3 - PARADOSSI

Primo Paradosso

Naturalmente la disobbedienza incivile è molto più frequente in periodi storici, come questo, in cui la maggioranza della popolazione si sente minoranza. Questo è il primo paradosso della disobbedienza nelle epoche di transizione.

La distruttività dei comportamenti (anche indipendentemente dai reati) non si espande a causa di una condizione di “permissivismo giudiziario e sociale[1]. Se fosse vero questo basterebbe incrementare la intolleranza istituzionale e la tenacia nella repressione dei reati. Invece, come è evidente ormai a tutti, l’inasprimento delle pene è inefficace, quando non è causa di espansione di comportamenti distruttivi.

Lo psicoanalista Massimo Ammanniti, di fronte al notevole incremento dei comportamenti autodistruttivi (in Italia 500 suicidi annui di ragazzi sotto i 20 anni, pari al 12% dei 4.000 suicidi in totale) e autolesivi (tagliarsi o ferirsi, abbandono scolastico, depressione, uso di stupefacenti e dipendenze varie, chiusura relazionale e abbandono), sostiene  che “i genitori devono dare delle regole e mettere dei confini, i figli si ribelleranno però così i genitori sono presenti[2]. Questi figli sarebbero “malati nell’anima” perché “i ruoli non sono più rigidi, prefissati, e a non sentirli così sono proprio coloro che li incarnano. I genitori di oggi sono soli, sentono così liquido il proprio ruolo che cercano conforto e conferma dai figli, persino una legittimazione[3]. È una logica ricorrente nei periodi di difficoltà interpretativa. Se i reati sono troppi è perché la legge non funziona, inefficace o inefficiente; se i ragazzi sono in difficoltà e in disagio, è perché i genitori non sanno  “mettere confini e punti fermi al figlio adolescente che vive momenti di confusione[4]. Si tratta di genitori che “devono essere presenti, attendibili e rappresentare un riferimento[5]. Invece “oggi c’è molto questa idea di essere amici dei figli: si preferisce lasciare correre le cose invece di affrontare il contrasto, il conflitto che nasce quando si mettono delle regole[6]. Senza un’autorità di riferimento, che sia lo Stato o i Padri, i figli resterebbero indifesi “si tratta in parte di vulnerabilità individuali – non tutti i bambini nascono allo stesso modo – e spesso la situazione in famiglia è complessa. La famiglia è cambiata, ci sono uno o al massimo due figli, i genitori investono molto su di loro e questo può creare una serie di problemi nel distacco dei figli al momento dell’adolescenza. Ciò accade perché sono fortemente inseriti nel mondo dei genitori, i quali tendono ad essere un po’ troppo amici. In questo modo il processo del distacco è complicato[7].



Massimo Recalcati ci ha descritto una situazione diversa, i genitori devono gestire la transizione dal padre legge (quello delle regole) al padre desiderio (quello della motivazione).

Personalmente sono convinto che la realtà sia totalmente diversa. Credo che i genitori siano troppo poco amici dei figli e quindi non riescono a gestire la relazione di orientamento che è esclusivamente del gruppo dei pari. Specialmente se il gruppo dei pari è mediatico. Credo che non si possa trattare di indicare una norma o trasferire un desiderio. Credo che l’essenza educativa principale consista nella condivisione del godimento della vita. E credo, come già indicato, che questa condivisione del godimento sia la bellezza dell’esistenza che deve essere trasmessa come essenza fondamentale della nostra presenza nel mondo.

 

Secondo paradosso.

Nelle epoche di transizione, specie le democrazie moderne, nella loro navigazione, imbarcano molta acqua inquinata della delegittimazione di istituti e istituzioni. È in questi momenti di forte delegittimazione politica, quando la maggioranza dei cittadini si sente minoranza, che “tendono ad adottare un comportamento criminale perfino quegli individui che in circostanze normali non avrebbero mai pensato di infrangere la legge[8].

