1 - Premessa

Quanto più puoi 

Farla non puoi, la vita, 
come vorresti? Almeno questo tenta 
quanto più puoi: non la svilire troppo 
nell'assiduo contatto della gente, 
nell'assiduo gestire e nelle ciance. 

Non la svilire a furia di recarla 
così sovente in giro, e con l'esporla 
alla dissennatezza quotidiana 
di commerci e rapporti, 
sin che divenga una straniera uggiosa. 

Kavafis Costantino

Replico, con la dovuta devozione, un racconto sottoposto alla nostra interpretazione dalla paziente benevolenza e dalla intelligenza di Ermanno Bencivenga[1].

“Marco e Luca erano due fratelli e avevano la stessa faccia. Gli stessi occhi verdi, grandi e un po’ a mandorla; gli stessi riccioli biondi, lo stesso naso all’insù, le stesse guance paffute. Una bella faccia, certo: un bel biglietto da visita per il mondo. Una faccia così ti mette allegria, specialmente se gli occhi verdi sono accesi da un sorriso, e una fossetta dispettosa incrina la guancia paffuta, e i riccioli sono scomposti dopo una lunga corsa. Con una faccia così, Marco e Luca erano seguiti da sguardi affettuosi dovunque andassero, e gli altri volevano stare con loro, parlargli e qualche volta, un po’ vergognandosene, usare una scusa qualsiasi per allungare la mano e sfiorare i riccioli biondi, le guance paffute. Erano benedetti dalla sorte, insomma, se non fosse stato per un problema: avendo la stessa, identica faccia, Marco e Luca non potevano usarla contemporaneamente. Quando la faccia l’aveva Marco, Luca rimaneva senza, e viceversa.

Voi direte che la cosa non è seria, che è meglio avere una bella faccia  metà del tempo che averne una brutta sempre. In fondo Marco e Luca avrebbero potuto accontentarsi. Un giorno la faccia poteva portarla uno – Marco, diciamo – e gli altri sarebbero stati con lui e gli avrebbero parlato e avrebbero usato una scusa qualsiasi per sfiorargli i capelli. Luca sarebbe rimasto senza faccia, ma l’avrebbe avuta il giorno dopo e anche se gli altri non gli facevano compagnia (quelli senza faccia non son molto popolari9 era solo questione di tempo: all’indomani le cose sarebbero cambiate e gli amici sarebbero ritornati a fargli festa. Intanto, direte voi, ci sono molte cose che poteva fare, come scrivere una lettera o ascoltare un disco o finire i compiti. Essere popolari è una gran bella cosa, ma ti lascia poco tempo.

Questo direte voi, che probabilmente non avete una faccia come Marco e Luca, ma andate a dirlo a loro! Quando si ha una faccia così, è difficile scendere a compromessi. Ci si abitua al fatto che gi altri vogliono stare con te e vederti ridere gli occhi e allungare la mano per toccarti i capelli; così, se ti trovi senza faccia e nessuno ti sta intorno e in teoria potresti scrivere una lettera, o finire i compiti, non te ne viene affatto voglio e rimani sdraiato sul divano a pensare a quando la faccia l’avevi.

È per questo che Marco e Luca fanno di tutto per non avere la stessa faccia. Uno si mette i baffi finti e l’altro si tinge i capelli con il lucido da scarpe, o se li pettina tutto all’indietro con il gel, o si mette un orecchino al naso, o una spilla da balia. Non sono forse belli come prima, ma belli abbastanza da avere amici tutti i giorni. Non scrivono molte lettere e non fanno molti compiti, ma sono contenti: ora che non hanno più la stessa faccia, ognuno può tenersi la sua.”[2]

 

In fondo, i comportamenti distruttivi sono sempre il disperato tentativo di darsi una faccia. Il modo più irruento di osare di essere se stessi.

Però, se ti serve una faccia, vuol dire che hai almeno un altro a cui volerla mostrare.

