plusieurs titres, tirez des archives de cette abbaye, Parigi 1675, p. 402 ).


                Filippo I de Montfort, nonno di Giovanni de Montfort conte di Geraci, propose - nel 1241 - il matrimonio di Alice de Champagne, regina di Cipro e reggente di Gerusalemme, con Raoul de Soissons, discendente dai Château-Porcéan fondatori - nel 1239 - della cappella di S. Anna di Reims, dove fu trasferito il teschio della madre di Maria ( I. Hardy, Les chansons attribuées au trouvère picard Raoul de Soissons. Edition critique électronique, Thèse électronique soumise a la Faculté des études supérieures et postdoctorales, Département de français, Faculté des arts, Université d'Ottawa, 2009, p. 16 ). Alcuni frammenti di ossa di s. Anna raggiunsero una fondazione ecclesiastica della regina Alice de Champagne in Messina, come accennato. Pochi anni prima della morte, avvenuta nel 1273, Raoul de Soissons dovette operare nel Regno di Sicilia, e forse morirvi sessantenne, poiché nel 1270-71 ricevette dall'amico Carlo I d'Angiò la terra di Scafati e poi la contea di Loreto, già appartenuta a Corrado I d'Antiochia, figlio dell'imperatore Federico II, per circa 400 onze d'oro di reddito annuo. Sono questi i filoni di ricerca che attendono uno sviluppo auspicabile attraverso un'attenta ricerca d'archivio ( S. Pollastri, Le Liber donationum et la conquête angevine du royaume de Sicile (1268-1281), " Mélanges de l'Ecole française de Rome. Moyen-Age ", 116 ( 2004 ), p. 705, 725; J.-M.Martin, L'ancienne et la nouvelle aristocratie féodale, in Le eredità normanno-sveve nell'età angioina: persistenze e mutamenti nel Mezzogiorno, 'Atti delle Quindicesime Giornate Normanno-Sveve', Bari, 22 - 25 ottobre 2002, a cura di G. Musca, Bari 2004. p. 120 ).

                Raoul di Soissons, nipote dei conti di Porcéan per la madre, è sicuramente in contatto con i fondatori della cappella di Reims accogliente il teschio proveniente da Chartres. Soissons, del resto, vede negli stessi anni la fondazione della cappella di S. Anna nell'episcopio e l'arrivo delle reliquie della madre di Maria, fra le quali si incontrano i capelli della santa, sicuramente tratti dal teschio trasmigrato da Chartres a Reims, inrorno al 1239, già sede dell'unzione di Luigi IX, che proprio nel 1239 riceveva da Venezia le Sacre Spine e altre reliquie della Passione che avrebbero portato fra il 1241 e il 1246 alla fondazione della Sainte-Chapelle di Parigi. Anche il culto di s. Anna - generata secondo la leggenda e i cantari trobadorici dall'Albero di Jesse, il cui legno servirà per la Santa Croce - è collegato alla Passiane e naturalmente al culto della Santa Famiglia. La tematica messianica medioevale dell'Albero di Jesse diviene funzionale alla sacralizzazione dei sovrani, che trovano legittimità nella genealogia di Cristo. Gli stretti rapporti di Raoul con Luigi IX e Alice di Champagne giustificano dunque l'arrivo di alcune reliquie di s. Anna sia a Soissons sia a Messina, in quest'ultima città attraverso le sorores penitentes di S. Maria e Tutti i Santi di Acri, intorno agli anni 1238-1243. 

                Nondimeno, la cappella di S. Anna in Soissons fu del vescovo Gui de Château-Porcéan, morto alla crociata d'Egitto del 1250, figlio del conte Raoul de Grandpré, consanguineo di Guichard de Château-Porcéan, canonico di Reims e fondatore della omonima cappella di Reims. Jean de Joinville, connestabile di Champagne - amico intimo di re Luigi IX di Francia e cugino di Raoul di Soissons, autore della biografia di san Luigi Livre des saintes paroles et des bons faiz de nostre saint roy Looÿs - sposò in prime nozze Alix de Grandpré del lignaggio dei Château-Porcéan. Il nipote ex fratre Jean II de Joinville - gran connestabile del Regno di Sicilia - lo ritroveremo, prigioniero in Sicilia, nel 1300, nelle tratttive tra la Repubblica di Genova ed Enrico II di Ventimiglia, in rappresentanza di Federico III d'Aragona. Il medesimo Jean II accompagnò i figli di Carlo II ostaggi in Aragona dal 1288 ( H.-F. Delaborde, Jean de Joinville et les seigneurs de Joinville, suivi d'un catalogue de leurs actes, Parigi 1894, p. 258; Per il gran connestabile Jean II, figlio di Geoffroy sire di Trim ( Irlanda ), Ludlow           ( Galles ) e Vaucouleurs ( Chamapagne ), vedi B. Hartland, Vaucouleurs, Ludlow and Trim: the role of Ireland in the career of Geoffrey de Geneville ( c. 1226-1314 ), "Irish historical studies",  32 ( 2001 ), n. 128, p. 457-477; A. Bonnefoy, The Cosmopolitan children of sir Geoffrey de Geneville ( c.1225-1314 ), Dissertation for M Phil. in Medieval History, Trinity College Dublin, August 2015 ).

                14.5 I Filangeri di Candida, la contea di Geraci e le reliquie di s. Caterina d'Alessandria

                Dal 1231 Riccardo I Filangeri fu legato imperiale e vicario di Federico II nel Vicino Oriente, tra Cipro e Palestina, ma il 1243 è richiamato anch'esso in Europa, in concomitanza della sconfitta politica di Raoul di Soissons. Riccardo è il cognato di Aldoino I ( Hauteville-Gesualdo ? ) conte di Geraci e Ischia attraverso il fratello Giordano III Filangeri, maresciallo imperiale e capitano di Calabria e Sicilia, sino al 1240. Da Riccardo I e Caramanna nacque altro Riccardo Filangeri, barone, nei Nebrodi, di San Marco, Mirto, Mazzacallar, Cabuca e Chillaro. 

                Giordano Filangeri, secondo il testamento del cognato Aldoino del 1234, ricevette per la dote della moglie la baronia irpina di Candida e Lapio, che, secondo il Catalogus baronum del XII secolo, appartenne agli Hauteville conti di Gesualdo, subinfeudata ai Capece; quindi il conte di Geraci che ne dispone nel 1234, dovrebbe appartenere a uno di questi due lignaggi, probabilmente il primo visto che i discendenti di Enrico II di Venimiglia, suo genero, furono sempre considerati discendenti dagli Hauteville. Nella cappella castrense di Lapio i Filangeri conservarono per secoli un molare di s. Caterina d'Alessandria, proveniente dal celebre santuario del monte Horeb nel Sinai, e un frammento della santa Croce della Passione, trasportati in Irpinia, secondo la tradizione, da Riccardo I, balio di Gerusalemme, fratello maggiore di Giordano III Filangeri.


                Arazzo di copertura della tomba di s. Caterina d'Alessandria nel santuario del monte Horeb, risalente al IV secolo, da cui provenne la reliquia conservata a Lapio dai Filangeri consanguinei dei conti di Geraci


                Altri dissero,  che discendi questa famiglia da un Caualliere nominato Angerio, da cui nacque Goglielmo; da costui Giordano, e da questo Goglielmo iuniore, ( il quale nelli 1187. nel racquisto di Terra Santa offerì quattro cavalli.  Adoino della medesiта famiglia, come  
                Soffeudatario d’Elia Gesualdo, Signor di Gesualdo, per la Candida Lapia, Atripalda, Sorbo, Arianello offerì similmente le sue genti ) е che Filangíero fù detto, cioé figlio d’Angerio. Contrasse Riccardo gran amicitia con Boemondo, e  Tancredo Normanni, e altri Signori del Regno, che furono nel primo conquisto; da’ quali invitato vi fé passaggio; ed essendo diviso in Principati, nella Prouincia di Principato Ultra con titolo di Conte vi fù honorato, col dono de molte Castella, Giordano dall'Imperador Federico Il. per la sua molta prudenza fu mandato Viceré nella Sicilia, e Prouincia di Calabria: un'altro Riccardo, fratello di Giordano, dal medesimo Imperadore creato Maresciallo, е mandato Vicerè nel Regno di Gerusalem a finché grati e benevoli quei popoli al Re et lmperador rendessе; dal qual si stima: fosse portata la Reliquia di S. Catarina Vergine, е Martire, che nella maggior Chiesa della Terra di Lapia si conserva. ( S. Bellabona, Raguagli della città d'Avellino..., Trani 1656, ( = Bologna 1967 ) p. 213-214 ).

                A noi l'argomento interessa in funzione di Giovanni di Riccardo III Filangeri, tutore del nipote minorenne Riccardo IV, conte di S. Marco nei Nebrodi orientali, vissuto tra XIV e XV secolo, discendente da Riccardo II Filangeri figlio del balio di Gerusalemme - il suocero di Aldoino di Ventimiglia marito di Giacoma Filangeri - e compagno d'armi e di avventure nel Mediterraneo orientale di Giovanni di Ventimiglia marchese di Geraci. Giovanni Filangeri, fu il più apprezzato poeta in volgare nella Sicilia del tempo, come rammenta pur il Ranzano, e vice-ammiraglio di Siracusa, quando Grande ammiraglio fu il Ventimiglia dal 1423. Il Filangeri fu senatore di Roma dal 9 dicembre 1446 al 31 agosto 1447, sotto Eugenio IV e Nicolò V, governatore e ammiraglio per conto di Giano de Lusignan re di Cipro, Gerusalemme e Armenia che lo investì della baronia di Strovolos presso Nicosia, dando vita a importanti imprese militari, particolarmente contro i Turchi in Armenia. Il barone di Strovolos e il marchese di Geraci fondarono congiuntamente la Cappella dell'Immacolata Concezione di Maria in S. Francesco d'Assisi di Palermo intorno al 1441, sottolineando il comune culto per la nascita di Maria da s. Anna, cappella eretta in stile neo-corinzio, dotandola di preziosi sarcofagi classici per le sepolture delle due famiglie, con il gusto umanistico che ispirava entrambe i fondatori. ( B. Figliuolo, La Terrasanta nel quadro della politica orientale di Alfonso V d'Aragona, " Nuova rivista storica ", 100 ( 2016 ), p. 502-514; G. Palermo, Guida istrutttiva per Palermo e suoi dintorni, a cura di G. Di Marzo-Ferro, Palermo 1858, p. 240 ). La cappella, oltre che mausoleo delle due famiglie, fu eletta quale tempio del Senato palermitano, sepoltura dei capitani, pretori, senatori e mastri notai cittadini. Nel 1441 il marchese Giovanni di Ventimiglia - già viceré di Sicilia nel 1430 e Governatore del conquistando Regno di Napoli nel 1435 - è il luogotenente regio di Alfonso il Magnanimo in Calabria e Puglia. Nel 1444 lo stesso marchese fu viceré del Ducato di Atene e, nel 1445, Capitano generale dell'intero Regno delle Due Sicilie e Marca d'Ancona nonché della Lega Santa. per conto di Eugenio IV, Filippo Maria Visconti e Alfonso V il Magnanimo, mettendo fine alla signoria sforzesca nelle Marche ( I Registri Privilegiorum di Alfonso il Magnanimo della serie Neapolis dell'Archivio della Corona d'Aragona, a cura di C. Lòpez  Rodriìguez, S. Palmieri, Napoli 2018, p. 28, 178, 193, 279 ).

