Aurigo



Centro di mezzacosta, allungato tra il sito ove sorgeva un castello con il palazzo del conte Ventimiglia, poi De Gubernatis Ferrero, e la chiesa parrocchiale della Natività di Maria, ancora di Giacomo Filippo Marvaldi (progetto del 1700). In paese ci sono case a schiera, con portali e decorazioni in pietra scolpita. L’abitato si è spostato qui vicino al castello da un punto più elevato ove sorge la chiesa di Sant’Andrea, ora barocca, ma con vicina torre campanaria del sec. XI.

Oltre campi e vigne si trova il monumentale santuario di San Paolo, in posizione invidiabile con elementi decorativi dal XVI al XVII secolo e un trittico di Giulio De Rossi, dipinto fra 1567 e 1569.

Poggialto“Villa” di Aurigo. Il nome dice tutto. Alta, su di un poggio, piccolo centro ai margini di un importante realtà olivicola di alta quota e di ottima qualità. Tutto conchiuso attorno alla chiesa di San Bernardo, altra memoria della protezione dei viandanti di un tempo e di oggi, barocca, ma di fondazione medievale. Di qui, tra muri a secco ed oliveti, è breve la discesa ad Aurigo.

Le prime notizie documentate sul borgo e territorio di Aurigo risalgono al XIII secolo quando per la sua posizione fu scelto dai conti di Ventimiglia per la costruzione di un castello. Fu proprio la sicurezza offerta dalla postazione difensiva che permise alla popolazione di andarsi a porre sotto il fisico controllo del maniero, edificando un borgo allungato su di uno sperone collinare e lasciando il primitivo nucleo - insediatosi più a monte - di cui rimane la santuario di Sant'Andrea|chiesa e santuario di Sant'Andrea, quest'ultima citata in un documento del 1242.

L'attività della comunità aurighese nel periodo medievale era legata all'agricoltura, soprattutto nella coltivazione dei cereali e degli uliveti del territorio, alla produzione di vino locale e all'allevamento del bestiame (bovini) grazie alla vasta prateria ubicata tra il Colle San Bartolomeo e la zona dell'attuale nucleo frazionario di San Bernardo di Conio Borgomaro.

E risale proprio al 2 dicembre 1242 la stipula di un atto di dedizione delle due comunità di Aurigo e Poggialto al conte Filippo di Ventimiglia, famiglia che quindi deteneva la proprietà feudale sul territorio. Intorno al 1270 questa zona fu attaccata e conquistata dalle truppe di Carlo I d'Angiò che assoggettò Aurigo al suo volere fino alla riconquista, nel 1273, da parte dei conti ventimigliesi anche grazie all'aiuto prestato da Genova; la dominazione dei Conti perdurò senza più contrasti fino al XV secolo.

Nuovi scontri e assedi interessarono ancora il borgo di Aurigo sul finire del Quattrocento quando il signore del Maro Giovanni Antonio di Tenda, figlio di Onorato I Lascaris di Ventimiglia e di Margherita Del Carretto, per rivendicare antichi e presunti diritti sulla zona compì un vero e proprio assalto al locale castello dei conti di Ventimiglia (distrutto nel 1480) obbligando questi ultimi alla resa e alla fuga da Aurigo. La nuova proprietà feudale dei Lascaris di Tenda fu tale fino al 1511 quando, con l'aiuto di Renato di Savoia, i conti ventimigliesi tornarono in possesso del loro feudo aurighese.

Nel 1555 la zona feudale di Aurigo, del Maro e di Prelà entrarono nei possedimenti del Marchesato di Dolceacqua che nel 1575, così come tutta la valle di Oneglia, entrò a far parte dei domini di Emanuele Filiberto I di Savoia. Nello stesso periodo risale il passaggio di Aurigo al ramo familiare dei Lascaris di Ventimiglia conti di Tenda , che nella parte più alta del borgo aurighese edificheranno un nuovo palazzo signorile a poca distanza dai ruderi dell'antico castello dei Ventimiglia distrutto nel XV secolo. Le fonti storiche dell'epoca attestano inoltre il valore di 750 abitanti tra le due principali comunità di Aurigo (170 "fuochi") e di Poggialto (15 "fuochi"), un dato che colloca il territorio tra i maggiormente abitati della valle del Maro.

Ai 25 gennaio 1217 in S. Remo, Enrico cede metà di Pigna e tutto il castello di Roccabruna a Raimonda moglie di Raimondo di Roccabruna e ne riceve in cambio tutti i possessi di costei nella valle del Maro e in quella di Oneglia, da Monte Arosio all’ acqua Tabia, nella villa di Pieve ed Aurigo : Gioffredo, 503. 

 « Raimundus comes de Macro pro vie et pro Philippo comite de Macro » giurano fedeltà a Genova, addì 16 settembre 1233. Lib. iur., 1, 4 6ι  935· V. Anche 949 e 959.

 Lettera di Menabò di Torresella nel 1251 agli uomini di Castellarci, Cunio, Aurigo ecc. che obbediscano al conte Filippo ed a Raimondo suo nipote. Gioffredo, 583.

Del luogo di Aurigo che si alza sopra un ameno poggio, alla sinistra dell’ Impero e del vicino luogo di Poggialto, fa ricordo il conte De Gubernatis nelle sue Memorie della nobilissima ed antichissima famiglia dei Conti di Ventimiglia (nove volumi in folio, forse ora andati smarriti), allorché rammenta le Franchixie accordate agli uomini di quelle due terre da Filippo dei conti di Ventimiglia il 2 dicembre dell’anno 1242, in forza delle quali venivano affrancati , mediante 1’annua prestazione di lire quindici, dai diritti di fodero ed altri carichi.

