9.2.l.) - lebenswelt, cono-scienza della vita

Per gli studiosi e gli operatori della psicologia, sembra che questo sia un problema nuovo, che coinvolge un certo numero di persone, come pazienti inusuali e di nuova generazione. Tuttavia, la relazione con il mondo esterno è stata ampiamente studiata. Forse non in modo terapeutico. Forse soltanto come approccio scientifico, spesso antropologico. In ambito sociologico, però, la costruzione della relazione sociale è stato uno dei temi principali di studio da sempre. Non ha avuto un corrispondente addentellato in ordine terapeutico e troppo spesso è stato sottovalutato in ambito psicologico. Oggi c’è invece una nuova tendenza. Anche un setting terapeutico deve avvalersi della multidisciplinarietà per risolvere i problemi scientifici. Infatti, almeno io, non ho mai creduto che fosse utile e significativo inseguire strutture di pensiero estranee alla forma mentis prodotta dall’habitat sociale in cui si è epigeneticamente evoluti. Questo non significa che bisogna bloccare le innovazioni. Perfettamente il contrario. Significa perfettamente il contrario: cioè che la migliore innovazione possibile è quella del confronto critico aperto tra forme mentis diverse e alternative.

Questo criterio di apertura vale a maggiore ragione sul piano multidisciplinare. Non è utile né opportuno suddividere il problema in due scuole, appunto in due paradigmi: trattare questa condizione con approccio psicoterapeutico come disturbo mentale o con approccio sociologico come rifiuto di interazione relazionale. Il punto comune a tutti da cui dobbiamo necessariamente partire è il problema  della vergesellschaftung.

Che cosa significa?

Come si esprime? Talvolta è una aggressione, talvolta è un rifiuto, è dominante o succube, inclusiva o escludente, sempre comunque un comportamento distruttivo?

Vediamo.


La nuova alienazione si esprime nella forma di un fondamentalismo ascetico assoluto di se stessi nella vita, come un dono senza scopo della vita a se stessi. La stanza o la casa in cui si vive, o anche la strada in cui si stazione, la bottiglia a cui ci si ancora, la solitudine in cui ci si nasconde, diventano un tempio, spesso con il comodo travestimento di un ospedale per un paziente designato, che non può essere profanato dalla volgarizzazione di un qualsiasi mercante.

Nel momento stesso in cui Cristo ha scacciato i mercati dal tempio, ha costruito un luogo, uno stato di liminalità purificato, una chiesa dove i fedeli vanno a donare la propria vita a Dio. Con quel gesto Cristo ha invertito i termini: ha alienato dalla sacralità della venerazione (dominio) il mondo minaccioso e corrotto che con il commercio (uno scambio con uno scopo) alienava il dono (uno scambio senza scopo) che Dio ha fatto al mondo di sé.

Dunque anche io, alienato dal mondo, posso invertire il rapporto e trovare un luogo dove costruire il mio tempio. Sono io allora che alieno il mondo da me, dalla sacralità della mia venerazione (dominio), dallo stato di liminalità che mi preserva dallo sporco sudore di donare la mia vita al mondo, dispersa in inutili ciance e commerci con la gente[1] (scambio con uno scopo); in cui, invece, tutto, la mia stessa vita, il mio dono supremo (scambio senza scopo), è consacrato al Dio che io sono.

E invece proprio il mercante, il commercio, lo scambio con uno scopo, ripristinano i fondamentali meta livelli:

·       di mercato, di luogo aperto e privo di alcuna liminalità – spazio -;

·       di momento della trattativa e della conclusione – tempo -;

·       di carenza relativa come presupposto dello scambio;

·       della relazione fondamentale per il superamento di ogni deficit.

 

Proprio il mercato che profana il tempio descacralizzandolo, distrugge ogni divinizzazione e riduce l’umano alla sua precarietà, alla sua mortalità, alla caducità insignificante degli oggetti distinti dalle persone, con cui bisogna concludere accordi entro una scadenza certa, come la vita che scade e, per questo, deve avere e lasciare un significato. Solo la concretezza del mercante, che trasforma il dono (scambio senza scopo) in prodotto (scambio con uno scopo), ci restituisce la concretezza laica della precaria dei pari e distrugge il totalitarismo amorevole della unicità (dominio). Solo il mercante può ricomporre la scissione simbiotica dell’individuo con l’habitat sociale. Solo il mercato, che trasforma l’asservimento alla potenza assoluta del divino alla manifestazione di volontà di una relazione tra pari, può sbloccare la vergesellschaftung, la sociazione che ci trasporta nella socializzazione.

Hayek ha denominato “catalassi” l’ordine sociale basato sulla cooperazione volontaria, indicando con questo verbo il doppio significato di scambiare e di “ammettere nella comunità”, cioè il processo per cui scambiando si può “diventare, da nemici, amici”.

Diventare da nemici amici, significa ricostruire la sociazione, sbloccare la relazione sociale. E la relazione sociale è il solo modo che conosciamo di semantizzare la vita senza prostrarla al condizionamento o al dominio assoluto della vacuità, della insipienza e della insignificanza. È la più grande conquista che l’umano ha compiuto, al di là di ogni altro vivente, e la conquista che ancora deve compiere, quella che non compierà mai definitivamente: trovare i significati della vita, conoscere l’essenza della propria esistenza.





[1] Kavafis Costantino, Quanto più puoi: Farla non puoi, la vita, / come vorresti? Almeno questo tenta / quanto più puoi: non la svilire troppo / nell'assiduo contatto della gente,/ nell'assiduo gestire e nelle ciance. / Non la svilire a furia di recarla / così sovente in giro, e con l'esporla  / alla dissennatezza quotidiana / di commerci e rapporti, / sin che divenga una straniera uggiosa.

 

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