                15. Gerardo da Parma e le reliquie di s. Maria Maddalena trasportate da S. Massimino in S. Giovanni in Laterano

                Il codice pergamenaceo A. 70 dell’Archivio del Laterano, databile intorno al XII secolo con aggiunte del XIII e contenente il Liber de Ecclesia Lateranensi del canonico Giovanni Diacono, attesta l’avvenuta consacrazione dell’altare di Santa Maria Maddalena nel febbraio del 1297. Questo altare oltre ad essere l’ultima opera artistica commissionata dal cardinale Gerardo per il neonato capitolo fu anche il luogo dove egli scelse di farsi seppellire...Inizialmente, l’altare della Maddalena – come descrive un altro codice pubblicato dal Lauer – si trovava in una posizione molto importante all’interno della basilica e doveva essere secondo per bellezza e imponenza solamente all’altare maggiore, che era quello pontificio. Era posto davanti al coro dei canonici nella navata centrale e racchiudeva al suo interno una cassa argentea piena di reliquie della santa a cui era dedicato. Sopra l’altare «alto almeno sei piedi», secondo la descrizione riportata da Cesare Rasponi, vi era un elegante tabernacolo con otto colonnine di un marmo simile a granito con le insegne delle famiglie Colonna e Annibaldi ed era rinchiuso in una cancellata di ferro. Il tabernacolo, poi, era circondato da un basamento ligneo dove si soleva esporre in ostensione le reliquie dei santi contenute nell’altare...In nomine Domini amen. Anno Incarnationis MCCXCVII die...mensis Februarii consecratum fuit altare Capituli ad honorem Dei et beatae Mariae Magdalenae de mandato domini Bonifacii papae VIII per dominum Gerardum de Parma episcopum Sabinensem: in quo altari recondidit corpus ipsius beatae Mariae Magdalenae sine capite...(Silanos, Gerardo Bianchi da Parma, p. 304-305).

                Nel 1283 Carlo II d ’Angiò – allora ancora principe di Salerno e vicario del Regno – mosso dal desiderio di abbellire Napoli e far cosa grata ai Domenicani, dei quali aveva illimitata stima, volle ingrandire la chiesa di S. Domenico Maggiore, senza però distruggere l’antica, nella misura almeno in cui poteva essere incorporata nella nuova. La prima pietra, benedetta dal cardinale Gerardo Bianchi di Parma, legato apostolico nel Regno, fu posta dallo stesso principe il 6 gennaio 1283. Ma il 5 giugno dell’anno seguente Carlo fu catturato dagli Aragonesi nel golfo di Napoli e i lavori o furono sospesi o andarono molto a rilento. Provato dalle sofferenze, l’Angiò, secondo alcuni, avrebbe fatto voto a S. Maria Maddalena, la santa della Provenza, di dedicarle la nuova chiesa, se fosse scampato ai pericoli. Morto il padre e riconosciuto re mentre era ancora in cattività, Carlo II, dopo la liberazione e il ritorno a Napoli nel 1289, rimise mano alla costruzione chiamandovi a lavorare i maestri francesi Pierre de Chaul e Pierre d’Angicourt. La chiesa, i cui lavori si protrarranno fino al 1324, fu dedicata a S. Maria Maddalena, ma i napoletani continuarono a denominarla con l’appellativo primitivo.

                16. La seconda legazione di Gerardo da Parma in Sicilia

                Così raccontava l’arrivo a Milazzo in Sicilia del cardinale Gerardo da Parma - scortato da quattro galee genovesi - il cronista minorita Nicolò Speciale, ambasciatore siciliano ad Avignone nel 1334:

                Dum haec autem fierent, vir magnae auctoritatis Gerardus de Parma Sabinensis Episcopus Cardinalis Cataniam ab Apostolica Sede Legatus advenit, ut Siculos converti ad dominum Regis Caroli admoneret, ipsosque conversos ab excommunicationis et interdicti vinculo, quibus tun erat innodata Sicilia, liberaret. Sed neque te Reverendum Patrem veritatis amatorem indictum praeteream. Hunc autem Gerardum eo tempore quo Siculi dominatum Regis Caroli furioso impetu abjecerunt. Legatum ad Siculos Pastor Ecclesiae Romanus Pontifex destinavit, quem in majori Messanensi Ecclesia cum reverentia susceperunt. Et cum vellent claves Regni sui manibus tamquam Ecclesiae Nuntio assignare, dummodo Regi Karolo non sibessent, ipse vir publicae veritatis assertor respondens ait: Non sum missus nisi ut vos Carolo Regi domino vestro conciliem. Si hoc residet menti vestrae, libenti animo adimplebo commissum. Quod verbum Siculi audientes, neque immemores commissorum, illum absque disceptatione consilii tantae Legatonis vacuum remiserunt. Quo casu Gerardus ipse vir sanctus a Siculis reputatus est..

                Il vescovo di Sabina partì da Anagni nell’estate del 1299 e fece tappa a Napoli dove vi rimase per qualche mese. Nell’ottobre dello stesso anno, infatti, inviava dalla capitale del Regno a Parma gli statuti del Capitolo dei canonici del Battistero da lui fondato. Poco dopo, ripartì da Napoli e sbarcò a Milazzo, grazie all’appoggio di tre galee genovesi, il 19 ottobre del 1299....Il cardinale, poi, affrontò gli interlocutori più problematici: i Siciliani stessi. Tuttavia, egli aveva qualcosa in più da offrire loro rispetto alla legazione del 1282. Il papa aveva, infatti, compreso che uno dei nodi che avevano reso ostinati i siciliani nel rifiutare qualsiasi compromesso con gli angioini, tra il 1282 sino alla fine del Duecento, era stata la gestione dell’amministrazione del Regno da parte dei francesi dalla quale essi erano stati sempre e quasi totalmente estromessi. Bonifacio offrì loro un appiglio per tornare all’obbedienza della Sede apostolica assicurando che coloro che avessero seguito le direttive del legato apostolico sarebbero stati governati «per regnicolas citra Farum seu alios Italicos vel etiam de ipsa insula oriundos et non per Gallicos sive Provinciales sive Ultramontanos». Un atteggiamento benevolo dimostrò anche verso gli esuli siciliani ai quali promise, all’unica condizione di ritornare all’obbedienza della Chiesa, la restituzione «omnium honorum suorum immobilium, que tempore hujusmodi exilii pacifice tenebant et possidebant». Uguale predisposizione il cardinale mostrò anche verso quegli ufficiali siciliani che avevano seguito la rivolta del Vespro i quali potevano essere accolti senza rendere conto «nec de officiis neque de ablatis seu subtractis ad curiam pertinentibus, neque de offensis et culpis contra personas Francorum vel aliorum commissis».

                L’altra strada che il papa e il cardinale percorsero per giungere a un compromesso tra le parti in lotta fu quella della politica matrimoniale. Bonifacio autorizzò il proprio legato a trattare il matrimonio tra Federico III e Eleonora, ultimogenita di Carlo II. La dote che la figlia del re di Napoli avrebbe portato al suo promesso sposo comprendeva il regno di Gerusalemme, che apparteneva al padre, e l’isola di Rodi che era, invece, un feudo pontificio. In questo modo tutte le parti in causa avrebbero raggiunto un risultato conveniente: Federico avrebbe conseguito una compensazione per la rinuncia alla Sicilia, Carlo II avrebbe riottenuto quello che gli spettava per diritto d’eredità e il papa avrebbe ottenuto la definitiva soluzione della “questione siciliana”. Per far sì che i risultati sperati fossero raggiunti al più presto fu inviato il 7 agosto del 1299, in appoggio a Gerardo, un altro legato pontificio: il cardinale diacono di Sant’Angelo in Pescheria, Landolfo. Quando l’opera dei due cardinali legati sembrava giungere ai risultati sperati, tuttavia, l’imprudenza del principe di Taranto che fu catturato e il ritiro delle truppe aragonesi dal conflitto sconvolse nuovamente i piani della guerra. Il papa fu così costretto a cercare nuovi appoggi economici e militari alla parte angioina e un capitano più valido che guidasse la guerra contro Federico. Fu scelto Carlo di Valois al quale venne offerta anche la mano di Caterina di Courtenay, titolare dei diritti ereditari dell’Impero Latino d’Oriente.

                ....In Sicilia, intanto, il duca di Calabria, Roberto d’Angiò, era intenzionato a continuare la sua azione militare. Diversamente Gerardo pensava di poter ottenere risultati maggiori perseguendo la strada del dialogo e del compromesso e temeva possibili esiti negativi delle strategie militari angioine. In effetti, dell’agosto del 1300 la controffensiva angioina era riuscita solo a eliminare i punti di penetrazione nemica in Calabria e a distruggere la colonia saracena di Lucera in Puglia, [Ischia torna angioina dal luglio 1299 n.d.r.] ma nell’isola siciliana non aveva ottenuto successi significativi. Ruggero di Lauria si decise ugualmente per la via militare ma i suoi tentativi raggiunsero l’unico risultato di essere pesantemente ammonito dal papa per aver disobbedito alle direttive del cardinale legato. Il periodo di carestia che trascinò l’isola in una crisi profonda costrinse entrambe le parti a cercare un accordo che fu stipulato tra Federico III e Roberto d’Angiò il 19 agosto 1301.

                L’armistizio di sei mesi firmato a Catania al quale partecipò anche Gerardo Bianchi segnò la fine della legazione del legato e in fondo il suo fallimento. Il vescovo di Sabina lasciò la Sicilia il 20 dicembre del 1301 e arrivò a Napoli da dove ripartì subito per la corte pontificia, come riporta una relazione di un inviato aragonese, Bondo de Campo, a Giacomo II. Ancora una volta l’incapacità militare degli angioini e la disobbedienza rispetto alle direttive pontificie aveva reso impossibile una soluzione definitiva della “questione siciliana”. Secondo il resoconto del delegato aragonese il cardinale parmense avrebbe raccomandato al papa e al collegio cardinalizio Federico III d’Aragona affermando che se questi fosse tornato in seno alla Chiesa di Roma sarebbe stato un figlio del papa più fedele di quanto non lo fosse stato Carlo II. Aveva già espresso in precedenza anche un giudizio negativo sul duca di Calabria il quale, secondo il cardinale legato, non era adatto a fare il condottiero. Questo giudizio di Gerardo Bianchi acquista un sapore quasi profetico se si pensa che la politica pontificia che dalla seconda metà del Duecento aveva esaltato il legame con la Francia avrebbe condotto inesorabilmente il papato romano al lungo esilio avignonese mentre più di un secolo dopo il vincolo con i reyes católicos castigliani e aragonesi avrebbe costituito il vero supporto temporale della Chiesa romana. (Silanos, Gerardo Bianchi da Parma, p. 276-280).

