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La nostra singolarità, nata da una violenza simbolicamente esagerata e, pertanto, equivoca, riguarda un determinato intervallo storico: Italia dal 1945 ad oggi.

Che cosa è successo e come? Che cos’è questa traccia di sangue e di dolore che, giorno dopo giorno, il potere, una certa idea di  potere, ha impresso dentro le città e sul volto della quotidiana paura dei suoi cittadini? È una cicatrice mai rimarginata sul bel corpo della nostra storia. Sono le orme di sangue nella foresta politica di una società particolare che, dopo il 1945, alla politica ha dato interamente se stessa.

Senza la politica l’Italia è incomprensibile. Oltre la litania banale e stupida di tanti detrattori occasionali e opportunisti, questa è la inequivocabile essenza italiana. La politica è ovunque l’unico fatto sociale totale, il solo vettore che passa trasversalmente dentro ogni sistema e dentro ogni soggetto sociale: il solo a legarli assieme nella unità che è il fondamento della complessità. Senza l’unità politica, come insegna la filosofia della polis greca e Hannah Arendt, la società complessa ritorna nel caos e l’individuo perde la sua naturale, umana condizione di cittadinanza. Ovunque è così. Ma per l’Italia la politica è anche cervello e la spina dorsale: sia la struttura scheletrica che la tiene in piedi; sia il sistema di connessioni logiche ed emotive che la articola. Quando la società e le istituzioni, dopo il 1945, non c’erano più, i partiti c’erano già. La struttura sociale, ancora prevalentemente agricola, era estranea anche alla guerra tra industria di produzione delle armi e tecnologia militare atomica, quale è stato l’ultimo conflitto mondiale guerreggiato. La società era sconquassata dalla sua arretratezza ed era lacerata dalle parti in lotta. Diremmo oggi, dalla sua entropia. 

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