9.4.d) - Orrorismo suicida

L'etimologia del termine “terrore” è da ricondursi al verbo latino terreo o terseo, che significa letteralmente “atterrire, spaventare, mettere in fuga”[1] Questo verbo è caratterizzato dalla radice tras- o tars- che indica verbi di movimento quali muovere e agitare. Evidenzia una percezione fisica della paura e una reazione fisica che dunque allude non solo al movimento del corpo che trema, ma anche a quello più dinamico del fuggire; “O tresas”  è il sostantivo che indica il fuggiasco, ed essendo usato spesso in un contesto bellico, può indicare il soldato che fugge invece di rimanere al suo posto nello schieramento. Fra le molte espressioni che definiscono la paura ( tra cui anche phobos che già in Omero può significare sia “spavento che “fuga”.), il terrore indica quella che agisce immediatamente sul corpo, facendolo tremare e spingendolo ad allontanarsi alla fuga.

Sebbene sia spesso affiancato al terrore, l’orrore mostra caratteristiche opposte.

“Orrore” indica, anche nel suo significato più arcaico, una sensazione fisica “che fa rabbrividire e rizzare i capelli, suscitata da cosa terribile o crudele.”[2] La manifestazione fisica della pelle d’oca, cagionata dall’orrore, è connessa con la reazione fisiologica al freddo e ad uno stato di paralisi che trova rafforzamento nell’impietrirsi di chi si agghiaccia. Il termine orrore corrisponde a vocaboli derivanti dalla famiglia del deinon ( se accostato a termini come vedere o udire può essere tradotto con le espressioni: mandare un tremendo grido, orribile a vedersi, orribile a udirsi[3] lemma che non è facile da tradurre.  Alcuni filosofi fanno ricondurre questo termine ad uno stato di spaesamento del tutto peculiare all’essere umano e alla sua consapevolezza di una morte dalla quale non scampa[4].

Nella mitologia classica, la figura che incarna l’orrore è la Medusa, unica sorella mortale tra le Gorgoni[5], ben più ripugnante di ogni altro mostro, con i suoi capelli irti e serpentini, essa agghiaccia e paralizza con lo sguardo; la pietrificazione del corpo delle sue vittime evoca la rigidità ed il pallore di un cadavere, mentre lo specchio usato da Perseo[6] (il cui nome significa il tagliatore) per ucciderla, ma ancor di più l’atto di tagliarle la testa, rappresenta l’inguardabilità della propria morte[7]. Medusa incarna in toto l’orrore quando la singolarità del suo corpo, la sua unicità viene sfigurata; ripugnante, infatti, è lo smembramento del corpo, tanto che finché alla salma è conservata la sua unità, tale sembianza umana è ancora guardabile[8]. Andriana Cavarero soffermandosi sul suddetto mito, si trattiene sull’importanza dello specchio. Con lo specchio, infatti, Medusa guarda la sua morte, si vede mentre viene decapitata e vede la ferita inferta da un colpo mortale che la lascia in vita per guardarla[9].

  Riprendendo il pensiero di Hannah Arendt, secondo la quale l’uomo perde il suo statuto ontologico nel momento in cui viene meno la sua unicità, dopo che il corpo viene reciso come  nel caso del mito, o fatto a brandelli come nel caso di uno shahid, Adriana Cavarero sostiene che a finire non è la vita di una persona, ma la condizione umana stessa che è  incarnata nella singolarità dei corpi[10]. In questo senso lo smembramento del corpo e la ripugnanza che genera riguarda tutti gli esseri umani: “chi condivide la condizione umana, condivide anche il disgusto per un crimine ontologico che mira a colpirla per disumanizzarla”[11].