                17. Enrico II di Ventimiglia richiede a Carlo II d'Angiò l'investitura delle contee di Ischia e Geraci.

                Il trattato di Anagni del 1295, voluto da papa Bonifacio VIII, con il quale Giacomo II rinunziava al trono di Sicilia a favore di Carlo II d’Angiò, aveva portato all’acclamazione a re di Sicilia di Federico (III), fratello di Giacomo, e alla ripresa delle ostilità con gli Angioini, appoggiati adesso dallo stesso Giacomo contro Federico. L’aristocrazia siculo-aragonese non fu unanime nell’appoggio a re Federico e non mancarono significative defezioni verso gli Angioini. Non è sicuro, commenta Bresc, che Enrico non abbia… fatto [allora] un doppio gioco tra Federico III e il fratello Giacomo d’Aragona(50). È molto probabile però: lo dimostrerebbero due documenti della Cancelleria angioina del 28 luglio 1300, a un mese cioè dalla pesantissima sconfitta navale presso Ischia della flotta di Federico, che faceva seguito alla disfatta di Capo d’Orlando dell’anno precedente, nella quale il re siciliano, ferito, rischiò di cadere prigioniero. La vittoria finale degli Angiò appariva inevitabile ed Enrico sembra si affrettasse a chiedere legittimazione a Carlo II d’Angiò. In risposta a una precedente supplica, re Carlo, dopo avere accennato a passate colpe di Enrico sulle quali stendeva il suo perdono, lo autorizzava così a dividere tutti i beni feudali che egli allora possedeva e che avrebbe posseduto in futuro nel ‘nostro’ regno di Sicilia fra tutti i suoi figli, nati tanto dalla prima quanto dalla seconda moglie, diversamente dalle consuetudini del regno che privilegiavano il primogenito. Re Carlo considerava infatti suo, ‘nostro’, il regno di Sicilia, e Federico III una sorta di usurpatore. Con l’atto successivo, in pari data, Carlo confermava al pentito Enrico e ai suoi eredi la contea di Geraci e tutti i possedimenti che erano stati della defunta moglie Isabella e ancora i castelli di Petralia Soprana, Petralia Sottana, Caronia e Gratteri con le loro pertinenze. Rimaneva esclusa la contea di Ischia Maggiore, che il sovrano aveva promesso ai suoi abitanti di mantenere nel demanio regio, ma era disposto a compensarne la perdita a Enrico con altre concessioni equivalenti se egli fosse tornato in fedeltà entro il Natale successivo. Il conte non lo fece. (O. Cancila, I Ventimiglia conti di Geraci tra Liguria e Sicilia, in Liguri e Siciliani. Incontri nella Storia. Studi in onore di Sergio Mattarella, Savona 2017p. 30-31).

                Con tutta probabilità, però, i timori di Ruggero [ di Lauria n.d.r. ] dovevano ancora crescere, se appena tre giorni dopo – il 9 maggio – l’Ammiraglio inviava una nuova lettera a Giacomo, informandolo che in quella stessa data era partito da Napoli alla volta della Sicilia per offrire supporto al duca Roberto d’Angiò con 35 galee ben armate e 1400 cavalli ben equipaggiati tradotti nelle galee, oltre a 100 cavalli, presumibilmente non equipaggiati: «Sàpia la vostra altea que diluns IX dies anats del mes de maig partí’m de Nàpols per anar en Ceçília al duch ab XXXV galees ben armades et MCCCC cavals armats que portam en les galees, et C cavals que portam al duch»

                La decisione di Giacomo II di iniziare una nuova campagna, convinto in principio di ottenere il Regno di Múrcia senza troppa fatica in cambio del sostegno che egli poteva offrire al candidato usurpatore Alfonso de la Cerda, portò la Corona catalano-aragonese a un duro e lungo confronto con la Castiglia. Nell’impresa vennero mobilitate tutte le forze della Corona d’Aragona, mediante il consueto reclutamento di uomini e mezzi, sino almeno al trattato di Torrellas, che avrebbe posto fine alle ostilità. La tensione, dunque, persisteva all’interno della Penisola iberica, sebbene anche l’impresa murciana avesse conosciuto varie interruzioni dovute all’andamento stagionale tipico delle guerre di quell’epoca, ma anche a questioni di più stringente diplomazia: dal principio del conflitto, infatti, Giacomo era venuto a Roma e in Sicilia due volte, nel 1298 e nel 1299. 

                Tuttavia, la ripresa dell’offensiva doveva essere imminente, se Giacomo, subito dopo l’assedio fallimentare di Siracusa del 1299, fece immediatamente ritorno in Catalogna, lasciando la questione siciliana in mano agli alleati continentali. Dal canto suo, Carlo II aveva più volte impegnato la corona per la conduzione della guerra in Sicilia ed era tornato ad impegnarla nuovamente nel giugno del 1299. E allo stesso modo Bonifacio si era parimenti esposto economicamente sia con Carlo che con Giacomo, sebbene ora nei riguardi di costoro tenesse sempre più stretti i cordoni della borsa e ricordasse sempre che – come ha ben rilevato Mario Del Treppo – con la bolla del 1297 aveva ottenuto da Giacomo II, «dietro giuramento di fedeltà, pagamento del censo e servizio militare […], pegno di una politica a sostegno della Curia e contro i suoi nemici, alla quale l’Aragonese s’era vincolato l’anno prima, accettando la carica di ammiraglio e capitano generale della Chiesa e la guida di una crociata “pro subsidio Terre Sancte, vel contra quoslibet hostes dicte Ecclesie seu rebelles”». In forza di ciò, Bonifacio si sentiva pertanto legittimato a richiamare Giacomo al proprio dovere anche nel gennaio del 1300 ( R. Lamboglia, Aspetti della guerra del Vespro: la svolta del 1300 nella prospettiva di Giacomo II d’Aragona e di Ruggero di Lauria, "Bullettino dell'Istituto storico italiano per il Medioevo", 115 ( 2013 ), p. 333, 336-337 ).

                18. Conclusioni: i conti di Ventimiglia de excelso et magno genere...de alta sanch et de grand linatge

                Abbiamo notato che il passaggio di consegne del teschio di s. Anna si pone al centro di un complesso gioco diplomatico-militare che vede nel baricentro della politica mediterranea i conti di Ventimiglia, i quali, attraverso il matrimonio di Guglielmo Pietro I - nunzio a Genova dell'imperatore Michele VIII Paleologo - con Eudossia Làscaris, entrano in un vortice di trattative e contrapposizioni diplomatiche e militari, con i consanguinei imperatori di Bisanzio, sovrani d'Aragona e Sicilia, regnanti di Catiglia, Napoli, Ungheria, Maiorca e Francia. Il Paleologo scrive ai Genovesi nel 1262:

                mandat vobis nobilissimum comitem G[uilielmum] de Vintimilia karissimum generum imperii mei, qui cum dictis nunciis nostris venit ad illas partes. Vos quidem bene cognoscitis et certe sicut imperium meum dictum nobilissimum comitem cepit in tempore guerre et pugne et eum in quamdam civitatem imperii tenuit in carceribus. Ex quo autem imperium meum intellexit predictum comitem nobilem esse de excelso et magno genere vestro, et eciam, deprecacione et intercessione intermediante, liberavit eum de carceribus imperium meum et accepit eum generum imperium meum cum karissima nepte filia beate memorie imperatoris consanguinei imperii mei domini Theodoris Duce Lascaris, et dedit imperium meum prefato comiti yperperos vigintimilia ut ipse emeret intratum in vestro comuni. Quare imperium meum noluit ipsum in aliam terram transmittere et habitare facere eum alicuibi, nisi ad comune vestrum, dilectam fraternitatem imperii mei. Et propter hoc ad vos transmissimus habitare. Nam sperat imperium meum, propter amorem quem habetis circa imperium meum, sicut imperium meum habet amorem ad karissimam neptem imperii mei, ita vos habebitis ad eam honorem dignum et dilectionem convenientem similiter et ad karissimum generum imperii mei nobilissimum comitem G[uilielmum] de Vintimilia. Commisit autem imperium meum predictis nunciis nostris ut de facto sepe dicti comitis loquerentur vobiscum, ut disponeretis eisdem similiter iuxta leges habere ius proprium; similiter et de aliis capitulis vobis largius loquentur. ( L. T. Belgrano, Cinque documenti genovesi-orientali, “Atti della Società ligure di storia patria”, 17 (1885), p. 228 ).

                Altro matrimonio di spessore internazionale fu quello del cugino Enrico II di Ventimiglia con Isabella (del lignaggio Hauteville di Gesualdo?) contessa di Geraci, Collesano e Ischia, che fece ereditare al ramo albenganese della famiglia gli interessi rappresentati dall'antica dinastia comitale normanno-sveva consanguinea della casa reale e imperiale Staufen – sia tramite gli Hauteville sia per gli Aleramici accasati con i sovrani normanni - dislocata territorialmente nel centro strategico e economico del Mediterrraneo – con Geraci e Cefalù - e del Tirreno – con Ischia -. In Ischia, tra l'altro, arrivavano i finanziamenti dell'imperatore Michele Paleologo, che commissionava ai locali arsenali la costruzione delle taride - piccole galee a due alberi e due timoni - per la flotta bizantina.

                Situata approssitivamente al centro del Mediterraneo, la Sicilia costituisce un tratto d'unione e un ponte fra Italia e Africa musulmana, ma pur fra Oriente e Occidente. La contea di Geraci è attraversata dalle principali vie di comunicazione isolane che in essa si incrociano, dominando strategicamente e commercialmente l'interno siciliano. Infatti, 'segreto', ragion d'essere e spinta dinamica di 'lunga durata' storica della contea di Geraci sono i fattori saldati all'incontrarsi sul suo territorio dei due principali assi viari, commerciali e strategico-militari, che attraversavano la Sicilia di ancien régime. Uno fu la 'via del grano' – già descritta da Cicerone - afferente alla zona compresa tra la fiumara di Tusa – limes fra Sicilia ultra Salsum e citra Salsum – e il fiume Salso medesimo. Via maestra che consentiva alle grandi produzioni granarie dell'interno dell'isola di accedere ai porti tirrenici d'esportazione. L'altro fu la via Messina-Montagna. La vitalità del fondamentale asse viario Palermo-Messina, attraversante lo scenario dei Nebrodi, e di conseguenza il suo ruolo nevralgico, è documentato dalla sua definizione di Magna Via Francigena, che da Castronovo a Termini si spingeva a Polizzi e alle Petralie – luoghi occupati dai conti di Ventimiglia a partire dal 1258 -. Questa direttrice fu un altro fondamentale itinerarium peregrinorum della Sicilia centro-occidentale risalente al XII secolo. Alla fine del Duecento, questo ambiente fu teatro dell'esperienza religiosa della comunità eremitico-mendicante di s. Guglielmo da Polizzi e dell'istituzione monastica di S. Maria del Parto, sotto il patronato del conte Aldoino I di Ventimiglia, nonché del primitivo culto di s. Anna, peraltro testimoniato – nelle propaggini delle zone orientali - sin dal XII secolo - nel monastero messinese di S. Anna, di rito greco e in quello di S. Anna di Galati. ( He. Bresc, Un mond mediterranéen, Economie et société en Sicile, 1300 – 1450, Roma 1986, p. 356: M. Scaduto, Il monachesimo basiliano nella Sicilia medievale: rinascita e decadenza, Roma 1947, p. 153 ).