Nel Catalogo della Biblioteca Barberina (tomo II) sono citati gli Statuti e riformante della nobil terra di Arquata, de’ quali il ch. Manzoni dà un’ esatta descrizione a pag. 30 della sua Bibliografia statutaria ecc. Sono stampati in Roma, per privilegio di papa Gregorio XIII del 10 febbraio 1574 ; nè io ho mai veduto il libro, che per testimonianza dello stesso Manzoni è raro assai. Credo però che non si tratti della nostra, ma di Arquata del Tronto la quale faceva parte dei dominii della Chiesa, Anche la dedica che Laurentius Blasius I. C. Arquaten. fa dell'edizione Pretori ac decurionibus Municipii Artensis avvalora i miei dubbi. Arquata-Scrivia era feudo degli Spinola.


La castellania d’ Aurigo però sotto i discendenti del conte Filippo ottenne di avere propri statuti; ed il Pira a pag. 43 del tomo I della sua Storia delia città e Principato d’ Oneglia, ricorda una riforma di essi fattasi l’anno 1349.

E se questi andarono (crediamo noi) perduti, siamo lieti però, che il De Gubernatis ci abbia conservato una particola delle franchigie, che qui ad verbum riferiremo: 

Anno M CC XXXX II die secunda decembris. Iuxta ecclesiam sancti Andree de Aurigo communitas Aurigii et Podii alti promisit et convenit domino Philippo corniti fìlio q. comitis Henrici et suis heredibus in perpetuum libras XV in festo sanctae Marie sub hypoteca omnium bonorum, et dictus d. comes Philippus per se et suos heredes fecerunt finem et resolutionem de albergato et de non magis petendo quam de bine in antea omnes homines qui habitant et habitaturi sunt in perpetuum in dictis locis de terra de-bitali que nunc tenent et possident de suo dominio, nec debeant reddere sibi nec suis heredibus ullum drictum, ullum albergum, nec albergariam, nec spulam, nex amaxerium, nec fodrum, nec agnelatitium, nec por-caticum, nec montonaticum. Insuper promisit eidem iamdicto se jacturum et curaturum, quod capitami imperii nullam impositionem faciant super homines dictorum locorum, preter de exercitu.

Nazione Italia
Soggetto Conservatore: Archivio di Stato di GENOVA
Fondo Archivio Segreto (F1100)
Serie Materie Politiche (S351)
Sottoserie Privilegi, concessioni, trattati diversi e negoziazioni (SS354)
Unità Archivistica Archivio Segreto 2727 (UA2727)
Unità Documentale Guidetto, Manuele, Lombardino e Franceschino, Conti di Ventimiglia e Signori di ... (UD04000117-00133)
Denominazione
Data Topica Ianua [Genova, Liguria, Italia]
Estremi Cronologici sec. XIV - 1350 febbraio 25
Regesto Guidetto, Manuele, Lombardino e Franceschino, Conti di Ventimiglia e Signori di Aurigo, Cenova e Lavina, sotto tutela della loro madre, Selvaggia Spinola, per mezzo di procuratore confermano al Comune di Genova la sottomissione e le obbigazioni contratte dal padre, fu Ruggero, il 15 dicembre 1340, qui specificate, e ricevono la cittadinanza genovese.

Venne Rogero ad abiure ne'dettti suoi feudi ed ebbe per moglie la contessa Salvaga della nobilissima casa Spinola di Genova. Nel 1338 ricevea la notizia lugubre della morte del padre seguita in tal anno nella fiera persecuzione mossa da' Cbiaramonti, che molto poteano appresso il Re regnante Pietro II, i quali, prevalendosi della opportunità, sfogarono i loro odii contro Francesco, e dopo la sua morte contro i figli, sebbene innocenti, quali furono dichiarati dal Re Ludovico suo successore di Pietro.

Volendo in tanta avversità giovare a' perseguitatt i suoi fratelli, si porto presso essi nel regno di Napoli, dov'essi si erano ricoverati. Si trova menzione dello stesso Rogero in un trasunto giudiziale, fatto innanzi al Vicario del Maro in data del 6 luglio 1345, essendosi proceduto a questo trasunto « ad instantiam doni. Rogerii ex Comit. Vintim. ».

Egli era già morto nel 1355, come consta dall'istromento del 15 agosto t ogato nella città di Savona al Notaio Oberti.

Risulta da questa scrittura, che essendo allora defunto Roggero, signor dei castelli e luoghi di Aurigo, Lavina e Cenoa consign. de'castelli e luoghi di Cosio, Pornassio, Mendatica, Borghetto e Montegrosso, e figlio terzog. « recolendae memoriae illustris Comitis Francisci Comitis Vintim., Giracii, Isolae Majoris » lasciava dopo sè quattro figli maschi suoi eredi ne'suddetti feudi imperiali; essi erano Guidettto, Manuele, Franceschino, Lonibardino ancora pupilli sotto la tutela e cura della contessa Salvaga Spinola.

