4 - Uomini Bomba

Lo scenario degli uomini è completamente opposto da quello delle donne e ovviamente diverso da quello dei minori.

Molti osservatori hanno notato che è possibile dividere i moderni Kamikaze in tre grandi categorie[1]: i membri di Al-Qaeda, la seconda generazione di Al-Qaeda e i palestinesi volontari.

Alla prima categoria appartengono gli shahid delle Torri Gemelle, paragonabili ad agenti segreti pronti ad entrare in azione come una bomba ad orologeria; vivono in condizioni economiche medio-alte e godono di un alto grado di scolarizzazione. È proprio questo terrorismo da ricchi che suscita scalpore: sono diventati ricchi senza cessare di volerci distruggere[2].

La seconda è caratterizzata da soldati che hanno colpito a Casablanca e in Iraq, che si rifanno ideologicamente ad Al-Qeada, ma hanno una preparazione militare molto più approssimata rispetto ai primi; sono perlopiù gruppi locali che usano il nome di Osama Bin Laden come marchio, tanto che alcuni parlano di “franching del terrore.”[3]

Opposta alle prime due, la terza è rappresentata dai volontari palestinesi, in questo contesto gli shahid non sono più una merce preziosa e gli organizzatori degli attentati non vanno più tanto per il sottile. Prima Hamas scartava i primogeniti e i capofamiglia, che dovevano badare ai congiunti: nelle azioni più recenti a farsi esplodere sono arrivati anche gli sposati con figli, i disoccupati e le persone che hanno lavoro, chi sa appena leggere e chi è laureato.

Ultimamente, con l’avvento di Isis, possiamo classificare una quarta categoria di kamikaze, più simili ai primi militari giapponesi. Si tratta di terroristi che considerano la loro azione esplosiva, meno come martirio, più come conclusione come azione militare o militante come per gli ultimi attentati a Parigi, a Londra, in Belgio. Si tratta di terroristi che considerano il martirio non tanto come distruzione indiscriminata del nemico e di sé, ma come esito di una azione di sterminio indiscriminato con i mitra (Bataclan) con i mezzi di trasporto occasionali (Nizza) o addirittura con i semplici coltelli (Londra). Il terrorista sa che l’esito probabile della sua azione è la morte, ma non il solo esito. Potrebbe anche riuscire a fuggire, come appunto il terrorista di Nizza ucciso a Milano. Il suo non è più un martirio. È un rischio. L’avvento di questa nuova tipologia di kamikaze deriva dalla differente connotazione di Isis rispetto alle altre organizzazioni terroristiche arabe, cioè anche rispetto alle organizzazioni terroristiche non islamiche. Isis infatti (a differenza di tutti i terrorismi arabi che, prima di prendere il potere, si trasformavano in movimenti politici, come ad esempio il caso di Hamas o, prima ancora, dei Feddajn) si considera uno Stato e i suoi adepti costituiscono un vero e proprio esercito. Non si tratta di militanti, che appunto devono martirizzarsi, ma di militari che devono compiere delle azioni, anche se queste sono azioni suicide. Dunque, l’avvento di Isis ci permette di definire una quarta categoria di kamikaze: quella dei militari suicidi.  

In ogni caso, gli attentatori non hanno ragioni per non vivere. Secondo il pensiero Occidentale i terroristi sono persone che non solo vivono in condizioni di povertà, ma soprattutto di mancata scolarizzazione; in realtà le persone a basso reddito danno priorità a vantaggi materiali piuttosto che obiettivi ideologici, persone meno istruite hanno maggiori probabilità di affermare di non avere un parere[4]. Invece, per compiere un attentato terroristico sono necessarie più competenze di quanto si sia disposti a riconoscere[5]. Per questo le organizzazioni terroristiche preferiscono disporre di individui altamente qualificati. Quando è il corpo di un uomo a farsi esplodere, l’attenzione cambia dall’attentatore alle vittime, non solo rispetto al numero, ma anche dalla tipologia dell’esplosione e dalla sua potenza simbolica. E la potenza simbolica più forte e più paurosa è quella della violazione della normalità, della quotidianità, addirittura della occasionalità, dove la paura si propaga con maggior rapidità, incontrollabile, individuale e collettiva. Può essere una strada, un bar, una discoteca, una qualsiasi stazione, anche i luoghi meno frequentati, anche dietro la porta di casa. Il simbolo comunicativo è che il terrore è ovunque e, ovunque, è un territorio di combattimento e di guerra.

Un frammento di orrore c’è anche in questo contesto;  come detto questa volta l’attenzione non cade sul soggetto, ma sull’atto che compie. La ripugnanza per l’azione, come sottolinea Jacqueline Rose, proviene dall’immaginazione della morte che accomuna vittima e assassino, insieme, in una sorta di intimità condivisa che il suicida-martire trasmette alla vittima-martirizzata, nel loro congiunto ultimo atto. Opposti e complementari, come due lati di una sola moneta, vittima e artefice si uniscono nelle ragioni rivendicativa della vita che utilizza la morte: il kamikaze, già morto, che, per rivendicare la vita politica della sua ragione, porta la morte (se stesso) dove c’è vita.   Il frammento d’orrore è tutto qui, in questa coniugazione congiunta degli opposti, che è orrore proprio perché non contempla alcun limite e mischia schegge di corpi e cemento, in un’unica polvere che non ha più alcuna ragione. Il termine “Orrorismo” di Adriana Cavarero coglie perfettamente il senso di ciò che viene percepito dalle vittime vive del terrorismo. Sia l’orrore dello smembramento del corpo dovuto ai body bombers, sia l’orrifico delle decapitazioni dei prigionieri suscitano un senso di “agghiacciante inermità”, una ripugnanza che è entrata nelle case dei cittadini dell’Europa e dell’America.


[1] Marco Minicangeli, I kamikaze nella storia.(2004) p. 126

[2] Jean Baudrillard. Lo spirito del terrorismo. ( 2001) p.31

[3] Ibidem.

[4] Alan B.Krueger. Terroristi perchè? (2009) p. 47

[5] Ibidem

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