A occidente il Comitato di Ventimiglia ripeteva lo stesso confine della civita tardo imperiale: dal Monte Bego all'Alpis Summa, la medievale Turbia, comprendendo il bacino della Roia e lasciando la valle della Vesubia al Comitato di Nizza. Era lo spartiacque alpino che in precedenza aveva segnato il confine fra le Gallie e l'Italia, quando, nel III secolo, la striscia costiera tra il Varo e l' Alpis Summa, che dipendeva originariamente da Marsiglia, fu annessa alla Provincia delle Alpi Marittime. Su questo lato i confini diocesano e comitale coincidevano: la documentazione medievale attesta che alla Diocesi e al Comitato di Ventimiglia appartenevano Tenda, Saorgio, Breglio, la Menour, Sospello, Braus, Castiglione, Gorbio, Roccabruna e la vallis Carnolensis presso il monte Agel. Un problema a sé è costituito da Monaco la cui dipendenza è incerta. Anche a settentrione il confine era dato dallo spartiacque alpino, che divideva la Diocesi e il Comitato di di Ventimiglia dalla Diocesi di Torino e dal Comitato di Bredulo [compreso tra la displuviale della Stura-Gesso, lo spartiacque della Alpi Marittime, il Casotto, la Corsaglia, il Tanaro e la Stura].
Più complicata è l'individuazione del confine orientale con la Diocesi e il Comitato di Albenga. Il torrente Armea, considerato generalmente come elemento separatore fra i due comitati, divideva in realtà, nel suo corso inferiore i
fines Matutianenses dai fines Tabienses. Infatti Taggia, Bussana e Arma appartenevano al Comitato di Ventimiglia, che pertanto doveva arrivare fino al torrente San Lorenzo e al Monte Faudo, ove iniziava il territorio di Porto Maurizio, compreso nel Comitato di Albenga.
Più a nord il confine doveva seguire la displuviale fra le valli dell'Argentina, da un lato, e di Oneglia e dell'Arroscia, dall'altro fino al Monte Saccarello.
 Infatti nella prima metà del XIII secolo il conte Oberto di Ventimiglia era il signore di Rezzo, Carpasio, Montalto, Badalucco, Arma, Bussana, 
Baiardo, Castelvittorio e Triora. Di fatto dominava l'intera valle Argentinauna signoria talmente vasta e compatta che poteva essergli pervenuta soltanto come erede degli antichi titolari del Comitato di Ventimiglia, che doveva dunque comprendere questo territorio
Romeo Pavoni
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Con Federico II viene in Sicilia una grande famiglia feudale, quella dei 
Ventimiglia, che poi parteggia per Manfredi e riemerge dopo la parentesi angioina. Non volevo nemmeno credere che i Ventimiglia fossero dello stesso ceppo dei
Ventimiglia di Liguria, ma vi è nell’Archivio di Stato di Pisa una lunga storia di quella famiglia che cita anche documenti sul mantenimento di rapporti feudali tra i Ventimiglia di Sicilia e i loro feudi di Liguria. Codesta famiglia ha in Sicilia il più omogeneo, il più organico gruppo di feudi che vi sia nell’isola, quello delle Madonie, stretto tra montagne impraticabili che superano di molto i mille metri, con poche e difficili vie di accesso, limitato nettamente da fiumi. Quando avrò ricordato che uno di codesti fiumi è l’Imera settentrionale, ognuno capirà che è lecita un’ipotesi suggestiva: e cioè che il complesso delle Madonie in mano ai Ventimiglia riproduca in sostanza nel medioevo quello che era stato un potentato indigeno all’alba della storia.
Codesti Ventimiglia di Sicilia si ramificano con una vigoria eccezionale, penetrano nei feudi della Sicilia Orientale, della Sicilia Centrale, della Sicilia Occidentale, creano nuovi centri abitati e totalmente ex novo la capitale del loro piccolo stato, arrivano al Vicariato del Regno durante l’anarchia del ’300, hanno una loro politica religiosa, pongono condizioni prima di accettare la sovranità di re Martino alla fine del XIV secolo. Non so se abbiano aspirato al trono di Sicilia, ma erano in condizioni di farlo. Il maggiore tra loro, personaggio notissimo in Italia tanto che il Bandello con un certo ritardo ne fece il protagonista di un suo racconto, l’ultimo ammiraglio di Sicilia al comando di una flotta siciliana in guerra, diventò marchese sotto Alfonso il Magnanimo, diventò Viceré, fu il primo a saccheggiare le antichità di Siracusa…Ho citato questa famiglia perché non ricordarla mi avrebbe impedito di segnalare un fatto economico importantissimo ai miei occhi. 
I Ventimiglia furono dei costruttori, specialmente di castelli piazzati così opportunamente che oggi la RAI TV ha sistemato nel cortile di qualcuno di essi le antenne dei ripetitori della televisione. Erano castelli che dominavano a vista intere plaghe; da uno di quei castelli si vede metà della provincia di Trapani. Dove andarono a sistemarsi i Ventimiglia? È presto detto. Nel Trecento costruirono Gibellina, nel centro di una zona granicola; si installarono a Salemi, zona granicola; occuparono Alcamo e vi costruirono due castelli, uno sul Monte Bonifato, da cui vedevano il territorio tra Salemi, Calatafimi, Gibellina, Partinico, San Vito lo Capo e Castellammare; ed il secondo ad Alcamo, dal quale dominavano l’unica strada che portasse il frumento al mare. Costruirono un priorato benedettino a Labica, che è oggi il comune di Poggioreale, in modo che una cortina di priorati ed istituti benedettini li proteggesse dalle voglie del Vescovo di Monreale; fecero in modo che a Castellammare si insediasse un’altra famiglia genovese, quella dei Doria. E così dominarono il commercio frumentario di mezza Sicilia Occidentale e furono essi stessi grandi produttori di frumento, bestiame, lana, formaggi.Orbene, questo secondo stato feudale, organico non meno di quello delle Madonie, fu realizzato tra il 1370 e il 1392 dal più oscuro fra i rami dei Ventimiglia di Sicilia, che non portava nemmeno il titolo di barone o conte, talmente oscuro che non è nemmeno inserito negli alberi genealogici della famiglia; due soli uomini fecero tutto ciò: Guarnerio e suo figlio Enrico.