GUIDETTO, MANUELE, FRANCESCHINO, LOMBARDINO

Divisero i suddetti fratelli i feudi paterni in quattro parti; ma dovettero pagare in commune una cospicua somma al conte di VentimigliaGuglielmo conte del Maro, come risulta dal suo testamento del 1° luglio, dove leggesi lasciata da lui per la fabbrica e dotazione di una cappella nella chiesa parrocchiale di S. Nazario del suddetto luogo del Maro, una quantità di denaro, « quam praedictus nob. doni, testator habere debet ab heredibus quondam nob. dom ex Comit. Vint. et domini Aurigi vigore pubblici instrum.»

I conti di Tenda, dopo l'acquisto fatto dal conte Enrico della castellania del Maro e di altri luoghi nel 1454, fecero ogni loro sforzo per impadronirsi di tutto quello stato, e nel 1495 non sussistevano altre che la casa di Caravonica, quella de' conti di Aurigo procedente dal conte Roggero terzogenito del conte Francesco, ove non potè nè anche il conte Pantaleone e Roberto, discendenti dal conte Guido primogenito del conte Roggero, viventi in quel tempo, possessori della quarta parte de' luoghi e castelli di Aurigo, Lavina e Cenova, provenuta ad essi dal conte Guido progenitore, (oltre le porzioni nella castellatila di Cosio, Montegrosso, Borgbetto, Mendatica, Pornassio) sottrarsi dalla prepotenza del detto conte di Tenda, sino a tanto che, essendo succeduto in quel contado di Tenda , in difetto di linea mascolina, Anna moglie del principe Renato di Savoia, fu dal medesimo reintegratto nel possesso della giurisdizione nelli suddetti castelli e luoghi nel Ioli, 15 gennaio.

PANTALEONE E URBANO PRONIPOTI DI GUIDETTO DI ROGERIO

Nell'epoca sopra indicata, Renato di Savoia, marito di Anna, in considerazione de'grandi servigi prestatigli da Urbano ne' più importanti affari, accordava a lui ed a Pantaleone che fossero restituiti nella quarta parte e porzione delle due castellarne e signorie di Aurigo, Lavina e Cenoa. Pantaleone prendeva in moglie Margherita della nobilissima casa di Cepola di Albenga, signori della castellania d'Alto, da' quali nacque

PARIDE FIGLIO DI PANTALEONE

Ebbe per moglie Jolante Lascaris de'conti di Venttimiglia, figlia d'Antonio, conte della Briga. Da questo matrimonio venne

ROGERO FIGLIO DI PARIDE

Sposò Lucrezia de'conti di Ventimiglia, figlia del cavaliere Stefano, consignore di Caravonica. Fu Rogero colonnello di cavalleria in Francia, e per il suo singolar valore e. i servigi resi a quella corona, ebbe dal re Enrico IV tre feudi nella Normandia, de'quali rimase erede suo figlio

FRANCESCO FIGLIO DI ROGERO

Sposò questi la contessa Paola Maria della nobilissima famiglia degli Isnardi di Nizza, conti di Gorbio, sorella cugina di Francesca Isnardi che fu moglie del conte di Peglia Gio. Battista Lascaris de' conti di Ventimiglia Castellar, nipote carnale dell'Eminentissimo Gran Maestro di Malta, Lascaris de'conti di .Ventimiglia.

ALTRI DUE ROGERI

Rogero, che per distinzione direi Seniore, e non sappiamo da chi generatto, ebbe in moglie Anna Maria, figlia di Nicolò de'marchesi di Ceva, signor di Noceto e d'altri castelli in quel marchesato, e della marchesa Anna Maria della casa de'conti di Ventimiglia di Caravonica.

Lucrezia, sorella del predetto fu moglie di Girolamo Marcello de' Gubernatis, patrizio di Nizza, de'conti del Castellaro, conte di S. Martino nella valle di Lantosca e di Baussone del Varo, patrono perpetuo della commenda di San Gervasio nella Sacra Religione de' Ss. Maurizio e Lazzaro, consigliere dr stato e presidente per S. A. R. di Savoia nel supremo Senato di Nizza, già Inviato straordinario per S. A. R. nelle corti di Spagna, di Portogallo, poi ministro residente in quella di Roma, nominato infine ambasciatore alla corte d'Inghilterra, dove per ragion di salute non andò.

ROGERO E PAOLA MARIA

Rogero morì pupillo un anno dopo i suoi genitori. Paola Maria, divenuta erede universale della casa e de'conti di Ventimiglia d'Aurigo, sposava Gio. Battista de' Gubernatis conte di Baussone, figlio di Gerolamo Marcello de' Gubernatis e di Lucrezia Maria suddetta. Nel testamento del conte Rogero era posta condizione al futuro sposo di sua figlia, di unire al proprio cognome ed armi il titolo e le armi de' conti di Ventimiglia d'Aurigo. 

Ad oggi vivono ad Aurigo il marchese Luca Ferrero De Gubernatis Ventimiglia (sindaco dal 2001 al 2006) in un edificio dei primi anni del Novecento, costruito sulle rovine del castello; ed il conte Mario Bianco di San Secondo De Gubernatis Ventimiglia, appartenente ad un ramo collaterale della stessa famiglia, che vive nello storico palazzo del XVI secolo, nei pressi dell'antico castello.