Possiamo dunque supporre, con qualche fondata speranza, che un comportamento distruttivo è sempre un comportamento collettivo. Sia esso condotta di un individuo solitario, o l’effetto di una azione soggettiva di ruolo, quel comportamento è collettivo almeno per il fatto che non è mai a nessuno esclusivamente imputabile. E non lo è nemmeno nei casi estremi di solitudine, come i Mass Murder. In fin dei conti, allora, questo acerrimo e patetico tentativo di darsi una faccia per gli altri, è un fatto inequivocabilmente politico.

La distruttività, sebbene non esplicitata, è una filosofia, quella per me più attraente, più frequente e certamente più definitiva: una filosofia politica.

Con abbondanza di parole e concetti, con alterne fortune i filosofi della politica, infatti, hanno descritto e valutato lo sfuggente problema della distruttività. Un comportamento che si sviluppa, sia nella insondabile potenza orizzontale della governance, sia nel potere verticale della gerarchia di ogni governo. Nell’un caso e nell’altro si tratta sempre di un comportamento insurrezionale, la risposta politica al senso di colpa ancestrale: la paura.

Tra gli agenti di Satana che gli uomini di Dio cercavano in ogni modo di stanare e di mettere alle strette, non potevano dimenticare quello che era più celato e allo stesso tempo più pericoloso: tale agente è ognuno di noi, allorché allenta l’indispensabile vigilanza che deve esercitare su se stesso. Siamo indotti a mettere in risalto, in tutta la sua coerenza e nelle sue dimensioni più ampie, la Paura che percorse la civiltà europea agli inizi dell’età moderna e prima che avvenisse la scoperta dell’«inconscio»; al «timore»; allo «sbigottimento»; al «terrore» e allo «spavento», che erano suscitati dai pericoli esterni di qualsiasi specie, si aggiunsero dunque due sentimenti non meno assillanti: «l’orrore» del peccato e la «ossessione» della dannazione[3].

La Paura ancestrale dell’occidente, è un fattore scatenante della disobbedienza: sia perché blocca, impietrisce di fronte al sopruso, come di fronte allo sguardo di Medusa,  sia perché scatena la rabbia[4], la reazione istintiva e razionale, inappagata e inappagante della distruttività, Non c’è un limite in cui i fattori si possono distinguere. Nella distruttività aggressiva e/o regressiva si  compenetrano e si confondono, si uniscono e si differenziano, si mescolano infine nella natura indefinibile dell’azione e dell’attore.



Mi permetto di considerare, quindi, il comportamento distruttivo, sia esso aggressivo o regressivo, una forma di disobbedienza incivile.  



[1] Bencivenga Ermanno, LA FILOSOFIA IN SESSANTADUE FAVOLE, Mondadori, Milano 2014

[2] Bencivenga E., cit. 2014

[3] Delumeau Jean, IL PECCATO E LA PAURA, Il Mulino, Bologna 1987

[4] Nussbaum C. Martha, RABBIA E PERDONO, Il Mulino, Bologna 2017


[1] Arendt Hannah, LA DISOBBEDIENZA CIVILE, Chiarelettere, Milano 2017

[2] Arendt H., cit. 2017

[3] Arendt H., cit. 2017

[4] Arendt Hannah, CHE COS’E’ LA POLITICA?, Einaudi, Torino 2006

[5] In realtà anche Hannah Arendt distingue implicitamente tra disobbedienza civile e incivile. Non a caso: il capitolo denominato UNO, parla di comportamento politico; il capitolo denominato DUE, parla di comportamento criminale; nel capitolo denominato TRE  parla del futuro del comportamento disobbediente. Arendt H., cit. 2017

[6] Thoreau Henry David, LA DISOBBEDIENZA CIVILE, Rizzoli, Milano 2010

[7] Arendt H., cit. 2017

[8] Arendt H., cit. 2017

[9] Arendt H., cit. 2017

[10] Arendt H., cit. 2017

[11] Arendt H., cit. 2017



[1] Bencivenga Ermanno, LA FILOSOFIA IN SESSANTADUE FAVOLE, Mondadori, Milano 2014

[2] Bencivenga E., cit. 2014

[3] Delumeau Jean, IL PECCATO E LA PAURA, Il Mulino, Bologna 1987

[4] Nussbaum C. Martha, RABBIA E PERDONO, Il Mulino, Bologna 2017


Comments