1 - La dimensione religiosa

Dopo l’attacco dell’11 Settembre, i media occidentali avanzarono un’infinità di ipotesi sulle motivazioni alla base di quell’atto. Fu subito associato ai molti attacchi suicidi palestinesi e vennero proposte spiegazioni che facevano riferimento a certe tendenze della tradizione islamica, in particolare alla concezione del “martirio”, che lega insieme e santifica l’uccisione e il morire[1]; secondo alcuni autori, infatti, il rito religioso tende a legittimare l’attentatore.

In tal senso rilevante è la tesi dell’antropologo Talal Asad, il quale nel libro il “Il terrorismo suicida. Una chiave per comprenderne le ragioni” (2009)  affronta la questione dell’intenzionalità degli attentatori islamici indagando cioè la dimensione religiosa e quella politica, avendo come principale punto di riferimento il conflitto israelo-palestinese.

In merito alla dimensione religiosa, l’autore parte dalla teoria del teologo Ivan Strenski, il quale attinge dagli scritti della scuola durkheimiana e sostiene che il fenomeno del suicidio terroristico risulta più comprensibile se interpretato attraverso concetti religiosi del “sacrificio” e del “dono”, di quanto non lo sia tramite le teorie del suicidio[2] :

Il sacrificio non è qualcosa da intendersi solamente in termini di dinamiche psicologiche individuali. Ma c’è dell’altro: il sacrificio non è nemmeno solo azione sociale. Esso ha anche una potente risonanza religiosa […]. È anche creatore-di-sacro, come indica la radice latina del termine-  sacri-ficium. Il sacrificio per i durkheimiani, è quindi un atto di rinuncia, o un dono, di un qualcosa che viene così reso sacro.” [3]

 Nel “Il suicidio. Studio di sociologia” (1897), il sociologo Emilie Dhurkeim distingue e spiega il suicidio di tipo anomico, egoistico, fatalistico e altruistico; quest’ultimo è proprio di individui che sono fin troppo integrati alla collettività e si uccidono perché il gruppo li porta, o addirittura li forza, a commettere il suicidio più frequentemente di quanto altrimenti farebbero[4]. In merito Talal Asad ritiene che Durkheim, dopo aver spiegato le determinanti e le pressioni sociali di quello che è il più personale degli atti, avrebbe incluso l’attentato suicida in questa categoria poichè l’individuo si sacrifica per rinsaldare il gruppo di appartenenza[5]. A differenza di Durkheim, l’opinione principale di Strenski si basa sulla ricerca di una motivazione sintetizzata nella domanda “cosa li spinge a farlo?[6]; la spiegazione in termini di sacrificio fornisce un modello religioso per mezzo del quale l’attentatore suicida può essere identificato come “terrorista religioso[7], che sceglie di offrire volontariamente la propria vita in cambio di un favore trascendentale. La critica di Asad riguarda “l’eccessiva giuridicità” delle motivazioni, l’antropologo reagisce contro le interrogazioni sulle motivazioni e sulle spiegazioni di tipo religioso perché questa interpretazione evita e addirittura esclude la natura eminentemente politica delle azioni terroristiche, che, nella loro natura, devono essere considerate una reazione alla brutalità dell’occupazione israeliana[8] :

“Secondo quest’analisi [quella di Strenski] gli attentatori suicidi non sono malati, né realizzano le loro azioni terribili perché spinti da un contesto insopportabile. Gli attentatori suicidi sono pianamente consapevoli - responsabili - del proprio atto perché scelgono di giustificare la loro violenza, essi offrono volontariamente vite umane ( la loro e quella degli altri) in cambio di un favore trascendentale. È la libera intenzione di colui che compie la violenza a condurlo all’atto criminale e non il brutale assoggettamento all’occupazione israeliana.” [9]

Un'altra questione, che avvalla la tesi religiosa, è quella della ritualità, che rende sacra l’auto-immmolazione e ridimensiona l’atto del terrorista, non come un suicidio, ma come un sacrificio[10]. L’attentatore islamico, prima di compiere il gesto suicida, si sottopone a un processo di sacralizzazione[11], si “consacra” con preghiere e dichiarazioni di intenti inerenti ai motivi che lo spingono ad affermare la verità della fede, e dopo aver ricevuto una benedizione da parte di un imam[12] sceglie il suo obiettivo e parte per procurarsi le vittime[13].

