9.2.i.) - Quesito 3: come?



Non tanto si cerca quanto si trova, ripeteva spesso Pablo Picasso.         

Questo accade anche nella ricerca scientifica. E dunque, come è successo a me, nel mentre si è impegnati a scrivere un testo generale su una congettura personale, cioè su una propria teoria[1], ci si trova di fronte ad un aspetto simile, quasi identico; ad una elaborazione valida in diversi contesti cognitivi. Allora, ciascuno cerca di contribuire alla soluzione dei problemi scientifici dal proprio punto di vista.

A me è accaduto che, mentre studiavo la fondamentale costruzione dell’habitat sociale dentro l’ambiente naturale, che ha determinato la fitness evolutiva di tutte le specie animali note; mentre dichiaravo fondamentale per la fitness evolutiva degli umani la mutazione politica e la funzione energetica del potere; è accaduto di scontrarmi con il problema del disagio adolescenziale dei giovani, con il problema cioè della loro alienazione e della chiusura relazionale con il mondo esterno. In modo specifico mi sono imbattuto con il problema degli hikikomori - (引きこもり? o 引き籠もり? - individuato in primo luogo in Giappone e maggiormente studiato dallo psichiatra Tamaki Saitō -: il problema, cioè, di coloro che si rintano nell’alveo protettivo familiare, negandosi alle dinamiche pubbliche dell’habitat sociale di riferimento.

In verità avevo già studiato abbondantemente il problema della rottura delle reti connettive con il proprio habitat sociale, come avviene nei tossicodipendenti, e quello della loro ricostruzione, come avviene con i processi educativi, in un lungo elaborato del primo centro di ricerca in cui ho lavorato[2].

Dopo tanti anni, dopo 25 anni, mi sono ritrovato praticamente con lo stesso problema della ricostruzione delle reti connettive tra individuo ed habitat sociale, solo con una difficoltà in più: l’approccio educativo non è più tollerato. Lo scontro paventato dai migliori specialisti in questo ambito è ora, appunto, tra il paradigma psicologico-psicoterapeutico e il paradigma pedagogico-educativo.

Tra i più impegnati specialisti che conosco, in Italia,  sul tema dello sviluppo adolescenziale, tra i primi ad individuare un setting flessibile e coinvolgente di intervento, c’è, con un posto di assoluto rispetto, certamente Matteo Lancini[3].

Lancini spiega subito, senza reminiscenze, che il suo schieramento è per il paradigma psicologico; in ogni caso egli è decisamente contrario al conflitto derivante da “un’oscillazione tra due poli[4]: “continuando a semplificare si potrebbe parlare di un conflitto fra una rappresentazione educativa e una rappresentazione psicologica della crescita[5].

La posizione di Matteo Lancini è inequivocabile: “Nello spazio della consultazione e della presa in carico dell’adolescente, l’educazione è fondamentale, ma è la psicologia a fare da guida. È una prospettiva dolorosa, una rappresentazione più difficile da tollerare, un paradigma più complicato da accettare, ma è solo mettendo alla regia la psicologia che i genitori potranno aiutare il figlio attraverso la relazione educativa. Ciò non significa affatto abbandonare la funzione educativa, anzi, la si investe di altri e più alti significati, la si interpreta nel modo più autorevole possibile proprio perché essa risulta sostenuta dalla capacità di tollerare il dolore che il disagio, il blocco evolutivo, i sintomi del figlio suscitano, non trasformandolo in angoscia pervasiva ma in preoccupazione materna e paterna che orienta la relazione e lo sguardo di ritorno[6].

