9.4.a)- Introduzione

In queste pagine intendo sottoporre ad esame una delle questioni più dibattute della contemporaneità: l’orrore che suscita il terrorista suicida.

Davanti alle immagini trasmesse dal web o sui canali televisivi di decapitazioni, esplosioni suicide e smembramenti, riportate nelle pagine dei giornali sotto forma di fotografie, a Gaza come in Afghanistan, in Cecenia come in Siria, possiamo decidere legittimamente di distogliere lo sguardo, cambiare canale, girare pagina, per non restare paralizzati, pietrificati da quello che si vede. Un’epoca in cui la violenza colpisce soprattutto, se non esclusivamente, gli inermi spinge a circoscrivere tali atrocità in un neologismo, proposto da Adriana Cavarero: l’“Orrorismo”.

Il punto di inizio della mia ricerca è quello di definire l’appellativo con cui si è soliti identificare l’attentatore; equivoca ad incerta è la situazione linguistica, infatti, mentre le più efferate violenze sull’inerme raggiungono altezze globali, la lingua si mostra incapace di rinnovarsi. Facendo un excursus storico, è chiarito come il termine “kamikaze”, utilizzato dal giornalismo occidentale, sia improprio da una parte perché l’etimologia del termine trova fondamento nel contesto del Giappone del XII secolo, dall’altra perché indica un soldato regolare di una guerra simmetrica che usa il proprio corpo come arma. Sul territorio Mediorientale il termine utilizzato è “shahid” ed anche in questa occasione c’è un uso scorretto del lemma. “Shahid” significa “martire”, ma, come si evince dal pensiero di Talal Asad ( il quale si riferisce allo scontro israelo-palestinese), non sempre i terroristi si suicidano per motivi religiosi ed inoltre il Corano condanna chi si uccide di propria mano, perciò autodefinirsi è più difficile nel caso dei terroristi islamici. Il termine che mi sembra essere più opportuno è quello inglese: “body bombers” che lascia intendere l’uso e la successiva ripugnante immagine che crea il terrorista con l’esplosione del proprio corpo. Corpi, di individui che, in ordine di vulnerabilità, riguardano sia quelli dei bambini, delle donne e degli uomini. Bambini che ,essendo per natura inermi, sono affidati alla relazione con i propri genitori per avere una forma di protezione, i quali in questo caso li formano per diventare dei veri soldati della Jhiad. Alle donne spesso viene eliminata ogni forma di responsabilità con un atto di elegante inversione, infatti, alcuni intellettuali sostengono che le stesse carnefici siano vittime delle circostanze esterne e di un contesto di repressione dolorosa; l’asticella dell’orrore rimane alta quando sono le donne ad immolarsi, in quanto rientrano nei soggetti più vulnerabili ( ma non inermi) ancor di più quando si tratta di donne incinte. Per quanto riguarda gli uomini distinguo, sulla base delle nozioni di Marco Minicangeli, differenti categorie di attentatori che si distinguono per differenti preparazioni, differenti motivazioni e diversi modo di attaccare, individuando così quattro categorie: gli uomini di Al-Qeada ovvero i soldati delle Torri Gemelle, gli attentatori di Casablanca in Iraq, i volontari palestinesi e i terroristi dell’Isis.

Il secondo capitolo s’incentra sul posizionamento e sull’approccio antropologico di Talal Asad nei confronti della questione. Compara la sua teoria con quella di Ivan Strenski sostenuto da Ugo Fabietti per quanto riguarda la dimensione religiosa. Secondo Strenski e Fabietti il suicidio permette all’attentatore di passare da una condizione laica ad una sacra, tramite il rito che conferisce sacralità all’atto, considerato come un dono. Asad critica non solo la mancanza di riferimento nel Corano al suicidio, ma anche l’eccessiva giuridicità” di Strenski delle motivazioni; reagisce contro le interrogazioni sulle intenzioni, spiegando che la sua volontà è quella di trattare la violenza terroristica in modo da affrontare il ruolo intrinseco e duraturo della violenza nella società liberale. Sulle spiegazioni di tipo religioso, inoltre, discute l’esclusione della natura eminentemente politica delle azioni terroristiche, che devono essere considerate una reazione alla brutalità dell’occupazione israeliana. La natura e le proporzioni di alcune atrocità portano a supporre che chi le ha compiute debba essere stato spinto da un fortissimo fanatismo o da impulsi molto intensi. In realtà gli uomini possono manifestare comportamenti molto diversi per gli stessi motivi, e viceversa possono fare la stessa cosa per motivi diversi. Tra l’atto e il motivo non c’è un rapporto di necessità. Sulla dimensione politica, sempre Asad, confronta la sua tesi con quella di Walzer che accetta l’assunto secondo cui la guerra è un’attività legale, qualora soddisfi le condizioni imposte dal diritto internazionale che legittima certi tipi di violenza (anche nei confronti di civili) e ne stigmatizza altri. L’ultimo aspetto che affronto nel secondo capitolo è la dimensione simbolica. Secondo Fabio Dei nella costruzione di un significato culturale delle missioni suicide, capace di conferir loro forti connotazioni emotive e identitarie, i sistemi simbolici e le pratiche performative contano molto più dei testi ed è proprio grazie all’uso di questi sistemi simbolici che molte organizzazioni terroristiche ottengono consenso.