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Alessandro Giacobbe


La residenza del conte Ruggero Ventimiglia di Aurigo alla fine del XVII secolo 
in base ad un inventario post mortem*



La fonte documentaria

Si tratta di un tipico inventario post mortem compilato per verificare l’esatta entità dei beni mobili ed immobili posseduti dal defunto. Il documento si trova presso l’Archivio di Stato di Imperia, nei registri delle Copie di Borgomaro ed è datato al 27 aprile del 1684. Le procedure di stima iniziano addirittura il 5 aprile precedente e si protraggono per tutto il mese. Il paese di Aurigo, situato nella valle del Maro, dal 1575 era compreso nei domini del Ducato di Savoia. Il Maro, però venne successivamente infeudato ai marchesi Doria, discendenti di quel Giovanni Girolamo Doria dal quale il duca sabaudo Emanuele Filiberto aveva acquistato Oneglia nel 1576. Nei compensi per la vendita erano inclusi alcuni feudi piemontesi, come Cirié e Cavallermaggiore: quest’ultimo era stato tuttavia sostituito dal Maro, prossimo ai territori onegliesi appena ceduti dal Doria. Un elemento di complicazione in questo laborioso processo di riassestamento politico-territoriale-signorile era però costituito dal fatto che due rami dei conti di Ventimiglia vantavano diritti sui luoghi di Caravonica ed Aurigo (quest’ultimo collegato ai paesi di Lavina e Cenova in valle di Rezzo). Dopo una lunga controversia con i Savoia, i Ventimiglia ottennero il riconoscimento di tali diritti all’interno della nuova giurisdizione.


Il personaggio

È Ruggero Ventimiglia, nato nel corso del quinto decennio del Seicento, figlio di Francesco e di Paola Maria Isnardi di Gorbio, paese nell’entroterra monegasco. Nel 1670, ad Aurigo, sposa Anna Maria Ceva, dei marchesi di Nucetto, in provincia di Cuneo, ramo di una delle maggiori famiglie feudali del basso Piemonte. Lo stesso Ruggero, poi, porta un nome impegnativo, per eredità familiare non solo dal nonno, ma anche dagli avi medievali, tra i quali primo è Roggero, sposo di Selvagia Spinola (nato post 1318, morto post 1348) e detentore di feudi siciliani. Il documento permette di collocare la data della morte di Ruggero Ventimiglia, tra il 10 marzo, giorno del codicillo al suo testamento del 22 gennaio 1681 ed il 5 aprile del 1684, quando viene posto mano all’inventario. Si ha la certezza dell’avvenuto decesso, poiché durante la visita della residenza per l’inventario stesso si entra anche nella camera « dove è morto il Signor conte Roggero ». Con lui si estingueva il ramo dei Ventimiglia di Aurigo, perlomeno in linea maschile. La figlia Paola Maria va sposa nel 1689 al cugino Gio Batta De Gubernatis, figlio della zia Lucrezia e di Gerolamo De Gubernatis, esponente di un importante casato nizzardo e quindi della nobiltà legata ai Savoia, che rappresentava a Roma presso la Sede Apostolica. L’accordo matrimoniale permette la sopravvivenza del nome Ventimiglia accanto a quello dello sposo. Va precisato inoltre che l’erede sarà ancora una figlia, Maria Lucrezia, a sua volta sposa del nobile Alessandro Ferrero di Alassio, con un ulteriore ampliamento della desinenza onomastica familiare 2.


Il luogo

È la residenza del casato dei Ventimiglia in Aurigo. Si tratta di un palazzo di evidente rilievo architettonico, soprattutto in relazione al profilo urbanistico dell’abitato. 

I Ventimiglia di Aurigo, divisi in vari rami, avevano avuto fino all’inizio del Seicento una stabile dimora a Porto Maurizio, ove amministravano anche rendite imprenditoriali e finanziarie. Sempre nel corso del XVII secolo il ramo principale ritorna stabilmente in Aurigo, ove detiene una porzione dei diritti signorili. L’analisi del documento rivela una certa vivacità nel funzionamento della complessa “macchina” organizzativa dell’edificio. Se gli abiti ed i libri inventariati lasciano pensare a periodi piuttosto lunghi di residenza da parte dei proprietari, le riserve di olio, vino e derrate alimentari presenti in dispense e cantine sono il frutto di un’abile cura dei poderi e dei diritti detenuti dal conte nella zona. Tutto ciò contribuisce al mantenimento degli ospiti del palazzo nonché di una discreta servitù. Il documento, inoltre, individuando l’arredamento stanza per stanza, fornisce un’immagine del palazzo in uno stato che può essere posto a confronto con quello attuale. È necessaria, a tale proposito, una breve cronistoria urbanistica. 

I Ventimiglia in Aurigo controlla-vano un punto fortificato militare, il “castello” di fondazione duecentesca, che avrebbe garantito sicurezza al progressivo insediamento di una popolazione dispersa sul territorio, in particolare presso la chiesa di Sant’Andrea. La fortificazione viene smantellata durante il XV secolo. È comunque possibile che già da tempo i signori locali disponessero di una residenza civile in condizioni di abitabilità migliori rispetto al piccolo maniero del paese. Questo almeno a confronto con quella che era stata la dimora di Lavina in valle di Rezzo, citata negli Statuti trecenteschi di quel paese. Il documento in oggetto è inoltre di notevole importanza in rapporto alla definizione seicentesca dei volumi dell’edificio. 