L’orrore legato al terrorista suicida deriva esattamente dal maciullamento del proprio corpo e, fra le molte storie che testimoniano la raccapricciante fine di un corpo scomposto da una bomba, ce n’è una particolare che  Cavarero riporta:

“Vi si narra di due ragazze sedicenni: la palestinese Ayat al-Akhas, l’israeliana Rachel Levy, nata in California. Ambedue sono brune con lunghi capelli neri. Quando entrano insieme, benché sconosciute l’una all’altra , nel supermercato Supersol alla periferia di Gerusalemme, il 29 marzo 2002 , qualcuno le scambia per sorelle. Ayat porta addosso una cintura esplosiva , rinforzata con chiodi e biglie d’acciaio per aumentare il potenziale distruttivo. Disturbata dalla guardia giurata che vuole perquisirla, la fa detonare presso la porta d’ingresso […] . Secondo le prime ricognizioni, le vittime sono “solo” due : Ayat stessa e la guardia. In verità tra i corpi c’è anche Rachel, ma i pezzi dei corpi rimasti sul terreno e la somiglianza delle due ragazze induce gli investigatori a ritenere che i resti femminili appartengano al corpo di Ayat. A lei viene attribuito il pezzo meno danneggiato: una testa mozzata con un bel viso e lunghi capelli neri. Sarà la madre di Rachel, guardando il notiziario alla televisione, a riconoscere invece in questo meduseion sanguinante il volto della vittima.[12]

La filosofa conia il termine “Orrorismo”, non solo come richiamo tramite assonanza con il “terrorismo”, ma soprattutto per sottolineare la ripugnanza che, accumunando molte scene della violenza contemporanea, le ingloba nella sfera dell’orrore piuttosto che in quella del terrore[13]; chiamarlo orrorismo aiuta ad ipotizzare che un certo modello dell’orrore sia indispensabile per comprendere il nostro presente[14]. Secondo Cavarero tutta la terminologia militare e politica ancora in uso (guerra, nemico, terrorismo) non coglie più il senso degli eventi[15]. La scena odierna della violenza non presenta eserciti che si fronteggiano. Presenta invece un massacro unilaterale di vittime inermi, per di più definite ‘danni collaterali’ oppure ‘infedeli’. Intende trovare un punto di vista nuovo che possa sostituire la visione della guerra del soldato, e che, per Cavarero, come chiarito nel precedente capitolo, non può che essere quello della vittima innocente del terrore che, ignara di ogni scelta strategica, ne subisce l’ orrorifica conseguenza. Scegliendo di privilegiare lo sguardo della vittima, il terrore e le sue conseguenze appaiono in una luce nuova che Cavarero, appunto, propone di spiegare attraverso il neologismo orrorismo:

“Se il nome [terrorismo] deve essere mantenuto, è a chi si trova nella involontaria posizione della vittima inerme che spetta, eventualmente, di autorizzarlo. Dal suo punto di vista, la strategia che lo colpisce è, in quanto violenza unilateralmente subita, l’intera sostanza. Né mezzo né fine, essa consiste nell’attualità inappellabile della mera distruzione”[16].

 Come riporta la storia di Ayat al-Akhas e di Rachel Levy, tipico degli attentati suicidi è l’atto che consiste in una carneficina che smembra i corpi e confonde le membra dell’omicida e della vittima[17]; in tal senso, l’espressione inglese body bomber, differentemente dai termini “shahid” e “kamikaze”, chiarisce come i corpi esplodono in pezzi e diventano un mucchio di carne. Come testimonia Omero nell’Iliade, l’orrore dilaga sempre nella scena bellica:  Achille, lordo si sangue che guida il suo carro insozzato su un tappeto di cadaveri e manifesta la sua volontà di tagliuzzare la carne di Ettore e mangiarla, i copri maciullati, gli arti smembrati, le carneficine e la macelleria fanno parte del teatro abituale greco e lo rendono orripilante. L’opera basa il suo orrore sulla sfigurazione, va oltre l’omicidio “rappresenta un uccidere che, oltrepassando il fine elementare di togliere una vita, si dedica invece a distruggere il vivente come corpo singolare.”[18]

L’Orrorismo è caratterizzato da una forma particolare di violenza che eccede la morte stessa.