Non possiamo ridurre tutto alla giurisprudenza o alla inefficacia delle pene o alla inefficienza del processo. Soggiaciamo infatti ad un secondo paradosso della disobbedienza. La disobbedienza civile è per definizione una violazione della legge, mentre la disobbedienza incivile non sempre lo è. Anzi, proprio perché non lo è, la disobbedienza incivile spesso reclama e produce una estensione dell’area giuridicamente regolamentata dalla norma, come accaduto, ad esempio, per lo stalking. Il paradosso, dunque, sta nel fatto che, spesso, ciò che è civile viola la legge mentre ciò che è incivile la produce. Il paradosso si aggrava, diventa più aspro se consideriamo che la disobbedienza civile è sempre necessariamente collettiva, espressione di una filosofia sociale, pubblica; mentre la disobbedienza incivile, anche quando non è di un singolo individuo ma un di gruppo, è comunque sempre soggettiva, espressione di un obbligo morale personale, privata. In questo senso, mentre la disobbedienza civile è una rappresentazione, la disobbedienza incivile è una drammatizzazione; rompe il legame morale tra cittadini e la loro coscienza individuale perché non pone (e non si pone) il problema di migliorare il mondo, distrugge soltanto tutto ciò che non considera migliorabile. E certamente, in “tempi interessanti[9], in epoche di forte transizione politica, quanto delegittimato - istituti e istituzioni inutili ed inutilizzabili, rapporti e relazioni sociali insignificanti e insignificabili, parole e concetti incompresi e incomprensibili, - non è considerato migliorabile. Dunque può essere distrutto.

Tutto questo accade quando una maggioranza di cittadini si considera una minoranza. È gente che resta a casa perché pensa di non avere una faccia. È gente che aggredisce altra gente solo per darsi una faccia.



È necessario specificare ancora che non tutti i comportamenti distruttivi sono violenti. Sono soltanto violenti i comportamenti distruttivi aggressivi. Esistono tuttavia anche una vasta serie di comportamenti distruttivi (o più spesso autodistruttivi) regressivi che fino a qualche tempo fa non venivano nemmeno individuati.

Gli uni e gli altri vengono qui considerati come comportamenti (o azioni) di disobbedienza incivile.

Questo paradigma ci permette di risolvere un problema fondamentale dei comportamenti distruttivi, in modo specifico dei comportamenti distruttivi aggressivi, sebbene valga anche per quelli reggressivi. Il problema è stato ben posto da Collins nel suo importante saggio micro-sociologico sulla violenza situazionale e non individuale. Scrive Collins: “In ultima istanza, anche le persone che sono violente, lo sono solo per una frazione ridotta di tempo[10]. Intende dire che, se si considera “come la vita di tutti i giorni si svolga seguendo una catena di situazioni minuto dopo minuto, è evidente come nella maggior parte del tempo il livello di violenza è minimo[11]. L’autore prende come riferimento il dato del valore massimo raggiunto negli Stati Uniti degli omicidi compiuti in città: il 1990. Analizzando il fatto che si tratta di un “tasso di dieci omicidi ogni centomila persone[12], conclude che “ciò significa che in un anno 99.900 persone su 100.000 non sono state uccise e che 97.000 di loro non sono state aggredite neanche nel meno grave degli incidenti[13]. Inoltre. “anche chi statisticamente compie molti crimini, raramente commette reati più di una volta a settimana[14]. Per concludere che “anche nei casi di persone considerate particolarmente violente … queste sono tali solo in presenza di particolari circostanze[15].

Credo che il nostro paradigma sulla disobbedienza incivile spieghi meglio questo fenomeno, chiamiamolo così, della “distruttività intermittente”.

Intanto perché anche i disobbedienti, per la maggior parte del loro tempo, obbediscono e, al limite, anche quando sono disobbedienti, obbediscono alla loro disobbedienza. Ma questo è ovvio. Come è ovvio il fatto che, la disobbedienza, come la violenza, sia determinata da situazioni particolari, o meglio, da condizioni situazionali. Anzi, la disobbedienza ancor di più, in quanto ha nella situazionalità il suo fondamentale connotato.