 Il Corano condanna chi si uccide di propria mano, in generale nelle religioni abramitiche il suicidio è fortemente connesso al peccato perché Dio nega all’individuo il diritto di porre fine alla propria identità terrena[14]. Ciò spiega perché la legittimazione dell’atto suicida compiuto in nome della testimonianza e del martirio richieda lo speciale intervento di autorità religiose chiamate a pronunciarsi sull’argomento. Sul piano della scelta lessicale si crea una situazione ancora più complessa che confuta e ribalta l’analisi di Strenski. Il termine shahid si rileva improprio all’interno della stessa tradizione musulmana[15]; inoltre, aldilà del rito che sacralizza il suicidio, i palestinesi, utilizzano un vocabolario religioso, chiamando tutti i civili morti nel conflitto con Israele shudada, includendovi gli innocenti uccisi nelle operazioni di Israele contro i militanti o i giovani lanciatori di pietre colpiti dal fuoco dell’esercito israeliano[16]. Sebbene la maggior parte di queste morti non avvenga in forma ritualizzata la morte violenta di tutti i palestinesi è considerata una testimonianza di fede[17].

L’idea centrale di Strenski è che il sacrificio dei martiri sia una sorta di dono verso la collettività, che da un lato sacralizza la vittima-attentatore e tutto ciò che entra in contatto con essa ( la nazione e le vittime), dall’altro pone la collettività stessa di fronte all’obbligo di “ricambiare”, abbracciando gli stessi valori e sostenendo le stesse pratiche[18]. Asad continua la sua contestazione, evidenziando come il sociologo trasferisca il tema del dono e del sacrificio proprio della religione cristiana verso quella islamica. Cristo offre la propria vita volontariamente al fine di redimere l’umanità con il sacrificio supremo. Gli storici del Cristianesimo hanno sottolineato l’importanza del pensiero tardo-medioevale sull’espiazione e in particolare sull’agonia finale di Cristo, sul significato per la redenzione dell’umanità. “Essi chiariscono come, attraverso l’immagine, la parola e l’azione, la morte crudele di Cristo fosse servita a creare tra i cristiani una sensibilità diversa nei confronti del dolore umano.  Uno dei segni del pentimento era il grado di empatia con la sofferenza umana di Cristo , che non era più ( o non era più solo) il “Re”, ma anche “l’Uomo che restaura l’uomo[19]”.

In questo caso, la potenzialità dell’orrore produce una interpretazione etica e una nuova sensibilità[20], che è simboleggiata dalla resurrezione del martire. Riguardo la morte di Cristo si intende che crudele non è solo la sofferenza fisica che egli prova, ma il fatto che tutti gli esseri umani ne siano in definitiva responsabili a causa della loro indifferenza[21]. La crudeltà consiste nell’infliggere la violenza agli altri, ma anche nell’aperta indifferenza di fronte ad essa[22].  “Nella Crocifissione, quindi, lo squarcio violento del corpo non è occasione d’orrore”[23], a differenza dell’attentatore il cui suicidio inaspettato in pubblico, l’implicito smembramento di altri corpi umani e dei loro averi, la totale violazione e distruzione della vita di ogni giorno, dovuta all’esplosione e il loro morire insieme alla vittima suscita, come è chiarito nel prossimo capitolo, orrore.


[1] Talal Asad,  Il terrorismo suicida. Una chiave per comprenderne le ragioni.( 2009) p. VII

[2]Ivi p. 42

[3] Talal Asad, in Il terrorismo suicida. Una chiave per comprenderne le ragioni.( 2009) cit. Ivan Strenski. “Sacrifice, gift and the social logic f Muslim human bomber”, in Terrorism and Political Violence. (2003).  p.8

[4] George Ritzer. Teoria Sociologica. Radici classiche e sfide contemporanee. (2012). p. 26

[5] Talal Asad. Terrorismo suicida. Una chiave per comprenderne le ragioni. (2009) pp.43

[6] Ibidem.

[7] Ivi. p.45

[8] Talal Asad. Terrorismo suicida. Una chiave per comprenderne le ragioni. ( 2009)p. 45

[9] Ibidem.

[10] Talal Asad Terrorismo suicida. Una chiave per comprenderne le ragioni. ( 2009)p. 44

[11] Ugo Fabietti. Terrorismo, martirio, sacrificio.  Antropologia di una forma di violenza politico-religiosa. p.9

[12] Da un punto di vista strettamente religioso il termine Imàm indica una "Guida spirituale" e per questo è lecito usarla per i capi di movimenti politico-religiosi. Da un punto di vista istituzionale, l'Imam è storicamente il capo della Comunità islamica (Umma) ed è per questo, nel Sunnismo, sinonimo di califfo. (TRECCANI)

[13] Ibidem.

[14] Ivi. p.67

[15] Adriana Cavarero. Orrorismo, ovvero della violenza sull’inerme. (2007) p.124

[16] Talal Asad. Terrorismo suicida. Una chiave per comprenderne le ragioni. (2009) pp.49

[17] Ivi,p. 47

[18] Ibidem.

[19] Ivi. p.86

[20] Ivi.p83

[21] Ivi. p 84

[22] Ibidem

[23] Ibidem

Comments