Come precedentemente detto, spesso l’arma dell’attentato è il corpo di una donna; ancor di più nel territorio ceceno dove l’azione è riservata solo alle donne[19]. Donne che, spesso, vengono ritratte, da autrici e autori odierni,  in una cornice di compassione, il cui corpo si trova impotentemente travolto in una dilagante violenza omicida. Riconoscere la violenza e l’orrorismo nel volto femminile, oggi, è un’impresa complessa: Cavarero spiega come molte autrici “simpatizzano” ( nel senso più arcaico del termine di “patire insieme”)  per le shahid,  pensando che queste donne mussulmane non abbiano via di scampo e siano obbligate da una società che le sottomette[20] a compiere un  atto estremo; in quest’ottica lo sguardo non contempla l’uso del loro corpo come arma violenta, ma si corregge ad osservarle come vittime inermi. In realtà, assegnando la dovuta responsabilità alle donne, la prospettiva cambia.

 “Ho sempre sognato di trasformarmi in schegge mortali contro i sionisti […] e la mia gioia sarà completa quando le parti del mio corpo voleranno in ogni direzione.”[21]

Come si evince da tale dichiarazione, non è propriamente corretto rivestire le donne nel ruolo di vittime; secondo la tesi emancipatoria, sarebbe infatti proprio questo atto a permettere alla donna di uscire dal contesto domestico, per diventare eroina nella sua collettività, guadagnandosi un ruolo politico[22] .

Il culmine dell’orrorismo è quando il corpo detonato è quello di una donna incinta. La scena risulta molto più raccapricciante, più intensa. Alla questione, infatti, si aggiunge se considerare infanticidio o no l’esplosione del corpo gravido. Secondo Adriana Cavarero si dovrebbe parlare di gravidanze interrotte più che di infanticidio; questo sussiste quando vengono uccisi dei bambini vivi e cioè quando le vittime coincidono con gli inermi in assoluto. “Tanto più quando la si intenda in termini corporei, l’unicità che caratterizza lo statuto ontologico degli umani è infatti anche una costitutiva vulnerabilità.”[23]

La costellazione mitica greca dell’orrore predilige volti femminili, probabilmente subito dopo Medusa viene infatti Medea.

Medea è ritratta come una maga crudele che taglia a pezzi le vittime tra cui il fratello neonato Apsirto, che ella ruba dalla culla prima di fuggire con Giasone[24], il raccapricciante episodio verificatosi a Iolco, dove Medea spinge le figlie del vecchio re Pelia ad ucciderlo per poi tagliarne a pezzi il corpo e farli bollire in un calderone, fino ad arrivare all’ iperbolico infanticidio dei figli con lo sgozzamento[25]. In questo senso, la parentela fra Medusa e Medea è stretta. Uccidendo i propri figli, da lei conosciuti per nome e amati nella loro individualità, macellandoli, viene tolta la loro singolare dignità[26].

Qualunque sia il valore militare o emancipatorio che gli si attribuisce, il corpo femminile che esplode per dilaniare corpi innocenti è, simbolicamente, sempre un corpo materno[27], il crimine di cui la donna si fa protagonista ha radici “affondate nella condizione umana della vulnerabilità.”[28] che nessun pretesto politico può cancellare. Medea a differenza delle attentatrici, tuttavia, non si fa esplodere, uccidersi insieme a loro non le avrebbe dato il tempo di misurare la profondità crimine commesso.

 L’orrorismo suicida, in questo senso, si chiude in una violenza istantanea e irresponsabile.

 Adriana Cavarero, in Orrorismo (2007), colloquia con Hannah Arendt, la quale sostiene che ognuno è unico nella sua corporeità e vulnerabile perché consegna la propria singolarità esponendosi agli altri; la condizione di vulnerabilità va a coincidere con quella dell’inerme proprio nella figura del neonato, del bambino[29]. Bambino che, come precedentemente chiarito, non ha alcun modo per difendersi se non affidandosi ad una relazione ed in questo senso la relazione è una condizione fondamentale.

La differenza tra l’inerme e il vulnerabile è chiarita dall’etimologia. L’inerme è chi non ha armi e quindi non può offendere, uccidere e ferire. L’inerme è chi si trova in una condizione di passività e subisce una violenza alla quale non può né reagire né rispondere.