Il fatto è che, per un certo numero di comportamenti e/o per tutti i comportamenti l’analisi comparativa di ordine quantitativo, la percentuale di reati rispetto ai non reati, non regge. Manca il valore ponderale. Ci sono oggettivamente comportamenti che pesano molto più di altri,  Il peso delle azioni, nell’analisi sociologica, è epistemologicamente essenziale; perché il peso delle azioni curva lo spazio relazionale, piega il dominio delle proprie interazioni e, dunque, il reato vive in un tempo che non è lo stesso tempo della legalità. Così come la teoria della relatività presupponeva onde magnetiche in grado di curvarsi per permettere accelerazioni di tempo, così una ipotetica teoria della relatività sociale presuppone una fitta rete di onde relazionali che, curvandosi sotto il peso di un’azione, permettono altrettante accelerazioni di tempo. In questo senso, comparando i reati con i non reati, compariamo cose notevolmente diverse anche se apparentemente complementari, che vivono in spazi diversi e in tempi diversi; come se comparassimo lo spazio e il tempo di chi vive su un’astronave rispetto allo spazio e al tempo di chi vive ovunque sulla terra. Proprio perché accettiamo il consiglio di Collins e consideriamo i comportamenti sempre risultanti da “particolari circostanze”, cioè da condizioni situazionali, abbiamo bisogno di un valore ponderale per giudicare l’impatto del reato. Dobbiamo pesarlo. E nella valutazione del peso di un comportamento distruttivo, non conta tanto che sia irreversibile. Questo, in realtà, vale per ogni comportamento. Conta che sia irrecuperabile, definitivo, in qualche modo (come il caso degli omicidi) un valore assoluto per chi lo subisce. Come ci ha abbondantemente spiegato Giovanni Sartori, il valore ponderale, che per scienze fisiche era non determinante, è essenziale per le scienze sociali e, in generale, per la lebenswelt.  

Giovanni Sartori, prima di tutti, ha mostrato (e per me dimostrato) che la matematica non si addice molto alla politica. Non tutta la matematica, almeno. Le scienze sociali hanno bisogno di un valore ponderale che spesso, la dura logica dei numeri, non è in grado di corrispondere.

Diceva Sartori: “la conversione del qualitativo in quantitativo  ci fa perdere di vista che esiste anche un problema di riconversione della quantità in qualità[16].

Un esempio?

I gradi 34 e 44 di un termometro centigrado non significano niente, sono numeri come tutti gli altri, se non li ricolleghiamo al fatto che al di sotto o al di sopra di quei valori numerici  un essere umano muore. Non è che 45 non 44+1; è che a 45 gradi siamo morti: e questo si converrà, è un bel salto, una discontinuità (qualitativa)[17].

La matematica in politica ci fa fuorviare decisamente dalle capacità interpretative, infatti “nelle scienze sociali  siamo andati ammassando – con zelo di neofiti – montagne di valori numerici senza nessunissima idea di cosa significhino, e cioè senza riconvertire la quantità in qualità[18]. E in democrazia, in particolare, “quando percentualizziamo, il 51 per cento è importante perché – nell’ambito del principio maggioritario – può spartire tra chi prende tutto e chi perde tutto[19].

Per capire bene le scienze sociali, dunque, è indispensabile passare dalla dura logica dei numeri ai duri numeri della logica. Un esercizio di riconversione che non tutti riescono a fare, illusi dal fatto che, per esempio, in democrazia i numeri contano, anzi, si contano. È ovvio che vince chi ha i maggiori numeri, o chi ha i numeri di voti più alti.

In queste analisi manca proprio ciò che Sartori temeva: il voto ponderale.

Non può mancare però nella analisi criminologica o sociologica della disobbedienza o della distruttività, in cui un valore vale solo se è ponderale, solo se siamo in grado di considerarne il peso e la curvatura dello spazio relazionale che determina.

 

  



[1] Arendt H., cit. 2017
[2] Ammanniti Massimo, in:http://www.quotidiano.net/cronaca/ragazzi-suicidi o http://www.parlarneaiuta.eu/2017/08/22/ragazzi-suicidi-lo-psichiatra-basta-genitori-amici-dei-figli/
[3] Ammanniti M., cit. 2017
[4] Ammanniti M., cit. 2017
[5] Ammanniti M., cit. 2017
[6] Ammanniti M., cit. 2017
[7] Ammanniti M., cit. 2017
[8] Arendt H., cit. 2017
[9] Žižek Slavoj, BENVENUTI IN TEMPI INTERESSANTI, Ponte delle Grazie, Roma 2012
[10] Collins, VIOLENZA, Rubettino, Soveria Mannelli 2014
[11] Collins, cit. 2014
[12] Collins, cit. 2014
[13] Collins, cit. 2014
[14] Collins, cit. 2014
[15] Collins, cit. 2014
[16] Sartori Giovanni, POLITICA, LOGICA E METODO IN SCIENZE SOCIALI, Sugar, Milano 1980
[17] Sartori G., cit. 1980
[18] Sartori G., cit. 1980
[19] Sartori G., cit. 1980
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