Devo dire che, al di là della apparente chiarezza nei toni, l’affermazione, ma anche la concezione, concentrata interamente attorno a un fantomatico scontro tra il paradigma pedagogico e quello psicologico, anche proprio dal punto di vista epistemologico, mi sembra un po’ datata e molto confusa. Non perché qui si voglia patteggiare per l’uno contro l’altro.  Posso anche ammettere che “l’azione educativa basata sul tentativo di controllo non funziona e gli interventi impositivi e privativi si rivelano inutili[7]. Non è questo il punto. A parte il fatto che non esistono esclusivamente azioni educative basate sul tentativo di controllo, ma che ne esistano un migliaio di altre e che, dunque, un intero paradigma non è riducibile a quella sola tipologia di azione e tantomeno soltanto a interventi impositivi e privativi. Ammetto che questi possano risultare inutili. Ciò però non significa che l’intero paradigma pedagogico sia secondario. In ogni caso, anche detta così, non è questo il punto.

Il punto che metto in discussione è la pretesa primazia del paradigma psicologico, che parte dal presupposto che tutto è progettato dalla mente. Non per sostituirlo con un altro paradigma di ordine sociologico che, viceversa, “vede in tutto ciò che è propriamente umano, a cominciare dal linguaggio, un esito dell’interazione sociale[8], cioè che la mente è progettata dal tutto.

Quel che metto in discussione, e che – come vedremo – ha un infinito di implicazioni pratiche di ordine terapeutico, è proprio il concetto kuhnniano di paradigma[9], a favore del concetto popperiano di problema scientifico[10]. Il problema dell’adolescente è il centro della discussione. Chi guida il suo sviluppo non può essere prestabilito. Può cambiare, di volta in volta, a seconda del ragazzo e della sua situazione, in funzione della strada da intraprendere e delle competenze necessarie per raggiungere la méta. Anche in questo caso, dunque, una questione epistemologica apparentemente teorica, se non addirittura accademica, ha invece infiniti risvolti pratici e applicativi (terapeutici), e cambia anche il setting di intervento, per così dire, lo rende talmente flessibile da essere elastico.

In fin dei conti, non è nemmeno il paradigma ad essere messo in discussione.

Ciò che viene messo in discussione, e che Lancini invece accoglie con un vigore escludente[11], è la pretesa folle di Thomas Khun: la incommensurabilità paradigmatica. Una pretesa credibilmente frammentata dalla obiezione di Popper, secondo cui la ricerca scientifica non procede per rivoluzioni[12], ma per logica che proprio sulla apertura del paradigma – la rottura delle cornici - e sulla funzione falsificatrice della critica fonda la sua possibilità di conoscenza.

Mi rendo perfettamente conto che, rispetto al profondo dolore degli adolescenti in trasformazione, questa precisazione teorica può sembrare una questione di dettaglio, ma non lo è affatto. Se si sbaglia l’approccio epistemologico, si sbaglia il setting terapeutico. A cominciare dalla principale questione sociale: la costruzione della relazione con il mondo esterno.



[1] La Teoria delle Mutazioni Politiche, https://sites.google.com/a/alessandroceci.eu/booksite-di-alessandro-ceci-la-politica-metodologia-della-mutazione-sociale/

[2] CNITE – Centro Nazionale Italiano Tecnologie Educative. Il lavoro è stato presentato come testo di una ricerca scientifica per la Regione Lazio, credo nel 1992.

[3] Lancini Matteo, ABBIAMO BISOGNO DI GENITORI AUTOREVOLI, Mondadori, Milano 2017

[4] Lancini M., cit. 2017

[5] Lancini M., cit. 2017

[6] Lancini M., cit. 2017

[7] Lancini M., cit. 2017

[8] Infantino Lorenzo, POTERE. LA DIMENSIONE POLITICA DELL’AZIONE UMANA, Rubbettino, Soveria Mannelli 2013

[9] Khun Thomas, LA STRUTTURA DELLE RIVOLUZIONI SCIENTIFICHE, Einaudi, Torino

[10] Popper R. Karl, LA LOGICA DELLA SCOPERTA SCIENTIFICA, Einaudi, Torino

[11]chiarisco loro subito che non potrò aiutarli”, Lancin M., cit. 2017

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