Il vulnerabile è chi può essere ferito o è facile da attaccare. L’essere umano è sempre vulnerabile e lo rimane finché vive, l’adulto è di nuovo inerme solo in alcune circostanze: come appunto succede nel caso della tortura , le circostanza che vedono una vittima inerme subire una violenza “sono volute, approntate e organizzate da aguzzini in armi”[30].

Particolare è il caso della prigione di Abu Ghraib, situata nei pressi di Baghdad. Dall’incidente dell’Aprile del 2004, di cui vennero pubblicate molte foto, si evince che oltre agli uomini che svolgevano con entusiasmo il ruolo di torturatori, sono effettivamente presenti le pose grottesche di Lynndie England e Sabrina Harmana che conquistano la ribalta mediatica. C’è in questo caso qualcosa di barbaro e inumano; come spiega Adriana Cavarero, c’è una profonda violazione della dignità ontologica; le immagini di Abu Ghraib hanno contribuito a segnalare la tortura come un crimine estremo, distinguibile da ogni altro tipo di violenza, crudeltà e degradazione[31]. Nella tortura l’aguzzino ha il completo controllo e il completo potere, così l’asimmetria derivante dal terrorismo si ripropone “la vittima è in una posizione di completa vulnerabilità ed esposizione, il torturatore in una posizione di perfetto controllo e imperscrutabilità”. Il torturato, privato di ogni autonomia, è costretto a farsi spettatore della sua morte; la vittima, nella relazione con il suo aguzzino, è qui vulnerabile e inchiodato nella sua posizione e “unilateralmente esposto al solo lato del vulnus”. Emerge la ripetizione infinta e continua della sofferenza della vittima. A differenza del civile sconfitto immediatamente nella sua quotidianità, il tempo nella tortura si dilata.

 È chiaro che, quando vengono uccise persone vulnerabili ed inermi da un attentato terrorista, si instaura un clima di incertezza sociale che si frappone nelle relazioni. Arjun Appadurai spiega in “Sicuri da morire” (2005) come il terrorismo operi attraverso lo strumento dell’incertezza, che si manifesta in diverse forme. La prima si basa sul fatto che non sappiamo cosa gli attentatori vogliono o chi precisamente intendessero attaccare; la seconda è il pensiero di ciò che potrebbe ancora accadere e quindi “il terrore è, prima di tutto, terrore del prossimo attacco”[32]; ed infine si pone il problema, come già spiegato sopra, che i terroristi offuscano la distinzione tra spazio militare e civile, rendendo incerti i confini che dovrebbero delimitare la sovranità della società civile.

Oggi la guerra è caratterizzata da un alto livello di tecnologia che ha il fine, tra i tanti, di tutelare il corpo del soldato; nell’epoca della distruzione telecomandata, la salma del caduto diventa un simbolo dell’impotenza del sistema. In questo senso la violenza distruttiva dell’attentatore suicida, in quanto veicolata dal puro corpo, appare particolarmente scandalosa. L’esplosivo portato in una cintura o in uno zaino e il meccanismo di detonazione, non riescono a gettare in ombra l’orrore che si focalizza sul corpo dello shahid[33].

Anche Talal Asad tratta sulla reazione delle persone in Occidente che rispondono con orrore alle rappresentazioni letterarie e visive degli attentati suicidi. La sua analisi parte della teoria di Jacqueline Rose secondo la quale l’orrore nasce dal fatto che gli assassini muoiono insieme alle loro vittime, creando una sorta di “insopportabile” intimità che accomuna entrambi[34]. Secondo Asad l’orrore nasce non solo per la morte dell’attentatore,  ma soprattutto perché è testimone della morte di altri esseri umani con cui condivide una vicinanza spaziale e sociale[35].  Lo smembramento del copro, inoltre, suscita orrore perché irrompe in silenzio e nella vita di tutti i giorni: il bombardamento aereo è preceduto da un avvertimento, che siano sirene o il rombo degli aereoplani, indipendentemente dal fatto che potrebbero esserci o no la possibilità per i civili di darsi ad una fuga (come il caso di Hiroshima e Nagasaki). In realtà i morti e le mutilazioni generate dalle mine in terra, spiega l’autore, sono ugualmente silenziose e non sono poche.