Se il De Moro, nel suo lavoro su Aurigo, già colloca i lavori di sistemazione interna e forse di ampliamento del palazzo attorno al 1690, dopo il matrimonio della figlia di Ruggero con Gio Battista de Gubernatis (1689), è ora possibile chiarire che almeno una parte di tali interventi era già stata posta in opera precedentemente. Infatti l’inventario cita due stanze settentrionali al piano superiore, tuttora individuabili in pianta, ancora “rustiche”, cioè prive di intonaco, utilizzate come deposito di arredi inutili e di altri materiali. Tra questi vi erano anche « centri con arco per armare le volte », stimati 13 £, residui del recente cantiere. Vero è, però, che la giovane coppia può aver continuato questi lavori, sistemando anche la parte occidentale del complesso, situata oltre il passaggio pensile sopra la strada pubblica. Ulteriori esigenze d’uso hanno poi modificato la disposizione dei vani rispetto alla definizione riscontrabile nel testo documentario del 1684. Tramezze e variazioni degli accessi non aiutano certo nel riconoscimento degli spazi in modo assolutamente sovrapponibile a quanto notato nel documento in oggetto 3. L’andamento dei piani era già definito nel 1684. 

A ponente l’immobile oltre la strada ospitava a livello del suolo con ogni probabilità un frantoio “a sangue” (mosso da trazione animale) al livello del suolo. Di fronte, il piano terreno era contraddistinto dall’elegante atrio di ingresso. Il portale rivela tuttora una fattura accurata, dal portone a battenti in legno con elegante “mostra” sagomata al sopraporta in pietra, con volute che accompagnano l’arma De Gubernatis-Ventimiglia. Lo spazio d’ingresso è risolto in funzione dello schema tipico del palazzo signorile minore di tradizione genovese, con giro di scale laterale introdotto da una colonna caposcala. 

Questo piano è poi destinato a spazi di servizio, con la cucina, la dispensa, la “crotta” settentrionale che serve pure da dispensa, la « stanza di Magalino », destinata alla servitù, nonché la cantina interrata detta            « l’infernetto per l’estate ». Si noterà poi quanto fossero necessari ampi spazi per la conservazione di derrate alimentari secche o salate, olio e vino, utilizzato, sia per l’approvvigionamento del complesso, ove si trovavano mediamente almeno una decina di persone (undici nel 1670) 4, sia per motivi commerciali connessi con lo sfruttamento delle proprietà comitali. Il forno « per cuocere il pane » è opportunamente posto nella cosiddetta « casa dell’Emerigo », un immobile attiguo all’edificio principale, confinante a monte 5. Per ovvie ragione è anche isolato dal palazzo, all’interno dell’area di giardino antistante a meridione, un “sito”, verosimilmente una sorta di stalla « per l’animale porco », presenza di indubbio interesse etnografico e culinario. Al primo piano si trovano le stanze d’uso più comune. 

La ridotta altezza dei solai ne consiglia la frequentazione in tutti i periodi dell’anno ed in particolare durante i mesi freddi. Non a caso qui si trovano le principali camere da letto, la stanza ove è morto il conte, il guardaroba, una stanza da lavoro usata da entrambi i coniugi conti. Un armadio a muro rigurgita di documenti, un baule di libri di contabilità. Una prima sala distributiva fa intuire la presenza di una simile situazione al piano superiore. Quest’ultimo per altezze di luce e per arredamento rivela un uso estivo e soprattutto di rappresentanza. Vi si trova la sala grande con il prezioso « scagnetto », « la camera grande », l’ufficio per trattare gli affari, ove, tra l’altro, sono custoditi i gioielli di famiglia, la « galleria », elegante sito ove, tra l’altro, viene redatto il documento di cui si tratta.


L’arredamento

La dimensione di questo contributo impedisce di stabilire un particolareggiato raffronto tra l’arredamento del palazzo di Aurigo e quello di altre residenze, signorili e non, della regione nel secolo XVII. Un ostacolo è poi costituito dalla difficoltà di reperire materiale in quantità sufficiente e cronologicamente omogenea. Si tratta, insomma, di uno studio ancora da condurre con sicure premesse metodologiche. In quest’ottica il presente repertorio può essere quindi un tassello di questa griglia di confronto. 

Allo stato attuale delle ricerche e delle pubblicazioni, comunque, si può dire che l’arredamento del palazzo Ventimiglia di Aurigo può confrontarsi validamente con le residenze signorili costiere, ferme restando le inevitabili differenze dovute sia alla collocazione periferica dell’edificio sia alla presenza più o meno saltuaria dei proprietari. Il fatto che il conte Ruggero sia morto proprio ad Aurigo tra il marzo e l’aprile lascia intendere che queste presenze fossero piuttosto assidue, anche in ragione del controllo dei lavori agricoli. Per i tempi, infatti, si era in piena fase di produzione olearia. 

Occorre poi ricordare che la consorte del conte, trovandosi ad Aurigo, era più vicina alla zona di residenza della propria famiglia di origine. Beninteso, la figlia Paola Maria, citata nel testo come « madamigella Ventimiglia », era a Nizza, nella “capitale” dei domini marittimi sabaudi, sicuramente appoggiata dalla famiglia della zia Lucrezia, della quale avrebbe poi sposato il figlio (il cugino primo, quindi), il già citato Gio Battista De Gubernatis. Le viene infatti inviato un lenzuolo del corredo di casa. Poca cosa, ma si può ritenere che la sua presenza nell’alta società nizzarda non fosse marginale, almeno nei disegni matrimoniali di famiglia, risoltisi poi con una soluzione endogamica. La disamina del patrimonio mobiliare è condotta con accuratezza pari a quella delle altre voci che compongono l’eredità di Ruggero Ventimiglia, quali in particolare i fondi agricoli. Per ogni oggetto o proprietà è espresso un valore monetario, secondo il parere di esperti stimatori. Per i mobili ovvero « cascie, baulli, tavoli, tavolini et altri legnami » è interessato Gio Francesco Rolando. 

