3 - La dimensione simbolica

Come è noto, i mezzi di comunicazione di massa sono essenziali in ogni parte del mondo per la costituzione di quella che chiamiamo opinione pubblica. 

La vicenda palestinese rappresenta un caso paradigmatico della costruzione di una cultura cosiddetta del martirio, sia per la lunga storia di oppressione e lo stato di occupazione permanente, ma allo stesso tempo per la capacità dei gruppi più radicali di esercitare una diffusa egemonia, costruendo cornici simboliche e modelli di interpretazione dell’esperienza quotidiana. Prima, dopo e durante gli attentati si organizzano quasi sempre feste e celebrazioni, contornate da simboli e azioni che si ripetono e che esaltano il terrorista[1]. Nel maggio del 2002 Hamas mandò in onda le immagini di Naima e Abed, una signora di Gaza che posò per un attacco ad una colonia israeliana[2]:

“ Questo è il miglior giorno della mia vita. Possa il tuo proiettile colpire il bersaglio.”

Non mancano versetti coranici e fucili mitragliatori, accostati ad una allegoria spesso presente di manifesti della cultura che domina città e villaggi palestinesi[3]. Simboli che sono diretti e crudi, in cui gli spargimenti di sangue e le carneficine non sono nascoste da espressioni eufemistiche, sono anzi portate all’esasperazione e diffuse tramite social network e siti web che forniscono al piano della propaganda nuove e straordinarie possibilità di amplificazione[4]. La capacità tecnica dei terroristi  di agire attraverso la rete , permette loro di valicare frontiere e territori. Per questo può fare a meno di strutture gerarchiche come quelle che identificavano nel passato le organizzazioni terroristiche.

Nella costruzione di un significato culturale delle missioni suicide, capace di conferir loro forti connotazioni emotive e identitarie, i sistemi simbolici e le pratiche performative contano molto più dei testi[5]. Tale apparato è composto da un intero repertorio di produzioni culturali di massa, che le organizzazioni della lotta armata promuovo e diffondono in modo sistematico e capillare[6]. Ne fanno parte le canzoni e le poesie, una letteratura di supporto e di esaltazione o giustificazione dell’attentato che si diffonde in giornali e media di molti paesi arabi.

“Alla processione di massa che commemora la morte del martire partecipano spesso altri militanti vestiti essi stessi da martiri, avvolti da finte cinture esplosive;[7]” (Mohammed M. Hafez,2006)

Tutte queste azioni , presentate come spontanee reazione “dal basso”, sono in realtà compiute secondo un ordine molto preciso e controllato. Sempre Hafez, continua affermando che queste azioni idealizzano l’atto del martirio ed elevano i suoi valori agli occhi di potenziali nuove reclute, ispirando future missioni[8]. Un aspetto di questa propaganda è il modo in cui essa penetra capillarmente nei suoi movimenti più banali; la cultura di massa, i giochi per bambini o i più comuni programmi televisivi si impregnano della tematica del sacrificio, di discorsi sull’odio verso i nemici, sull’uccidere ed essere uccisi per la patria e per Dio.

“ […Si tratta dunque di] mappare i modi in cui le concezioni culturale della violenza sono usate discorsivamente per amplificare ed estendere la forza culturale degli atti violenti, e come questi stessi atti generino un idioma condiviso che conferisce significato alla morte violenta.[9]( Whitehead, 2006).

L’antropologa Nassera Abufarha spiega che le operazione suicide si impongono come  un “discorso culturale” dominante, tanto che anche le organizzazioni secolari e alternative ad Hamas sono spinte ad adottarle: non sempre per scelta strategica, ma per non perdere contatto con l’intimità culturale ormai dominante nel territorio[10].

Spicca il pensiero di Scott Atran, un antropologo americano che ha lavorato a Parigi, facendo una sorta di “ricerca sul campo”; l’autore contrasta la tendenza alla barbarizzazione dei nemici (appunto i “terroristi islamici”) sostenendo che il loro comportamento è comprensibile in relazione a un principio di difesa dei “valori sacri” e dei vincoli sociali[11]. La scelta del terrorista suicida deve essere compresa non sullo sfondo di un modello universale e astratto di razionalità, ma in relazione a un discorso culturale storicamente contingente, che permea a fondo la vita quotidiana in un contesto sociale chiuso e compatto[12]. Così l’atto del terrorista, può essere personale di sofferenza, di rabbia, di desiderio di vendetta, di riaffermare il proprio onore per sé e per la propria famiglia, oppure può derivare dalla fede religiosa e da un’idea di martirio come estrema forma di devozione, oppure può essere una tattica militare.

Oppure può essere una forma di violenza, legittimata dalla stessa cultura, che “ Noi” non riconosciamo per una innata distorsione etnocentrica dell’Occidente, portatore di concetti universali di pacificazione e di sviluppo quantitativo e qualitativo della vita umana, che non devono essere esportati da una supremazia della forza (militare, politica, sociale, economica), ma devono essere accolti da una egemonia culturale condivisa.



[1] Fabio Dei. TERRORE SUICIDA. Religione, politica e violenza nelle culture del martirio. (2016) p.120

[2] Marco Minicangeli, I Kamikaze nella storia. (2004) p. 129

[3] Ivi p. 106

[4] Ibidem

[5]Ivi p. 107

[6] Ivi. pp.104-105

[7] Mohammed M. Hafez 2006 pp.41-4, citato in F.Dei, TERRORE SUICIDA.Religione, politica e violenza nelle culture del martirio. (2016) pp.104-105

[8] Ivi. p.105

[9] Whitehead (2006) citato in F.Dei TERRORE SUICIDA. Religione, politica e violenza nelle culture del martirio. (2016) p.116

[10] Ibidem

[11] Fabio Dei, TERRORE SUICIDA . Religione, politica e violenza nelle culture del martirio. (2016) pp.132-133

[12] Ivi.

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