                La confisca dei beni di Enrico ci dà le dimensioni enormi del suo potere e l’incertezza assoluta della burocrazia angioina tra usurpazioni e legittime possessioni: nel 1271 il castrum (terra e castello) di Gratteri, recuperato sul proditor Enrico, viene dato a Guillaume de Moustiers e la contea viene divisa tra i Montfort: Geraci, Gangi e Castelluccio dati a Jean, e San Mauro, Ipsigro (oggi Castelbuono), Fisauli, Bilici e Montemaggiore a Simon. L’ultimo documento precisa anche che le terre di Polizzi, Isnello e Collesano facevano parte della contea, ma non vengono infeudate ai Montfort, prova che la contea di Geraci era un vasto comando militare e amministrativo, più esteso che non l’antico demanio feudale dei Craon e degli Ischia. ( He. Bresc, I primi Ventimiglia in Sicilia, "Intemelion", 1 (1995), p. 12 ).

                Non meno cardinale appare - come ampiamente osservato - pur la contea di Ventimiglia, Tenda e Vermenagna, per il commercio tra i mercati franco-provenzali, Genova e la pianura Padana. Per comprendere attriti e scintille scatenate da tali posizionamenti dinastico-territoriali dei conti di Ventimiglia – e il senso da attribuire all'arrivo da Reims della sacra reliquia di s. Anna – occorre ricostruire a grandi linee alcuni avvenimenti che costituiscono il retroterra storico e le premesse logiche.

                La route de Tende, en Ligurie occidentale, n’avait pas moins de valeur. Par ailleurs, la Rivière du Ponant, singulièrement troublée, appelait à intervenir. En 1258, les traités conclus par Charles Ier, avec des membres de la famille des comtes de Vintimille, lui avaient reconnu de vastes droits sur le comté homonyme. Un comté de Vintimille provençal prenait forme. Il s’étendait, dans la montagne, jusqu’au bassin supérieur de la Nervia. Il englobait tout le haut du val de Roya. Il assurait une ferme maîtrise de Tende et de son col.

                Le succès demeurait partiel. Le comté de Vintimille angevin n’incluait pas la cité de ce nom. Par le traité de 1262, Gênes bornait les terres provençales, sur la bande côtière, à La Turbie. Elle se réservait le littoral de Monaco à Vintimille. À terme, un affrontement sérieux était inévitable. De longues querelles opposaient, à partir de 1272, Charles Ier aux Génois, bientôt rejoints par les Vintimille. Une paix se concluait en 1276, mais le différend ne s’achevait vraiment qu’en 1289. Le comté de Vintimille provençal en sortait amoindri. Une branche des Vintimille s’était retranchée dans la haute Roya et la haute Vermenagna, soustraite au Piémont angevin. Elle avait définitivement saisi le col de Tende. Son alliance matrimoniale avec les Lascaris haussait sa gloire au rang des plus grandes familles. Elle constituait, désormais, une difficile interlocutrice pour les Provençaux.

                La suite des Vêpres confirmait le repli provençal. Gênes devenait une alliée potentielle de grand prix pour les Angevins, face aux Catalans et aux Siciliens. Charles II poursuivit obstinément son amitié, au prix de larges concessions. Sur les confins de la Ligurie occidentale, il renonçait à l’expansion, pour adopter une attitude des plus conciliantes envers la Commune. Dès 1289, il lui rendait Roquebrune, prise lors de la précédente guerre. En 1301, il lui restituait Monaco. Pour y parvenir, il récupérait la localité sur ses propres amis. Des exilés guelfes génois, les Grimaldi, l’occupaient depuis 1297. Il les indemnisait à grands frais. La Provence au Moyen Âge, a cura di AurellBoyerCoulet, p. 208).

                Nell’anno 1262 il Comune di Genova, era impegnato con la guerra contro Venezia, mentre Marsiglia si era sollevata contro Carlo d'Angiò; motivi, questi, sufficienti perché sia Carlo sia Genova cercassero un accordo. Il 21 luglio 1262 fu stipulato il trattato tra le due parti. Così sono determinati i confini territorioli e le aeree di influenza. Genova tiene Ventimiglia, Monaco e Roccabruna, come pure Podium Pini (Pigna), con Mentone, possesso di Guglielmo Vento, vassallo guelfo dei conti di Ventimiglia; essa si obbliga a non impadronirsi in nessun caso dei territori posseduti da Carlo nella contea di Ventimiglia, a partire dal confine di Monaco e dal territorio di Turbia fino al Rodano. Il Comune rinunzia inoltre a tutti i diritti spettantigli sulla parte della contea ventimigliana detenuta da Carlo, come pure su Briga e Castellar, ancora occupati dai conti di Ventimiglia, nonostante la vendita effettuata nel 1258 dal conte Guglielmino di Ventimiglia all'Angiò. A sua volta Carlo rinunzia a intromettersi nei possessi del Comune sulla riviera di Ponente, dalla cresta dei monti fino al mare. Carlo concederà ai Genovesi protezione nella Provenza, salvo il caso, appena ipotizzabile, che volessero entrarvi in armi per assalire i re di Francia o d’Aragona.

                La politica siciliana non è estranea a tale patto, infatti consegueza necessaria della pace fu che ai Genovesi fu concesso libero commercio nel Regno di Sicilia. Fu inoltre esplicitamente stabilito che in caso di future dichiarazioni di guerra sarebbero stati accordati due mesi di tempo per l’allontanamento delle rispettive parti interessate. Non furono tuttavia rinnovati gli antichi privilegi siciliani dei Genovesi, che nei domini di Carlo avrebbero avuto il medesimo trattamento degli altri mercanti stranieri. Dal punto di vista del re ciò si comprende facilmente. Egli fa solamente pace col Comune senza pero entrare con esso in rapporti di alleanza e amicizia. Nondimeno, secondo un documento del 25 giugno 1269, Ansaldo Fallamonica, capitano genovese della Riviera ponentina, immette il Siniscalco angioino di Lombardia, nel possesso di alcuni castelli, ob reverentiam et gratiam illustri Karoli regis Sicilie, con salvezza dei diritti del Comune e del trattato con Carlo del 1262. Una cessione temporanea per ragioni tattico-strategiche sembrerebbe dunque, senza rinunzia ai diritti sui castelli nell'area di influenza genovese. I nomi delle localita sono: Castrum Macri, Cunei, Lexinaschi, Lavinie, locus Aurigi, Cenova, Caravonice, tutti a nord di Oneglia, nei monti della Val Arroscia, di diritto appartenenti a Enrico II di Ventimiglia e fratelli, cittadini genovesi già seguaci di Manfredi e Corradino di Svevia e assediati al tempo nei castelli di Cefalù e Geraci in Sicilia. Negli Annali, 265 [IV, 118], Enrichetto di Ventimiglia combatte in Sicilia nel 1269 contro i Francesi assedianti. I suoi beni furono confiscati da Carlo, al quale Genova dava una mano per garantirsi il lucroso commercio siciliano. Gli unici castelli di Enrico non occupati in Liguria dai Francesi sembrano pertanto essere quelli di Pietralata, Pornassio, Cosio e Chiusanico.

                Ancora, nel dicembre 1272 gli esiliati guelfi - scacciati da Genova dai Ghibellini – tentarono nuovamente di stabilirsi nel territorio di Genova. Ianella de Advocatis – affine dei conti di Ventimiglia - con dei partigiani dei Grimaldi prese il castello ventimigliano di Apricale, a nord-est di Ventimiglia, d’accordo con alcuni abitanti del medesimo. Per impedire ulteriori progressi ai ribelli, fu mandato in quelle contrade Oberto Sardena in qualita di vicario. Egli non poté impedire che Guglielmo Vento consegnasse al Siniscalco della Provenza il suo castello di Mentone situato sulla costa. Ciò costituiva una decisa violazione del trattato del 1262, cosi anche i Capitani del Popolo genovesi non si peritarono di agire a lor volta manu militari. Archerio Vacca – di altro lignaggio genovese consanguineo dei conti di Ventimiglia - come loro inviato, prese cinque castelli del conte Enrico II di Ventimiglia e dei suoi fratelli nella valle di Oneglia, sui quali Carlo aveva posto il sequestro; probabilmente però vi furono accordi preventivi coi proprietari, che in cambio dell'aiuto dovettero riconoscere a Genova il vassallaggio per i castelli restituiti. Rimase così precluso agli assalitori angioini l’accesso alla Riviera dalla parte del nord dei monti. Annali, 275 [IV, 152]: quibus rex Karolus dictos comites spoliatos tenebat; soltanto che Genova nel 1269 aveva contribuito a quella spoliazione, sottoscrivendo pure – in agosto - un accordo con la parte angioina e papale che gli garantiva alcuni privilegi in Sicilia e prevedeva esplicitamente che Carlo continuasse a detenere i castelli dei ribelli conti di Ventimiglia, pur se ricadenti sotto la teorica giurisdizione genovese.

                .Nel maggio 1274, Genova riprese la guerra sulla riviera occidentale, da principio con molto successo. Ansaldo Lusio vi venne mandato come vicario. Egli raccolse un numeroso esercito, penetrò nei monti a nord di Ventimiglia e riconquistò i castelli che Carlo aveva in passato comperato da alcuni conti di Ventimiglia. Non invano il conte Guglielmo di Ventimiglia si era adoperato per l’unione dei Ghibellini con Alfonso X di Castiglia; ora vennero restituiti a lui e ai suoi fratelli i possedimenti aviti, fra cui sembra fosse stato compreso anche Penna. Guglielmo Pietro e il cugino Enrico, rientrato in Liguria, diventano i più stretti collaboratori di Guglielmo VII del Monferrato, vicario - e genero - di Alfonso di Castiglia nelle terre lombarde e capo dei Ghibellini che appoggiano l'elezione del castigliano all'Impero. Infatti, Alfonso si presenta quale erede dell'ideologia del tradizionale partito svevo. Enrico, tra l'altro, è presente come primo testimone in diversi atti notarili e pergamene del marchese di Monferrato, risalenti al 1272, evidenziando le sue funzioni di principale collaboratore del monferrino.

                Il 19 gennaio 1274 ( I Libri Iurium della Repubblica di Genova, a cura di E. Madia, Roma 1999, 1.5., p. 206-214 ), il conte Enrico II di Ventimiglia e alcuni signori di Garessio cedono al Comune i loro diritti sui castelli e giurisdizioni di Cosio e Pornassio. E’ detto che ciò avrebbe corrisposto ad un impegno anteriore, in quanto, spogliatine da Roberto de Laveno, avevano potuto esserne reintegrati con l’aiuto del Comune. Come dimostrano i tre documenti successivi, con la stessa data cronica, un conferimento feudale ebbe luogo, sia a Pornassio sia a Cosio per Guglielmo ed altri signori di Garessio e per il conte Enrico, quale comproprietario per 1/8 della signoria.

                Guglielmo Pietro e Enrico Ventimiglia visitano nel 1273 Alfonso X a Requeňa, a capo di una delegazione di nobili lombardi, consegnando a Alfonso le missive dei suoi sostenitori e elettori alla candidatura imperiale. Il conte di Ventimiglia, nell'occasione, chiede l'invio di 500 'lance' a supporto di “coloro che lo hanno eletto imperatore”, contro Carlo d'Angiò. A seguito di questa richiesta leCortes a Burgos finanziano l'impresa richiesta dai Ventimiglia, e a Genova, nel 1274 in due riprese, sbarcano circa 1100 cavalieri e armigeri castigliani che volgeranno a favore dei ghibellini liguri-piemontesi la guerra contro gli Angiò. Infatti, dopo la vittoriosa battaglia di Roccavione del 1275, una lega di Asti, Genova, Pavia, i marchesi di Monferrato e Saluzzo e i conti di Ventimiglia costringe gli Angioini a lasciare il Piemonte-Liguria. Guglielmo Pietro di Ventimiglia - rappresentante diplomatico sia di Alfonso X di Castiglia sia di Michele VIII Paleologo – ed il figlio Giovanni I negli atti della cancelleria aragonese sono d'ora in avanti denominati conti di Ventimiglia e della val Vermenagna (la valle piemontese di Roccavione, Robilante, Vernante e Limone) come in una missiva di Giacomo II d'Aragona del 1296: nobili et dilecto Iohanni comiti Vigintimilie ac domino vallis de Vermenalla carissimo consanguineo suo salutem et graciam (Miret y Sans, Nuevos documentos, p. 16).

