9.4.e) - Conclusione

L’obiettivo iniziale della tesi è quello di cercare di definire con esattezza quale reazione suscita l’atto del terrorista suicida, lo smembramento del suo corpo e di quello delle sue vittime.

Per interpretare al meglio la ricerca da me condotta, è necessario abbandonare le naturali stigmatizzazioni che siamo portati ad avere, uscendo dalla logica eurocentrica e conducendo la questione attraverso una prospettiva antropologica, infatti, diventa essenziale spostare il punto di vista.

Ma la prospettiva non deve essere corretta una sola volta.

Prima, come spiega Asad (2009), bisogna ben chiarire le somiglianze e le differenze tra le guerre convenzionali e quelle non convenzionali distinte dal diritto internazionale e quindi seguire lo sguardo del terrorista per comprenderne gli argomenti di legittimità o di non-leggitimità, confrontandolo con la regolare figura del soldato. Dopo, quando sono stati chiarite le questioni degli attentatori e quando è chiarita la loro visione, bisogna metter a fuoco l’immagine, la figura e la prospettiva delle vittime. È Adriana Cavarero (2006) che chiarisce le condizioni che portano la vittima dal vivere una condizione di vulnerabilità a quella di diventare totalmente inerme nel momento in cui ad essere colpita è la propria quotidianità.

Questo continuo cambiamento di prospettiva è utile non per comprendere le ragioni e le intenzioni che portano i terroristi a diventare suicidi, ma per riflettere sulle motivazioni che rendono tale immagine così “orroristica”, in opposizione alle violenze proprie delle guerre a bassa intensità.  

Ricercare le motivazioni riscontra una obiettiva difficoltà ovvero i perperatori della violenza non possono rilasciare testimonianze dirette, per questo è mia intenzione soffermarmi sull’orrore che provocano non solo su chi vede un corpo smembrarsi, ma anche per chi da casa si sente colpito.

Per quanto l’antropologia e la storia insegnino che la violenza sia qualcosa di intrinseco in ogni collettività,  i nostri media e la letteratura politica restano pur sempre ossessionati dalla ferocia degli jihadisti. Tuttavia la ferocia non basta per capire fino in fondo ciò che abbiamo visto e vissuto in questi ultimi anni sui mezzi di comunicazione di massa. Il passaggio, più volte verificatosi nella storia dell’umanità, da violenza a orrore,  fa ben intendere come è possibile categorizzare nell’orrorismo la violenza estrema dell’azione umana.

Possiamo cedere all’orrorismo quando si perde la propria dignitosa unicità, simbolo dello statuto ontologico degli uomini.

Negli ultimi anni si è assistito a vere e proprie crudeltà, la prima è stata il fotoreporter americano James Foley. Poi nell’arco di un mese sono stati decapitati il reporter statunitense, Steven Sotoff, e il cooperante scozzese David Haines. Il rito pressoché identico prevedeva che il condannato fosse vestito di un camicione arancione, mentre il boia era in nero, con il capo e il viso occultati. Teneva in mano un coltello esibito come strumento di morte.

Questo orrore, che in questo periodo storico è suscitato dai filmati dell’ISIS, proviene da una tradizione, pressoché evidente sul territorio statunitense, che riprende il principio arendtiano secondo cui l’uomo perde il suo statuto ontologico nel momento in cui viene meno l’ unicità suo del corpo, ciò è chiaro con la pena di morte. Ogni forma di decollazione e smembramento non è accettato: la testa del detenuto non può e non deve essere separata dal corpo, il quale va conservato nella sua integrità nel momento in cui viene eseguita la sentenza.

Il termine “Orrorismo” di Adriana Cavarero coglie perfettamente il senso di ciò che viene percepito dalle vittime vive del terrorismo. Sia l’orrore dello smembramento del corpo dovuto ai body bombers, sia l’orrifico delle decapitazioni dei prigionieri suscitano un senso di “agghiacciante inermità”, una ripugnanza che è entrata nelle case dei cittadini dell’Europa e dell’America; i nostri media e la letteratura politica sono rimasti ossessionati dalla ferocia degli jihadisti e tale sentimento di paura per un prossimo attacco, di terrore per una aggressione alla propria quotidianità e di orrore per la perdita della propria ontologica unicità, porta a giudicare come barbari e non convenzionali gli attacchi suicidi. 

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