 Sul tema si pronuncia Stanley Cavell, secondo cui l’orrore indica la precarietà dell’identità umana, ovvero che tutti gli uomini possono essere o diventare qualcosa di diverso di ciò che sono[36]. L’orrore, osserva Cavell, non ha una motivazione, non ha un oggetto; è diverso dalla paura, non corrisponde alla sua forma estrema ovvero il “terrore”, ma fa riferimento[37] anche ad “uno stato dell’essere che viene sentito. L’orrore fa esplodere l’immaginario, lo spazio entro cui la persona, nella sua precarietà, dimostra a se stessa la propria identità.”[38] Talal Asad paragona due testi. Inizia con il tentativo, proposto da alcune cronache delle operazioni suicide pubblicate nei quotidiani, di concretizzare  l’idea dell’orrore, tali resoconti si riferiscono generalmente all’improvviso frantumarsi e mescolarsi di oggetti fisici e corpi umani[39], la cronaca descrive uno scenario di morte e di feriti, ma soprattutto la confusione delle forme del corpo contornando il tutto con dettagli toccanti sulle vittime che derivano da informazioni acquisite solo dopo l’evento. Riporta, inoltre, delle storie di uno psichiatra Theodore Neldelson che ebbe in cura i veterani del Vietnam, i quali soffrivano di disturbo post-traumatico da stress. Essi cercarono di narrare ciò che hanno fatto ad altri e a se stessi durante la guerra, di articolare le loro sensazioni di dolcezza e crudeltà, ma erano incapaci di raccontare quell’esperienza, “incapaci di offrire una descrizione coerente di se stessi in quanto esseri umani”[40].  Dave Grossman[41], scrivendo del “mare d’orrore che”, in battaglia, “circonda il soldato e assale ogni suo senso” narra un racconto delineando l’orrorifica esperienza della guerra, ma in questa narrazione non c’è un carnefice preciso; l’ orrore, di per sé, non richiede un colpevole preciso, sebbene tale tema è proprio del discorso dello stato-nazione che ha lo scopo di trovarne uno con lo strumento della legge[42].

Tornando al simbolo dell’immagine di Medusa. È nota la scultura di Benvenuto Cellini “Perseo con la testa di Medusa”, realizzata per la Loggia dei Lanzi di Firenze. Qui il volto della Gorgone è quasi dormiente, il senso è simboleggiare la forza morale dell’eroe sulla brutalità ferina del mostro. Più patetica, invece, è la tela del Caravaggio, conservata a Firenze nella Galleria degli Uffizi, che ritrae Medusa con la bocca spalancata. Dalla testa mozzata escono rivoli di sangue che si confondono con la viscida chioma di serpenti. Gli occhi sbarrati non guardano lo spettatore, ma probabilmente se stessa mentre viene sgozzata. Parte focale del quadro è il grido che rimane muto e strozzato. L’orrore rimane senza parole e senza suono. rivolgendosi a un orecchio congelato in attesa di un urlo che non potrà sopportare [43].

Fra le fotografie scattate in occasione degli attentati che hanno colpito Londra il 7 luglio 2005, ce n’è una che ritrae una donna che ha una maschera di garza sul viso fornitale dai soccorritori come immediato medicamento e protezione delle bruciature del volto. Le sue mani sono appoggiate ai lati del viso per fare aderire e trattenere la maschera. La donna ferita ricorda che la violenza dell’orrore colpisce sempre qualcuno, abbattendosi sugli esseri umani e che le vittime delle stragi sono sempre creature singolari, con un volto, un nome ed una storia[44].  

Sulle immagini che suscitano ribrezzo, secondo Susan Sotang, fotografie e video orroristiche, indubbiamente, possono offendere la sensibilità e oltrepassare i limiti del “buon gusto” ( come il caso delle fotografie censurate che rappresentano le sofferenze dei popoli del Terzo Mondo), ma sono fondamentali per il loro valore etico, in quanto testimoniano che “ gli esseri umani commettono dappertutto cose terribili ai danni dei proprio simili[45]”. Sontag, non solo insite sulla necessità di rendere pubbliche tutte le foto che documentano le atrocità inflitte dagli uomini ai loro simili, ma contesta anche il presunto effetto di abitudine a tal punto che alcune immagini di un corpo smembrato possono affascinare.