                Era di grande importanza per il comune di Genova la restituzione di Roccabruna. Tanto di persona quanto mediante lettere e messaggi, i due conti di Ventimiglia furono invitati a consegnare i castelli da essi occupati nell'area di influenza angioina della contea di Ventimiglia, ossia Saorgio, Briga e Castiglione - condizione posta dagli Angiò per restituire Roccabruna -. Non avendo essi accondisceso alla esortazione del Comune, i genovesi Capitani del Popolo, in esecuzione della convenzione, ordinarono che dal 29 settembre 1276 in poi nessuno piu prestasse loro aiuto. Genova non era obbligata a fare di piu e la diffida veniva concepita nella forma piu stringata possibile. Tuttavia Carlo ebbe piu tardi a lagnarsi perché, contrariamente ai patti della convenzione, fu dato ricetto agli abitanti della contea, esortando il Comune ad attenersi in seguito piu strettamente agli accordi. Non è chiaro fino a qual punto fossero giustificate le lagnanze di Carlo. Forse furono originate dalla stizza per non esser riuscito a sottomettere i conti. Carlo non era riuscito a ritornare nel reale possesso dei luoghi a suo tempo acquistati. Guglielmo Pietro e Pietro Balbo dominavano sul passo di Tenda e quindi era loro possibile ottenere dal Piemonte quell’appoggio di cui disponevano meno nella Riviera. Alla fine sembra che un armistizio abbia precariamente posto fine alle ostilità. Ad ogni modo Roccabruna non fu restituita a Genova, il che pero non fu causa di turbamento della pace.

                Pietro Balbo di Ventimiglia conclude una lega con Cuneo ( Gioffredo, Storia delle Alpi Marittime col. 635 ), nella quale è fatta riserva che nessuna delle parti debba prestare aiuto all’altra contro Genova, Asti ed il re di Sicilia. In quel tempo dovevano essere in possesso dei conti: Tenda, Briga, Saorgio, Breglio, Pigna, Rocchetta, Castellar, Bussana, Limone e Vernante. Alcuni autori pongono l'armistizio tra conti di Ventimiglia e Angiò al 17 marzo 1278, secondo un documento che dicono di aver consultato nell'Archivio dipartimentale di Aix. Vi intervenne Guglielmo Pietro, con i figli - i due ragazzini Giovanni e Giacomo - il fratello Pietro Balbo e il nipote Guglielmo:

                Nel trattato di tregua de’ 17 marzo l278. tra il Senescallo della Provenza e Forcalquier e li signori di Ventimiglia sopra le guerre, che erano tra essi e il re di Gerusalemme e di Sicilia, agiva Pietro Balbo conte di Ventimiglia a nome suo e di Guglielmo Pietro suo fratello e Guglielmo suo nipote, onde leggesi nella enunciativa: « et nobilis vir Petrus Balbns, comes Vintimilii, nomine suo et nomine domini Gulielmi Petri fratris sui et nomine domini Gulielmi nepotis sui etc.“ e nella dispositiva «eidem domino Petro Balbo et domino Gulielmo fratri suo etc.» ( V. Angius, Sulle famiglie nobili della monarchia di Savoia, Torino 1837, 4., p. 231; F.-A. A. de La Chenaye-Desbois, Dictionnaire de la noblesse, Parigi 17742, 8., p. 731 ).

                Nella primavera del 1289 Carlo II, nel suo viaggio alla corte papale, si fermò a Genova. Non abbiamo dati per conoscere se egli vi avesse avuto trattative mentre il papa non lo aveva ancora sciolto dal giuramento prestato ad Alfonso; egli si diede comunque subito da fare per suscitare nella cittadinanza - del cui appoggio egli intendeva valersi in appresso - disposizione favorevole all’accoglimento di eventuali sue richieste. Il 23 aprile egli entrò in città dichiarandodi voler restituire a Genova il castello di Roccabruna con tutte le sue dipendenze Certo Carlo II era ben lungi dall’idea di adempiere a siffatta promessa. La pace del 1276 lo autorizzava allo scambio di Roccabruna per ottenere la restituzione dei castelli occupati dai conti di Ventimiglia, che Carlo I non era riuscito a toglier loro. L’armistizio, al quale quest’ultimo aveva finalmente aderito, doveva porre un argine alla guerra di soli pochi anni e allorché essa scoppiò nuovamente, i sudditi genovesi della riviera occidentale fino ad Albenga si tennero dalla parte dei conti.

                Non è chiaro quando la guerra fosse nuovamente scoppiata, in ogni caso prima del 12 ottobre 1283 quando Castellar è conquistata dal siniscalco angioino di Provenza - Si può ammettere che vi avessero giocato intrighi sia Pietro III d'Aragona sia Alfonso X di Castiglia. I conti avevano mantenuto le loro antiche relazioni con gli avversari della casa d'Angiò; Aldoynus de Vingtimilliis, comes Yscle maioris, figlio primogenito di Enrico II di Geraci, insieme a 39 conti e cavalieri - tra i quali Arnau Roger conte di Pallars, marito della cugina Làscara di Ventimiglia, Pietro Ferrandi fratello del re aragonese e Giacomo II infante – giura di revocare omaggio e fedeltà a re Pietro III d'Aragona se non si presenterà alla disfida di Bordeaux contro Carlo I d'Angiò, il prossimo primo giugno (Défi (ou provocation) à un combat en champ clos, à Bordeaux, entre le roi d’Aragon et le roi de Sicile.(1282 v. st.)BnF, Fonds Périgord, t. 10, cahier 7, p. 36). Prestò servizio militare in Sicilia immediatamente dopo il Vespro del 1282 come miles e familiare regio e fu presente come testimone nei più importanti atti della corona aragonese riguardanti la Sicilia. In una lettera del sovrano aragonese al suo segretario e cancelliere Giovanni da Procida del 29 luglio 1283 si accenna a una petizione presentata dal conte Aldoino – probabilmente per ottenere l'investitura della contea di Geraci – a cui re Pietro risponde prendendo tempo in vista di una tranzazione: placeret nobis quod inde tractaretur aliqua ydonea composicio quam nobis significare debeatis ( A. de Saint-Priest, Histoire de la conquete de Naples par Charles d'Anjou frére de saint Louis, Parigi 1849, 3 , p. 435, 656 ).Vedi ad esempio l'omaggio di Giacomo II al fratello Alfonso del 12 febbraio 1285 in Palermo ( de Saint-Priest, Histoire de la conquete de Naples, 3., p. 293 ). Oppure, il 2 ottobre 1286, Aldoino presenzia alla cessione dei diritti sul trono di Sicilia operata da Beatrice, figlia del fu re Manfredi - col consenso del marito, Manfredi di Saluzzo - al nipote Giacomo d'Aragona.

                Non da meno fu il ruolo di altro leader del ghibellinismo - anche se andava lentamente avvicinandosi alle posizioni francesi e papali - ovvero di Alfonso X re di Castiglia e dei Romani, che nel 1281 non aveva fatto mancare lo sbarco a Genova di un piccolo contingente di trecento cavalieri e cento balestrieri sotto la guida del genero e consuocero Guglielmo VII di Monferrato.

                Nel 1271 il predetto conte di Ventimiglia [Guglielmo Pietro] viveva ancora del suo soggiorno di Spagna e interveniva come testimonio a’ patti del matrimonio, conchiuso addì 18 ottobre di detto anno in Murcia tra l’infante Giovanni, figlio d’Alfonso re di Castiglia, e Margarita figlia di Guglielmo marchese di Monferrato ( Angius, Sulle famiglie nobili, p. 117 ).

                All'epoca Guglielmo Pietro di Ventimiglia è un affine di Alfonso X, attraverso la nipote della moglie, Caterina Angelo Ducas, sposa nel 1274 di Federico infante di Castiglia, fratello del re. Ma la fortuna dei conti di Ventimiglia fu loro tanto poco propizia che, probabilmente, perdettero allora Saorgio e il 18 dicembre 1285 condiscesero ad una pace definitiva col Siniscalco di Provenza. Pietro Balbo, con i figli di Guglielmo Pietro I - nel frattempo deceduto - Giovanni I e Giacomo, reduci dal servizio armato presso Pietro III d'Aragona, insieme a Enrico II conte d'Ischia e Geraci, e altri delegati, si obbligarono di fronte al re di Napoli a prestare il giuramento di vassallaggio per i loro possedimenti nella contea di Ventimiglia e nel Piemonte, però la loro contea non doveva essere soggetta alla piena sovranità del re; in particolare essi non dovevano sottostare alle imposte da cui erano gravati gli altri vassalli. Una tale sovranità puramente nominale non poteva costituire idonea contropartita alla mancata consegna dei castelli e il passo del Colle di Tenda era rimasto nelle mani dei conti. I castelli di Castellar e Gorbio – insieme a quelli di Val Lantosca a nord di Nizza - furono materialmente restituiti ai conti il 7 gennaio 1287. Così come la contea del Maro/Valle di Oneglia fu riconosciuta a Enrico II come vassallo di Genova. Agli Angiò furono riconosciuti i manieri di S. Agnese, Codolis (tra Sospello e Lucerame), Lamenone ( presso Sospello ) e Castiglione, nell'entroterra di Monaco. ( Angius, Sulle famiglie nobili, p. 118 ).

                Nel dicembre diel 1289 l'Angiò sotttoscrive il trattato di Corbeil-Essonnes con il re dei Francesi, che gli assicura 150.000 onze d'oro per la Guerra del Vespro, mentre Carlo rinuncia all'Angiò e al Maine per il futuro genero Carlo I di Valois (in cambio ottiene Avignone). Nel gennaio 1290 abbiamo incontrato Giovanni I Làscaris di Ventimiglia accanto alla regina Maria Arpad nel palazzo sanremese di Opizzo Fieschi, cugino dell'arcidiacono di Reims, quando il cardinale Gerardo da Parma è di ritorno dalla sua legazione proprio a Reims, e si appresta a contribuire al trattato di pace con l'Aragona. Infatti il 23 aprile 1290 Carlo II d'Angiò si incontra a Figuéres con re Alfonso III d'Aragona in preparazione del trattato di Brignoles-Tarascona del 19 febbraio 1291, presente il cardinale Gerardo, ottenendo la neutralità del sovrano aragonese e l'isolamento di Giacomo II d'Aragona re di Sicilia. Ma la morte di Alfonso nel seguente giugno e la salita del fratello Giacomo sul trono aragonese rimette tutto in discussione.