Carmelo Trasselli
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A Catania, a Sciacca, come a Palermo e, naturalmente con delle sfumature, nell’insieme dominato da Castelbuono dai Ventimiglia la Signoria urbana s’incammina verso lo stato territoriale: le ambizioni municipali si accordano con quelle delle famiglie comitali per costituire dei vasti agglomerati omogenei, delle “province”, nelle quali la grande città è lo sbocco economico e il centro politico […] La signoria dei Ventimiglia si esercita, a partire d’un prospero e attivo mondo rurale, sopra alcune città periferiche; Cefalù, Polizzi, dove essi legiferano, e Termini […] essi possiedono uno stato dalle frontiere nette, compatto e culturalmente omogeneo.L’esempio dei Ventimiglia illustra alla meraviglia lo sviluppo di un governo dello stato comitale sull’esempio degli organi centrali dello Stato aragonese: dei notai, dei cappellani e dei cavalieri formano precocemente uno stato maggiore che consiglia il conte. Nel 1329, dappresso il cappellano del conte e un cavaliere, appare un ‘maestro razionale’, senza dubbio un toscano, poi un ‘maestro procuratore’ nel 1334. Infine, nel 1337, attorno Francesco I, sei cavalieri, due giudici, due preti, un figlio bastardo, un uomo d’armi e il medico Corrado de Marchia costituiscono una piccola corte feudale, alla quale apporta il suo consiglio Roberto Campolo, vescovo di Cefalù, un messinese. La presenza dei giuristi – in particolare di notai e giudici originari di Messina – e d’altri intellettuali segnala il desiderio precoce dei conti di circondarsi di specialisti, di tecnici del potere e del governo
degli uomini.
I Ventimiglia, per i quali gli archivi mostrano l’attenzione ch’essi portano a una gestione rigorosa delle loro “masserie”, estendono il loro dominio su Polizzi       ( 500 once di reddito annuale sulle gabelle, poi la signoria ) e sul complesso economico di Termini; il porto, il “ponte” ( l’imbarcadero ), le tonnare ( San Nicola di Bendormi ), come su quello molto impoverito di Cefalù ( tonnare e vigne ) in cui confiscano alla chiesa cattedrale l’elemento principale, l’isolotto fortificato di Roccella, divenuto il porto del comitato di Collesano e la residenza del conte. Le ‘tratte’ divengono per essi un elemento essenziale dell’economia e della politica: gestite da un maestro portulano, il notaio messinese Pietro di San Onorato, permettono ai Ventimiglia di esportare ogni anno, esenti da tasse, 9000 salme di grano.
Henri Bresc
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L’inflazione dei titoli nobiliari che caratterizzò la storia europea dei secoli XVII e XVIII collocava ormai i marchesi di Geraci, dal 1595 anche principi di Castelbuono, non più in una posizione di preminenza all’interno del mondo feudale e faceva del suo titolare uno dei tanti feudatari che calcavano la scena, sicuramente non il più ricco, né il più potente e spesso neppure il più carismatico.
All’interno della feudalità si determinava una scala gerarchica che collocava ai primi posti le casate insignite della grandìa di Spagna, alla quale i Ventimiglia nel Seicento riuscivano ad accedere soltanto a titolo personale e non ereditario (grandeza personal) con Francesco III. Dovettero aspettare il 1739 perché Giovanni VI fosse elevato dalla terza classe a Grande di Spagna di prima classe. Ma ormai la schiera dei Grandi di Spagna era diventata alquanto numerosa. E i Ventimiglia non occupavano certo i primi posti. 
L’intera storia sei-settecentesca dei Ventimiglia di Geraci è perciò caratterizzata dalla mancata partecipazione alle cerimonie ufficiali, per non ritrovarsi in una collocazione di secondo piano rispetto ad altri titolati che potevano vantare un più antico titolo di principe e successivamente anche di Grande di Spagna. 
Ben diversa invece la posizione occupata negli ultimi secoli del medio evo e ancora nel primo secolo dell’età moderna, quando i Ventimiglia svolsero un ruolo politico che non fu concentrato soltanto negli angusti confini siciliani, ma interessò l’Italia meridionale per toccare anche alcune aree europee e le coste mediterranee africane e orientali. I rapporti da essi tenuti avevano una dimensione sovralocale, europea e mediterranea, che contribuiva ad accrescerne il prestigio e la fama a livelli mai più sfiorati dalle generazioni successive. E con la fama anche il potere politico ed economico, pur se non mancarono momenti di gravissima difficoltà che per ben tre volte portarono alla perdita del patrimonio feudale. Quei secoli tra medio evo ed età moderna rappresentano i secoli d’oro dei Ventimiglia di Geraci, in cui si distinsero in particolare i primi due Francesco (I e II) nel Trecento, Giovanni I (il più prestigioso) nel Quattrocento, Simone I nel Cinquecento, Giovanni III tra Cinquecento e Seicento.
Orazio Cancila







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