3 - Donne Bomba

La condizione della donna nell’Islam, circa i ruoli e le responsabilità all’interno delle società musulmana, dipende da paese a paese. I paesi a maggioranza musulmana concedono alla donna vari gradi di diritti riguardo a matrimonio, divorzio, diritti civili, status legale, abbigliamento ed istruzione, in base a diverse interpretazione della dottrina islamica e dei principi di laicità[1].

La partecipazione delle donne ad atti terroristici non è un fenomeno recente. Esse hanno partecipato ad azioni terroriste almeno dal XIX° secolo, ed hanno svolto un ruolo nel terrorismo moderno che si è maggiormente sviluppato a partire dagli anni 1960. Tra queste ricordiamo le donne che hanno partecipato nei ranghi del FNL alla battaglia di Algeri negli anni 1950 e agli inizi degli anni 1960, le campagne terroriste della banda Baader-Meinhof (1968-1977) in Germania con Ulrike Meinhof, i dirottamenti aerei palestinesi dalla fine degli anni 1960 fino alla metà degli anni 1970 e le Brigate Rosse italiane negli anni 1970 e 1980[2]. Donne sono state strumenti di terrore anche in Uganda, in Africa del Sud, in Sierra Leone, in Colombia, nelle Filippine, in Irlanda del nord. Anche la loro partecipazione ad attentati suicidi non è un fenomeno recente, benché il loro numero sia limitato.

La sacralizzazione dell'individuo eroico permetterebbe loro di emergere, di apparire realmente nello spazio pubblico come individui[3]. A partire dal momento in cui le donne sacrificassero la loro vita per ciò che ritengono essere una nobile causa, gli uomini sarebbero costretti a dover riconoscere la loro preminenza sociale. È chiaro, dunque, che le donne suicide sono comparse nelle società fortemente conservatrici, dove non hanno lo stesso status né godono degli stessi diritti degli uomini.

Il 27 gennaio 2002 Wafa Idris[4] si fece esplodere in una delle principali strade di Gerusalemme, uccidendo un israeliano e ferendo altre quattro persone, diventando, così,  la prima donna palestinese ad usare il proprio corpo come arma. Le testimonianze dei suoi amici e della sua famiglia suggeriscono che la motivazione del suo suicidio era personale piuttosto che nazionalista o religiosa[5]. La sua condizione di donna divorziata e sterile in una società tradizionalmente patriarcale, peso economico in casa dei genitori, l'ha collocata in una situazione senza uscita. Il solo modo di "riscattarsi" dalla condizione di inferiorità alla quale l'ambiente la condannava è stato di diventare una terrorista per riguardo verso la sua nazione. Fino a questo momento le donne palestinesi non sono parte attiva alla lotta contro gli israeliani, questo perché Hamas ha sempre relegato il genere femminile in una posizione subalterna[6].

 Come spiegato, escluso il caso palestinese, la partecipazione delle donne ad atti terroristici è un fenomeno di vecchia data. Dal Libano allo Sri Lanka, dall’Algeria e al Belgio molte e tantissime donne vengono preparate a morire o trovano nel suicidio una opportunità di conquistare una specie di uguaglianza con gli uomini nel seno della collettività musulmana[7].

Il primato, in termini quantitativi e qualitativi, spetta, tuttavia, alla Cecenia che riserva questo atto solo ed esclusivamente alle donne. La prima ci fu nel 2000 ma a lei seguirono tante altre; in tale territorio faccio riferimento alle cosi dette “vedove nere”, ovvero donne che vogliono vendicare i propri mariti morti in guerra[8]. Il 26 ottobre 2002, diciannove donne kamikaze, vestite con abiti di lutto neri e con delle bombe attaccate al corpo, hanno partecipato all’ occupazione del teatro Dubrovka[9] di Mosca: 129 ostaggi furono uccisi durante l'assalto da parte dei militari; così, facendosi esplodere, queste donne hanno cercato più la rivalsa sull'occupante russo che una ipotetica uguaglianza con l’uomo o una sacralizzazione della propria individualità. Aishat, Amnat, Sekilat sono solo tre nomi delle sei donne che durante il sequestro si fecero esplodere e che compirono un atto agghiacciante e, per di più, a quanto riportato dal settimanale “Moskovkie Novosti” , le giovanissime lo fecero quando erano incinte.

Particolare è il caso dello Sri Lanka, dove il suicidio non era altro che uno strumento di lotta contro l’oppressore, quindi era un atto normale che prescindeva sia dalla religione, sia da qualsiasi altro indottrinamento mistico[10]. Per le Tigri Tamil l’attentato suicida era una vera e propria arte: le cinture utilizzate erano cucite da sarti appositamente addestrati e, nella logica della guerra, gli attentatori rappresentavano l’elitè dell’esercito indipendentista Tamil, elitè che mise a segno attentati clamorosi[11]. Molte donne erano occupate come attentatrici e facevano già parte di unità di combattimento attive come gli uomini ricevendo, da loro, la stessa educazione.