                I cartulari notarili genovesi pervenutici, contenenti un consistente numero di atti rogati in Gaeta e in Napoli (questi ultimi recanti la significativa data topica in logia Communis Ianue) risalgono rispettivamente al 1294 e al 1297-98. Ciò costituisce indice del ristabilimento di relazioni commerciali, probabilmente comprendenti anche la restituzione di antiche proprietà, già prima che le relazioni politiche fossero definitivamente ripristinate dal trattato di pace angioino-genovese stipulato il 2 giugno 1300 e rinnovato il 9 maggio 1301, dopo una breve crisi nella quale Federico III di Sicilia – fratello di Giacomo, a sua volta isolato nella guerra contro gli Angiò - aveva tentato di inserirsi offrendo – con la missione diplomatica guidata da Enrico II di Ventimiglia – gli antichi privilegi.

                Sono questi gli anni dove i nodi vengono al pettine, ad una decina d'anni dai Vespri i conti di Ventimiglia, sia pure tra le mille difficoltà incarnate dal tremendo blocco di potere franco-papale, hanno iniziato a vedere i frutti dell'adesione al progetto imperialistico aragonese che sta assumendo gradualmente l'egemonia politico-economica nello scacchiere mediterraneo. Nel marzo 1293, Giacomo II d'Aragona, ad esempio, propone a Mariano II de Bas - giudice d'Arborea, parte di Cagliari e Torres e vicario pontificio in Logudoro - tramite un suo nuncio, il matrimonio suo o del figlio con una figlia di Eudossia Làscaris, probabilmente si tratta di Làscara, vedova dal 1288 del conte di Pallars. Mariano secondo il cronista Villani fu “uno de' più grandi e possenti cittadini d'Italia, tenente in Pisa numerosa corte e codazzo di cavalieri, che seco lui rumoreggiavano per quelle vie”:

                Item diga lo dit Berenguer Dezmas al dit en Maria que con lo dit senyor Rey aia entes elle essere sens muller que ha entes et te per bo si ell o vol, que ell faça matrimoni entre ell et la filla de la Infanta de Grecia que es de alta sanch et de grand linatge, et si ell no volia pendre muller on volia dar a son fill, que tendria el senyor Rey per bo quel dit matrimoni se fahés et complis entrel dit fill seu et la filla de la dita infanta de Grecia (J. Miret y Sans. Nuevos documentos de las tres princesas griegas, “Revue hispanique”, 19 (1908), p. 135).

                La proposta di unire Pallars e Bas, probabilmente, aveva come prospettiva rafforzare la parte aragonese nella guerra con la Francia-Navarra che aveva occupato la valle pirenaica di Aran e parte della contea di Pallars, nonché allontanare una possibile alleanza dei Bas con un lignaggio pisano, in vista della conquista della corona di Sardegna, che giungerà per Giacomo II nel 1297, in cambio della rinuncia alla Sicilia e dell'isolamento del fratello Federico. Negli stessi anni delle trattative siciliane Giacomo II intavola colloqui per risolvere la guerra pirenaica, ma senza soluzioni:


                Durant quinze anys, nombroses ambaixades al rei de França, al Papa i a altres personalitats intentaren pressionar per obtenir la resolució del cas de la Vall d’Aran. Una d’aquestes ambaixades, portada a terme pel famós metge i filòsof Arnau de Vilanova, el 1299, conduí a la celebració d’una reunió a Montpeller entre delegats dels dos regnes, entre 1300 i 1301, en la qual es tractaren tant la devolució de la Vall d’Aran com les invasions del comtat de Pallars per un noble occità, Arnau d’Espanya, com les vexacions als mercaders catalans que comerciaven a Occitània; Jaume II comptava que la reunió acabaria amb la devolució de la Vall d’Aran, però no s’hi resolgué res ( M. T. Ferrer i Mallol, L’ocupació francesa de la Vall d’Aran el 1283 i la devolució de 1313 al Tractat de Poissy, in La reintegraciò de la Vall d'Aran a Catalunya, a cura di P. Benito Moncluis [ et al.], Barcellona 2015, p. 32 ). 

                In ogni caso, la contessa di Pallars resta tra i maggiori esponenti dell'aristocrazia aragonese. Làscara di Ventimiglia, «dona altiva i batallera», aliada de Ramon d'Urtx [ il tutore delle figlie n.d.r. ] i que sovint plantava cara als oficials reials i al mateix Jaume II ( I. M. Puig i Ferreté, La casa comtal del Pallars, senyora de Berga i de la baronia de Mataplana als segles 13.-14., in 23. Assemblea intercomarcal d'estudiosos, Berga 1982, p. 123 ). Ad esempio, nel novembre del 1295 Làscara Làscaris di Ventimiglia – nella sua qualità di contessa di Pallars – è invitata, con i proceres del regno, alla vista di Jonquera-Vilabertrán con Carlo II d'Angiò, per ratificare e applicare il trattato di Anagni tra Giacomo II e papa, re di Francia e di Sicilia. La Ventimiglia riceve dal tesoro reale, nel successivo dicembre, un rimborso di quattromila soldi barcellonesi per la trasferta sua e dei cinque cavalieri della scorta ( S. Pèquignot, Au nom du roi. Pratique diplomatique et pouvoir durant le règne de Jacques II d'Aragon, Madrid 2009, p. 339 ).

                Arnau Roger I va succeir el seu pare l’any 1256 i fou un dels protagonistes de les rebel·lions nobiliàries esdevingudes entre 1275 i 1280. El rei Jaume I el nomenà l’any 1275 tutord’Ermengol i d’Àlvar d’Urgell. Concedí als seus germans Bernat Roger i Bernat de Comenge  diversos territoris en feu. Fou un fidel col·laborador del rei Jaume I, el qual el féu casar, en segones núpcies, amb Làscara de Ventimiglia, filla de la princesa bizantina Eudòxia Làscaris. Acompanyà al rei Pere II en les seves campanyes a Tunis i Sicília. Aprofitant la seva llunyania del soli pallarès, els Comenge envaïren el Pallars per primera vegada. Arnau Roger I va morir quan tenia uns cinquanta-quatre anys sense descendència, de manera que el comtat passà a mans del seu germà Ramon Roger I, però els Comenge intentaren obtenir el tron pallarès envaint el comtat per segona vegada [ ... ] A la mort de Ramon Roger I, els Comenge intentaren de nou envair el Pallars, per la qual cosa el rei Jaume II, va retenir el comtat l’any 1296, ja que encara no havia estat lliurat a Sibil·la. Sibil·la ( 1295-1330 ) va haver de vendre’s el domini directe del Pallars Sobirà, a canvi de la defensa i protecció per part del rei Jaume. Així, el monarca obtenia el control de tota la frontera superior i el contacte amb Occitània i incorporava a la corona aquest comtat independent. J. M. Palau i Baduell, La moralitat dels clergues i laics als Comtats de Pallars através de les visites pastorals de 1314 i 1315, Màster de Cultures Medievals, Universitat de Barcelona, Gener 2009, p. 14 - 15 ).

                Fra il 19 ottobre 1299 e il dicembre 1301, con in mezzo il trattato di Catania del 19 agosto 1301, si pone la seconda legazione in Sicilia del cardinale di Parma, il quale, in oltre due anni di permanenza in Sicilia, avrà avuto modo di conoscere e apprezzare Enrico II di Ventimiglia. Questi, sulla scia delle proposte di pace del legato apostolico, richiese la restitutio in integrum dei beni – compresa l'importante contea di Ischia – a Carlo II d'Angiò, ottenendone due privilegi del 28 luglio 1300, uno che garantiva la successione ai figli dell'anziano conte di Ischia e Geraci, l'altro la restituzione dei beni feudali, che fu concessa, eccettuata Ischia, importante centro marinaro di commercio e produzione dell'allume, caduta nel luglio 1299 in potere angioino.

                Per inciso, rammentiamo che la cognata di Enrico II di Ventimiglia – moglie del fratello Filippino – fu Iliana, appartenente alla nobile schiatta dei Della Volta, visconti di Genova e monopolisti del commercio dell'allume nel Mediterraneo insieme con gli Zaccaria – e uno Zaccaria è procuratore di Anna-Costanza Staufen in Aragona - possedendo, tra l'altro, l'importante emporio asiatico di Nuova Focea. E nel 1281 Filippo della Volta riacquista dal nipote Filippino di Ventimiglia quota dotale dei pedaggi di Voltaggio ( R. Pavoni, E. Podestà, La valle dell'Orba dalle origini alla nascita degli stati regionali, Ovada 2008, p. 214 ). Giovanni Della Volta in Valenza sin dal 1277 detenne licenza di esportare grano. Un protocollo notarile del 1264 ci informa che Guglielmo Pietro, in Genova, raccoglieva finanziamenti e si poneva come garante per la restituzione dei prestiti dei banchieri genovesi al sovrano castigliano, in particolare per 589 dobloni (2344 genovini d'oro). Ugo Vento - di famiglia vassalla dei Conti di Ventimiglia per i castelli di Mentone e Roccabruna - era contestualmente nominato Grande Ammiraglio del Regno di Castiglia. Al 31 marzo 1268 risale un contratto di cambio tra il conte Guglielmo Pietro - affiancato dal socio Borgognone Embriaci - e i soci Israele di Giacomo Vento e Bartolino Silvagno, in cui il conte di Ventimiglia dichiara di aver ricevuto 600 lire genovesi e si impegna a pagare in Murcia 3600 bisanti, con la clausola di corrispondere ulteriori soldi 5 e denari 6 di Genova per ogni bisante eventualmente non restituito in Spagna. L'atto è interessante poiché prova il legame dei Conti di Ventimiglia con il casato patrizio degli Embriaci - mercanti di pannilana e signori feudali in Terrasanta -. Nonché con i Vento, come gli Embriaci, Doria, Castro e Spinola, appartenenti al clan-albergo dei Della Volta, formato da famiglie discendenti dai Visconti di Genova, dominanti, per larga parte dei secoli XII-XIII, la Compagna genovese e l'attività commerciale e bancaria di questa repubblica ( A. Busson, Die Doppelwahl des Jahres 1257 und das römische Königtum Alfons X. von Castilie, Münster 1866, p. 89; M. G. CanaleStoria politica, commerciale e letteraria della Repubblica di Genova, dall'origine fino al 1340, Capolago 1851 3., p. 24 ).


                Scorcio della fortezza di Jativa, città famosa per la produzione ed esportazione di carta, tessuti di porpora e seta, “
                lo pus reial castell que nult hom haja, ço es, negun rei”, secondo il cronista Muntaner, in possesso di Eudossia, contessa di Ventimiglia, dal 1286 al 1311.

                L'accordo di Catania del 1301, come quello di Brignoles-Tarascona del 1291, costituiscono i termini del contributo del cardinale Gerardo - legato a Reims e poi in Sicilia e già disponente delle reliquie di s. Maria Maddalena, trasferite a Roma dalla Provenza, pur risultando estremamente preziose per il loro scopritore Carlo II d'Angiò – termini cronologici entro cui la reliquia di s. Anna e la miracolosa statua della Mare de Deu – in pretto stile gotico francese – poterono giungere ai Ventimiglia di Geraci ed ai Làscaris di Ventimiglia in Catalogna, sia per il loro ruolo diplomatico nella composizione della Guerra del Vespro, sia per la loro stretta relazione con gli Angiò, prigionieri nei castelli di Cefalù e Siurana, e con i nipoti di Luigi IX Capeto ospitati per sette anni nel castello ventimigliano di Jàtiva/Xàtiva.

