1 - Origini del termine

Al di là del semplice intento di Euripide di riempire i teatri con una sfaccettatura diversa della canonica tragedia greca esposta, la sua versione colloca la figura di Medea in una accademia dell’orrore che la Grecia lascia in eredità all’Occidente. Medea, rappresentante della civiltà pre-schiavista, nipote di Circe e quindi maga nell’arte dell’uccidere, tradita nei suoi “valori tradizionali”  non può sopportare d'essere lei stessa ingannata dal marito; decide, quindi, di uccidere brutalmente i propri figli con il fine di punire lo sposo per l’atto di tradimento. Nonostante la vicenda continui e prenda forma su altri trimetri giambici, lo spettatore non può non trattenere il pensiero dall’infanticidio commesso dalla donna. Non ci sono, qui, due guerrieri che possono combattere sul campo nella loro eguale autonomia; nella tragedia i figli non lottano, sono assolutamente indifesi.

I bambini, di fatto, rappresentano in toto l’inerme, il vulnerabile, un soggetto incapace di autodifendersi, la cui unica arma è la protezione di una relazione famigliare culturalmente costruita.

Tale omicidio, o più in generale, l’assassinio di persone impotenti rientrano nel neologismo che Adriana Cavarero conia, l’Orrorismo. Se il terrore rimanda alla paura e alla minaccia di una morte imminente, l’orrore indica una violenza che genera ripugnanza, in quanto eccede l’omicidio stesso. Tale orrore raggiunge il proprio culmine quando la responsabile dell’atto è una madre o ancor peggio quando l’arma utilizzata è il corpo di un uomo.

“Ma cosa c’è, dopo tutto, di nuovo nella carneficina e nella tortura? Cosa c’è di diverso nei corpi che bruciano sotto le bombe incendiarie? Cosa c’è di recente nella solita e vecchia strage degli innocenti? Una semplice risposta potrebbe essere che nuova, almeno a prima vista è in certe circostanze, è la modalità che si fa esplodere per dilaniare altri corpi.”[1]

Nella storia umana il corpo e la guerra intrattengono delle relazioni assai complesse[2], articolato è soprattutto il caso particolare del terrorista suicida. Fra i molti problemi che riguardano il dibattito attuale sul terrorismo, uno riguarda, senza dubbio, l’indicizzazione del fenomeno degli attentatori che portano sul loro corpo l’esplosivo facendolo denotare tra la folla. L’inglese predilige body bombers, l’italiano propende per il termine giapponese Kamikaze, che è un prestito linguistico scorretto dal punto di vista culturale. Come spiega la storia nel 1281, tra le correnti dell’Oceano Pacifico, i sogni di conquista dell’Imperatore della Cina Kubilai Khan, nipote del più noto Gengis, andarono a naufragare insieme ad una gigantesca flotta di circa mille imbarcazioni e quarantamila uomini, spedita contro il Giappone. Artefice del fatto fu un improvviso tifone che i giapponesi considerarono provvidenziale e lo ribattezzarono con il termine Kamikaze, “Vento divino”[3].

Nel contesto del Giappone della Seconda Guerra Mondiale, invece, il termine Kamikaze fu utilizzato per indicare i piloti giapponesi che compivano missioni suicide per la salvezza della patria. In particolare, secondo Minicangeli, (I kamikaze nella storia, 2004), fu il contrammiraglio Masabumi Arima[4] il primo che andò a rendere onore al codice del samurai. Salì in pista per comandare personalmente l’attacco contro la Task Group 38/4 comandata dall’ammiraglio Ralph E. Davis e mentre lo sbarramento in cielo vide diversi aerei giapponesi esplodere in volo, l’aereo pilotato da Arima attese il momento per schiantarsi sulla portaerei statunitense[5].

Nel linguaggio giornalistico, per indicare i terroristi del Medio Oriente,  l’attentatore è definito shahid, cioè un terrorista di matrice islamica che accetta di perdere la vita nell’attentato da lui stesso compiuto. Se Kamikaze rimanda ad un contesto prettamente militare, shahid[6] richiama l’ambito religioso; significa "testimone (della fede)" ed è spesso tradotto in italiano con il termine “martire”. Il Corano, tuttavia, condanna chi si uccide di propria mano, dunque, a differenza dei guerrieri nipponici, per gli shudada autodefinirsi è più complesso. La dottrina che va a giustificare l’uso di tale definizione recupera il termine Jhiad e il suo significato, ovvero “guerra santa”;  lo sviluppo di tale filone si ebbe grazie a due eventi: il primo risale all’undici novembre 1982, in Libano, quando, con una Mercedes bianca imbottita di esplosivo, un giovane diciassettenne, militante dell’Hezebollah[7], si andò a schiantare contro una caserma israeliana e il secondo quando Khomeni[8] decise di usare giovani adolescenti come detonatori umani con il compito di camminare sui campi minati iracheni per aprire la strada alle truppe iraniane[9]. Più specificamente, nella considerazione islamica, il termine usato per definire il loro operato è ʿamaliyyat al-istishadiyya, ovvero “operazioni di testimonianza”, e chi intende testimoniare, appunto, in modo drammatico la propria fede può essere definito istishadid, persona cioè votata a diventare eventualmente uno shahid.

