2 - Disobbedienza

A ridosso del 1970, 5 anni prima di morire, colta da un rapace infarto nella sua casa di New York, quando ancora credeva che il mondo fosse “un paesaggio inatteso di azioni e passioni e potenzialità nuove[1], la cui complessità oltrepassa la somma di tutte le volontà e il significato di tutte le origini[2], Hannah Arendt pubblicò un piccolo saggio di teoria politica sulla disobbedienza civile.

In verità quello della disobbedienza civile è un problema di teoria politica che ha attratto e accolto le speranze di interpretazione di vari autori. C’era una lunga tradizione di pensiero. Tuttavia Hannah Arendt qui ci è utile più di altri perché per prima pose a fondamento della legittimità democratiche moderne l’azione, il dissidio dialettico e spesso violento tra inclusione ed esclusione dei cittadini. Non il consapevole contratto sociale di Hobbes, ma il “consenso inconsapevole[3] dell’azione e della relazione. Come è noto, e da me troppo noiosamente ripetuto, per Hannah Arendt “la politica nasce nell’infra e si afferma come relazione[4]. In qualsiasi caso, queste azioni, siano esse costruttive o distruttive, siano esse condivise o partecipate, aggressive o regressive, in ogni caso queste azioni si affermano come relazioni. Anche la disobbedienza è una relazione. Una relazione costruttiva, appunto disobbedienza civile; o una relazione distruttiva, appunto disobbedienza incivile[5]. È dunque nell’infra, nello spazio concavo della nostra socialità, come precedentemente indicato, che dobbiamo cercare le ragioni della nostra disobbedienza.

Chiamo “disobbedienza incivile” i comportamenti distruttivi per dare loro una natura politica, anche se non riesco a individuarne una coscienza. La disobbedienza è stata troppe volte erroneamente considerata come una “coscienza apolitica[6]. La coscienza viene considerata apolitica “perché non si interessa al mondo in cui il male viene commesso o alle conseguenze che il male avrà sul futuro del mondo[7]. Tuttavia, come molto più concretamente Hannah Arendt ci consiglia, ciò che interessa a noi non è la coscienza, ma il comportamento. E il comportamento è sempre una azione politica perché “al contrario, sul piano politico ciò che conta è che il sopruso sia stato commesso[8]. Sul piano politico la norma, perfino, conta molto relativamente. Ciò che davvero conta è l’azione, la natura dell’azione e la sua relazione, cioè il suo impatto sociale. Pertanto la disobbedienza è sempre un’azione politica perché sempre si scarica sugli altri, sebbene: la disobbedienza civile sia legittimata dal fatto di essere a favore di altri, in qualche modo inclusiva; mentre la disobbedienza incivile sia contro gli altri, in molti modi esclusiva. È la dimensione valutativa che distingue la natura dell’una e dell’altra, il riconoscimento etico del senso di giustizia, il senso morale del comportamento. Pertanto è nella valutazione degli impatti sociali, di un determinato comportamento o di una determinata azione, della loro dirompenza nello spazio concavo delle relazioni sociali, nel rapporto con gli altri che si giudica la sua natura civile o incivile. La disobbedienza è resa incivile dai comportamenti distruttivi – siano essi aggressivi che regressivi - proprio perché quell’infra viene in qualche modo defraudato, inquinato, condizionato, trasformato, ridotto, frantumato. E ad Hannah Arendt, nel 1970, quando i comportamenti distruttivi dovuti alla guerra in Vietnam avevano orientato lo sguardo (o la gestalt) dell’opinione pubblica, appare del tutto evidente (anche se statisticamente non corrispondente) che “la violazione della legge, sia civile che penale, è diventata di recente un fenomeno di massa[9].



È certamente vero che proprio la dinamica inclusione/esclusione, la inclusione di pochi protagonisti privilegiati e la esclusione di tanti utenti anonimi, alla fine rende evidente “la sfida all’autorità costituita, religiosa e civile, sociale e politica[10]: una sfida collettiva e individuale rappresentata dalla disobbedienza, civile o incivile espressa nel comportamento. In ogni caso, “considerato dall’esterno e in prospettiva storica, questo fenomeno è una manifestazione quanto mai chiara e un segno quanto mai evidente dell’instabilità e della vulnerabilità insite nei governi attuali e nei sistemi giuridici vigenti[11].



[1] Arendt Hannah, LA DISOBBEDIENZA CIVILE, Chiarelettere, Milano 2017

[2] Arendt H., cit. 2017

[3] Arendt H., cit. 2017

[4] Arendt Hannah, CHE COS’E’ LA POLITICA?, Einaudi, Torino 2006

[5] In realtà anche Hannah Arendt distingue implicitamente tra disobbedienza civile e incivile. Non a caso: il capitolo denominato UNO, parla di comportamento politico; il capitolo denominato DUE, parla di comportamento criminale; nel capitolo denominato TRE  parla del futuro del comportamento disobbediente. Arendt H., cit. 2017

[6] Thoreau Henry David, LA DISOBBEDIENZA CIVILE, Rizzoli, Milano 2010

[7] Arendt H., cit. 2017

[8] Arendt H., cit. 2017

[9] Arendt H., cit. 2017

[10] Arendt H., cit. 2017

[11] Arendt H., cit. 2017

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