                Il principe di Taranto poco esperto nelle cose strategiche si risolse di sbarcare a Trapani nel Val di Mazzara. Federico trincerato in Castrogiovanni spiava tutti gli andamenti del nemico per quindi coglierlo alla sprovvista. Affrontatisi i due eserciti nella pianura di Falconara ( fra Marsala e Mazzara ) ne seguì vivissima battaglia addì I dicembre, che riuscì fatale agli angioini. Da due ferite rimase offeso il re Federico nella faccia e nella destra. Filippo di Taranto sconfitto e ferito mortalmente, vi sarebbe stato ucciso dal catalano Martino Perisderos se non accorreva a tempo il re Federico che gli salvò la vita. Nulla di meno, quel principe divenne prigioniero del re Siciliano, assiem con dugento cavalieri scampati dalla morte, che menati furono nella fortezza di Cefalù.

                All'annunzio della rotta di Falconara, papa Bonifacio ne sentì il più vivo cordoglio, riguardando egli i Francesi come naturali protettori de Guelfi. Ma non fu questo il solo rovescio provato dagli Angioini in quella spedizione: perciocché avendo il Loria stimato opportuno condursi in Napoli, sì per rinfrancarsi della rotta, che per trovare i mezzi come proseguire la guerra con vigore, scongiurò il duca di Calabria e gli altri capitani di nulla intraprendere, se pria non fossegli ritornato con qualche rinforzo. Ma questo consiglio del Loria non fu adempiuto; poichè il duca Roberto sopraffatto da uno stratagemma del castellano di Gallerano [ Gagliano n.d.r. ], che con false cifre l'offriva la resa di quel castello, vi spedì delle milizie sotto gli ordini di Ugo da Brenna [ recte Gautier V de Brienne n.d.r. ] conte di Lecce a prenderne il possesso. Fu fortuna pel duca di Calabria il non andarvi, perché trattenuto dalle preghiere di Violante sua moglie. Il conte da Brenna fu a tempo avvertito da guida fedele a dover declinare il cammino; ma ei con temerità e disprezzo dirittamente marciando cadde in agguato tesogli dal capitano Blasco d'Alagona. Si combattè alla disperata, e le genti del duca di Calabria non potendo serbar ordinanze per lo disuguaglio del luogo, urtarono a corpo perduto, restando quasi tutte trucidate o prigioni collo stesso conte da Brenna. ( Camera, Annali delle Due Sicilie, p. 63 ).

                Nel frattempo Filippo di Taranto si scontrò con Martino Peres de Ros, per caso. Martino, ignaro di chi fosse il suo avversario, colpiva il principe con la mazza nel tentativo di abbatterlo. Quest’ultimo riuscì a ferire il suo avversario, con ripetuti colpi di pugnale, tra il mento e le labbra. L’altro ferì leggermente al volto Filippo. I due, azzuffatisi, precipitarono a terra. Il principe, temendo di essere assassinato da una mano ignobile, invocando la Madonna, svelò la sua identità. L’aragonese, che era sul punto di tagliargli la gola, arrestò il colpo e chiamò Blasco, che combatteva lì vicino. Questi, riconoscendo il principe, ordinò agli almogavars Domenico Gilio e Arnaldo Fusterio di ucciderlo, così da vendicare la morte di Corradino ( Mancuso, La battaglia della Falconaria, p. 20 ).

                Negli stessi anni della legazione di Gerardo da Parma, dopo le battaglie di Falconaria e Gagliano del 1299, nella Cefalù abbellita dal sontuoso palazzo di Enrico II di Ventimiglia - detto Osterio magno - e dai suoi lavori al duomo normanno, era tenuto prigioniero altro figlio di Maria Arpad e Carlo II d'Angiò, ovvero Filippo, principe di Taranto, principe d'Acaia e duca d'Atene, vicario generale dei regni di Sicilia e Albania, marito di Thamar Ducas Angelo - matrimonio da porre tra l'11 ottobre e il 17 novembre 1294 -. Thamar è la figlia di secondo letto di Niceforo despota di Epiro, già marito di Maria Làscaris, sorella della contessa di Ventimiglia. Maria II Angelo Ducas, la figlia di Maria Làscaris - ossia la nipote della contessa di Ventimiglia - sposa, intorno al 1292/93, Giovanni I Orsini, conte palatino di Cefalonia, dai quali nasceranno Nicola e Giovanni II Orsini, despoti di Epiro e Margherita Orsini. Quest'ultima sposerà Guglielmo di Tocco, governatore dell'isola di Corfù e ciambellano di Filippo I d'Angiò principe di Taranto. Dalla coppia Orsini - di Tocco discenderanno i futuri despoti di Epiro. A fine Trecento, Enrico III di Ventimiglia, conte di Geraci, sposerà Giovanna di Tocco - figlia di Leonardo I conte di Cefalonia - mentre Carlo II di Tocco, despota di Epiro, intorno al 1430, sposa Raimondina di Ventimiglia - nipote abiatica di Enrico III -. Come si può osservare la relazione tra i conti di Ventimiglia e i despoti di Epiro costituisce una struttura parentale e politica di lunga durata che non è possibile relegare e catalogare in un rapporto episodico. Con i conti di Ventimiglia i di Tocco condividevano il culto familiare per s. Anna e nel loro palazzo di Montemiletto conservarono la reliquia del piede destro della santa ( Acta sanctorum..., a cura di G. Carnandet, Iulii, 6., Parigi, Roma 1868, p. 258 ). Da notare, infine, il matrimonio di Caterina Angelo Ducas - altra nipote di Eudossia e sorella di Maria - con Federico infante di Castiglia, fratello di Alfonso X.


                Il ciclo di s. Anna presso S. Maria del Casale in Brindisi, della fine del XIII sec.

                Per il culto di s. Anna, interpretabile quale legame religioso e culturale fra stirpi consanguinee, si possono considerare i cicli pittorici di fine Duecento della chiesa di S. Maria del Casale di Brindisi, e della stessa S. Anna di Brindisi, correlati alla temperie culturale e al culto stesso dell' Immacolata Concezione lauretana, inserito nell'ambiente cortigiano principesco tarantino di Filippo I d'Angiò 
                ( G. Curzi, Santa Maria del Casale a Brindisi. Arte, politica e culto nel Salento angioino, Roma 2015 ). 

                Il sacro luogo fu edificato attorno una miracolosa icona bizantina della Madonna. L'alone di sacralità inerente al matrimonio tra Filippo e Thamar è ben espresso dal Chartularium Culisanense - un documento frettolosamente da taluni indicato come spurio, ma che contiene sicuri elementi di autenticità storica - . Uno dei documenti raccolti nel Chartularium di Collesano è l'elenco dei beni portati in dote da Thamar allo sposo, tra i quali compaiono alcune pietre della casa di Maria, che avranno ricetto come reliquie nel famoso santuario di Loreto, partite tra il 9 e il 10 dicembre 1294, dopo essere state depositate a Tersatto dal 10 maggio 1291, e giunte a Loreto nel 1294/1295, secondo un documento trecentesco. Il documento dotale del settembre 1294 cita dunque Sanctas petras ex domo dominae nostrae deiparae Virginis ablatas  e una icona bizantina Ligneam tabulam appictam ubi domina deipara Virgo puerum Iesu dominum ac servatorem nostrum in gremio tenet.  Nessun riferimento alla casa dell'Annunciazione di Nazareth, come invece nella leggenda tradizionale lauretana. Una chiesa crociata del XII secolo dedicata a s. Anna è invece costruita a Sepphoris, sei chilometri a nord di Nazareth, su una delle abitazioni attribuite a Gioacchino e Anna. La chiesa di Sepphoris appartenne sino al 1263-1266 all'arcivescovo di Nazareth, ma successivamente fu occupata dai musulmani del sultano cumano Baybars - insieme alla vicina area di Nazareth - quindi l'eventuale trasporto della casa di Anna e Maria non poté avvenire nel 1291 come sostenuto dalla storiografia lauretana, ma molto probabilmente fu antecedente. ( D. Pringle, The churches of the Crusader Kingdom of Jerusalem: a corpus, 2., l-z ( excluding Tyre ), Cambridge, New York 1998, p. 210; C. Murphy, The Word According to Eve: Women and the Bible in Ancient Times and Our Own, Boston 2015, p. 152 - 153 ).

                La primitiva tomba della Vergine - due-trecento metri a occidente della Valle Giosafat  - nella cripta di S. Anna di Gerusalemme, la vera casa di Maria da cui deriva probabilmente la Casa di Loreto: Incipit tractatus alius de locis Terræ Sanctæ per me Franciscum Pipinum visitatis ( 1320 ): Et primum igitur visitavi loca ubi fuit domus S. Ioachim, ubi nata est beata virgo Maria, et ibi vidi et tetigi sepulcrum in quo corpus est beatæ Annæ (matris) Mariae ipsius. Otto de Nyenhusen, Liber de quibusdam ultra Marinis partibus et de praecipue Terra Sancta ( 1332 ): Ibi enim ecclesia Beatæ Annæ, aviæ Christi;'satis pulchra est, contigua Probaticæ Piscinæ, ubi beata Virgo concepta et nata  fuisse dicitur  (  H. Vincent, La crypte de Sainte-Anne a Jérusalem." Revue Biblique ", 1., 2, ( 1904 ), p. 228–241 ).

                La chiesa di S. Anna di Sepphoris o quella di Gerusalemme, edificate sui rispettivi luoghi di nascita di Anna e Maria, secondo il Protovangelo di s. Giacomo, in realtà possono  identificarsi con la casa dove nacque la figlia Maria; infatti, Loreto fu sede cultuale della Concezione di Maria no dell'Annunciazione  ( G. Santarelli, La santa Casa di Loreto, Loreto 2006, p, 240-241; sulla plausibile autenticità dei documenti di Collesano, copie ottocentesche, vedi Y. M. Bercé, Loreto nel XVI e XVII secolo, Loreto 2012: "le donazioni che nel chartularium riguardano eventualmente le origini della devozione lauretana, sono dei fatti storicamente verificabili"; B. Frale, "Redeat nobis quod sacrum est". Una lettera sulla presenza della Sindone in Atene all'indomani della Quarta Crociata, "Aevum", 86 ( 2012 ), pp. 589-641 ). Nella notte della vigilia, tra il 9 e il 10 dicembre, dopo la solenne celebrazione dell’Immacolata Concezione, in tutte le Marche e nelle regioni circonvicine è ancora viva la tradizione popolare di accendere grandi falò ( chiamati “focaracci” ) per “rischiarare idealmente il cammino della Santa Casa”; si tratta dei fuochi della notte della Venuta, intendendo per “Venuta” l’arrivo della Santa Casa di Gerusalemme ( Nazareth nella vulgata ) nel territorio marchigiano, ricordata come avvenuta storicamente tra il 9-10 dicembre 1294.

                 La chiesa di S. Anna di Gerusalemme, ricostruita intorno al 1131-38 su una precedente  chiesa bizantina. Nella navata di destra, una scala conduce alla cripta ove i crociati localizzavano l'abitazione di s. Anna e s. Gioacchino. La cripta è formata da antiche grotte; quella centrale è dedicata a Maria Bambina. L'annesso monastero ospitò Arda d'Armenia e poi Adelaide del Vasto, mogli di re Baldovino II de Bourcq. Adelaide, gran-contessa di Sicilia, ripudiata, prima di imbarcarsi per il ritorno, fece voto di fondare due chiese; il voto realizzato dal suo vassallo Eléazar de Boulèvrier - signore di San Filippo d'Argirò e Galati - portò alla fondazione del priorato di S. Anna di Galati, presso cui a fine Duecento si insediò l'eremita s. Guglielmo da Polizzi, compatrono di Castelbuono insieme a s.Anna. Dopo il 1187 le monache da Gerusalemme passarono ad Acri.