Sul tema interviene George Bataille, filosofo che occupa un posto di spicco tra i “maledetti” del Novecento, il quale nella sua opera “Lacrime di Eros” (1961), fa riferimento ad una fotografia di un giovane cinese che viene sottoposto al rito dei “cento pezzi”, in cui egli viene lentamente tagliato vivo. Viene rappresentata la distruzione di un corpo umano vivente e, dunque, la divisione della sua identità; una fotografia di un corpo inerme e assolutamente impotente di fronte ai suoi carnefici. Ma per Batalle è anche qualcos’altro: il volto della vittima mostra un dolore insopportabile, che è allo stesso tempo espressione di un abbandono orgiastico: “ Fu in quella occasione che io scorsi, nella violenza di questa immagine, un valore infinito di sconvolgimento. A partire da questa violenza – ancora oggi io non riesco a propormene un’altra più folle, più orribile – io fui così sconvolto che accedetti all’estasi”[46]. Bataille si sofferma sull’orrore dei corpi violentati, maciullati e smembrati, tenne tale foto per decenni senza stancarsi di guardarla, foto che rappresenta la “disfigurazione” di un essere umano che, come Medusa, è costretto a guardare la sua morte.

Sotang commenta l’affermazione di Bataille affermando che il filosofo di certo non prova piacere alla vista di quel tormento, ma c’è qualcosa di più profondo: “della possibilità che gli elementi distintivi mediante i quali ogni vita umana è vissuta si dissolvano nell’estasi[47]. Si tratta di un legame fondamentale tra l’estasi religiosa e l’erotismo, una concezione della sofferenza, del dolore degli altri che viene condiviso, profondamente radicata nel pensiero religioso, che associa il dolore al sacrificio e il sacrificio alla glorificazione. C’è una lunga tradizione cristiana che ritrae l’agonia che i peccatori continuano a patire dopo la morte.  Queste opere medioevale di certo non affrontano l’orrore inteso nel senso di Cavell, ma, come spiega Sotang, hanno l’intento di evocare, nei cuori dei credenti peccatori, la paura estrema della punizione divina[48].

Ci sono poche cose sconvolgenti quanto un suicidio improvviso davanti ai proprio occhi, per molti l’orrore è generato dall’immagine inaspettata di un corpo dilaniato, di un’identità umana distrutta. Un’operazione suicida, in cui molti muoiono e restano feriti, amplifica questo trauma. Un possibile rifugio dall’orrore e dal senso di impotenza è una rabbia diretta contro i perperatori della violenza mortale[49].  Basti sapere che il primo attacco suicida palestinese in Israele ebbe luogo nel 1994 per vendicare l’uccisione extragiudiziale di un funzionario di Hamas da parte degli israeliani[50]. Il problema sussiste quando il crimine e la punizione coincidono, come nel caso dell’attentatore.  Il senso di impotenza che deriva dopo che un reato è stato commesso, può portare al desiderio di punire il criminale; nel caso dell’omicidio, la vendetta mortale separa e contrappone la morte come perdita, percepita come atto brutale, alla morte come restaurazione[51], intesa come giusta soddisfazione. La vendetta si giustifica come restaurazione di un’offesa, il che spiega perché essa richieda che il crimine e la punizione siano temporalmente separati. Quando questo intervallo di tempo non esiste, “il senso profondo dell’identità dei testimoni- che si identificano con i morti e dipendono dalla giustizia retributiva per avere soddisfazione- può essere minacciato e l’orrore può sopraggiungere[52]”. In conclusione tale separazione è essenziale al funzionamento del diritto odierno, da cui dipendono le libertà moderne, le morti nelle operazioni suicide sono particolarmente intollerabili[53].

Secondo Asad un suicidio inaspettato è sempre sconvolgente, soprattutto quando avviene in pubblico e quando coinvolge la distruzione di altri copri; esistono tensioni che tengono insieme le identità odierne ovvero l’autodeterminazione individuale e l’obbedienza collettiva alla legge, il rispetto della vita umana e la sua morte giustificata, tensioni fondamentali su cui si costituisce lo Stato moderno, ma posso essere minacciate quando un’operazione suicida ha luogo all’improvviso[54].