Le donne hanno un'influenza sempre più evidente nella fase di progettazione e realizzazione degli attentati, oltre che nel propagandare il jihad e reclutare i terroristi.  Lo Stato Islamico, oggi, le utilizza spesso come “reclutatrici”  per attirare attraverso il web potenziali combattenti in Occidente, o possibili “spose” con il mujahidin[12].

Sia in Oriente che in Occidente un corpo femminile, gettato in primo piano sulla scena della violenza, rimane sempre scandaloso, in quanto non è spesso associato alla violenza e se lo fosse sarebbe per subirla piuttosto che per commetterla. Una donna e un bambino attirano di più l’attenzione dei media, tale focalizzazione da parte dei giornalisti spesso è benvoluta dalle organizzazioni terroristiche, che utilizzano le donne bomba come arma di propaganda. Quanto più l’uso di corpi vulnerabili diviene uno strumento militare, tanto più l’attenzione mediatica aumenta e ancor più l’asticella dell’orrore si eleva.

Se confrontata con la storia di  Medea si evidenzia un altro fenomeno importante. Medea agisce in ambito famigliare e privato, l’atto infanticida rimane un crimine di famiglia. Nella misura in cui l’ uccisione dell’inerme per mano femminile rinnova il crimine di Medea, la sua dislocazione in ambito pubblico e la sua valorizzazione come gesto di militanza politica producono un ribaltamento di senso.  Le donne musulmane escono dalla loro “tradizionale servitù domestica”[13] per diventare eroine nella collettività, per ottenere un riconoscimento politico.

Qualunque sia il valore emancipatorio o militare che gli si attribuisce, il corpo femminile che esplode per dilaniare altri corpi è sempre, simbolicamente, un corpo materno. Molte tra le body bombers, infatti, sono incinte e così anche molte donne che ingrossano il numero delle vittime lo sono. Quando, dunque, ad essere il carnefice sono le donne o le madri la scena si fa più intensa e più vicina al nucleo essenziale dell’orrorismo[14] e se le donne sono spinte dalla disperazione o dall’indottrinamento, passa in secondo piano. Il richiamo alla storia di Medea esiste ed è evidente perché anche lei compie un infanticidio, differente perché i figli sono vivi e perché lei non si uccide con loro, o almeno in alcune versioni ha il tempo di assumersene la responsabilità. A differenza le “donne-bomba” compiono un atto istantaneo e irresponsabile e molte tesi che tendono a giustificarle e a compatirle, o addirittura a trasformarle come vittime, le privano di una responsabilità etica. 



[1] Marco Minicangeli. I kamikaze nella storia. (2004) pp.109-111

[2] Ibidem

[3] Ugo Fabietti. Ugo Fabietti. Terrorismo, martirio, sacrificio.  Antropologia di una forma di violenza politico-religiosa. p.9

 [4] Il 31 Dicembre 2009 Wafa Idris, la prima donna terrorista suicida palestinese, è stata onorata come una “Shahida” in un recente video musicale della TV dell’Autorità Palestinese. Nel suo attentato suicida del 2002 Idris ha ucciso un israeliano e ne ha ferendone tanti altri.

L’immagine di Wafa Idris con l’iscrizione “La Shahida Wafa Ali Idris” compare nel nuovo video musicale della TV palestinese che mette insieme scene e immagini che celebrano l’OLP, Fatah, Yasser Arafat e il presidente Mahmoud Abbas.

[5]  www.rai.storia.it  “Le tigri tamil-Martiri Assassini”

[6] Ibidem

[7] Marco Minicangeli. I kamikaze nella storia. (2004) pp.109-111

[8] Ibidem

[9] Il 23 Ottobre 2002, al suddetto teatro andò in scena il musical Nord-Ost, quando all’inizio del secondo atto fa irruzione in sala un commando terroristico ceceno composto da circa cinquanta guerriglieri. Dopo un assedio durato oltre due giorni, le forze speciali russe Specnaz pomparono un misterioso agente chimico all'interno del sistema di ventilazione dell'edificio provocando la morte di 129 ostaggi e di 39 combattenti ceceni facendo poi irruzione. Marco Minicangeli. I kamikaze nella storia. (2004)

[10] Marco Minicangeli, I Kamikaze nella storia. (2004) p.117

[11] Ibidem.

[12] Il significato è “patriota” oppure “combattente impegnato nel jihād".

 Anna Erelle, Nella testa di una Jhiadista. 2015

[13] Adriana Cavarero. Orrorismo ovvero della violenza sull’inerme. (2007) p.139

[14] Ibidem.

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