Come si potrà notare, sia lui sia i suoi colleghi stimatori sono, con ogni verosimiglianza, originari di Aurigo o del Maro e possono essere stati anche i materiali fabbricanti di alcuni tra gli oggetti stimati. Il caso del Rolando potrebbe essere quindi esemplare. Una sostanziale eredità dell’arredamento medievale è costituita dai numerosi bauli disposti lungo le pareti delle stanze. Il più elegante e rifinito baule sostituisce la semplice cassapanca, arredo presente in tutte le case nei secoli precedenti. Alcuni tra essi sono protetti da strisce di cuoio (« di corame »). Compaiono anche le più semplici « casse » di legno, adatte a conservare materiali meno pregiati dei corredi e dei capi di vestiario oppure le cose « delle serventi di casa ». 

Non mancano gli armadi a muro, che presentano un’ottima possibilità di sfruttamento degli spazi offerti dai rilevanti spessori murari. In uno di questi, nella camera ove era morto il conte, si trovano i documenti di famiglia e la piccola biblioteca. I libri finanziari sono invece ammucchiati in una cassa. La frequentazione degli ambienti più importanti della casa è favorita anche dal gran numero di sgabelli e sedie, perlopiù foderati di « vacchetta » o « vacchetta di Russia », cuoio leggero e di una certa morbidezza. Sono rari i mobili ad alzata contro muro. Presentavano forse una certa eleganza tavoli e tavolini: ne sono riportate fedelmente le misure in palmi, piuttosto variabili, ed alcuni particolari decorativi. Soprattutto gli appoggi appaiono spesso lavorati: si notano i « piedi quadrati » o anche quelli « intorti », esordio probabile delle tipologie “a sciabola” della gamba appoggio del mobile settecentesco. 

Non si parla di cassettiere, commodes o altro, introdotte solo nel corso del Settecento per influsso transalpino. Si trova una « credenza » in una stanza del primo piano, ma di un metro per un metro di ampiezza. Nei locali di rappresentanza compare qualcosa di maggior impegno. Uno specchio con cornice di pero guarnito di lamina d’argento in una « camera grande » si accoppia allo « scagnetto fasciato di tavola nera con otto tiretti con sua porteta in mezzo a quatro colonne intorte di pero nero con dentro due tiretti guaniti di cornice di pero nero il fasciame dinanzi d’ebano lioneto stimato £ 40 ». 

Le medesime tipologie si ritrovano nell’ufficio di rappresentanza al secondo piano: « scagnetto fasciato di tavola nera contenente tiretti numero dieci con sua portata in mezo guarnita di quatro colonne di pero nero intorte entro la quale vi sono altri due piccoli tiretti ». La descrizione è molto utile anche per capire i materiali utilizzati, tra i quali si segnala il legno di pero, che offre valide possibilità decorative per colore e venature. I riscontri più immediati per mobili di questo tipo, piuttosto antichi e difficilmente visibili nei cataloghi d’asta, possono essere istituiti con elementi di strutture poste in siti pubblici, soprattutto religiosi. 

Tra questi si possono ricordare le chiese dell’ordine cappuccino: in esse l’arredo è obbligatoriamente in legno e vi si possono ammirare tabernacoli a tempietto contraddistinti spesso da colonne tortili sul prospetto, in pieno riferimento al gusto barocco che si riscontra anche in casa Ventimiglia. Una notevole complessità si ritrova poi nelle strutture dei letti. Quelli che nelle case più modeste o anche nelle camere della servitù sono composti da due assi portanti e alcune banchette, sopra le quali porre un’idonea “pagliazza”, qui divengono vere e proprie “stanze nelle stanze”. Agli angoli del piano orizzontale, solitamente non superiore al metro e ottanta di lunghezza, si alzano infatti quattro colonne, in alcuni casi decorate « con pomi » o anche dorate. Servono da appoggio a ricchi « cortinaggi ». 

Nei bauli di casa se ne conservano di vario tipo e valore. Tra questi va segnalato il « cortinaggio di broccatello a fioraggio grande alla moda color violetto e giallo consistente in tele quindeci longhezza cadauna palmi 9, con coperta da letto del medesimo broccatello consistente in tele tre e meza lunghe palmi 12 e due altre latterali di palmi 9 e mezzo più il sopracielo del letto del medema fodrato di barazin gialo con la testera del letto attaccata al detto cielo consistente in tele quatro di palmi 16 caduna usata stimato con 4 pomi fiocati alla moda £ 300 più un paviglione di damasco turchino scolorito consistente in tele 26 di lunghezza di palmi 16 per caduna con piccola frangia all’intorno. £ 150 ». Tutto questo apparato si trovava, all’atto dell’inventario, entro una cassa di noce. Evidentemente veniva utilizzato per adornare camera e letto in particolari occasioni o per ospiti di riguardo. La lunghezza dei parati, sempre superiore ai due metri, lascia intendere che essi erano destinati alle stanze del piano superiore. 

La presenza di un “sopracielo” di tale imponenza e necessità non deve stupire. Si pensi che a Porto Maurizio nel 1714, per sistemare l’alcova in cui avrebbe dormito Elisabetta Farnese, futura regina di Spagna, si sarebbe sottratto un sopracielo d’altare alla vicina collegiata di San Maurizio. Tutti i giorni, almeno nei mesi caldi, un’adeguata riservatezza e protezione era comunque assicurata da una ben più modesta « zanzarera » 6. Un indice rilevante della qualità dell’abitazione può essere rappresentato dai quadri o comunque dalle opere decorative a carattere artistico presenti nel palazzo. L’inventario non può fornire informazioni in merito ad eventuali dipinti murali. Però risulta esauriente per i quadri, adeguatamente sistemati in ogni ambiente residenziale. 