[1] Luigi Castiglioni e Scevola Mariotti. Vocabolario delle lingua latina 2001. sotto la voce terreo p.1291

[2] Ivi. sotto la voce horreo. p. 565

[3] Lorenzo Rocci, Vocabolario GRECO E ITALIANO. (1998) sotto la voce deinos, p.420

[4] Adriana Cavarero. Orrorismo. Ovvero della violenza sull’inerme (2007). p. 22

[5] Ivi p. 14.

[6] La leggenda racconta che Perseo con l’aiuto degli dei riuscì ad avvicinare Medusa senza guardarla negli occhi. Fu cosi che, con un falcetto affilato, afferandola per la chioma, l’eroe riuscì a tagliarle la testa.

[7] Adriana Cavarero. Orrorismo. Ovvero della violenza sull’inerme (2007)  p.15

[8] Ivi, p.23

[9] Ivi p. 25

[10] Ivi. p.36

[11] Ivi. p.25

[12] Ivi p.141

[13] Ivi. p.41

[14] Ibidem

[15] Adriana Cavarero. Orrorismo ovvero della violenza sull’inerme. (2007) pp. 18-22

[16] Ivi p. 103.

[17] Ibidem

[18] Ivi. p.21

[19] Ivi.p.133

[20] Adriana Cavarero. Orrorismo. Ovvero della violenza sull’inerme (2007). p. 136

[21] Ivi,. p.132 A. Cavarero cit. Reem al Rayashi, in un video che ne registra le ultime volontà, prima dell’atto suicida.

[22] Ivi. p.139

[23] Ivi. p.30

[24] Kàroly Kerènyi, Gli dei e gli eroi della Grecia, vol I p.180

[25] Adriana Cavarero. Orrorismo. Ovvero della violenza sull’inerme. (2007) p.38

[26] Ivi. pp. 36-41

[27] Ivi. p.139

[28] Ibidem

[29] Adriana Cavarero. Orrorismo. Ovvero della violenza sull’inerme (2007) pp. 30-36

[30] Ivi, p.43

[31] Ivi. pp. 142-147

[32] Arjun Appadurai. Sicuri da morire. La violenza nell’epoca della globalizzazione. (2005) pp. 93-94

[33] Talal Asad. Il terrorismo suicida. Una chiave per comprenderne le ragioni (2009) p. 68

[34] Ivi. p.69

[35] Talal Asad. Il terrorismo suicida. Una chiave per comprenderne le ragioni (2009) p.67

[36]Ivi p. 68.

[37] Ibidem

[38] Ibidem

[39] Talal Asad. Il Terrorismo suicida. Una chiave per comprenderne le ragioni. Cit. Cronaca di Craig Nelson pubblicaa nell’Atlanta Journal-Costituition, 14 settembre 2003.

[40] Ivi.  p.72

[41] D. Grossman, in “On Killing. The psychological Cost of Learning to kill in War and Society, Little, Brown, New York 1995 spiega i meccanismi di resistenza e di stimolo ad uccidere in combattimento, il ruolo dell'addestramento nel condizionare i soldati a superare i limiti etici, istintivi e fisiologici propri dell'essere umano.

[42] Ibidem

[43] Adriana Cavarero. Orrorismo. Ovvero della violenza sull’inerme. (2005) p. 27

[44] Ivi. p.29

[45] Ivi. p.76

[46] Talal Asad. Il Terrorismo suicida. Una chiave per comprenderne le ragioni. Cit George Batallie, Lacrime di Eros (1961) p.223

[47] Talal Asad. Il terrorismo suicida. Una chiave per comprenderne le ragioni. (2009) p. 79

[48] Ibidem

[49] Ivi. p.88

[50] Ibidem, in nota 45

[51] Ibidem

[52] Ivi. p.89

[53] Ibidem.

[54] Talal Asad. Il terrorismo suicida. Una chiave per comprenderne le ragioni ( 2009). p. XVI

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