Il termine Kamikaze storicamente, indica combattenti di una guerra simmetrica, che decidono di morire uccidendo altri militari; adesso, giornalisticamente parlando, denota i protagonisti di una guerra asimmetrica in cui, la vittima è un civile e, dunque, non solo è vulnerabile, ma anche inerme[10]. Tradurre il termine shahid con “martire” indica che colui o colei che si appresta al sacrificio compie un passaggio in una collettività da una condizione laica ad una sacra. Molti autori partono da questo discorso per trovare la ragione che porta l’attentatore a suicidarsi. Ragione che spesso è considerata patologica e non propriamente integrata nella civiltà occidentale[11]. Tra gli intellettuali, spicca il pensiero di Ivan Strenski che indica i terroristi, come terroristi religiosi, sostenendo che il fenomeno debba essere interpretato attraverso i concetti di teologici del sacrificio e del dono. Sulla stessa scia c’è Ugo Fabietti , il quale afferma:

“È solo all’interno di questa particolare configurazione, fatta di sacralità, trascendenza, concezioni del rapporto tra corpo e spirito, nonché di violenza politica e attesa messianica, che noi possiamo tentare di cogliere la specificità dell’atto che, nella rappresentazione di chi lo compie, fa dell’attentatore suicida un martire musulmano, uno shahid.”[12].

Accennando al fatto che il suicidio è proibito nel Corano e il sostantivo shahid, nella sua antica tradizione, non è mai utilizzato in ambito bellico, collocare il suicida in una struttura prettamente teologica è moralmente carente, soprattutto se oggi gli indicatori che misurano il grado di civilizzazione di un paese sono definiti dalla laicità delle istituzioni pubbliche e politiche[13].



[1] Adriana Cavarero. Orrorismo.Oovvero della violenza sull’inerme. ( 2007) p.41

[2] Adriana Cavarero in Orrorismo. Ovvero della violenza sull’inerme cit. Rossella Prezzo, Il corpo pornografico del guerriero, in  “aut-aut”, 330 (2006), pp.13-28.

[3] Marco Minicangeli. I kamikaze della storia (2004). pp.17-18

[4] Non sono pervenute lettere di Masabumi Arima, sotto ho riportato la lettera di Nobuo Ishibashi, sottotenente dei corpi speciali:

 Padre amato,
la primavera si fa sentire presto nel Kyushu meridionale: la natura in fiore offre uno spettacolo meraviglioso. Eppure, questi luoghi in cui sembrerebbero regnare la pace e la tranquillità sono un vero e proprio campo di battaglia.
L’ultima notte ho dormito bene, senza sogni. Oggi la mia mente è serena e la salute eccellente. Mi fa bene pensare che in questo momento siamo sulla stessa isola.
Ricordati di me, quando andrai al Tempio, e salutami tutti gli amici.
Nobuo

Alzandomi in volo per lanciarmi contro il nemico, il mio pensiero sarà rivolto alle immagini della primavera in Giappone.

 [5] Ibidem.

[6] Shahid singolare maschile - Shudada plurale maschile – Shahida singolare femminile (Zanchelli)

[7] Movimento e partito islamico sciita («Partito di Dio»). Nato in Libano dopo l’invasione israeliana (1982), filoiraniano e appoggiato dalla Siria, si rese responsabile di numerose e cruente azioni terroristiche. Il suo radicamento nella società proseguì anche dopo il ritiro dalla fascia di sicurezza di Israele, con cui continuò a scontrarsi nelle zone di confine. Dopo aver conquistato 14 seggi al Parlamento nelle elezioni legislative del 2005 entrò al governo. Nel corso del 2016 è stata designata come organizzazione terroristica prima dal Consiglio di cooperazione del Golfo e poi dalla Lega araba: la decisione si ricollega all'inasprimento delle tensioni tra l'Arabia Saudita e l'Iran sciita cui Hezbollah è vicina. (TRECCANI)

[8] Politicamente ostile alla dinastia Pahlavī, nel 1963, a causa del ruolo molto attivo svolto nel movimento di opposizione popolare alle riforme agrarie dello scià, fu costretto all'esilio, prima in Turchia, poi nella città santa sciita di an-Nagiaf (Iraq) e infine in Francia. Tornato in patria nel febbraio del 1979 impresse alla nascente repubblica islamica un carattere fortemente integralista e ispirato ai più rigidi principî della religione islamica. Come supremo capo religioso mantenne un ampio controllo sulla vita politica, culturale e istituzionale del paese, imponendo di fatto il suo potere in tutte le principali decisioni politiche. Nel corso degli anni Ottanta accentuò la mobilitazione popolare, anche in chiave nazionalistica, nel tentativo di fare fronte ai pesanti costi della guerra con l'Iraq (1980-88). (TRECCANI)

[9] Adriana Cavarero, Orrorismo ovvero la violenza sull’inerme.(2007) pp.107-122

[10] A riprova dell’uso scorretto con cui la lingua italiana gli attentatori suicidi di matrice islamica, varrebbe la pena sottolineare che un legame esiste. Il 30 maggio 1972 un gruppo terroristico giapponese andò ad attaccar l’aeroporto di Tel Aviv seminando panico e morte fra la folla.  Adriana Cavarero, Orrorismo ovvero la violenza sull’inerme.(2007)

[11] Talal Asad, Il terrorismo suicida. Una chiave per comprenderne le ragioni. (2009) p.41

[12] Ugo Fabietti, Nel saggio: Terrorismo, martirio, sacrificio.  Antropologia di una forma di violenza politico-religiosa. p.15

[13]Talal Asad, Il terrorismo suicida. Una chiave per comprenderne le ragioni. (2009)  p.45

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