Ne sono indicati anche i soggetti, però non vengono stimati. Probabilmente non era disponibile un valido esperto. Si trattava comunque di opere di certo valore decorativo, che forse venivano quasi considerate tutt’uno con le pareti. In generale, sono enumerate ben 65 immagini. Di queste 32 sicuramente non hanno soggetto religioso: rappresentano infatti « fioraggi, fruttaggi, panni ... paesaggi ». Non mancano neppure le stampe incollate su tela. Tra queste si ricordano le « quattro parti del mondo ». Le effigi religiose, di soggetto molto vario, sono perlopiù collocate nelle stanze da letto o in spazi privati, a vantaggio della devozione interiore e personale. 

I soggetti profani predominano nelle sale e nella galleria, essendo destinati al godimento visivo degli ospiti. Il gusto della committenza appare piuttosto vario ed aggiornato. Compaiono infatti anche « paesaggi con rovine ». Vero è che la quadreria è anche il risultato di un’accumulazione durata più generazioni, ma è altrettanto vero che non compaiono opere verosimilmente precedenti al tardo XVI secolo. C’è un solo dipinto su tavola, una Adorazione dei Magi, alto una sessantina di centimetri per 30 di base. Probabilmente si trattava di una piccola icona domestica da camera, ancora di tradizione medievale. Va rilevata la mancanza, all’epoca, di una cappella interna al palazzo. I conti avevano comunque il patronato di una cappella laterale nella chiesa parrocchiale di Aurigo 7. 

Merita menzione, infine, il ritratto del conte defunto, effigiato già in età avanzata con tutti i crismi dell’ufficialità. È probabile che il pittore abbia dunque potuto avere il conte in persona come modello. A tale proposito, si osserva che un altro fattore di ricerca di indubbio interesse potrebbe risiedere nel riconoscimento degli autori o degli ambienti a cui attribuire la prove-nienza di queste opere. Mancano infatti adeguate informazioni in merito alla presenza di pittori locali. Il Maro, a livello artigianale, era terra di mastri da muro evolutisi poi in architetti, di stuccatori, di mastri falegnami, ma non di pittori. Durante la prima metà del XVII secolo si potevano acquistare dipinti presso le botteghe portorine di Gio Batta Casanova e Bartolomeo Niggi. È nota l’attività di maestri originari della valle Argentina, come Gio Batta e Lorenzo Gastaldi, le cui opere sono presenti su tutti i versanti delle Alpi Marittime, e come Giacomo Rodi. 

Si conoscono inoltre alcuni brani di attività per ambienti artistici dianesi, arosciani ed intemeli, con radicati punti di riferimento a Monaco (i Manchello) ed a Mentone (i Vento). Nel secondo Seicento il panorama locale prepara l’evoluzione produttiva di alcuni centri costieri, da Oneglia a San Remo, con l’exploit settecentesco di Porto Maurizio. L’attività saltuariamente nota di pittori ormeaschi lascia intravedere la possibilità che in casa Ventimiglia ad Aurigo si verificasse a fine Seicento un confronto culturale favorito dalle relazioni della contessa Ceva di Nucetto, moglie di Ruggero. 

In questo senso va altresì considerata la possibile relazione con “piazze” di ben altra importanza, come quella genovese o, successivamente, romana, ove avrebbe dimorato il cugino e genero, Gio Batta De Gubernatis.Maria Vittoria dei conti Ventimiglia di Caravonica, consanguinei di quelli aurighesi, prioressa del monastero di Santa Chiara di Porto Maurizio nel secondo quarto del Seicento, aveva del resto commissionato l’immagine principale della chiesa conventuale alla bottega di Bernardo Castello, uno dei pittori genovesi più noti dell’epoca. E proprio a Bernardo va riferita la tela del Rosario nella chiesa parrocchiale di Caravonica8. Unica presenza di carattere scultoreo nel palazzo di Aurigo è un crocifisso con Cristo in avorio, oggetto riconoscibile con una certa frequenza anche in oratori e chiese parrocchiali della Liguria. 
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1 Archivio di Stato di Imperia, Copie di Borgomaro, vol. 179 nuovo, in data 27.IV.1694. Per quanto riguarda la vicenda dei Ventimiglia di Aurigo, soprattutto in rapporto alla sistemazione territoriale sabauda, G. DE MORO, Aurigo, Aurigo 1993, p. 141. Per le vicende Amei, si veda A. MELA, La valle del Maro. Paesi e famiglie nel Sei e Settecento, Francavilla 1972, pp. 116-122, in particolare pp. 117 e 242-244. Si coglie l’occasione per un ringraziamento al prof. Alfredo Mela, importante studioso delle genealogie familiari e quindi della realtà storica dell’area imperiese, il quale mi ha segnalato tempo addietro questo importante documento.

2 Per le notizie sulla vicenda familiare, G. DE MORO, Aurigo cit., pp. 105 e 140-143. Fonte della vicenda è poi G. ROSSI, Notizie sulla famiglia De Gubernatis, in  « Giornale araldico genealogico diplomatico », n.s., VII (1881).