                Se la chiesa di Sant’Anna sorge nel sito stesso, in cui era la casa di Gioachino, e dove nacque Maria, conviene credere inoltre, che ivi sia pure dove la Vergine benedetta fu concepita senza macchia di colpa. Infatti dal tempo, in cui l’opinione di quel concepimento immacolato si stabilì e diffuse per tutta la Cristianità, per opera massimamente della scuola francescana, la più parte degli scrittori di Terrasanta, presero a designare la chiesa di Sant’Anna, non più solo quale luogo della nascita, ma sì ancora quale luogo della concezione di Maria. Il primo a farlo pare sia stato sul principio del secolo quattordicesimo Guglielmo Baldensel, le cui parole già furono da noi trascritte. Ma se sino ai giorni nostri i cattolici venerarono quel luogo anche per questo titolo, che ivi era stata concetta l’immacolata madre di Dio, in quanto maggiore venerazione debbono tenerlo adesso, che quell’opinione così gloriosa alla dignità della Vergine Madre è stata dichiarata dogma di nostra fede! ( A. Bassi, L’antica chiesa di S. Anna di Gerusalemme proprietà della Francia sotto Napoleone III, Gesusalemme 1863, p. 89-90 ).

                La problematica della liberazione del principe Filippo - sembrerebbe molto sensibile al culto di s. Anna stando al Carthularium Culisanense - fu affrontata al primo maggio del 1301 dall'ambasciatore Enrico II di Ventimiglia, conte d'Ischia e Geraci, insieme a Arnaldo de Rexato tesoriere del Regno di Sicilia e arcidiacono di Jàtiva - probabilmente in contatto con Eudossia Làscaris signora di Jàtiva - nelle trattative di Federico III d'Aragona con il comune di Genova, e in cambio della restituzione a Genova del porto, castello e distretto di Monaco - frazione dell'antico contado di Ventimiglia - da parte di Carlo II d'Angiò. Nondimeno, Genova trattava contemporaneamente con gli ambasciatori angioini, che pochi giorni dopo, il 4 maggio 1301, consegnavano Monaco ai Genovesi, svuotando così di efficacia la carta giocata dal conte Enrico:

                Item quod dictus dominus rex [ Federico III d'Aragona-Sicilia n.d.r. ] dabit seu tenebit et custodiet ad voluntatem dicti comunis in sua fortia et virtute, sicut nunc tenet et custodit infrascriptos incarceratos qui sunt in fortia et posse ipsius domini regis, nec ipsos vel aliquem ipsorum relaxabit vel relaxari faciet vel liberabit seu liberare faciet nisi prius recuperatis per dictum comunem Ianue castro Monachi et aliis castris pertinentibus ad comune predictum, et liberato domino Conrado Aurie et eius fratre et consanguineis et aliis Ianuensibus qui detinentur per dictum regem Karolum seu per Grimaldos vel per eorum sequaces et fautores. Nomina incarceratorum sunt hec: Philuppus, filius dicti regis Karoli, qui dicitur princeps Tarentinus, comes Brende [ Gautier V de Brienne, futuro duca d'Atene n.d.r. ], Rogerius de Sancto Severino, filius comitis Thomasii de Sancto Severino, Iohannes de Iamvilla [ Jean II de Joinville cugino dei conti di Porcéan che dispongono del cranio di s. Anna in Reims e Soissons n.d.r. ] et alii usque ad quindecim. I Libri Iurium della Repubblica di Genova, a cura di E. Pallavicino, Roma 2001, 1.7., p. 377 ).

                Filippo di Taranto fu prigioniero nella Rocca di Cefalù, accanto alla cappella di S. Anna, ovvero in una città dove si realizzava il transfert con i luoghi sacri di Terrasanta. Il sottostante sagrato del Duomo - ristrutturato per intervento di Enrico II di Ventimiglia sin dagli anni Sessanta del Duecento  - e antico cimitero pubblico, secondo la tradizione, fu costituito con la Terra Santa di Gerusalemme fatta venire, per volontà di Ruggero II, da quella località, chiamata Aceldama, che accolse il cadavere di Giuda in una fossa pagata con i trenta denari, prezzo del suo tradimento. Insieme all'arena di Terrasanta gli Hauteville ebbero a importare da Gerusalemme e inserire nella cattedrale cefaludana reliquie del Santo Legno della Croce, delle Sacra Spine - in parte trasferite dai conti di Ventimiglia in Gratteri - e una serie di altre reliquie: il pane dell'Ultima cena, frammenti della colonna della flagellazione, reliquie dei patriarchi Abramo e Isacco, ss. Pietro e Paolo, s. Matteo, s. Maria Maddalena e nel vicino Santuario di Gibilmanna - dipendente dal XIII al XVI secolo dai canonici agostiniani della cattedrale - si aggiunse un frammento del cranio di s. Anna dono dei conti di Ventimiglia.

                Filippo rimase prigioniero in Sicilia dal dicembre 1299 sino all'autunno del 1303 ( A. Kiesewetter, Filippo I d’Angiò, imperatore nominale di Costantinopoli, in Dizionario biografico degli Italiani, 47, Roma 1997, p. 717-723: 718 ). Carlo II d'Angiò tentò di parare ulteriormente il colpo di Enrico II di Ventimiglia, il giorno dopo la restituzione di Monaco ai Genovesi. Infatti, il 5 maggio il re di Napoli rilevò tutti i crediti, per somme prestate dai Genovesi, nei confronti di un Guglielmo di Ventimiglia, che potrebbe identificarsi con uno dei figli di Enrico II, in vista forse di offrire un riscatto per il figlio prigioniero, o comunque di far pressioni sull'ambasciatore 'siciliano' ( Gioffredo, Storia delle Alpi Marittime, col. 681-682 ). Se Pietro I d'Alençon aveva sostituito Carlo II d'Angiò nella "vendetta" per l'uccisione di Manfredi di Svevia, il principe di Taranto fu salvato dalla "vendetta" per l'uccisione di Corradino di Svevia. Non è questa una motivazione irrilevante per considerare la reliquia di s. Anna, un prezioso dono ai conti di Ventimiglia; feriti dalla pardita di Giacomo e Aldoino, privati della contea di Ischia da Carlo II, ma con la promessa - esplicitata nel privilegio del 1300 - di una compensazione nel caso rientrassero nei ranghi angioini.

                Gaucher V de Chatillon sfida a duello Pietro III d'Aragona e lo ferisce, durante l'assedio di Girona, intorno al 15 agosto del 1285 ( Biblioteca apostolica vaticana, Nuova cronica.  ms. Chigiano L.VIII.296, f.137v ).

                Altro legame con Reims dei conti di Ventimiglia, oltre quello del cardinale Gerardo, è costituito dal più abile e autorevole dei diplomatici capetingi, già protagonista della liberazione di Carlo II. Infatti, all'epoca il patronato della Cappella di S. Anna di Reims è possesso di Gaucher V de Chatillon-Porcéan. Lo Chatillon fu presente da donzello alla Battaglia di Tagliacozzo nel 1268 e poi, armato cavaliere, all'invasione angioina della Sicilia. Gaucher è nipote di Ugo I de Chatillon - conte di Blois e Saint-Pol, quindi erede in partibus del ducato di Nicea - e marito dal 1276 della capetingia Isabelle de Dreux, nipote dell'arcivescovo fondatore della Cappella di S. Anna di Reims. Gaucher fu conte di Porcéan, signore di Chatillon, Crécy - con patronato sulla locale Cappella di S. Anna - CrèvecouerCroissy, Gandelu - con Cappella di S. Anna - Marigny, Pontarcy, quest'ultima signoria ottenuta nel 1280 da Pietro I d'Alençon - marito della cugina figlia dello zio Giovanni I, Giovanna de Chatillon contessa di Blois, Chartres e Dunois - in cambio di Bohain e Sains. Queste ultime signorie furono ottenute da Gaucher come parte dell'eredità del nonno Ugo I, della cugina del

                padre, Mahaut d'Amboise contessa di Chartres e dello zio Ugo II de Chatillon. Dopo il 1292 Gaucher ereditò pur dalla cugina Giovanna contessa di Blois e Chartres. Gaucher fu connestabile di Champagne, nominato da Filippo il Bello governatore di Navarra e dal 1302 connestabile di Francia, divenne poi il potente reggente del Regno di Francia. Lo Chatillon fu  pur l'abile diplomatico dei trattati con l'Aragona. 

                L'incipit del poeta dei cicli arturiani e carolingi Girart de Amiens, Meliacin ou le Cheval de fust; poema - ambientato nella Grande Armenia - composto intorno all'anno 1286 e dedicato a Gaucher V de Chatillon, conte di Porcien ( primo a sinistra ) e Giovanna de Chatillon contessa di Alençon, Blois e Chartres ( sesta da sinistra ), ovvero i cugini patroni, rispettivamente, delle cappelle di s. Anna di Reims e Chartres. La scena rappresenta al centro re Filippo IV il Bello, consolato dai familiari, a seguito della morte del padre nella recente crociata anti-aragonese. Nella realtà storica, gli Armeni li abbiamo incontrati come alleati del conte di Blois nella conquista del Ducato di Nicea  ( BnF, ms Fr 1589, f. 1r ).

                Inoltre, rammentiamo che Gaucher - insieme alla cugina Giovanna contessa di Alençon - furono i consanguinei della contessa Eudossia Làscaris di Ventimiglia, come comuni discendenti da Gaucher I de Chatillon. La traccia del passaggio della reliquia da Reims a Cefalù fu segnata. Gaucher fu padre di sette figli, tra i quali: la figlia Giovanna sposò Gautier V de Brienne, duca d'Atene, nipote e successore del duca Guido II de la Roche, vassallo di Filippo I di Taranto ( le monete tornesi di Gui Dux Atenes furono scoperte nella Santa Casa di Loreto negli scavi degli anni 1962-65 ); Elisabetta, fu badessa di Notre-Dame de Soissons, dove furono conservati i capelli e altre reliquie di s. Anna; Giovanni II de Chatillon fu Ciambellano e Souverain-Maître d'hôtel del re di Francia e, inoltre, cavaliere dell'Ordine della Stella, signore di La Ferté e della relativa Cappella di S. Anna ( A. Duchesne, Histoire de la Maison de Chastillon sur Marne..., Parigi 1621, p. 330-351, Preuves du livre premier, p. 193-215; T. Duplessis, Histoire del l'église de Meaux, Parigi 1733, 1., p. 266-267; M. D'Auvigny, Les vies des hommes illustres de la France, Amsterdam 1760, p. 202; A. Mazas, Vies des grands capitaines français du Moyen Age, Parigi 18453, 1., Mathieu de Montmorency, Gaucher de Chatillon, p. 154-156; A. Legoy, Gaucher de Châtillon, comte de Porcien et connétable de France ( 1250-1329 ), Thèse de l'École nationale des chartes, Parigi 1928; R. C. Famiglietti, Chatillon, in Medieval France: an encyclopedia, a cura di W. W. Kibler [ et al. ], New York, Londra 1995, p. 403 ).

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