La violenza può essere legata al compiacimento, alla rabbia cieca o al disgusto, al senso di dovere o al bisogno di farsi notare, alla brama di approvazione o senza motivo. Lo spettro delle cause presumibili è molto ampio: deprivazione sociale, crisi economiche, povertà e sfruttamento, rivolgimenti politici, la perdita del monopolio della forza da parte dello Stato o una politica repressiva, legami con la tradizione culturale o disorientamento, la perdita di valori o il fanatismo, contrasti etnici, figure nemiche in ambito sociale, anomia, anonimato, spirito di branco, conflitti familiari. Per questo, in merito al terrorismo suicida, secondo Asad, non è utile trattenersi sulle intenzioni che spingono gli attentatori a suicidarsi, bensì bisogna soffermarsi sull’analisi dell’idea di orrore inteso come risposta alla dissoluzione dell’identità umana, una risposta in cui l’interpretazione non svolge nessun ruolo.

Intendo con il terzo ed ultimo capitolo illustrare, secondo la teoria di Adriana Cavarero, come oggigiorno tali pratiche possono essere categorizzate non nel termine terrorismo, ma in quello dell’Orrorismo.

L’Orrorismo racchiude il senso di ripugnanza che suscita lo smembramento del corpo dell’attentatore e la mescolanza di arti che si crea con la morte congiunta dell’assassino e delle vittime; è qualcosa che eccede la morte stessa:  agghiaccia, pietrifica e rende inermi.

Nella mitologia classica, la figura che incarna l’orrore è la Medusa, unica sorella mortale tra le Gorgoni, ben più ripugnante di ogni altro mostro, essa agghiaccia e paralizza con lo sguardo; la pietrificazione del corpo delle sue vittime evoca la rigidità ed il pallore di un cadavere, mentre lo specchio usato da Perseo (il cui nome significa il tagliatore) per ucciderla, ma ancor di più l’atto di tagliarle la testa, rappresenta l’inguardabilità della propria morte. Medusa incarna in toto l’orrore quando la singolarità del suo corpo, la sua unicità viene sfigurata. Riprendendo il pensiero di Hannah Arendt, secondo la quale l’uomo perde il suo statuto ontologico nel momento in cui viene meno la sua unicità, dopo che il corpo viene reciso come  nel caso del mito, o fatto a brandelli come nel caso di uno shahid, Adriana Cavarero sostiene che a finire non è la vita di una persona, ma la condizione umana stessa che è incarnata nella singolarità dei corpi. In questo senso lo smembramento del corpo e la ripugnanza che genera riguarda tutti gli esseri umani: “chi condivide la condizione umana, condivide anche il disgusto per un crimine ontologico che mira a colpirla per disumanizzarla”.

C’è un’altra figura classica, più che mitologica, che viene spesso evocata proprio per definire un’altro aspetto dell’orrore: Medea.

Ripudiata da Giasone a vantaggio della figlia del re di Corinto, Medea uccide i suoi figli per vendetta, come racconta Euripide nella tragedia. Lei, che aveva aiutato il suo uomo a conquistare il Vello d’oro, diventa nel corso della tragedia modello degli infanticidi. In una versione della tragedia, citata da Károly Kerényi, Medea taglia a pezzi i corpi delle sue vittime, evocando così la fantasia orripilante dello smembramento. Adriana Cavarero sottolinea come non esista un analogo mito maschile per descrivere l’orrore dell’uccisione dei propri congiunti.

L’Orrorismo è caratterizzato da una forma particolare di violenza che eccede la morte stessa.

Secondo Asad un suicidio inaspettato è sempre sconvolgente, soprattutto quando avviene in pubblico e quando coinvolge la distruzione di altri copri; esistono tensioni che tengono insieme le identità odierne ovvero l’autodeterminazione individuale e l’obbedienza collettiva alla legge, il rispetto della vita umana e la sua morte giustificata, tensioni fondamentali su cui si costituisce lo Stato moderno, ma possono essere minacciate quando un’operazione suicida ha luogo all’improvviso.

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