3 Per la localizzazione del castello e la sua vicenda ancora G. DE MORO, Aurigo cit., pp. 34-40, anche per le ipotesi di intervento edilizio tardoseicentesco sul palazzo. Per quanto riguarda la residenza dei Ventimiglia all’esterno del castello e comunque in edifici di civile abitazione nel caso di Lavina, si veda A. GIACOBBE, La valle di Rezzo. Panoramica storica e presenze artistiche, Imperia 1993, p. 123.

4 G. DE MORO, Aurigo cit., p. 40.

5 Si tratta di una delle proprietà immobiliari annesse al palazzo, facenti parte del complesso, ma esterne al profilo della residenza principale. Vengono definite con il cognome della persona che l’aveva abitate o dalla quale sono state comprate: sono infatti cognomi tipici di Aurigo, come Emerigo, Dell’Erba (casa del Dalerbino) e sono tuttora riconoscibili nel tessuto urbanistico dell’abitato.

6 Alcuni elementi sull’arredamento della casa medievale o, comunque, sugli oggetti presenti nelle residenze medievali della regione in G. PUERARI, Il tardo Medioevo ad Albenga: casa abbigliamento e artigianato in Legislazione e società nell’Italia Medievale per il VII centenario degli Statuti di Albenga (1288), Collana Storico Archeologica della Liguria Occidentale, XV, Atti del Convegno, 1988, Bordighera 1990, pp. 363-423 oppure G. PALMERO, “Rauba, massaricia, vestimenta et utensilia”, nel Duecento intemelio, in « Intemelion », 1 (1995), pp. 25-40. L’interno delle residenze di alto livello durante l’Antico Regime e soprattutto durante il XVII secolo era contraddistinto da una sostanziale povertà quantitativa di mobilio, a favore dei parati in tessuto. Questa circostanza è confermata anche dal presente inventario. A proposito si possono vedere i contributi di F. SIMONETTI, Il corredo delle dimore aristocratiche genovesi. Testimonianze a Palazzo Spinola di Pellicceria e di M. CATALDI GALLO, Uniformità di decori ed armonia di colori: i tessuti nell’arredo seicentesco in Genova nell’Età Barocca, catalogo della Mostra di Genova, 1992, Bologna 1992, rispettivamente pp. 385-402 e 405-421. Comunque è possibile identificare i tessuti individuati: il broccatello è un tessuto operato appartenente alla famiglia dei lampassi, in cui il disegno è realizzato otticamente sul fondo raso – ottenuto dall’intreccio di una trama in fibra vegetale legata da un ordito di fondo – da una trama lanciata legata ad un ordito supplementare. Per questa e per le altre notizie relative ai tessuti sono debitore di proficui colloqui e suggerimenti a Valentina Zunino, specialista della materia, che ringrazio. Anche il barazin è riconoscibile: forse sta per borraxino termine che identifica un grosso panno di canapa (E. PANDIANI, Vita privata genovese nel Rinascimento, in « Atti della Società Ligure di Storia di Patria », XLVII, 1915, p. 49) o un filato misto lino-cotone di provenienza nordafricana molto usato per le fodere (P. THORNTON, Interni del Rinascimento Italiano, Milano 1992, p. 73). Per quanto riguarda la tipologia di lavorazione del legno ad alto livello qualitativo nelle sedi conventuali cappuccine si veda il recente contributo di B. CILIENTO a proposito del tabernacolo ligneo di Fra Tiburzio da Cagnano nella chiesa dei Cappuccini di Taggia (1701) in Restauri in Provincia di Imperia 1986- 1993, Genova 1995, pp. 155-156 con indicazioni bibliografiche in nota. Ma sul mobile ligure e genovese in particolare si veda il classico volume di A. GONZALES PALACIOS (con la collaborazione di E. BACCHESCHI), Il mobile in Liguria, Genova 1996. Inoltre è utile Civiltà del legno. Mobili dalle collezioni di Palazzo Bianco e del Museo degli Ospedali di San Martino, Catalogo della Mostra, Genova 1985. La sistemazione della camera da letto di Elisabetta Farnese è in U. MARTINI, Il passaggio della regina Elisabetta nella Riviera di Ponente, in « Rivista Ingauna e Intemelia », II (1947), pp. 11-13.

7 I Ventimiglia di Aurigo avevano già sostenuto la costruzione di una cappella (di incerta ubicazione) entro la chiesa parrocchiale nel 1476. Successivamente avevano compiuto vari lasciti alla cappella del Rosario nella medesima chiesa. Si veda G. DE MORO, Aurigo cit., p.68. Per quanto riguarda l’immagine generale delle presenze artistiche all’interno delle residenze civili, si dispone di pochi inventari pubblicati ed utili per un’operazione di confronto. Si possono segnalare quelli della casa di Filiberto Baudo e poi del palazzo di Gio Stefano Gazzano, entrambi del 1724, pubblicati in E. FERRUA MAGLIANI - A. MELA, Pietralata. Un castello ed un contado, San Remo 1982,  pp. 416-417 o ancora parte dell’inventario dei beni del rev. Giovanni Collino prevosto della chiesa dei SS. Nazario e Celso del Maro, del 1636, pubblicato da N. CALVINI - C. SOLERI CALVINI, Borgomaro, Imperia 1993, p. 230. Oltre l’area imperiese, nell’area intemelia, si dispone del contributo di N. CALVINI - M. CASSINI, Apricale, Imperia 1991, pp. 170-173, utile anche a livello di nomenclatura delle tipologie d’arredo.


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